> “Kama carezzava il suo arco e le sue cinque frecce-fiore. Bastava sfiorare la
> corda di quell’arma e subito si era avvolti da un ronzio di api. «Prima di
> tutto» pensò «occorre la primavera». Guardò Rati, la sua amata, che lo seguiva
> ovunque, come Piacere segue Desiderio, e le fece un cenno d’intesa. Quella
> primavera cominciò fuori tempo. Accerchiò e invase la montagna dove Śiva
> sedeva, immobile. Si insinuò nella Foresta dei Cedri, dove i rși praticavano
> il tapas. La avvertirono come una pena sottile e insostenibile. Assistevano
> allo sgretolarsi della loro fermezza. Perseverarono, tenaci, segretamente
> fiaccati. Intorno a Shiva, il bianco toro Nandin sollevò appena la testa. E i
> Gana, i Geni che lo circondavano come in un accampamento di zingari, fiutavano
> l’aria, curiosi”.
>
> (R. Calasso, Ka, Adelphi, 1996, p.124)
Il desiderio è ciò che irrompe senza preavviso o, quando avvisa, lo fa con il
linguaggio contorto del sogno. Tale è la velocità con cui si presenta e ci
scuote che pare un saettare di freccia, imprevedibile come l’attimo stesso in
cui si stacca un fiore dal ramo. La sua stagione giunge irrimediabilmente “fuori
tempo”, per quanto si possa essere tenaci e accorti, la sua comparsa incrina
l’ordine e apre brecce.
Quando Frank Wedekind scrive nel 1891 Frühlings Erwachen. Eine
Kindertragödie (Risveglio di primavera. Una tragedia di adolescenti; ora:
Adelphi, 2026, traduzione di Matteo Iacovella e Laura Ragone) la società
borghese dell’epoca non è pronta ad accoglierne il terremoto perturbante. Il
testo espone senza veli il trauma del risveglio sessuale adolescenziale,
mostrando l’ingresso brutale nel desiderio, là dove innocenza e morte si
sfiorano sotto il peso di un’educazione incapace di nominare il corpo e i suoi
tremori. Il risveglio non coincide con una progressiva acquisizione di sapere:
è, al contrario, il crollo di ogni certezza. Wendla, Melchior, Moritz abitano
quella soglia in cui il corpo si fa opaco a sé stesso e l’Altro cessa di essere
una figura rassicurante per lasciare spazio alle più irriducibili domande. Chi
sono? Chi ho davanti?
Wendla scoprirà cosí il desiderio fino a esserne travolta, Melchior affronterà
la colpa e la perdita, Moritz, schiacciato dall’impossibilità di dar forma a ciò
che lo scuote, sceglierà il suicidio.
> “DR. PROCUSTE … È vero, le finestre sono al terzo piano e sotto abbiamo
> piantato le ortiche. Ma che vuole che importi delle ortiche, a questi
> degenerati. – L’inverno scorso uno di loro è salito sull’abbaino e abbiamo
> avuto la seccatura di dover andare a prenderlo, riportarlo indietro,
> seppellirlo…”
“Ma che vuoi che importi delle ortiche?” Il desiderio non ha nulla del
solletico, del vellichio infantile, non è una lieve irritazione dei sensi, non è
un capriccio epidermico che si lascia distrarre o placare. Il desiderio è uno
schianto contro l’alterità, e l’Altro, nonostante nell’impatto ci sia arrivato
dritto fino all’osso, non ci risponde mai pienamente. È sempre un’assenza, uno
scarto, una non-coincidenza che si fa desiderio proprio perché impossibile da
saturare. (Lacan)
WENDLA. E se te lo chiedo per favore, Melchior?
MELCHIOR. Ti ha dato di volta il cervello?
WENDLA. Non sono mai stata picchiata in vita mia!
MELCHIOR. Ma come puoi chiedermi una cosa simile…!
WENDLA. Per favore – Per favore –
MELCHIOR. Te lo do io per favore! – (La picchia).
WENDLA. Oddio – non sento proprio niente!
MELCHIOR. Non stento a crederci – con tutti i vestiti che hai addosso…
WENDLA. E allora picchiami sulle gambe!
MELCHIOR. Wendla! – (La picchia più forte).
