Una delle più importanti lezioni di metodo di Gennaro Sasso è che la filosofia,
il nucleo concettuale irriducibile, non ha a che vedere con le miserie o le
gioie della vita quotidiana. Mescolare, pertanto, come farò in questo breve
scritto, ricordo e filosofia, biografia e metodologia, sarebbe forse sembrato
eretico a questo grande maestro di pensiero. Se lui, tuttavia, ha potuto spesso
evadere da questo assunto (non da ultimo con un libro sulle lontane amicizie,
che aveva la forza della storia più che la debolezza dell’autobiografia), mi
sarà concesso fare lo stesso.
Ero studente ordinario alla ‘Normale’ di Pisa quando ricevetti una vera e
propria folgorazione dagli scritti di Sasso. Mi ero accostato anni prima
all’idealismo classico tedesco e a quello italiano, scorgendo nel pensiero di
Giovanni Gentile quella radicalizzazione del dettato hegeliano che assecondava
le mie esigenze di assoluto rigore speculativo. Mentre affinavo le mie armi
storiche e filologiche alla scuola pisana di Michele Ciliberto, mi accorgevo,
tuttavia, che resisteva in me un fortissimo nucleo teoretico, che mi conduceva
puntualmente a leggere gli autori non tanto in funzione del loro impatto storico
o della genesi sociale e psicologica del loro pensiero, quanto – in una sorta di
schematizzazione logica strutturale – secondo il contenuto veritativo delle loro
asserzioni. Vale a dire: quello che per Sasso era il “sistema”, da lui
considerato, persino per un autore complesso e sfaccettato come Croce, un’entità
definibile e irriducibile. Proprio con Ciliberto iniziai, quindi, ad organizzare
visite annuali degli studenti normalisti a Villa Mirafiori, ove lui teneva
lezione presso la Fondazione Giovanni Gentile, e la squisita cortesia di Cecilia
Castellani ci mostrava l’archivio del filosofo.
Sasso non ha mai avuto alcuna paura di trarre conseguenze teoretiche, anche
radicali o paradossali, dalla cosiddetta “analisi strutturale dei concetti” da
lui tanto operata sugli autori dell’idealismo italiano, e non soltanto su di
essi. Diversamente, ha sempre scavato al fondo delle argomentazioni dei filosofi
con nettezza e durezza speculativa senza pari, decostruendo dall’interno – in
modalità il cui rigore ha poco a che vedere con quello della “decostruzione” di
matrice francofona – enormi impalcature concettuali. Da questo punto di vista,
tra l’uomo e il pensatore si poteva riscontrare una singolare sfasatura: ove
l’uomo esitava persino a parlare di una “propria” filosofia, non osando mettersi
alla pari dei giganti che lo avevano preceduto, il filosofo si confrontava da
pari a pari con questi stessi giganti, fronteggiandoli con un’audacia
speculativa disposta a mettere in gioco qualsiasi posta. La posta in gioco,
peraltro, non era certo limitata all’idea di sconquassare sin dalle radici
sontuosi edifici mentali: concerneva, bensì, anche la specificità della proposta
“residuale” di Sasso. Il risultato di decenni di disamine sulla dialettica e sul
divenire (temi vagliati in Croce e Gentile, ma al centro di ogni sua indagine
speculativa) lo aveva, infatti, condotto ad una concezione della filosofia
secondo la quale, in un orizzonte che può impropriamente dirsi “tragico”
soltanto dal di fuori, l’essere e la verità non hanno alcun rapporto con il
“mondo di tutti i giorni”, diveniente, episodico, casuale nelle sue infinite
dinamiche.
Questa concezione della filosofia – fondata su una limpida analisi delle varie
strutture relazionali e delle aporie a cui avrebbero tutte condotto – attirò a
Sasso non poche ostilità, a maggior ragione in una tradizione di pensiero, come
quella italiana, ritenuta sovente imperniata sulla vocazione civile della
filosofia e sulla sua caratterizzazione pratica. Il mondo – inteso come regno
degli accadimenti – non ha mai una totale redenzione “logica” nella sua
episodicità, e la verità – immutabile, intoccabile, vertiginosa nella sua
solitudine –, non vi trova posto, pur nel paradosso di non potere da nulla
essere oltrepassata, di non potere a nulla fare spazio.
Di Giovanni Gentile, autore per eccellenza strumentalizzato oppure, all’inverso,
superficialmente ostracizzato, Sasso fece una sorta di manifesto ideologico o,
per meglio dire, anti-ideologico, nei due versanti in cui lo ha considerato:
quello storico-culturale e quello teoretico. Per prima cosa, noncurante di ogni
possibile accusa e di ogni critica politicamente situata, egli negò recisamente
ogni rapporto tra la conformazione teoretica dell’attualismo e il regime
fascista. In secondo luogo, dell’attualismo sfruttò la consistenza teoretica per
radicalizzare – come già fatto con Croce – la divaricazione totale e incolmabile
tra “logo” e “realtà di tutti i giorni”, relegando il divenire a meta cercata ma
irraggiungibile. Secondo Sasso, teoria e prassi in Gentile erano sì correlate in
modo inscindibile, ma non tanto perché la filosofia avesse qualsivoglia
vocazione “pratica”, bensì perché la stessa dialettica diadica risultava
impossibile, e lo stesso Atto gentiliano si risolveva, malgrado ogni intento, in
perfetta identità.
