Jorge Luis Borges morì a Ginevra il 14 giugno del 1986. In uno dei suoi libri –
l’enigmatico Atlas, edito da Emecé nel 1984 – Borges si era dettato la sorte
postuma: “So che ritornerò sempre a Ginevra, forse dopo la morte del
corpo”. Soltanto lui – da cieco veggente – sapeva scorgere in Ginevra una
bellezza archetipica – “Tra tutte le città del pianeta”, ha scritto, “è la più
propizia alla felicità”. Lì, diceva – come sempre, mentendo, cioè ideando
labirinti verbali –, aveva scoperto “la dottrina del Buddha” e “del Taoismo”,
aveva letto Conrad e capito quanto gli mancasse Buenos Aires. Insomma: Ginevra è
uno specchio che rimanda all’altro, lo stesso. (Detto in altro modo, benché
l’abito sia inappropriato a questo articolo: Borges, straordinario costruttore
di specchi, eccelle, come scrittore, quando spacca gli specchi).
Nel frammento che segue quello dedicato a Ginebra – s’intitola Piedras y Chile –
Borges scrive il proprio epitaffio:
> “Non mi rimane che cenere. Nulla.
> Assolto dalle maschere che fui,
> sarò morendo il mio totale oblio”.
In spagnolo la parola olvido, oblio, rimanda, nella mia mente etimologica, alla
vita, all’uovo, alla suprema vitalità. Nonostante le sue intenzioni, Borges è
uno degli scrittori più tradotti e interpretati al mondo: forse è questo il
vero totale oblio.
Borges è sepolto nel Cimetière des Rois: sei secoli fa vi seppellivano gli
appestati. Sulla sua tomba, simboli vichinghi, scritti norreni – pare la tomba
di un bardo, di un artefice di incantesimi.
I funerali di Borges si sono svolti il 18 giugno del 1986: così almeno
testimoniano alcune fotografie. María Kodama, l’inconsolabile vedova – morta nel
marzo del 2023, ma sepolta a Buenos Aires, a un continente e un oceano di
distanza da Borges – è al braccio di Franco Tettamanti, all’epoca ambasciatore
argentino in Svizzera. Quel giorno, a Santiago de Querétaro, la Spagna ‘matava’
la Danimarca con quattro gol di Butragueño; il giorno prima l’Italia ne prendeva
due dalla Francia, agli ottavi dei Mondiali di calcio messicani. Inutile
ricordare l’ovvio: i Mondiali dell’86, quelli segnati dalla morte di Borges,
sono legati al messianico Diego Armando Maradona. Dietro la mano de Dios si
nasconde il mignolo di Borges. L’Argentina piegò la Germania Ovest in finale:
nei miei sogni più perversi, Maradona alza la coppa, sulla sua maglia c’è
scritto Yo soy Borges.
Torno in me.
Uno dei repertori più interessanti tra gli inediti di Borges in Italia – almeno,
così mi pare – è un’intervista pubblicata da “La Gaceta” di Tucumán il 26 agosto
del 1979. Borges aveva appena compiuto ottant’anni, io compivo sei mesi – in
febbraio si era registrata una miracolosa nevicata nel deserto del Sahara.
L’intervistatore, Abel Posse (1934-2023), era un diplomatico: aveva esercitato a
Mosca, a Gerusalemme, a Madrid. Nel 1974 ospitò Borges a Venezia, dov’era
console generale; cinque anni dopo, lo scrittore ricambiò l’invito: una
fotografia testimonia l’intervista, realizzata nel piccolo appartamento di
Buenos Aires in cui Borges tentava l’oblio. L’intervista si regola, soprattutto,
intorno ad alcune opinioni letterarie di Borges – non sopportava lo stile di
Proust e quello di Joyce, illeggibili, a suo dire. Le osservazioni di Posse ci
mostrano uno scrittore che persegue la povertà: un mondo interiore così ricco,
da sovrano dei cosmi, non ha bisogno di ingombri mondani, di futili orpelli. Tra
l’altro, Abel Posse è stato uno scrittore piuttosto noto – tra l’altro, ha
scritto un romanzo sul ‘Che’ e uno su Evita Perón, entrambi editi in Italia.
