Hervé Micolet è tra i poeti più anomali e ‘selvaggi’, oggi, in Europa. La
sua anormalità – testimoniata anche dall’intervista-monstre che ci ha concesso –
consiste nel non adattarsi alle norme della lirica attuale: per lo più minimale
e ombelicale – in Francia, il suo paese – quando non anglofona, cioè narrativa.
Hervé Micolet, un predestinato alla poesia, confida nelle imprese impossibili: i
suoi riferimenti letterari svariano da Lascaux a Finnegans Wake, il genio
del planctus e l’epoca di Luigi IX di Francia si mescolano alla profezia, il
barbarico si fonde con il raffinato.
Nato nel 1965, in provincia, in una Georgica del cuore, Micolet insegna
letteratura all’Università di Lione: i tratti del brigante marchiano il suo
volto. Refrattario al ring degli odierni intellettuali, partecipa alla vita
culturale francese da una distanza siderale – gli interessa l’opera, ha i metodi
del ladrocinio: ruba al mondo ciò che è garanzia della sua vita nascosta. Dopo
l’esordio – nel 1989, con La Lettre d’été – sono seguiti diversi libri che ne
hanno consolidato il talento; il più noto di questi, L’Enterrement du siècle, è
uscito per Gallimard nel 1992.
Questo primo periodo, esuberante, è stato tumulato da un lungo silenzio. Per
diciotto anni, dal 1995, Micolet si rifiuta di pubblicare – sparisce. Nel
frattempo, appunta, divarica, divampa un’opera immane, un’opera-Leviatano. Il
primo tomo di Les Cavales esce nel 2023 per La rumeur libre; il secondo tomo –
uscito nel 2025 per gli stessi tipi – vince l’ultima edizione del Prix Max
Jacob, andato, negli anni, a Jean Grosjean e ad Alain Bosquet, a Georges Perros
e a Bernard Noël. Secondo i piani dell’autore, dovranno uscire, a completare il
ciclo, altri tre tomi. Il titolo, Les Cavales, è tratto dal Perí Physeos di
Parmenide (“Le cavalle che mi portano fin dove giunge il mio desiderio/ mi
scortarono, dopo avermi guidato sulla via/ della Dea, che dice molte cose/ e
porta in ogni contrada l’uomo che sa”; cito dalla traduzione di Angelo Tonelli
in: Parmenide, Dell’Origine, Feltrinelli, 2023), il poema attacca con un Hymne à
Vénus (“Dell’Unica razza la madre, Venere indifferente// infinitamente gravida o
silfide vergine/ che governi ogni cosa della natura…”), ma non cede a toni
antiquati, non rileva miti in formaldeide. Micolet, piuttosto, alterna toni e
modi, tenta un linguaggio da ultimo giorno, ha le movenze liriche del crotalo –
il suo modello remoto, in fondo, è Dante. Uno dei vari frammenti di cui si
compone questo poema difforme, a brandelli, s’intitola Donne ch’avete intelletto
d’amore; un altro delinea la geografia de La France antarctique; un altro si
compone come una Réfutation de Robert Burton, il grande inglese autore
de L’anatomia della malinconia. Una formidabile libertà lirica – o meglio:
ebbrezza – informa il poema, deliberatamente inattuale.
Les Cavales ha colto di sorpresa i critici, avvezzi alla poesia d’oggi, per lo
più liofilizzata. Qualcuno ha detto di forme arcane, di una temperatura
linguistica tra il Rinascimento e l’aldilà dell’uomo, tra il voluttuoso e il
violento. Qualcuno ha citato Tiziano e Botticelli, qualcun altro Le Sacre du
printemps; qualcuno ha detto che Micolet è l’ultimo dei trovieri – altri hanno
parlato di Lucrezio e di Villon. Su tutto grava un intento – mi pare
– sacrificale: Micolet erige un sontuoso altare dove fare a pezzi la lirica. In
questo repertorio, ad ogni modo, si deduce che la grande dote del poeta è l’arte
della fuga dalle convenzioni, il farsi infinito e irraggiungibile. L’ambizione
dell’opera, di per sé, è scandalosa; nell’epoca che ha marginalizzato il poeta a
figura infima, nell’epoca dell’inganno del poetico ecco giungere da una
estremità estenuata il poema-menhir, il poema-Moby Dick.
Dunque, ci siamo messi a inseguire Micolet, questa specie di poeta Achab.
Che senso ha la poesia, oggi? Cosa significa “poesia”, poi?
Lo stesso senso di sempre, perché la poesia – il ricorso mnemotecnico a un
linguaggio ritmico, in versi, in grado di placare gli dèi – è al principio del
logos letterario, nato 3mila anni fa in Europa e prima ancora in altri luoghi.
Contrariamente a quanto si crede, la poesia non è l’oggetto di una soddisfazione
disinteressata: è utile, necessaria, prossima a una scienza empiricamente
dimostrata; eppure, è contingente e non può rivendicare alcuna universalità nei
propri risultati. In un certo senso, è vero quanto ha detto Denis Roche intorno
al 1970, modellando un’espressione lacaniana: “la poesia non esiste”. Vale a
dire, non esiste un’essenza universale della poesia, come non esiste di
qualsiasi altra cosa, che permane per particolari e singolarità. Eppure, so
benissimo che questa cosa, “la poesia”, è il mio principale mezzo d’espressione,
forse l’unico, anche quando pratico una scrittura teorico-critica. Non scrivo
romanzi, racconti, opere teatrali; la categoria della poesia, svincolata da
qualsiasi sistema normativo, è tanto indeterminata da poter includere in sé
elementi narrativi o drammaturgici, del pensiero e della contemplazione e
perfino della dimostrazione logica, anche se il suo principio è nell’ordine del
sentire più che del ragionare o del ragionevole; parole prima che discorso,
ellissi più che dilagare del senso e del significato, il perturbante negli
schemi della comunicazione.
La triade epico/lirico/drammatico dimostra ancora il suo potenziale di
fratellanza impura; il mio modello, in particolare, è il coro tragico greco,
pre-classico, ovvero la piena articolazione del lirico e del drammatico con
elementi epici. Questa è la tesi di Nietzsche ne La nascita della tragedia (e in
altri studi filologici). La diversità letteraria non si risolve in una
tassonomia di generi o modalità dell’enunciato; quando si parla di lirico è bene
dire della “tonalità climatica fondamentale”, Stimmung. Poi c’è il ritmo, ciò di
cui è intessuto il verso tradizionale. Restano da considerare le tecniche di
versificazione in seguito alla “crisi del verso”. La definizione di poesia è
stata, per lungo tempo, piuttosto semplice: è l’arte di comporre versi in
sistemi vincolati. L’avvento del verso libero e del poema in prosa, o prosa
poetica, non risolve i problemi relativi ai sistemi metrici che hanno plasmato
la poesia dalle origini, specifici per ogni lingua. Più in generale, al di là
dello “stile”, la poesia consiste in un trattamento specifico del linguaggio: si
verifica un evento linguistico su alcuni assi strutturali (selezione del
lessico, combinazioni sintattiche) e nell’intero insieme fonomorfologico, dacché
il linguaggio non è forma ideale ma sostanza. Anche se mancano definizioni
precise, la poesia è riconoscibile a prima vista, o meglio, all’orecchio,
nell’ambito di una Stimmung che tocca i sensi e ci fa esclamare: è proprio così!
L’incantesimo è tratto, la pozione assunta.
Questo, almeno, è il fascino che accade dopo la lettura della poesia: non leggo
un libro, mi imbatto in un evento. Il resto del fascino è legato alla sua natura
spirituale. Riguardo a questo, così ha scritto Mallarmé a Léo d’Orfer, il 27
giugno del 1884:
> “La poesia è l’espressione, attraverso il linguaggio umano ridotto al suo
> ritmo essenziale, del mistero degli aspetti dell’esistenza: essa conferisce
> autenticità al nostro passaggio e costituisce il nostro solo compito
> spirituale”.
Come scrive, come prepara il suo lavoro? È più efficace l’ispirazione o
l’elaborazione, la ragione o la “mania”?