Le conseguenze di questo modo di procedere erano difficili da comprendersi e,
qualora comprese, impossibili da accettarsi per tutta quella filosofia del
“senso comune” che pretendeva di salvare ottimisticamente il mondo sulla sola
base della sua constatazione di fatto. La costante risposta ricevuta dai critici
della filosofia di Sasso era che essa non “servisse”, non fosse di utilità
pratica all’orientamento nel mondo o, persino, si risolvesse coerentemente in un
radicale nichilismo. Al che Sasso poteva facilmente obiettare, con la consueta
inesorabilità logica, che la filosofia non deve essere in alcun modo, perché
semplicemente è il dominio del necessario, senza alcun vincolo morale, politico
o situazionale di sorta. Il che non significa che, a suo giudizio, la realtà
quotidiana, il mondo della completa insensatezza diveniente, non fosse
importante; forse, con Wittgenstein, era anzi ciò che contava davvero, pur non
essendo passibile di una rigorosa elaborazione concettuale.
Le varie “filosofie della praxis” lo facevano sorridere: “o si tratta di
filosofia, o di prassi”, era solito affermare con il suo sottile sorriso
sarcastico. Un sarcasmo corrosivo, ma mai presuntuoso nel senso di chi si
avverte superiore per statuto o per partito preso; diversamente, sapeva essere
micidiale nelle dispute, ma sempre con un’argomentazione nitida e
impeccabile. Poche volte come nel caso di Sasso il nesso tra luogo abitativo e
personalità è stato tanto coerente e passibile di una postuma mitizzazione: la
quiete silenziosa e un po’ aristocratica dell’Aventino – sontuosamente narrato,
quando ancora era campagna, dal D’Annunzio del Piacere, come talvolta raccontava
in una rara concessione esplicita agli estetismi – era la cornice perfetta per
andare a trovarlo nei miei soggiorni romani. La sua conversazione, capace di
spaziare liberamente dalla decadenza politica del paese allo stato impietoso
dell’accademia italiana sino alle aporie dell’essere, faceva il resto. Era un
grande pensatore che, noncurante della valenza doxasticadella conversazione,
sapeva intrattenere in modo splendido ogni interlocutore, compreso un ragazzo
voracemente affamato di abissalità teoretiche quale io dovevo ironicamente
apparirgli agli inizi della nostra frequentazione. Non ha senso ricordare qui i
miei debiti personali verso di lui, perché la lista sarebbe lunghissima, e
riguarderebbe sia questioni teoriche che pratiche, sia “di verità” che “di
opinione”. Dalla lusinghiera citazione di un me giovanissimo in un suo libro
fondamentale sino al parere decisivo che espresse per farmi ottenere un
importante premio Linceo; dalla concessione di sue pagine sconosciute sino
all’inaugurazione, non più di due anni fa, del “Centro di ricerca sulla
filosofia italiana” presso l’Istituto fiorentino cui sono legato.
Sasso lascia un’eredità tanto solenne che è facile travisarla: un’eredità
circondata da un alone di paradossalità e di aporie, esattamente come la sua
filosofia. L’autore dell’analisi strutturale dei concetti e della purezza
identitaria dell’Essere/verità, infatti, ha operato in svariati ambiti del
sapere, travalicando confini che normalmente si crederebbero preclusi ad un
“filosofo puro”. Ovvero, ciò che Sasso, pur circoscrivendo la filosofia nel modo
più radicale che sia stato offerto dal secondo Novecento in avanti (con qualche
parallelo nella scuola padovana di metafisica), non ha mai neppure pensato di
essere. Il suo metodo di ricerca che, sviscerato nella sua consistenza logica,
conduce alla impensabilità della relazione e alla ineliminabile fallacia del
linguaggio, è passibile delle applicazioni più feconde in ambito non soltanto
teoretico, ma storico-culturale, letterario, storico-artistico. Ciò che Sasso ha
fatto nel distinguere contingenze da strutture (l’aspetto formale e
quello eventico delle determinazioni, come avrebbe detto un altro grande del
Novecento, Carlo Diano) conduce all’inesprimibilità se applicato in senso
universale, ma consente una messe straordinaria di “delineazioni strutturali”
anche nell’ambito che lui definiva doxastico. Un ambito governato dalla
machiavelliana, imprevedibile, spesso feroce Fortuna, ma anche dalla possibilità
di argomentare, sia pure non nel modo più rigoroso possibile.
Quando il ragazzino ingenuo ed esaltato di cui sopra ebbe con Sasso, ormai anni
fa, la sua prima conversazione, obiettandogli che – se la relazione era
impossibile e si risolveva in assoluta identità – lo stesso mondo di tutti i
giorni doveva coincidere a rigor di logica con l’essere immutabile, lui rispose,
con totale semplicità: “Si guardi intorno: può eliminare tutto questo?”. Io, che
nel frattempo sto proseguendo testardamente su quella strada, ritenendo sempre
che non si possa dare sul piano ontologico una qualsiasi eccezione rispetto alla
verità, mai ho constatato tanto amaramente l’irruzione del contingente nelle
nostre esistenze come adesso che ho perso il punto di riferimento implicito di
tutte le mie ricerche. Come voleva Benedetto Croce – e su questo Sasso,
almeno nominalmente, sarebbe stato d’accordo – l’uomo di studi dovrebbe
risolversi compiutamente nella sua opera. Per Sasso, questo “miracolo laico” è
già avvenuto nel modo più riuscito. Eppure, persino mio malgrado, è proprio ciò
che è andato oltre la sua opera che ogni giorno mi propongo di serbare e
trattenere con la disperazione e la fermezza richieste, in differenti modi, sia
dalla vita che dalla filosofia.
Jonathan Salina
*In copertina: Alberto Savinio, “Icaro caduto”, 1930
L'articolo “Si guardi intorno: può eliminare tutto questo?”. Gennario Sasso,
l’ultimo dei classici proviene da Pangea.