Tutti i flâneur, a Roma, si somigliano fra loro – ognuno, a Roma, è flâneur a
modo suo.
Sono flâneur per sanzione salutista – oracolo-nutrizionista. Riassumo i costumi
di un’ottuagenaria – ha stimato, con disistima. Diecimila passi al giorno
statuiti – ne ho negoziati ottomila.
Compulso il contapassi al polso e debutto, in veste di flâneur du jour, fra
milizie di peripatetici urbanizzati, nel folto della Central Park capitolina.
Sono di osservanza woodyalleniana – nell’aria, l’assolo diurnale di un assiolo,
pare il clarinetto di Rhapsody in blue.
Un volgere di passi e mi volgo a Villa Borghese – patria dei flâneur, i paria
degli uffici romani. Ne indago la fisionomia, la filosofia, ne traccio la
fenomenologia. Vedo gente. Che lavora nelle istituzioni – flâneur in tailleur.
Che non ha mai lavorato – flâneur-viveur. Che si allena scagliando colpi al
vento – flâneur-boxeur.
Scorgo un barone in bici, stiloso dandy in blazer color brandy – al parco,
s’accorda il brown in town. Un amico, di cacciariana magrezza, corre al passo
coi simposi di scienza politica negli auricolari mentre Heathcliff, il basset
hound, bruca brughiere urbane e sogna di stanare la lepre – sfoglia cespugli di
trifogli e fiuta il tasso.
Dabbasso, cigni metropolitani praticano yoga su remote note di Strauss – vecchi
valzer viennesi. Il Tevere è d’imperio Danubio – Moldava, Senna e Sprea, è
Tamigi e Volga.
Il barbagianni che parla sette lingue intona un sortilegio e al vestigio di un
amore anaerobico rivolgeremo le vesti – lo tradurremo in cirillico. Battisti,
col veliero, fungerà da marcia erotica – amarsi in contromarcia è pura pratica.
Marciando, marciremo dalla testa. È tutto quello che ci resta – l’elegia di un
bacio casto.
*
Incedo, fra oleandri franati come atletici volti rivolti al demiurgo plastico e
perdo la mia ginnica verginità come chi immola la virilità sull’altare di un
monopattino elettrico.
Slalom fra filippine e passeggini, filippini e cagnolini inamidati –
flâneur-stipendiati. Marcantoni agè dai visi azzimati – flâneur-agiati. Guru del
wellness, hostess del fitness – flâneur-disagiati.
Aumento il passo. Indosso nevrosi e occhiali di Annie Hall e sbarco a Central
Park. Approdo ai giardini di Kensington nell’ora delle fate, sono distesa sui
prati di Schönbrunn vestita di margherite, vago per Blenheim Palace fra siepi
barocche, sosto all’ombra rosea di un rosone di ciliegi a Ryōan-ji. È aprile per
sempre, a Ryōan-ji.
Ma a Roma va così. Lo canta pure Giorgio Quarzo. Ché a Roma è sempre marzo. Il
tempo è pazzo. Il tempo è un pozzo. Il tempo è un tempio – di solitudine.
Incontriamoci – nei campi elisi dei borghesi. Leggeremo poesie ai pappagalli
verdi evasi dallo zoo e scriveremo recensioni ai lampioni. Con neologismi
nutriremo le anatre, al laghetto, e il merlo sulla testa di Raffaello declamerà
l’oroscopo. Fluiranno conigli, dalle fontane – con l’arpa elettrica, la ninfa mi
curerà l’acufene con Strawberry fields forever. Ma non c’incontriamo. Il
mercoledì – decreta Edoardo – a Roma è già weekend.
Dalla panchina, Godzilla scintilla sonetti – gli stand non sono stand ma
galassie malferme / attorno al buco nero di una sedia. Mentre il gheppio di
Federico, col pipistrello di Jane Kenyon s’apparenta – sono parenti allo Spirito
Santo.
Ed il poeta di Madeira dirà, profeta, della bellezza del mondo che resta anonima
– di come fare a tenere nel palmo della mano ciò che non appare nelle carte
terrestri.
Dei poeti morti, fra augusti arbusti, si ergono i busti – mentre i poeti vivi, a
Roma, muoiono in periferia. I poeti borghesi non esistono. Siamo i poeti
borghesi. Civici omerici – flâneur-lirici.
*
Inforco la via del bioparco, l’uscita, lo zenit, l’exit – dei quartieri
alti intuisco già l’affresco di Ercole Patti.
Veleggio al Cigno, avamposto dei barricaderi da bar del principato pariolino.
Fra tenutari di salotti letterari e madame sans souci s’intrattiene
il romancier più celebrato dell’oggi – celebrità dell’autocelebrazione. Gaudente
consesso di sfaccendati – flâneur-letterati, flâneur-illetterati.
Venerdì – vigilia di vacanza dunque già in licenza – sono migrati, gru alla
volta di romanordici Hamptons – argenteo Argentario. Chi ha già smesso di
lavorare – chi non ha mai iniziato. Dai veterani agli apprendisti –
flâneur-novizi. La domenica sembra un quartiere evacuato – come riporta La Porta
in – ça va sans dire – Parioli, tomo da gentiluomo.
Che basta poi leggere Covelli per cogliere gli orpelli di questo poggio sempre
in sfoggio – Il libro nero dei Parioli fa essoterico l’esoterico, disseca codici
e radici. Nel mentre, i ragni di Coppedè giocano a scacchi sui prospetti.
E il gabbiano, flâneur-cechoviano, si fa vate urbano – del fannullone di von
Eichendorff fa suoi gli stralci – A Roma? / Vado un po’ in giro per il mondo. /
Ecco un bel mestiere.
Sinossi del contapassi: ottomila di fila. Riemergo dal gergo di questa madida
atmosfera.
Ma forse è stato solo un sogno a prima sera – fugace promenade in stile
Baudelaire.
A Roma, siamo Tuttiflâneur.
Fabrizia Sabbatini
*Le fotografie, in copertina e nel testo, sono di Fabrizia Sabbatini
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