Nessuna disciplina, almeno prima delle prime bozze; lavoro per eccessi
improvvisi, impetuosamente, come sotto dettatura dopo un periodo di implosione
interiore; così si afferra qualcosa senza sapere cosa, da chi. Non credo che le
antiche nozioni di furore, mania, entusiasmo siano invalidate. In altre parole,
è la pulsione (Trieb) che comanda la scrittura in modo subconscio, come sapeva
Nietzsche ben prima di Freud, attribuendo questo impulso dinamico al dionisiaco
in opposizione all’apollineo. Lacan traduce Trieb con dérive, deriva: il testo
poetico va in effetti alla deriva, come una specie di miccia in fiamme, che
crepita dal principio alla fine. Il principio, in particolare (il primo verso,
puro dono degli dèi) non è sotto nostro controllo: contiene in potenza tutto ciò
che di lì in poi sarà scritto e che l’autore scopre scrivendo. La svolta, la
scoperta, avviene sotto l’effetto di un delirio, rivela un’economia dell’eccesso
e dell’eccedenza più che del piacere. Questa gioia è manifesta nella sostanza
materica del linguaggio; la sua essenza risiede in un’esperienza vissuta, ma
indefinita, indicibile nell’istante, in attesa del modo di esprimersi. La poesia
che ne risulta è il suo scatenarsi e al contempo il suo assestarsi, sotto
controllo. Questa modalità di creazione si sovrappone alla patologia dell’umore
(depressione/mania): un formidabile reflusso o risacca segue i momenti di
esaltazione.
Gli stadi iniziali, dunque, non derivano dall’intenzione, né dal formalismo:
senza furore, nulla accade; il resto del tempo è attesa. Detto questo, non ho
mai pubblicato una prima bozza nella forma originaria. Poi arriva il dovere
apollineo di riscrivere e di correggere; ciò porta a nuove ondate di
ispirazione, in un lavoro potenzialmente infinito. Per giungere a conclusione,
prima della pubblicazione l’opera dev’essere rivista centinaia di volte.
Sono restio a leggere ciò che ho scritto, evito la “scena” poetica, la
performance non rientra nei miei talenti né nei miei scopi.
Lui è Hervé Micolet
Quali libri o studi influenzano la sua ricerca poetica?
Ho studiato Letteratura moderna e contemporanea: ora la insegno in università.
Per formarmi – e forse per evadere dal presente – mi sono immerso nei
‘classici’. I miei riferimenti sono piuttosto eclettici: Pindaro qui, Joyce
là, Finnegans in particolare. Dante mi affascina, non solo per la Commedia ma
anche per altri testi come il De vulgari eloquentia. Ho imparato la tua lingua
leggendo Dante. Leggo come un pirata, non più per piacere; leggo perché scrivo,
perché ho bisogno di entrare in contatto con materiale linguistico nuovo.
Quindi, leggo soprattutto poesia, in lingua originale, anche se non la conosco,
aiutandomi con il testo a fronte. Quanto al francese, riscopro la straordinaria
ricchezza del francese pre-accademico; evito i neologismi e i barbarismi, avendo
a che fare con un tesoro lessicale per lo più dimenticato.
Questo per dire che non sono troppo contemporaneo. Ciò non vuol dire che non
presti attenzione alle opere recenti. Mi piace il nostro comune amico Tom Buron,
sono stato coinvolto nella rivista “Catastrophes” insieme a Laurent Albarracin,
Guillaume Condello e Pierre Vinclair. Alcuni autori conosciuti in gioventù sono
diventati miei amici: Jaccottet, Bonnefoy, Réda, Michon… quel diavolo di Michon
si è divertito a dirmi “poeta epico” nel suo libro J’écrits l’Iliade (2025): mi
piacerebbe esserlo, ma resto deliberatamente lirico. Naturalmente, distinguo il
“lirismo” ereditato dai Romantici dalla “lirica”, che ha almeno 3mila anni. Non
credendo nel progredire delle ere, nei restauri reazionari come nelle
rivoluzioni tabula rasa, non mi riconosco nei “neolirici” degli anni Novanta;
non vedo, per altro, alcun ragionevole motivo per dire che siamo in un’epoca di
“post-poesia”. Sono sempre le solite convenzioni in combutta: classicista vs.
modernista; lirico vs. formalista; soggettivo vs. oggettivo e via così. La
convenzione dominante del verso libero è inutile se produce meri frammenti di
prosa e paratassi. Un verso degno di questo nome non è semplicemente una frase
che va a capo; Mallarmé lo definiva “parola totale, nuova, estranea alla lingua,
incantatoria”. Una cosa davvero rara.
Come nasce il progetto di “Les Cavales”: che tipo di opera è? Dove la sta
portando?
Prima di tutto occorre parlare di tempo – di tempo, alla lettera, come Alla
ricerca del tempo perduto. Dopo un periodo iniziale di scrittura, tra il 1989 e
il 1995, è seguito un lungo periodo di silenzio. Non ho mai smesso di scrivere –
ho smesso di pubblicare. Una prima bozza di Les Cavales ha preso forma nel 2009,
con un titolo diverso, inesatto. È stato Parmenide a suggerirmi il titolo che
mi serviva: da lì è ricominciato tutto. Finora ho pubblicato due volumi
dell’opera, nel 2023 e nel 2025 per La rumeur libre; ne ho in programma cinque,
o meglio, quattro + uno, perché la somma dev’essere dispari, impari. I
precedenti erano in prosa; il mutamento di forma è stato decisivo, così come
l’adozione di un modello di poema ciclico. Inizialmente prevedevo di pubblicare
l’opera intera, nella sua forma ‘mostruosa’, poi ho preferito riorganizzare il
lavoro. Ho abbandonato l’idea di un insieme unitario: ne sono emerse diverse
poesie, vari frammenti interconnessi, tutti all’ombra del titolo, Les Cavales,
che significa cavalle, nel senso parmenideo. Da quel momento, tutto è ripartito.
Ho trovato un editore coraggioso, Andrea Iacovella, che mi sostiene
nell’impresa. Ci sto mettendo ogni mia energia. Credo di conoscere l’origine del
ciclo, non ne conosco le fine. L’origine risiede nei morti: il primo libro è una
specie di tomba poetica. Il tutto è in costante mutamento, è imprevedibile.
Diventerà sempre più sfrenato – una specie di ditirambo. Ogni unità – il poema,
il libro/tomo, il ciclo – è presieduta dal medesimo processo: apollineo
nell’architettura, frenetico nel resto.
Quale relazione intravede tra poesia e storia, tra poesia e politica? La poesia
ha un impatto sulla storia? Su quali livelli temporali ed emotivi agisce?
Non penso che la grande storia (e la piccola) sia lineare, cronologica,
storicista: il dionisiaco è intempestivo e sorge all’improvviso. Non vedo forma
di esperienza o di saggezza accumulata. In politica, le opinioni non hanno alcun
valore; conta solo ciò che viene dimostrato. Ho prodotto alcuni manifesti sul
tema, Varius Héliogabale (“Catastrophes” n°47, 2024) e Petit traité des
Cavales (“Place de la Sorbonne” n°15, 2026). La poesia lirica non contiene alcun
messaggio comunicativo, è antipredicativa: per questo, è evidente che non
fornirà materiale per la propaganda. L’epica mostra un “popolo” che passa per le
mannaie della guerra. il dramma greco giunge a una formula politica per voce del
coro; è così che Antigone, nella tragedia di Sofocle, infine, appare più sensata
del tiranno Creonte.
Il mio rapporto con la politica comincia con la geografia: prima di chiedermi
cosa è accaduto mi faccio domande sui sentieri varcati dai gruppi umani. Non
appena si considera la geostoria di questi passaggi, qualsiasi pretesa si
dissolve ed emerge un gigantesco labirinto che comincia dalle migrazioni della
Preistoria. Uno dei miei motivi principali è il “grande cammino” di Luigi XI,
una “ragnatela universale” che ha stabilito fasce letterarie; non è il cammino
di Dante, né la strada secondaria da percorrere, in fuga, a cavallo. Il fatto
geo-storico si confronta con la mitologia; nella sua gittata più ampia risale
all’arte rupestre. Vago tra epoche e luoghi, documentandomi sul campo. Ad
esempio, sono stato in Etiopia: volevo vedere con i miei occhi i luoghi di
Rimbaud, contare le ossa di Lucy, attraversare i rift. La poesia “si informa”, o
meglio, l’Art brut è saggezza.
