Felo de se significa: essere di se stesso fellone. Fellone – dal francese
antico, félon – vuol dire (spulcio la tetragona Treccani) traditore, ribelle,
persona perfida, sleale. Fare fellonia di sé: suicidarsi. Insidiare se stessi
fino a strangolarsi. Il termine latino, incorporato dalla common law inglese,
indicava, appunto, il reato del suicida: a lui, sepoltura maculata di colpa era
inflitta – di notte, privo di sacramentale conforto, di corona di parenti
privato, in un luogo segreto, affinché muschio di preghiera, fungo d’opera pia
non crescessero su quel dannato corpo.
Al suicida, tolto a se stesso, tutto era sottratto.
L’ultima sezione dell’ultimo libro di Alessandro Ceni, I bracciali dello
scudo (Crocetti, 2025), s’intitola “Felo da se”: spiccano alcune bellissime
poesie – Passo all’orso, ad esempio – che contengono, nel nocciolo, nel più
intimo seme, la ragione del titolo dell’antologia. “Felo de se”, nel caso di
Ceni, che dalla lingua inglese è eccezionale traduttore, implica una poetica. Il
poeta è il fellone di se stesso nel senso che deve sterminare il sé, deve farsi
cembalo cavo, tamburo risonante, arma da imbracciare. Arma purissima,
perché l’altro – qualsiasi cosa voglia dire – attraverso il poeta accada. Tutta
qui è la distanza tra il poeta – colui che si fa fuori per far spazio ad altro –
e l’esecutore, che scrive di sé.
Forse è per questo – oltre ai lacci biografici, che sempre ci braccano, ci
rimano tra corde – che a un Libraccio ho preso un libro che s’intitola Felo de
se. Uscito nella mitica collana Feltrinelli ‘Le Comete’ nel 1964, è una
raccolta di racconti del finora a me ignoto Aidan Higgins. La copertina, usata
come trappola per i lettori, spiega di cosa si tratta: “Felo de se: il suicida.
Un libro che rivive la violenza l’acredine la magnificenza
dell’autodistruzione”. Poco sotto: “Una apparizione clamorosa nella letteratura
inglese”. Non so se oggi un editore di primo piano avrebbe il coraggio di uscire
con un libro che in copertina dice del suicida e della magnificenza
dell’autodistruzione – oggi, mi dicono, sarebbe impossibile pubblicare Lolita.
‘Le Comete’ è la collana ‘sperimentale’ di Feltrinelli. Scorro qualche titolo
tra quelli impilati in ultima pagina, vado in orda di miele: Il sole si
spegne di Osamu Dazai; La promessa di Dürrenmatt; Pedro Páramo di Juan
Rulfo; Congetture su Jakob di Uwe Johnson. Tutti autentici capolavori. Si
pubblicavano – per chi ama i reperti archeologici editoriali – Edoardo
Sanguineti (Capriccio italiano) e Alberto Arbasino (La narcisata); da tempo – se
non altro per il titolo – vorrei ripubblicare Scrivo come amo di Andrej
Voznesenskij.
Ad ogni modo – ed è la cosa che più conta –, i racconti – sei, ciascuno con uno
spirito, un ritmo e una lunghezza diversi – sono molto belli. L’autore – ci
arrivo tra un attimo – riesce a conferire la vita ai suoi personaggi, estratti
da una disperazione che, a tratti, conforta. Si tratta, cioè, di una scrittura
sagace, sapida, piena di vitalità, di nero istrionismo, sotto la sovrana di
un’ispirazione pressoché perpetua. Pare Samuel Beckett coniugato a Philip Roth.
Questo, per dire, per dar di morso, è l’attacco de Il campo di Killachter:
“I resti mortali della signorina Emily Norton Kervick vennero affidati alla
tomba in un freddo giorno del marzo 1927. Quel mattino, il terzo del mese, era
stata offerta una messa funebre per la pace della sua anima, ed ella venne
sepolta senza indugi nel cimitero di Griffenwrath.