Nonostante le evidenze e le solite chiacchiere – Borges che anela la morte, l’ha
sempre a fior di labbra, come una lebbra –, lo scrittore argentino visse, dal
’79 in qua, anni di prodigiosa vitalità. Scrisse ancora, tanto, troppo –
uscirono i libri in versi La cifra e Los conjurados, benché tutto pareva già
sigillato da decenni, da L’Aleph –, viaggiò molto. Insieme a Franco Maria Ricci
aveva ideato “La Biblioteca di Babele”, la più bella collana editoriale
italiana. Quell’anno uscirono Kipling (La casa dei desideri), Stevenson (L’isola
delle voci), Hawthorne (Il grande volto di pietra), ma soprattutto P’u
Sung-ling, di cui si antologizzavano come L’ospite tigre alcuni racconti del
soprannaturale. Soltanto Borges, con smaliziata nonchalance, può paragonare uno
scrittore cinese vissuto nel XVII secolo a Jonathan Swift, Edgar Allan Poe,
Lewis Carroll. Dopo averci insegnato qualcosa sulla cultura cinese – “non c’è
paese più superstizioso della Cina”: osservazione di cui dovrebbero fare tesoro
i falangisti della geopolitica –, Borges riassume da par suo temi & figure del
libro:
> “Il regno dei sogni, o meglio ancora quello delle gallerie e dei labirinti
> dell’incubo. I morti tornano alla vita, lo sconosciuto che ci fa visita non
> tarda a essere una tigre, la ragazza evidentemente adorabile è una pelle sopra
> un demonio dal volto verde. Una scala si perde nel firmamento; un’altra
> sprofonda in un pozzo, che è dimora di carnefici, di magistrati infernali e di
> maestri”.
In sostanza, Borges non cerca altro che un altro se stesso. Il suo mondo, che
pare tanto oceanico, tanto enciclopedico, è in verità angusto, si risolve in una
camera da letto. Per questo amiamo tanto Borges: ci fa sentire a casa, in
un’alcova. Nessun abisso – ma un abbraccio. La vertigine a portata di mano, sul
comodino.
**
Dialogo con Jorge Luis Borges (in occasione dei suoi 80 anni)
Borges abita in calle Maipú, nel cuore di Buenos Aires, in un modesto
appartamento di tre stanze, in uno di quei palazzi costruiti negli anni Trenta –
i mobili sono moderni. Lo aiuta Fanny, robusta domestica del Paraguay, energica
e poco sensibile agli affari letterari del padrone di casa. “Beppo”, un gatto
bianco piuttosto grosso e piuttosto apatico, si aggira per casa.
Sorprende l’assenza di orpelli e di decorazioni. Sulla credenza c’è un
centrotavola di vetro: le bollette della luce accumulate sopra la medaglia
dell’Ordine Britannico. Alle pareti, scaffali con i libri che Borges ha
sfogliato fino a venticinque anni fa, quando poteva leggerli. Sono quasi tutti
in inglese, rilegati. Spiccano i classici e i libri ‘esotici’ da cui Borges ha
tratto le citazioni che gli sono valse la reputazione di estremo erudito. Nella
piccola stanza di Borges – lo scrittore rifiuta di entrare nella camera della
madre, immutata dopo la sua morte, con quel grande talamo che testimonia un
profondo, perpetuo dolore –, il letto è addossato alla parete: c’è una
biblioteca di classici in lingua spagnola.
Non vedo un solo libro di recente pubblicazione. Si dice che Fanny ne butti a
decine, ogni mese: i libri che giovani scrittori entusiasti inviano a Borges da
tutto il mondo. Alcuni sospettano che le lettere non subiscano sorte migliore.
Se Borges dovesse occuparsi della corrispondenza che riceve, avrebbe bisogno di
un ufficio preposto a quel compito.