Secondo Schiller dovremmo aspirare a essere “ingenui” più che “sentimentali”;
dovremmo tendere alla completezza della condizione creativa, non troppo separata
dalla coscienza critica e dalla nostalgia della perduta unità. Per l’azione
politica immediata, la poesia pare inefficace (insieme al teatro, rappresenta lo
0,3% del mercato librario). Eppure, la poesia, essendo al centro del linguaggio,
è intrisa di politica: ne subisce le conseguenze, a volte la influenza (come
nella polis greca). La poesia è strutturalmente politica perché è prodotta in
modo attivo in una lingua data che non è “naturale” ma eminentemente culturale.
Nel De vulgari eloquentia Dante, su questo tema, raggiunge un alto grado di
complessità, rispetto, ad esempio, a La Défense et illustration de la langue
française di Joachum Du Bellay, che esce nel 1549. Il francese ha almeno tre
fasi: medievale/dialettale, classica standardizzata, repubblicana
ultra-standardizzata. Quest’ultima non è così libera come parrebbe. Nel mio
contesto universitario, io faccio la parte di un ussaro durante la Terza
Repubblica. Provenendo da un ambiente privo di letteratura, dove nessuno aveva
un diploma superiore, “non potevo”, come disse Pierre Bergounioux, “che
diventare professore”. Allo stesso modo, non ho potuto fare a meno di ammirare
la bella lingua, o lingua ‘complessa’. Auspico un’anarchica polifonia che
assembli tutti i registri e tutte le più diverse lingue. Il monolinguismo
ufficiale maschera un multilinguismo costitutivo cominciato nel IX secolo. La
lingua è simile all’anatomia, ma ogni linguaggio, soprattutto se strutturato, è
politico – dunque, anche la poesia è politica.
Qual è il rapporto tra la poesia e la morte, tra la poesia e la vita?
Il profondo senso tragico, che culmina nel dramma greco primordiale di Eschilo e
di Sofocle, è uno dei più antichi modelli di Logos. Eraclito scrive: “Dell’arco
il nome è vita, l’opera è morte”. Questa sensibilità scompare nel coro di
Euripide. Il primo tomo di Les Cavales è un libro sul lutto, una meditatio
mortis. È soprattutto per questo che sono rimasto in silenzio così a lungo: mi
era impossibile pubblicare prima di rendere omaggio ai morti, senza erigere per
loro una tomba. La poesia ha come funzione primaria quella di soddisfare i
morti. In L’Iliade ou Le Poème de la force, Simone Weil osserva che l’epica
omerica si occupa in modo singolare del modo in cui vengono trattati i cadaveri.
Il rito funebre è un principio fondamentale della cultura e della
civilizzazione: oggi stiamo assistendo a una considerevole sconfitta di tale
assunto. Questo è un fatto antropologico-politico: la perdita dei propri cari,
la morte industrializzata, la messa a margine del cimitero, la cremazione
derisoria: insomma, l’oltraggio del cadavere. Vale a dire: in una società
tecnocratica, il reale della morte viene negato, e questo non è un bene per i
morti e non lo è per i vivi. Il ‘Reale’, che per Lacan non è soltanto la realtà
consensuale, si manifesta in modo violento nella forma del cadavere, una cosa
terribile di cui occorre prendersi cura, altrimenti tornerà a noi in forma
spettrale. Le culture antiche, medievali e barocche, hanno saputo gestire il
corpo morto all’interno di un ordine simbolico: figura tutt’altro che orrida, il
cadavere operava in favore del vivente. Forse altre culture, oggi, sono meglio
attrezzate a esperire e a gestire la morte. Per noi, oggi, la morte è il male, è
causa di profonda malinconia. Nessun individuo può essere sostituito da un
altro, il dolore non ha guarigione; se la malinconia non ci uccide, essa
‘agisce’ in qualche modo per preservare le forze vitali, per ricostruire
l’amore. La malinconia è legata ai temi del rito funebre, del lutto, dell’amore
fedele. Les Cavales è, in larga parte, una “anatomia della malinconia”. Se il
libro fosse una danza macabra, come quelle che si osservano ancora in alcune
chiese, si vedrebbero il Lutto e la Malinconia ballare assieme. Non sempre c’è
tristezza: l’intreccio di tragedia e forza vitale è gioioso, a tratti, comico,
clownesco.
Quale visione del mondo informa il suo lavoro?
Più che altro, spero che nessuna ideologia (cioè una cultura abusivamente
presentata come natura) penetri la mia opera letteraria e il mio lavoro di
insegnante. Salvo circostanze eccezionali (eccoci qui, in Francia come altrove)
l’Università dovrebbe mantenere una neutralità valoriale. Nel corso della mia
carriera – in particolare dopo la “Loi relative aux libertés et responsabilités
des universités” del 2009 – ho assistito a un crollo senza precedenti dei
principi fondanti dell’Università; un preciso indicatore sociale. Non appartengo
al mondo accademico borghese; la mia posizione sociale è precaria. In breve: nel
mezzo del cammin di nostra vita ho percorso ottanta chilometri per giungere da
un remoto borgo di campagna alla città universitaria più vicina, Lione.
Probabilmente, sono giunto ai miei limiti: è urgente rintracciare una Vita nova.
Il resto rientra nella categoria dei Misteri antichi, per quel che ancora ne
sappiamo, con un legame con Mallarmé che colloca il Mistero nella Letteratura.
In questo è tutta la poesia. Non troppo diversa, tale idea, dall’amor fati,
dalla dottrina dell’Eterno ritorno come valore di una vita degna di essere
vissuta, il dionisiaco che esige la doppia affermazione all’orecchio di Arianna:
dire due volte sì alla vita. Per sfuggire alla fin troppo dialettica relazione
dionisiaco/apollineo, non guasta un po’ di alcolismo (come suggerisce Nietzsche,
pur senza sviluppare il concetto) perché il carattere furioso è estenuante,
infine pericoloso per la salute. La speranza di misura da ciò che resta. Credo
come Pindaro che “gli dèi siano qui”, sulla terra: bisogna saperli riconoscere.
Il Molteplice a volte si raduna in gioiosa assemblea: questa è la dottrina
dell’Univocità dell’Essere secondo Duns Scoto, con la differenza che l’Essere è
una creatura. Propendo per un creazionismo teorico che ci permetta di stabilire
un criterio semplice, in grado di valutare ciò che facciamo, letteratura
compresa: la cosa creata è a favore della vita? Dovremmo esplicare meglio. La
parola che giunge dai Misteri si pronuncia con un dito sulle labbra: shhh.
A cosa sta lavorando?
Dovrei riposarmi, per poi tornare al lavoro duro… Confinato in casa, lavoro con
estenuante dedizione al ciclo de Les Cavales: è la mia priorità, ostacolata
dalle necessità economiche e dal contesto attuale. Schiller consigliava di
attraversare la propria epoca di corsa, come un contrabbandiere. In Les Filles
du feu e Chimères, Nerval scrive: “L’ultima follia che mi resterà sarà quella di
credermi un poeta”. Hegel parla di ostinazione, che significa vivere da alienati
tra i libri, come Don Chisciotte. Mi sforzo di svolgere il lavoro nel modo più
meticoloso possibile; raccolgo le forze per fare contemporaneamente più cose,
incompatibili tra loro. Dunque, eccomi alle prese con il terzo tomo de Les
Cavales: devo sbrigarmi.
Insieme a Hubert Voignier ho creato un’opera fotografica intorno a un luogo
sacro, Le Puy-en-Velay. Vicino a Lione esiste una piccola regione, Forez, centro
nevralgico e letterario de L’Astrée di Honoré d’Urfé: quello è il mio punto di
partenza; sarà la mia destinazione finale. In buona comunione coi miei morti,
vorrei trovare le condizioni propizie (alcionie) quasi scomparse da un’esistenza
piena di troppi vincoli. So che ciò è possibile: la memoria dell’antica felicità
mi è di aiuto nei momenti infelici. Sto elaborando un trattato di poetica. Priva
di definizioni, indefinibile, la poesia, in fondo, non è che una testimonianza
solitaria formulata in modo stravagante, fuori di sé: è un atto di caparbietà,
una chimera… è l’estrema follia.