WENDLA. Ah, ma queste sono carezze! – Sono carezze!
MELCHIOR. Aspetta, strega, te lo scaccio io Satana dal corpo!
Getta via il ramoscello e la colpisce con i pugni con una violenza tale da farle
lanciare un grido spaventoso. Lui non se ne cura, anzi si scaglia come una furia
su di lei, mentre grosse lacrime gli solcano le guance. All’improvviso salta su,
si porta le mani alle tempie e, singhiozzando dal più profondo dell’anima, si
precipita nel bosco.
Così Wendla e Melchior non si incontreranno mai davvero: la violenza sorgerà nel
punto esatto in cui le loro opacità dialogheranno o, meglio, proveranno a farlo;
la loro è la prova dell’incapacità di comunicare e abitare quello strappo: le
loro richieste, i loro gesti saranno il tentativo di attraversare quella nebbia
ronzante di pulsazioni, ma ciò che troveranno sarà solamente il reale del corpo
e il dolore.
Lo stesso Freud riconobbe nell’opera una straordinaria intuizione dei conflitti
pulsionali della pubertà prima ancora della piena elaborazione psicoanalitica.
Stessa frattura che Adorno riconobbe nel Siegfried di Wagner.
(Nella massima agitazione egli fissa lo sguardo sulla dormiente)
incanto ardente
mi palpita nel cuore;
ansia infuocata
ferma i miei occhi:
storditi tremano i miei sensi!
(è preso dalla massima angoscia)
Chi chiamo a soccorso,
perché mi aiuti? –
Madre! Madre!
Pensa tu a me! –
Mormora la foresta. Siegfried giunge sulla rupe, attraversa le fiamme e si china
sulla Valchiria addormentata; è il folle esaltato nel Parsifal, l’«eroe
fanciullo», lo «sciocco», che non ha dimenticato la paura destandosi all’Io, ma
che la paura semplicemente «non conosce». Quando scopre gli occhi della donna,
terrorizzato invoca la madre. Come in Wedekind e nei Veda l’Altro irrompe.
> “Kăma decise di agire in quel momento. Scoccò verso Śiva una freccia vana, che
> avrebbe trafitto chiunque altro. Ma Śiva sa troppo del desiderio. Davanti alle
> tre fanciulle impietrite dal terrore, una vampa emanò da Śiva e avvolse Kama.
> Di lui rimase la cenere, mescolata al pulviscolo in un mulinello che presto si
> placò. Retrocedendo in silenzio, pallida, Párvati si ritirò di nuovo nella
> foresta con le due ancelle, mentre si udiva appena il singulto di Rati che
> tentava di raccogliere, come una folle, particelle di cenere sparse nell’erba.
> Voleva una reliquia del suo amante svanito. Si allontanò con le spalle curve,
> stringendo una pezza annodata di stoffa sgargiante, gonfia di cenere. Fiori,
> api, manghi, cuculi: in voi si disperse Desiderio, quando la vampa di Śiva lo
> incenerì. Ora un sapore, un richiamo, un odore, un ronzio avrebbero aperto una
> ferita in chi è lontano da ciò che ama. Numerosi furono feriti, se è vero che
> «quando vede cose di grande bellezza o ode suoni dolci anche un uomo felice
> può essere colto da una appassionata nostalgia.»
>
> (R. Calasso, ivi, p.125)
Accade che dello struggimento non resti altro che cenere ma, come direbbe
Quevedo: serán ceniza, mas tendrá sentido;/ polvo serán, mas polvo
enamorado (saranno cenere ma avranno sentimento; polvere saranno, ma polvere
innamorata).
Tony Vero
Bibliografia:
Wedekind, F. (2026). Risveglio di primavera (M. Iacovella & L. Ragone, Trad.;
con un saggio di J. Franzen). Adelphi.
Calasso, R. (1996). Ka. Adelphi.
Lacan, J. (2013). Altri scritti (A. Di Ciaccia, Ed.). Einaudi.
Estratto libretto Siegfried tratto da
URL= https://www.flaminioonline.it/Guide/Wagner/Wagner-Sigfrido86c-testo.html
*In copertina: Frank Wedekind con la moglie Tilly nel 1910
L'articolo “Risveglio di Primavera” o della nascita del desiderio proviene da
Pangea.