Non ci sono nemmeno libri di Borges a casa di Borges – non ne trovo neanche uno
in una delle innumeri lingue in cui è tradotto. Scorgo soltanto una copia delle
sue opere complete.
Borges compie ottant’anni. Il fatto che nessuno lo ritenga un vecchio la dice
lunga su di lui. Ti fa dimenticare la sua età, la sua quasi totale cecità.
Spesso le persone, senza sentirsi a disagio, gli chiedono ‘Ha visto questo?’,
‘Ha notato quell’altro?’.
Quando sono arrivato, stava finendo di radersi. Usa un apparecchio elettrico.
Gli faccio notare l’altura della sua età.
“Non mi parli dell’età. È insignificante. Del resto, non sono vittima del
sistema metrico decimale né dell’egida statistica. Dicono abbia ottant’anni. Se
misurassimo il tempo secondo altri schemi, chessò un anno ogni dodici, avrei
un’altra età…”.
Sta portando avanti una tradizione di famiglia: la longevità.
È vero. Credo che la longevità sia una forma di insonnia.
…sarebbe l’unico caso di insonnia in cui si evita il sonno ristoratore. In
realtà, chi soffre di insonnia vorrebbe dormire – eppure, nessuno vuole morire…
Non è vero: i longevi desiderano morire. Mia madre mi diceva sempre, “Vedi? Un
altro giorno… e non sono ancora morta”. Se mi dicessero che morirò questa notte,
sarebbe una gioia immensa.
Vengo dalla Spagna. Molti amici non hanno accolto bene le sue opinioni sulla
letteratura spagnola.
E perché mai? Cerco di spiegarmi con garbo. La letteratura spagnola inizia
magnificamente, con quegli stupendi romanzi cavallereschi. Poi accadono alcuni
scrittori di genio: frate Luis de León è, a mio giudizio, il maggior poeta
castigliano. Insieme a Giovanni della Croce. Poi c’è Don Chisciotte, un libro
inesauribile. Da lì in poi, già con Quevedo e Góngora, qualcosa si irrigidisce:
si ha l’impressione che i volti siano sostituiti dalle maschere. Il culmine si
raggiunge con Baltasar Gracián, dove non si percepisce passione né sentire. Mero
gioco di forme, come il Cubismo o la letteratura di Joyce… Il XVIII secolo è
poverissimo. Del Romanticismo resta, di fatto, soltanto Bécquer: una replica in
minore del primo Heine…
…e Saavedra Fajardo?
Un grande scrittore, l’ho ripreso proprio l’altro giorno.
Un suo parente stretto, uno stilista.
Farò del mio meglio, allora, per onorare tale legame familiare…
Dopo questa panoramica, c’è un aspetto che vale la pena mettere in luce. Quando
la letteratura si rinnova, soprattutto per influsso francese – le opere di Hugo,
di Verlaine e di Poe, che ci arriva grazie alle traduzioni francesi, non
dimentichiamolo – tale rinnovamento non tocca la Spagna ma questo lato
dell’Atlantico. Penso a Rubén Darío, a Jaimes Freyre, a Lugones, poeti non meno
importanti – e precedenti – di Machado e di Juan Ramón Jiménez.
E Unamuno?
Non ho mai capito del tutto il suo desiderio di immortalità. Più notevole della
sua opera è la sua attitudine a pensare: era un pensatore straordinario. Ricordo
con affetto Pío Baroja: la gente lo ama più delle sue opere. È l’opposto di ciò
che accade con Shakespeare: tutti ricordiamo Amleto, a nessuno interessa l’uomo
che lo ha scritto.
Mi pare che lei sia stato piuttosto ingeneroso nei confronti di García Lorca: lo
ha definito “andaluso di professione”.
Ho letto Yerma – pessimo. García Lorca non mi ha mai interessato – ciò non vuol
dire che abbia qualcosa contro gli andalusi.
Non ha menzionato Garcilao.