**
Da Les Cavales, I
Il quindici d’agosto
Mille morti per riportarci
davanti al letto della Morta. Vinta
da morte, la Morta
in maestà sorge talvolta
da sotto la sua pietra,
è il giorno del quindici d’agosto, Agosto
spesso porta il lutto dappertutto
nel tempo turbato
o inaridito, Vergine
del quindici d’agosto aggiusta
o disfa tutto. E lei stessa
senza crederlo ma senza pesare
al pensiero che la suscita, la morta regna
ingenuamente, qualche ora,
nella volta aperta d’un chiaro di stelle
in cui indugia l’intonaco blu,
e tutto il vecchio drappo nero dei cortei
che vanno per l’erba melmosa, ed è anche
come un fremito di schiene
nella vetrata infranta, e Lei
nel suo vestito giallo d’oro sgualcito
da una lotta atroce, dardeggia
su di noi il barbaglio blu del suo occhio
che dispera, perché non vuole
essere morta, ed è vinta. Poi
altro non resta che la vostra cappella
ardente (come dite), in luogo
di quella breve, spuntata dai campi,
l’avevano riaperta per un giorno,
e la tempesta dalla finestra spoglia
ne spegne i ceri. Non c’è nulla
di buono, né pietà né misericordia
di sorta, né il semplice
e non più vero fuoco
nel forno immondo. Non più
un luogo buono che sia di mano d’uomo
per trattare i morti ormai e,
fraudolentemente, per esserci clemente,
come quei telai, spezzati & praticabili
che crollano come si deve
con dei tesori di pietà pari
a quelli degli scoiattoli. Nulla che sia scambiato
dalla terra al cielo se non questi mirabili,
questi violenti sforzi degli usignoli senza che mai
li si scorga nel folto degli alberi
ai quali la verde vallata fa eco,
e il bel Maggio crudele. Mille primavere
senza pena e il soffio già dell’estate
quando rinasce la stagione
sono corrotti nella pianta appesantita,
nella terra e nei muri. Quando
la Stagione ripianta il suo maggio
nell’agro della terra e commette
questi eccessi di delizie, il corpo pure si fa pesante
e si sveglia sgomento come avendo goduto
di vermi. Tanto la carne morta
era stinta come pergamena,
tanto il fiore affastellato che ti cinge
fino alle tempie puzza così contagioso
che cade altrove
sulla carne viva. E dunque anziché
raccapezzarsi dal capezzale
fin dentro la terra, e rimettere Morte
al suo posto, a nulla si giunge,
eppure è verso tutto il cielo
che conduce la cosa immonda
come lo è l’offesa, e causa per sempre
di morte errante. Prima che
tu non sia più altro che fumo nero,
finché sei stata
di carne e ossa eri
intera capace di prodigi,
santa vera colma di desiderio.
Poiché un uomo di colpo perduto
alla sua radice s’innalza e s’inarca
preso da violenza, e dona ogni suo sforzo,
ostile a che quel corpo sia fatto
cadavere, quando ricade in sé stesso
e vi si acquieta un istante, rassegna
la sua anima alla nube che passa
e si è tormentata, ciò che il dio
fa per lo meno in luogo del puro azzurro,
campo d’inanità. Il suo sforzo perdutamente
unito a quello spasimo è come
un’alleanza con una potenza disfatta
che giace in sé stessa e per grazia
rinviene. Così, al cielo senza stagno
che si credeva morto si erano adunate
lungo il lato buono nuvole
fuggenti sotto il vento di ponente,
e certo per una casa dei morti
sembrano tegole d’ardesia che s’impilano
le une sulle altre, con del giallo d’argento
nello stagno, e sfilano nella pupilla
di lei, il cui sfolgorio blu schizza
come una scheggia e si conficca in lui.
Madri apparse in gioventù così buone
in così piena armonia di due respiri, poi
così belle che subito ci fate
vostri amanti, malgrado la fatica
restate in vita per i nipoti,
e ancora restate quando sono cresciuti,
così almeno sembra. Giovani donne
che vi abbellirete piuttosto di vecchiaia,
non come la Vergine bella, non andate
a regnare altrove se non sulla terra
e siate sempre nel tempo opportuno,
senza il quale non c’è più terra che sembri tale.
Voi in nessun luogo, pensate che la specie
finirà. E da voi non nascerà nessun altro,
come a me non nascerà mai dunque
né sorella né fratello, e ho perduto
l’unica sposa possibile nei giorni
di mia madre ancora viva, e ogni occasione
di fare una figlia più bella
in sua presenza. Chi vorrebbe,
adesso, un figlio prete
tornato così piccolo che ignora quasi
il bere e il mangiare, e così arduo
che è sordo ad ogni consolazione. Anche
l’amore della donna gli è supplizio.
Hervé Micolet
Traduzione di Annalisa Crea
*In copertina: dettaglio dall’“Adorazione dei Magi” di Sandro Botticelli, 1475
ca. (presunto autoritratto dell’artista)
L'articolo “Per placare gli dèi”. Dialogo-monstre con Hervé Micolet, il poeta
Achab proviene da Pangea.
Tag - Intervista
Jorge Luis Borges morì a Ginevra il 14 giugno del 1986. In uno dei suoi libri –
l’enigmatico Atlas, edito da Emecé nel 1984 – Borges si era dettato la sorte
postuma: “So che ritornerò sempre a Ginevra, forse dopo la morte del
corpo”. Soltanto lui – da cieco veggente – sapeva scorgere in Ginevra una
bellezza archetipica – “Tra tutte le città del pianeta”, ha scritto, “è la più
propizia alla felicità”. Lì, diceva – come sempre, mentendo, cioè ideando
labirinti verbali –, aveva scoperto “la dottrina del Buddha” e “del Taoismo”,
aveva letto Conrad e capito quanto gli mancasse Buenos Aires. Insomma: Ginevra è
uno specchio che rimanda all’altro, lo stesso. (Detto in altro modo, benché
l’abito sia inappropriato a questo articolo: Borges, straordinario costruttore
di specchi, eccelle, come scrittore, quando spacca gli specchi).
Nel frammento che segue quello dedicato a Ginebra – s’intitola Piedras y Chile –
Borges scrive il proprio epitaffio:
> “Non mi rimane che cenere. Nulla.
> Assolto dalle maschere che fui,
> sarò morendo il mio totale oblio”.
In spagnolo la parola olvido, oblio, rimanda, nella mia mente etimologica, alla
vita, all’uovo, alla suprema vitalità. Nonostante le sue intenzioni, Borges è
uno degli scrittori più tradotti e interpretati al mondo: forse è questo il
vero totale oblio.
Borges è sepolto nel Cimetière des Rois: sei secoli fa vi seppellivano gli
appestati. Sulla sua tomba, simboli vichinghi, scritti norreni – pare la tomba
di un bardo, di un artefice di incantesimi.
I funerali di Borges si sono svolti il 18 giugno del 1986: così almeno
testimoniano alcune fotografie. María Kodama, l’inconsolabile vedova – morta nel
marzo del 2023, ma sepolta a Buenos Aires, a un continente e un oceano di
distanza da Borges – è al braccio di Franco Tettamanti, all’epoca ambasciatore
argentino in Svizzera. Quel giorno, a Santiago de Querétaro, la Spagna ‘matava’
la Danimarca con quattro gol di Butragueño; il giorno prima l’Italia ne prendeva
due dalla Francia, agli ottavi dei Mondiali di calcio messicani. Inutile
ricordare l’ovvio: i Mondiali dell’86, quelli segnati dalla morte di Borges,
sono legati al messianico Diego Armando Maradona. Dietro la mano de Dios si
nasconde il mignolo di Borges. L’Argentina piegò la Germania Ovest in finale:
nei miei sogni più perversi, Maradona alza la coppa, sulla sua maglia c’è
scritto Yo soy Borges.
Torno in me.
Uno dei repertori più interessanti tra gli inediti di Borges in Italia – almeno,
così mi pare – è un’intervista pubblicata da “La Gaceta” di Tucumán il 26 agosto
del 1979. Borges aveva appena compiuto ottant’anni, io compivo sei mesi – in
febbraio si era registrata una miracolosa nevicata nel deserto del Sahara.
