
Tuttiflâneur. Gita romana in ottomila passi
Pangea - Monday, June 8, 2026Tutti i flâneur, a Roma, si somigliano fra loro – ognuno, a Roma, è flâneur a modo suo.
Sono flâneur per sanzione salutista – oracolo-nutrizionista. Riassumo i costumi di un’ottuagenaria – ha stimato, con disistima. Diecimila passi al giorno statuiti – ne ho negoziati ottomila.
Compulso il contapassi al polso e debutto, in veste di flâneur du jour, fra milizie di peripatetici urbanizzati, nel folto della Central Park capitolina. Sono di osservanza woodyalleniana – nell’aria, l’assolo diurnale di un assiolo, pare il clarinetto di Rhapsody in blue.
Un volgere di passi e mi volgo a Villa Borghese – patria dei flâneur, i paria degli uffici romani. Ne indago la fisionomia, la filosofia, ne traccio la fenomenologia. Vedo gente. Che lavora nelle istituzioni – flâneur in tailleur. Che non ha mai lavorato – flâneur-viveur. Che si allena scagliando colpi al vento – flâneur-boxeur.
Scorgo un barone in bici, stiloso dandy in blazer color brandy – al parco, s’accorda il brown in town. Un amico, di cacciariana magrezza, corre al passo coi simposi di scienza politica negli auricolari mentre Heathcliff, il basset hound, bruca brughiere urbane e sogna di stanare la lepre – sfoglia cespugli di trifogli e fiuta il tasso.
Dabbasso, cigni metropolitani praticano yoga su remote note di Strauss – vecchi valzer viennesi. Il Tevere è d’imperio Danubio – Moldava, Senna e Sprea, è Tamigi e Volga.
Il barbagianni che parla sette lingue intona un sortilegio e al vestigio di un amore anaerobico rivolgeremo le vesti – lo tradurremo in cirillico. Battisti, col veliero, fungerà da marcia erotica – amarsi in contromarcia è pura pratica. Marciando, marciremo dalla testa. È tutto quello che ci resta – l’elegia di un bacio casto.

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Incedo, fra oleandri franati come atletici volti rivolti al demiurgo plastico e perdo la mia ginnica verginità come chi immola la virilità sull’altare di un monopattino elettrico.
Slalom fra filippine e passeggini, filippini e cagnolini inamidati – flâneur-stipendiati. Marcantoni agè dai visi azzimati – flâneur-agiati. Guru del wellness, hostess del fitness – flâneur-disagiati.
Aumento il passo. Indosso nevrosi e occhiali di Annie Hall e sbarco a Central Park. Approdo ai giardini di Kensington nell’ora delle fate, sono distesa sui prati di Schönbrunn vestita di margherite, vago per Blenheim Palace fra siepi barocche, sosto all’ombra rosea di un rosone di ciliegi a Ryōan-ji. È aprile per sempre, a Ryōan-ji.
Ma a Roma va così. Lo canta pure Giorgio Quarzo. Ché a Roma è sempre marzo. Il tempo è pazzo. Il tempo è un pozzo. Il tempo è un tempio – di solitudine.
Incontriamoci – nei campi elisi dei borghesi. Leggeremo poesie ai pappagalli verdi evasi dallo zoo e scriveremo recensioni ai lampioni. Con neologismi nutriremo le anatre, al laghetto, e il merlo sulla testa di Raffaello declamerà l’oroscopo. Fluiranno conigli, dalle fontane – con l’arpa elettrica, la ninfa mi curerà l’acufene con Strawberry fields forever. Ma non c’incontriamo. Il mercoledì – decreta Edoardo – a Roma è già weekend.
Dalla panchina, Godzilla scintilla sonetti – gli stand non sono stand ma galassie malferme / attorno al buco nero di una sedia. Mentre il gheppio di Federico, col pipistrello di Jane Kenyon s’apparenta – sono parenti allo Spirito Santo.

Ed il poeta di Madeira dirà, profeta, della bellezza del mondo che resta anonima – di come fare a tenere nel palmo della mano ciò che non appare nelle carte terrestri.
Dei poeti morti, fra augusti arbusti, si ergono i busti – mentre i poeti vivi, a Roma, muoiono in periferia. I poeti borghesi non esistono. Siamo i poeti borghesi. Civici omerici – flâneur-lirici.
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Inforco la via del bioparco, l’uscita, lo zenit, l’exit – dei quartieri alti intuisco già l’affresco di Ercole Patti.
Veleggio al Cigno, avamposto dei barricaderi da bar del principato pariolino. Fra tenutari di salotti letterari e madame sans souci s’intrattiene il romancier più celebrato dell’oggi – celebrità dell’autocelebrazione. Gaudente consesso di sfaccendati – flâneur-letterati, flâneur-illetterati.
Venerdì – vigilia di vacanza dunque già in licenza – sono migrati, gru alla volta di romanordici Hamptons – argenteo Argentario. Chi ha già smesso di lavorare – chi non ha mai iniziato. Dai veterani agli apprendisti – flâneur-novizi. La domenica sembra un quartiere evacuato – come riporta La Porta in – ça va sans dire – Parioli, tomo da gentiluomo.
Che basta poi leggere Covelli per cogliere gli orpelli di questo poggio sempre in sfoggio – Il libro nero dei Parioli fa essoterico l’esoterico, disseca codici e radici. Nel mentre, i ragni di Coppedè giocano a scacchi sui prospetti.

E il gabbiano, flâneur-cechoviano, si fa vate urbano – del fannullone di von Eichendorff fa suoi gli stralci – A Roma? / Vado un po’ in giro per il mondo. / Ecco un bel mestiere.
Sinossi del contapassi: ottomila di fila. Riemergo dal gergo di questa madida atmosfera.
Ma forse è stato solo un sogno a prima sera – fugace promenade in stile Baudelaire.
A Roma, siamo Tuttiflâneur.
Fabrizia Sabbatini
*Le fotografie, in copertina e nel testo, sono di Fabrizia Sabbatini
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