Molto bravo, straordinario. Ma lui proviene dalla poetica italiana, da Petrarca,
anche gli spagnoli lo consideravano esotico… Visto che parliamo di letteratura
spagnola, non vorrei dimenticare due miei amici, ma nemici tra loro: Ramón Gómez
de la Serna e Cansinos Assens. Due uomini di genio, completamente diversi uno
dall’altro. Il primo era uno studioso, l’altro un grande artista. Ramón Gómez de
la Serna è uno scrittore straordinario, rimarrà. Buenos Aires gli ha fatto male.
Sarebbe stato un grande poeta. I suoi aforismi, le sue greguerías, lo hanno
privato di diverse possibilità estetiche. Se ci si abitua a pensare in modo così
atomizzato si finisce per atomizzarsi – il poeta si è disintegrato nelle
sue greguerías.
Un caso simile, forse, a quello di Macedonio Fernández: un ottimo scrittore con
pochissime opere.
Macedonio non rimarrà. Soltanto chi lo ha ascoltato raccontare le sue storie può
apprezzarlo davvero… E visto che ho detto così male di García Lorca, vorrei dire
che per me Marcelino Menéndez y Pelayo è un grande poeta, ingiustamente
dimenticato.
E Pérez Galdós?
Ho letto Misericordia con piacere, ma non amo quel genere di libri, quel tipo di
romanzi, intendo, che hanno origine in Flaubert, quei romanzi per cui quando
entri in una stanza devi descrivere tutti i mobili che ci sono.
Eppure, lei ha elogiato Bouvard e Pécuchet, il primo romanzo del secolo…
È vero, ma è Madame Bovary ad aver stabilito uno standard. Stevenson credeva che
tutta la colpa fosse da attribuire a Walter Scott. Scott si giustificava dicendo
che l’eccessivo descrittivismo era necessario per un lettore che non sapeva
nulla di Medioevo.
E Proust?
Non mi interessa. Ha creato un mondo infero, inferiore, meschino. Allo stesso
modo in cui mi pare meschino Joyce, uno scrittore piuttosto illeggibile ma di
cui non possiamo dimenticare il nitore di certe frasi: avrebbe dovuto optare per
la poesia, in fondo è un poeta. Ma quando leggo Proust, beh, mi sento soffocare
in un mare di pettegolezzi. È la stessa cosa che succede leggendo Henry James.
Ma in Proust c’è la nostalgia per un’epoca al tramonto, è un po’ il simbolo di
un mondo perduto…
…già… tutte cose che esulano dalla letteratura.
Lei che nutre così tanto rispetto per Schopenhauer… vorrei chiederle dell’amore,
delle donne e della morte, usando a pretesto il titolo di un suo libro.
Per quanto riguarda le donne, posso dirle che sono assai presenti nella mia
vita. Penso così tanto alle donne da non doverle pensare quando scrivo. Direi
anche che c’è sempre stata una donna, unica, benché non sempre la stessa…
…un concetto piuttosto platonico…
…in quanto archetipo, sì. Ma quella donna è reale, benché molteplice. Nella mia
poesia parlo spesso di amore, anche se i lettori credono che abbia delle riserve
su questo tema. Non è così – è tutto il contrario.
Forse questo giudizio riguarda la reticenza nei confronti delle sue esperienze
personali. Non ne parla mai in pubblico: un atteggiamento molto ‘british’.
Credo sia così. In Inghilterra, se dici a una donna che è una bella donna, lei
s’indigna. È un commento personale inappropriato, che non hai il diritto di
esplicitare.
Gli argentini, al contrario, sono piuttosto sfacciati…
Vero. Le donne, poi, si attendono sempre che gli si dica quanto sono belle. Ma
io non condivido tale abitudine. Ho una serie di amici a cui non ho confidato
nulla riguardo alle mie passioni amorose. E loro si sono comportati allo stesso
modo con me. Vuole i nomi? Macedonio Fernández, Bioy Casares, Manuel Peyrou.
E la morte?
La morte? La sola speranza che mi resta.
Abel Posse
*In copertina: Borges ritratto da Eduardo Comesaña, 1969
L'articolo “Proust? Quando lo leggo mi sembra di annegare in un mare di
pettegolezzi”. Borges, scrittore infinito proviene da Pangea.