L’intervistatore, Abel Posse (1934-2023), era un diplomatico: aveva esercitato a
Mosca, a Gerusalemme, a Madrid. Nel 1974 ospitò Borges a Venezia, dov’era
console generale; cinque anni dopo, lo scrittore ricambiò l’invito: una
fotografia testimonia l’intervista, realizzata nel piccolo appartamento di
Buenos Aires in cui Borges tentava l’oblio. L’intervista si regola, soprattutto,
intorno ad alcune opinioni letterarie di Borges – non sopportava lo stile di
Proust e quello di Joyce, illeggibili, a suo dire. Le osservazioni di Posse ci
mostrano uno scrittore che persegue la povertà: un mondo interiore così ricco,
da sovrano dei cosmi, non ha bisogno di ingombri mondani, di futili orpelli. Tra
l’altro, Abel Posse è stato uno scrittore piuttosto noto – tra l’altro, ha
scritto un romanzo sul ‘Che’ e uno su Evita Perón, entrambi editi in Italia.
Nonostante le evidenze e le solite chiacchiere – Borges che anela la morte, l’ha
sempre a fior di labbra, come una lebbra –, lo scrittore argentino visse, dal
’79 in qua, anni di prodigiosa vitalità. Scrisse ancora, tanto, troppo –
uscirono i libri in versi La cifra e Los conjurados, benché tutto pareva già
sigillato da decenni, da L’Aleph –, viaggiò molto. Insieme a Franco Maria Ricci
aveva ideato “La Biblioteca di Babele”, la più bella collana editoriale
italiana. Quell’anno uscirono Kipling (La casa dei desideri), Stevenson (L’isola
delle voci), Hawthorne (Il grande volto di pietra), ma soprattutto P’u
Sung-ling, di cui si antologizzavano come L’ospite tigre alcuni racconti del
soprannaturale. Soltanto Borges, con smaliziata nonchalance, può paragonare uno
scrittore cinese vissuto nel XVII secolo a Jonathan Swift, Edgar Allan Poe,
Lewis Carroll. Dopo averci insegnato qualcosa sulla cultura cinese – “non c’è
paese più superstizioso della Cina”: osservazione di cui dovrebbero fare tesoro
i falangisti della geopolitica –, Borges riassume da par suo temi & figure del
libro:
> “Il regno dei sogni, o meglio ancora quello delle gallerie e dei labirinti
> dell’incubo. I morti tornano alla vita, lo sconosciuto che ci fa visita non
> tarda a essere una tigre, la ragazza evidentemente adorabile è una pelle sopra
> un demonio dal volto verde. Una scala si perde nel firmamento; un’altra
> sprofonda in un pozzo, che è dimora di carnefici, di magistrati infernali e di
> maestri”.
In sostanza, Borges non cerca altro che un altro se stesso. Il suo mondo, che
pare tanto oceanico, tanto enciclopedico, è in verità angusto, si risolve in una
camera da letto. Per questo amiamo tanto Borges: ci fa sentire a casa, in
un’alcova. Nessun abisso – ma un abbraccio. La vertigine a portata di mano, sul
comodino.
**
Dialogo con Jorge Luis Borges (in occasione dei suoi 80 anni)
Borges abita in calle Maipú, nel cuore di Buenos Aires, in un modesto
appartamento di tre stanze, in uno di quei palazzi costruiti negli anni Trenta –
i mobili sono moderni. Lo aiuta Fanny, robusta domestica del Paraguay, energica
e poco sensibile agli affari letterari del padrone di casa. “Beppo”, un gatto
bianco piuttosto grosso e piuttosto apatico, si aggira per casa.
Sorprende l’assenza di orpelli e di decorazioni. Sulla credenza c’è un
centrotavola di vetro: le bollette della luce accumulate sopra la medaglia
dell’Ordine Britannico. Alle pareti, scaffali con i libri che Borges ha
sfogliato fino a venticinque anni fa, quando poteva leggerli. Sono quasi tutti
in inglese, rilegati. Spiccano i classici e i libri ‘esotici’ da cui Borges ha
tratto le citazioni che gli sono valse la reputazione di estremo erudito. Nella
piccola stanza di Borges – lo scrittore rifiuta di entrare nella camera della
madre, immutata dopo la sua morte, con quel grande talamo che testimonia un
profondo, perpetuo dolore –, il letto è addossato alla parete: c’è una
biblioteca di classici in lingua spagnola.
Non vedo un solo libro di recente pubblicazione. Si dice che Fanny ne butti a
decine, ogni mese: i libri che giovani scrittori entusiasti inviano a Borges da
tutto il mondo. Alcuni sospettano che le lettere non subiscano sorte migliore.
Se Borges dovesse occuparsi della corrispondenza che riceve, avrebbe bisogno di
un ufficio preposto a quel compito.
Non ci sono nemmeno libri di Borges a casa di Borges – non ne trovo neanche uno
in una delle innumeri lingue in cui è tradotto. Scorgo soltanto una copia delle
sue opere complete.
Borges compie ottant’anni. Il fatto che nessuno lo ritenga un vecchio la dice
lunga su di lui. Ti fa dimenticare la sua età, la sua quasi totale cecità.
Spesso le persone, senza sentirsi a disagio, gli chiedono ‘Ha visto questo?’,
‘Ha notato quell’altro?’.
Quando sono arrivato, stava finendo di radersi. Usa un apparecchio elettrico.
Gli faccio notare l’altura della sua età.
“Non mi parli dell’età. È insignificante. Del resto, non sono vittima del
sistema metrico decimale né dell’egida statistica. Dicono abbia ottant’anni. Se
misurassimo il tempo secondo altri schemi, chessò un anno ogni dodici, avrei
un’altra età…”.
Sta portando avanti una tradizione di famiglia: la longevità.
È vero. Credo che la longevità sia una forma di insonnia.
…sarebbe l’unico caso di insonnia in cui si evita il sonno ristoratore. In
realtà, chi soffre di insonnia vorrebbe dormire – eppure, nessuno vuole morire…
Non è vero: i longevi desiderano morire. Mia madre mi diceva sempre, “Vedi? Un
altro giorno… e non sono ancora morta”. Se mi dicessero che morirò questa notte,
sarebbe una gioia immensa.
Vengo dalla Spagna. Molti amici non hanno accolto bene le sue opinioni sulla
letteratura spagnola.
E perché mai? Cerco di spiegarmi con garbo. La letteratura spagnola inizia
magnificamente, con quegli stupendi romanzi cavallereschi. Poi accadono alcuni
scrittori di genio: frate Luis de León è, a mio giudizio, il maggior poeta
castigliano. Insieme a Giovanni della Croce. Poi c’è Don Chisciotte, un libro
inesauribile. Da lì in poi, già con Quevedo e Góngora, qualcosa si irrigidisce:
si ha l’impressione che i volti siano sostituiti dalle maschere. Il culmine si
raggiunge con Baltasar Gracián, dove non si percepisce passione né sentire. Mero
gioco di forme, come il Cubismo o la letteratura di Joyce… Il XVIII secolo è
poverissimo. Del Romanticismo resta, di fatto, soltanto Bécquer: una replica in
minore del primo Heine…
…e Saavedra Fajardo?
Un grande scrittore, l’ho ripreso proprio l’altro giorno.
Un suo parente stretto, uno stilista.
Farò del mio meglio, allora, per onorare tale legame familiare…
Dopo questa panoramica, c’è un aspetto che vale la pena mettere in luce. Quando
la letteratura si rinnova, soprattutto per influsso francese – le opere di Hugo,
di Verlaine e di Poe, che ci arriva grazie alle traduzioni francesi, non
dimentichiamolo – tale rinnovamento non tocca la Spagna ma questo lato
dell’Atlantico. Penso a Rubén Darío, a Jaimes Freyre, a Lugones, poeti non meno
importanti – e precedenti – di Machado e di Juan Ramón Jiménez.
E Unamuno?
Non ho mai capito del tutto il suo desiderio di immortalità. Più notevole della
sua opera è la sua attitudine a pensare: era un pensatore straordinario. Ricordo
con affetto Pío Baroja: la gente lo ama più delle sue opere. È l’opposto di ciò
che accade con Shakespeare: tutti ricordiamo Amleto, a nessuno interessa l’uomo
che lo ha scritto.
Mi pare che lei sia stato piuttosto ingeneroso nei confronti di García Lorca: lo
ha definito “andaluso di professione”.
Ho letto Yerma – pessimo. García Lorca non mi ha mai interessato – ciò non vuol
dire che abbia qualcosa contro gli andalusi.