Il giorno prima il suo corpo era stato deposto sul suo alto letto in una camera
troppo colma dell’odore inebriante dei gigli: era stata la sua camera.
L’arredamento non aveva nulla di straordinario. L’invadente motivo della
tappezzeria, con bambù e generosi virgulti, pareva contrarre le pareti su due
lati, ed entro quell’area, appoggiato su nude assi, bianco e grave, adornato di
fiori, si ergeva il letto di morte. Nonostante la sua panoplia, nonostante il
carattere della sua inequivocabile funzione e la sua occupante, il letto
sembrava muoversi sulle rotelle ad una velocità minima, quasi impercettibile,
come un piccolo naviglio che in una rada difficile si liberi lentamente dagli
ormeggi”.
Questo invece è l’attacco di Lebensraum:
“Fraulein Sevi Klein lasciò la Germania nella primavera del suo trentanovesimo
anno; dopo aver viaggiato sola da Colonia a Ostenda, attraversò la Manica, e da
Folkestone a Londra si trovò in compagnia di sobri cittadini britannici. Sul
treno per Londra prese un posto prenotato che guardava verso la locomotiva, i
piedi sul pavimento della carrozza sistemati come in quei mobili le cui gambe
finiscono in artigli, entrambi con un aspetto minaccioso e ‘accomodati’ secondo
lo stile di siffatte estremità, curvati in basso verso una stretta inesorabile.
Le anche e il dorso facevano la stessa impressione, ma più accentuata,
diventando la testa capovolta di una bestia col muso abbassato come per bere; le
sue palpebre sembravano un peso intollerabile. Le ginocchia erano pudicamente
serrate; aveva mani di notevole bellezza e vestiva in un modo che probabilmente
sarebbe stato più adatto per una donna che avesse avuto dieci anni di meno.
Prese un taxi alla Stazione Victoria, lesse ad alta voce dal suo taccuino il
nome di un albergo di Kensington, e là venne trasportata con il modesto gruppo
di valigie legate al portabagagli. Ciò accadeva nell’estate del 1947”.
Non è difficile capire il moto narrativo. Diversa l’altura cronologica dei testi
e il punto di osservazione – un feretro; una donna. Simile la dinamica, per
accumulo, che ci fa entrare a pieno petto ‘in scena’, e l’uso, nobile, della
similitudine (letto/naviglio; piedi/artigli). In entrambi i casi, la foia
descrittiva prelude all’abulia, ai bolidi dell’oblio, all’intenzione di marcare
l’esatto istante in cui un’anonima esistenza diventa vertigine, maniscalco
dell’abisso.
Nei racconti, la dedizione al dettaglio è necessaria per svelare gli aspetti
oscuri dell’esistere, i fremiti. Su tutto, domina carnalità, implacabile, e una
certa ‘bestialità’. Nel pieno del racconto più lungo – Il ricovero – si fa
l’elogio, a un certo punto, centrale, delle “meravigliose signore del
Settecento”, che con smaliziata sapienza sapevano dirigere il destino di
intellettuali, amanti e lacchè: “Oggi non abbiamo nulla di paragonabile a loro,
neppure remotamente, né per stile né per intelligenza. Le convenienze di questo
nostro maledetto secolo hanno prodotto la donna ‘professionista’”. Per
fortuna, Felo de se è un libro intransigente, cioè, secondo i canoni di un oggi
esangue, scorretto.
Nell’ultimo racconto, Crepuscolo al Capo Piscator, ambientato in Sudafrica, le
ossessioni sessuali del signor Vaschel sono alternate da immagini strazianti: un
pescecane sviscerato, sulla spiaggia; asini tumidi, in estro, che si accoppiano,
ferini, ragliando; donne dalle forme potenti; panorami conradiani (“Vide il
secondo fiume inaridito fino alla foce, e sull’estuario gli ibis che volavano,
scuri e goffi, con i becchi curvi come scimitarre e le ali che battevano
pesantemente l’aria”). La modernità del libro va ascritta, probabilmente, anche
al talento del traduttore, Aldo Tagliaferri, già curatore delle opere di Beckett
e di Joyce, esegeta di Emilio Villa.