Non ha menzionato Garcilao.
Molto bravo, straordinario. Ma lui proviene dalla poetica italiana, da Petrarca,
anche gli spagnoli lo consideravano esotico… Visto che parliamo di letteratura
spagnola, non vorrei dimenticare due miei amici, ma nemici tra loro: Ramón Gómez
de la Serna e Cansinos Assens. Due uomini di genio, completamente diversi uno
dall’altro. Il primo era uno studioso, l’altro un grande artista. Ramón Gómez de
la Serna è uno scrittore straordinario, rimarrà. Buenos Aires gli ha fatto male.
Sarebbe stato un grande poeta. I suoi aforismi, le sue greguerías, lo hanno
privato di diverse possibilità estetiche. Se ci si abitua a pensare in modo così
atomizzato si finisce per atomizzarsi – il poeta si è disintegrato nelle
sue greguerías.
Un caso simile, forse, a quello di Macedonio Fernández: un ottimo scrittore con
pochissime opere.
Macedonio non rimarrà. Soltanto chi lo ha ascoltato raccontare le sue storie può
apprezzarlo davvero… E visto che ho detto così male di García Lorca, vorrei dire
che per me Marcelino Menéndez y Pelayo è un grande poeta, ingiustamente
dimenticato.
E Pérez Galdós?
Ho letto Misericordia con piacere, ma non amo quel genere di libri, quel tipo di
romanzi, intendo, che hanno origine in Flaubert, quei romanzi per cui quando
entri in una stanza devi descrivere tutti i mobili che ci sono.
Eppure, lei ha elogiato Bouvard e Pécuchet, il primo romanzo del secolo…
È vero, ma è Madame Bovary ad aver stabilito uno standard. Stevenson credeva che
tutta la colpa fosse da attribuire a Walter Scott. Scott si giustificava dicendo
che l’eccessivo descrittivismo era necessario per un lettore che non sapeva
nulla di Medioevo.
E Proust?
Non mi interessa. Ha creato un mondo infero, inferiore, meschino. Allo stesso
modo in cui mi pare meschino Joyce, uno scrittore piuttosto illeggibile ma di
cui non possiamo dimenticare il nitore di certe frasi: avrebbe dovuto optare per
la poesia, in fondo è un poeta. Ma quando leggo Proust, beh, mi sento soffocare
in un mare di pettegolezzi. È la stessa cosa che succede leggendo Henry James.
Ma in Proust c’è la nostalgia per un’epoca al tramonto, è un po’ il simbolo di
un mondo perduto…
…già… tutte cose che esulano dalla letteratura.
Lei che nutre così tanto rispetto per Schopenhauer… vorrei chiederle dell’amore,
delle donne e della morte, usando a pretesto il titolo di un suo libro.
Per quanto riguarda le donne, posso dirle che sono assai presenti nella mia
vita. Penso così tanto alle donne da non doverle pensare quando scrivo. Direi
anche che c’è sempre stata una donna, unica, benché non sempre la stessa…
…un concetto piuttosto platonico…
…in quanto archetipo, sì. Ma quella donna è reale, benché molteplice. Nella mia
poesia parlo spesso di amore, anche se i lettori credono che abbia delle riserve
su questo tema. Non è così – è tutto il contrario.
Forse questo giudizio riguarda la reticenza nei confronti delle sue esperienze
personali. Non ne parla mai in pubblico: un atteggiamento molto ‘british’.
Credo sia così. In Inghilterra, se dici a una donna che è una bella donna, lei
s’indigna. È un commento personale inappropriato, che non hai il diritto di
esplicitare.
Gli argentini, al contrario, sono piuttosto sfacciati…
Vero. Le donne, poi, si attendono sempre che gli si dica quanto sono belle. Ma
io non condivido tale abitudine. Ho una serie di amici a cui non ho confidato
nulla riguardo alle mie passioni amorose. E loro si sono comportati allo stesso
modo con me. Vuole i nomi? Macedonio Fernández, Bioy Casares, Manuel Peyrou.
E la morte?
La morte? La sola speranza che mi resta.
Abel Posse
*In copertina: Borges ritratto da Eduardo Comesaña, 1969
L'articolo “Proust? Quando lo leggo mi sembra di annegare in un mare di
pettegolezzi”. Borges, scrittore infinito proviene da Pangea.
> «Mi ha salvato dalla noia», rispose sbadigliando. «Ahimè! già la sento
> tornare. La mia vita non è che un continuo sforzo per sfuggire alla banalità
> dell’esistenza. E questi piccoli problemi mi aiutano».
>
> (Arthur Conan Doyle, La lega dei capelli rossi)
È un romanzo-enigma, un labirinto narrativo complesso, fitto di citazioni,
dettagli e rimandi, che rigenera la grande tradizione del giallo deduttivo. Ma è
anche un saggio mascherato da romanzo: una riflessione sull’ambiguità, sulla
detective story e sull’arte narrativa dell’inganno. In cui in controluce si
intravedono i meccanismi di Agatha Christie, gli artifici di Conan Doyle e una
certa eleganza da conversazione colta, quasi mondana, che rimanda alle memorie
hollywoodiane di David Niven.
Questo è Il problema finale di Arturo Pérez-Reverte, tra i romanzi più
apprezzati dello scrittore spagnolo, pubblicato in Italia da Settecolori. Un
libro che si presenta come un delitto della camera chiusa e che sembra
rispettare tutte le regole del genere solo per poi, al tempo giusto, rivoltarle
contro il lettore. A indagare è Basil Hoppalong, attore al tramonto che per anni
ha interpretato Sherlock Holmes sulle scene e che ora si trova a incarnarlo
nella realtà. Il vero duello però non è soltanto tra attore-investigatore e
assassino; bensì tra autore e lettore. Pérez-Reverte costruisce, infatti, un
duello serrato, una sfida all’ultimo indizio, all’ultima citazione, all’ultima
pagina.
Il romanzo costituisce un “Otto e mezzo” del giallo deduttivo, dove il genere
riflette su se stesso e ne svela i meccanismi per farli riscoprire in tutto il
loro mistero. Ma Pérez-Reverte non è scrittore di genere: in tutte le sue opere
tra le pieghe del racconto emerge una profondità tragica, un’idea di scrittura
che pur rigettando pedanti rimandi sa farsi portatrice dello stile come potenza
isolatrice, eterna giovinezza e richiamo avventuroso verso questi e altri mondi.
Un carattere che emerge anche negli altri inediti che verranno pubblicati in
esclusiva da Settecolori e che l’autore presenterà ai lettori nelle tappe del
suo viaggio italiano il 28 febbraio a Firenze e il primo marzo a Pistoia
organizzate dall’editore Manuel Grillo. Abbiamo pertanto incontrato l’autore per
conoscere meglio i nodi della sua opera e la genesi di Problema finale.
Come nasce Il problema finale e che posto occupa all’interno della sua
produzione?
Le mie opere nascono sempre nella biblioteca di una vita. Il problema finale, in
particolare, nasce dall’accumulo di moltissimi anni di letture appassionate,
divertite e affascinate di romanzi polizieschi. Ho sempre sostenuto che non
esistono confini netti tra alta e bassa letteratura. Ci sono periodi in cui il
lettore cerca profondità e riflessione, altri in cui desidera evasione, enigma,
gioco. La forza della letteratura sta proprio nel rispondere alle diverse
esigenze di uno stesso lettore.
Sono stato, del resto, un lettore di romanzi polizieschi fin da giovanissimo.
Quali?
Agatha Christie, Erle Stanley Gardner, Conan Doyle, Edgar Wallace, Nicholas
Blake, i grandi maestri del mistero e dell’enigma. Poi, col tempo, mi sono
allontanato da quel genere: ho letto altro, sono cresciuto, ho viaggiato, ho
scritto romanzi diversi. Ma con l’età ho riscoperto quanto il poliziesco sappia
offrire un piacere particolare. Quando si è letto molto, tornare all’ingenua
emozione delle prime letture, a quello stupore originario, regala un piacere
raro.
Da ciò la genesi di questo libro…
Esattamente. Ho deciso di mettermi alla prova: applicare tutto ciò che avevo
letto e imparato, seguendo le regole della narrativa poliziesca classica, il
canone che avevo assimilato da giovane, per vedere se fossi ancora capace di
costruire un grande enigma. Mi interessava soprattutto una cosa: oggi la
narrativa gialla classica è stata in gran parte sostituita da una letteratura
più dura, più urbana, fatta di poliziotti disillusi, violenza, sangue.
L’eleganza dell’enigma sembrava qualcosa di antiquato. Mi sono chiesto se fosse
possibile riportare quel modello classico nel presente, renderlo efficace per un
lettore contemporaneo, ormai esperto e smaliziato. La vera sfida era proprio
questa. Scrivere un romanzo che mettesse alla prova un lettore che conosce già
il genere. Volevo un libro in cui detective e assassino, autore e lettore, si
affrontassero direttamente. Questo era il cuore del progetto.
Che cosa la affascina dell’arte narrativa dell’inganno?
Il funzionamento. Il cuore dell’enigma. Un buon romanzo poliziesco, se riletto,
mostra con chiarezza quanto il lettore sia stato ingannato — proprio lì risiede
il piacere. Per questo, prima di scrivere, ho passato due anni a “saccheggiare”
la mia biblioteca: ho riletto tutta la grande letteratura poliziesca, cercando
trucchi, strutture, artifici narrativi, segnando le trappole già utilizzate
mille volte. Il lettore conosce quei trucchi. Sa che li conosco anch’io. Allora,
come sorprenderlo? Come fargli abbassare la guardia usando proprio la sua
competenza? Era una sfida sottile: giocare con la sua memoria letteraria,
sfruttarla contro di lui, trasformare la sua esperienza in una debolezza.
Le è piaciuto realizzare questo romanzo enigma?
È stato un divertimento meraviglioso. Scrivere questo romanzo mi ha reso felice.
Ogni romanzo è sempre uno sforzo: una struttura da reggere, personaggi da
costruire, tensione da mantenere. In questo caso c’era qualcosa in più: la
complicità. Il problema finale è un libro pensato per lettori consapevoli,
lettori che conoscono il genere (anche se non solo per loro). Più ne sanno, più
si divertono, perché non sono semplici spettatori, ma partecipanti attivi. Non
volevo un lettore che osservasse la storia dall’esterno. Volevo un lettore
coinvolto, chiamato in causa, costretto a pensare, a sospettare, a sbagliare. Un
lettore che gioca davvero la partita fino all’ultima pagina.
Per alcuni scrivere è una forma di nostalgia. Il problema finale è un ritorno
alle sue letture, a un’altra epoca della narrativa?
Senza dubbio c’è una componente nostalgica, ma non si tratta di un pastiche. Il
problema finale non è un’imitazione, né un’operazione epigonale. Non volevo
rifare Dieci piccoli indiani, né ripetere Assassinio sull’Orient Express o Il
mastino dei Baskerville. Non mi interessava copiare modelli già esistenti, ma
piuttosto giocare con essi. È un romanzo vivo che usa meccanismi narrativi
conosciuti per costruire qualcosa di nuovo. Volevo evitare la nostalgia fine a
sé stessa, ecco. Certo, riaffiorano la memoria e l’infanzia: le serate a casa
dei nonni, mio padre che leggeva vicino al camino. C’è anche una certa nostalgia
per un mondo che non esiste più: un modo di vestirsi, di parlare, di
relazionarsi. Ho nostalgia dell’educazione, delle buone maniere, che oggi vedo
scomparire sempre di più, in Europa e non solo. Ma, insisto, tutto questo era
secondario rispetto alla sfida principale: capire se fosse possibile costruire
un meccanismo narrativo nuovo usando ingredienti classici. Poi, naturalmente, è
il lettore a giudicare se il risultato funziona.
Parliamo del protagonista. Chi è Hoppy?
Basil Hoppalong nasce dall’incrocio di molte passioni. Io sono stato un grande
cinefilo. Sono nato nel 1951, in un’epoca in cui in Spagna la televisione ancora
non esisteva. La televisione l’ho conosciuta intorno ai dodici anni. Prima di
allora leggevo e andavo al cinema: cinema e libri erano il mio mondo. Ricordo
benissimo i film di Sherlock Holmes interpretati da Basil Rathbone, che da
bambino era il mio attore preferito. Non solo per Holmes: penso, ad esempio,
al Capitan Blood di Sabatini, in cui Rathbone interpreta un pirata e duella
sulla spiaggia in una scena memorabile. Per me Basil Rathbone è stato – e resta
– il miglior Sherlock Holmes della storia del cinema. Ce ne sono stati altri
bravissimi, ma nessuno, a mio avviso, ha raggiunto quel livello.
Il cinema gioca dunque un ruolo chiave…
Il romanzo è pieno di rimandi al cinema che ho visto, ai personaggi e alla
letteratura di quell’epoca. Il romanzo ha due livelli di lettura. C’è il lettore
“normale”, che si avvicina al libro senza particolari competenze di genere, come
a una storia nuova. E poi c’è il lettore esperto, quello che riconosce i
riferimenti, che coglie gli ammiccamenti, che sa che ogni pagina è disseminata
di segnali pensati per lui. Quel lettore prova un piacere supplementare: è un
lettore complice, che dialoga con l’autore, che lo anticipa, che sospetta, che
si difende. È un duello continuo, non tra detective e assassino, ma tra autore e
lettore. Questo gioco, questo confronto diretto, mi interessava molto. In fondo,
nel duello ho messo tutto ciò che amo: il cinema, la letteratura, l’immaginario
che ha riempito la mia giovinezza. Ed è lì che Il problema finale trova, forse,
la sua ragion d’essere più profonda.
Lei ha dichiarato: “Per me ogni romanzo è come una nuova battaglia, quando
comincio il primo capitolo mi sento sempre giovane”. Che cos’è, per Arturo
Pérez-Reverte, il vizio dello scrivere?
Le battaglie invecchiano. Lo so bene, so di cosa parlo. Si combatte, si vince o
si perde, ma poi si è stanchi: si ha il sangue sulle mani, si accumulano ricordi
pesanti, si porta il peso di ciò che si è vissuto. Si invecchia. Si è giovani
solo alla vigilia della battaglia. Ecco perché affrontare ogni nuovo romanzo
come una battaglia significa, per me, tornare giovani. Quando inizio una nuova
storia mi sento ringiovanito, lucido, pronto al combattimento. È una sensazione
di energia, di attesa, di felicità straordinaria. Non scrivo per necessità
economiche. Ho risolto la mia vita materiale da molto tempo: i miei libri si
vendono in quaranta Paesi, ho milioni di lettori. Non scrivo per questo. Scrivo
perché ho settantaquattro anni e sono stanco di molte cose. Ma ogni mattina,
sedermi alla scrivania e tentare di vincere una nuova battaglia narrativa,
provare a portare ancora una volta il lettore con me, mi fa sentire giovane.
Ogni romanzo che termino mi arricchisce. Ogni romanzo che comincio mi
ringiovanisce. Scrivere è la mia momentanea eterna giovinezza.
Il suo rapporto con la lettura è cambiato nel tempo? Cosa legge oggi?
Ho letto e viaggiato tutta la vita e continuo a farlo. Ogni volta che vado a
Napoli – la città che preferisco in Italia – torno sempre con la valigia piena
di libri. Compro di tutto. L’italiano lo parlo male, ma lo leggo bene. Con l’età
succede una cosa curiosa: la grande letteratura che “bisogna” leggere, a un
certo punto, l’hai già letta quasi tutta. Le grandi scoperte sono rare. Così
oggi rileggo molto. Ho studiato greco e latino, i classici sono stati
fondamentali per me. Sallustio, Tito Livio, Seneca, Senofonte, Omero, Virgilio:
ciò che ho imparato da loro mi è servito nella vita. Quando ho vissuto la
guerra, l’orrore, il dolore, avevo già visto tutto nei libri. Questo mi ha
salvato: la guerra non mi ha fatto impazzire, non mi ha distrutto. Ha avuto, per
me, anche un valore intellettuale. Oggi rileggo i classici greci e latini.
Stamattina, per esempio, leggevo le Lettere a Lucilio di Seneca. E nel
pomeriggio, un poliziesco di Elmore Leonard. La narrativa poliziesca mi diverte,
mi ossigena, mi dà energia. È come bere un buon caffè forte. O, se vuole, come
una Coca-Cola ben fredda.
Tra le sue letture ci sono anche autori italiani?