All’epoca in cui uscì Felo de se, nel 1960, l’autore, Aidan Higgins, compiva
trentatré anni. Nato a Celbridge, poco distante da Dublino, nel 1927, nei gangli
di una famiglia cattolica, faticò come copywriter, si diede – leggo dalla
noticina Feltrinelli – ai “tipici e disparati mestieri di uno scrittore povero e
d’avanguardia”. Dopo il matrimonio con Jill Damaris Anders, si trasferì in
Sudafrica – i suoi inquieti vagabondaggi lo portarono a Berlino e nell’allora
Rhodesia; quando Felo de se appare in Italia, Aidan risulta “in Spagna con la
moglie e i figli”. Il primo romanzo, Langrishe, Go Down (1966), storia in
costume irlandese ambientata negli anni Trenta, con ménage tra tre sorelle di
alterna verginità e un aitante studente tedesco, gli garantì premi di pregio e
un film. Fu Harold Pinter a trarre dal romanzo la sceneggiatura per la BBC: in
scena, Jeremy Irons interpretava il bel tedesco e Judi Dench una delle sorelle.
Parrebbe il principio di una storia letteraria di successo. Non fu così.
Anarcoide, irascibile, inappetente alle prelibatezze della fama, Aidan Higgins
continuò, con talentuosa ostinazione, a inseguire un’opera soltanto sua. I libri
seguenti – Balcony of Europe, Bornholm Night Ferry e Lions of the Grunwald, ad
esempio –, pur seguiti e assai recensiti, finirono per marginalizzare Higgins
alla stregua di uno scrittore ‘estremista’, perseguitato da un inaccettabile
demone. Fece fatica perfino come editorialista: lo “Spectator” e il “Guardian”
rifiutavano i suoi articoli per lo stile che disprezzava le convenzioni,
involuto, ellittico, eccessivo. La seconda moglie, Alannah Hopkin, censì la
biografia di Aidan Higgins sotto un titolo che dice tutto, A Very Strange Man.
Si erano conosciuti negli anni Ottanta, Alannah e Aidan: lei era decisamente più
giovane di lui; per lei, lui tornò a vivere in Irlanda.
Amato da scrittori e poeti – Derek Mahon, Alice Munro e John Banville su tutti
–, Higgins si disinteressava del cosiddetto ‘pubblico’. Così riassume la
questione Rob Doyle, suo ennesimo sofisticato ammiratore, in un articolo edito
dall’“Irish Times”, Aidan Higgins: a very singular talent: “Una sorta di
aristocratica indifferenza impedì a Higgins permise di capire che il pubblico,
ormai spazientito, desiderava storie lineari. Eppure, Higgins non avrebbe
raggiunto la propria assoluta originalità – una scrittura immersa nella memoria
e nei suoi fraintesi, in una divagante singolarità, spesso indimenticabile – se
fosse stato così convenzionalmente consapevole di se stesso”.
La storia di Aidan Higgins – un autore che con militare onnipotenza decise di
sabotare il proprio successo – apre diverse questioni. Si dovrebbe parlare
dell’autentico significato della parola scrittura, di cosa vuol dire
davvero letteratura, di quale sia la differenza tra il letterato e lo scrittore.
Bisognerebbe dire cosa s’intende per partecipazione del pubblico a un’opera.
Soprattutto, dovremmo dire del carisma avventuriero degli editori, un tempo.
Feltrinelli continuò a insistere su Aidan Higgins. Dopo Felo de se, pubblicò Una
tarda estate (1970) e Lampi d’inverno (1974). Non ripubblicò mai più Aidan
Higgins, lo scrittore che fu il fellone di se stesso.
Finì sfinito, Aidan. Precipitò, all’alba del nuovo millennio, in un buco nero
della mente. Si svuotò di sé, Aidan. Secondo le cronache, morì il 27 dicembre
del 2015, a ottantotto anni. Era già morto molte volte, molto tempo prima, di
molte diverse morti.
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quando erano avventurieri) proviene da Pangea.