Per me gli italiani sono fondamentali. Al di là dei classici, tutto Malaparte è
stato per me importantissimo: Kaputt e La pelle sono stati libri decisivi, come
lettore e come scrittore. E naturalmente Il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa:
per me è una delle grandi opere della letteratura mondiale. Ne possiedo una
prima edizione, leggerlo fa parte dei miei piccoli rituali domestici. È un libro
che amo profondamente. Ci sono poi libri italiani che mi hanno segnato da
giovane. L’amante senza fissa dimora di Fruttero e Lucentini, per esempio: una
storia apparentemente leggera, ambientata a Venezia, che mi colpì
profondamente. E poi Cuore di Edmondo De Amicis. Lo lessi da ragazzo perché era
stato il libro di scuola di mia madre. Alcuni episodi mi emozionano ancora oggi:
il tamburino sardo, il piccolo scrivano fiorentino, il falegname reduce di
guerra che saluta il re.
Tra i classici italiani del Novecento?
Nella mia biblioteca gli italiani sono fondamentali: da Manzoni a Moravia, da
Calvino a Fenoglio. Li ho letti per tutta la vita e continuo a rileggerli.
Lei ha detto: “Un tempo la cultura era utile alla società, oggi è un
analgesico”. Quale dovrebbe essere il ruolo della letteratura?
Qui rischio di rispondere in modo brutale. Rispetto profondamente gli scrittori
che credono che la letteratura possa cambiare il mondo e rendere le persone
migliori. È un’aspirazione nobile. Non è la mia. Dubito che la letteratura renda
il mondo migliore. Compete con troppe altre cose. Io scrivo perché sono felice
scrivendo. Non ho un obiettivo morale, apostolico o salvifico. Non sento il
dovere di migliorare l’umanità. Ci sono libri che cambiano la vita, certo. Ma io
non aspiro a questo. Sono più umile: racconto storie perché mi piace farlo e
perché mi piace condividerle con i lettori. Già da bambino, a scuola, raccontavo
storie ai miei compagni, stando in piedi davanti a loro. Non ho un principio
morale che governi la mia scrittura. Posso scrivere di personaggi infami,
perversi, spregevoli – lo faccio spesso. La vita è fatta di bene e di male, e io
uso tutto questo per raccontare storie.
Oggi però sembra che al romanziere venga chiesto anche un posizionamento morale.
Che ne pensa?
Uno scrittore è il risultato dei suoi libri. Nient’altro. Uno scrittore è ciò
che pubblica. Il problema, oggi, è che esiste una parte del pubblico che
pretende dall’autore non solo una storia, ma un allineamento morale ed etico. Si
chiede alla narrativa di aderire agli schemi morali del XXI secolo, di
rispettare codici extraletterari ed extranarrativi. Questo, per me, è un
problema serio. Io, per fortuna, non lo vivo più: sono anziano, ho i miei
lettori, il mio percorso è definito. Se fossi un giovane autore ne sarei
preoccupato. Oggi sarebbe quasi impossibile raccontare, per esempio, la storia
di un condottiero italiano del Rinascimento. Se gli attribuisci la morale di
oggi, falsifichi il personaggio. Se lo racconti per quello che era, il pubblico
contemporaneo si scandalizza. Le richieste che vengono fatte agli scrittori sono
spesso assurde. Non hanno a che fare con la letteratura, ma con una forma di
inquisizione morale. Se iniziassi ora a scrivere, probabilmente non avrei lo
stesso successo. Verrei attaccato dai moralisti e dai custodi del politicamente
corretto, perché nei miei romanzi ci sono cattivi affascinanti, buoni ambigui,
donne nobili e donne perverse, persone meschine e persone generose. C’è la vita
– che non obbedisce a un codice morale unico.
Non a caso le sue opere hanno il merito di guardare il passato con gli occhi del
passato, non con quelli del presente. In che modo questa idea attraversa i suoi
romanzi?
Le faccio un esempio concreto. Ho scritto un romanzo che si intitola L’italiano,
pubblicato in Spagna circa sei anni fa e in Italia poco dopo. Racconta la storia
dei sommozzatori italiani che durante la Seconda guerra mondiale attaccavano le
navi inglesi a Gibilterra e ad Alessandria. Erano uomini coraggiosi,
protagonisti di imprese straordinarie. Lavoravano però per un governo fascista,
guidato da Mussolini. Questo non cancella il loro valore personale. Il romanzo
non è costruito su buoni e cattivi, ma su uomini. È un racconto equo – non
equidistante, ma equo – che ascolta tutti, che cerca di comprendere anche chi
non la pensa come noi. Questa è la chiave di tutta la mia narrativa. Eppure i
miei editori italiani avevano paura a pubblicare quel libro. Non sapevano che
copertina scegliere, come presentarlo, se abbassarne il profilo. Era
imbarazzante raccontare l’eroismo di uomini che combattevano sotto una bandiera
oggi giudicata inaccettabile. Ma il bene e il male non sono mai netti. Esiste
una vasta zona grigia, complessa, in cui si muovono gli esseri umani.
Perché la “zona grigia” è centrale nella sua opera?
Perché è la vera essenza della realtà. Ho vissuto guerre vere. Ho visto persone
compiere gesti meravigliosi al mattino e atrocità la sera. Le stesse persone. Il
mondo è fatto di sfumature, e ciò che è interessante in un romanzo, in un film,
in qualunque forma narrativa, è muoversi in quella zona ambigua e
contraddittoria. Diffido profondamente delle storie che separano nettamente il
bene dal male: i buoni tutti puri, i cattivi tutti mostruosi. È una
semplificazione infantile. Nella vita reale ci sono assassini e persone nobili
in ogni campo. Negli anni Trenta parole come fascismo, comunismo, anarchismo non
avevano ancora mostrato il loro vero volto. Non c’erano ancora stati i campi di
sterminio, i gulag, le tragedie che oggi conosciamo. Era un mondo diverso.
Molti autori preferiscono scelte manichee. Per cui il male è sempre il male
assoluto…
…ma il male assoluto è narrativamente noioso oltre che falso. Se so che qualcuno
è soltanto cattivo, smette di interessarmi. Invece è interessante il criminale
che ama la madre, il padre affettuoso che commette un crimine, l’uomo perbene
che, spinto dal dolore, scivola nell’oscurità. Penso, per esempio, a Un borghese
piccolo piccolo, quel film straordinario in cui un uomo comune tortura
l’assassino di suo figlio. È lì, nel conflitto interiore, nella contraddizione,
che l’essere umano diventa interessante. Per questo tutti i miei romanzi abitano
la zona grigia. Se la letteratura si piega a piacere al commentatore televisivo
di turno o al moralista del momento, produrrà solo cattivi libri. E una
letteratura che rinuncia alla complessità è una letteratura morta. Soprattutto,
è una letteratura che non mi interessa.
Tra le prossime opere che pubblicherà per Settecolori c’è L’isola della donna
addormentata. Può raccontarci di che libro si tratta?
È una storia basata su fatti reali, naturalmente romanzata. Durante la Guerra
civile spagnola le navi che trasportavano materiali dall’Unione Sovietica verso
la Repubblica vennero attaccate nel Mar Egeo da unità italiane alleate di
Franco. Questo è il fatto storico: furono affondati due sommergibili e diverse
navi sovietiche. A partire da questo episodio ho immaginato una vicenda in cui
un gruppo di mercenari, guidati da spagnoli, opera dalle isole dell’Egeo contro
il traffico sovietico. Attorno a questa trama ruotano un’isola, una famiglia,
una donna, un marinaio spagnolo e un equipaggio che vive avventure di mare. Ma
al centro, più di ogni altra cosa, c’è una storia di solitudine: quella di una
donna che ha sposato l’uomo sbagliato.
Protagonista di questo storia come nel Problema finale è anche il mare, il
mediterraneo. Lei ha detto: “La mia patria è il Mediterraneo”. Che ruolo ha
questo spazio geografico nella sua vita e nella sua scrittura?
Sono cresciuto a Cartagena, l’antica Nova Carthago, fondata dai Fenici e poi
città romana. Da bambino, quando facevo immersioni, trovavo anfore romane e
greche. Sono cresciuto tra rovine romane, greche, arabe, bizantine. Nella mia
famiglia c’erano libri sulla storia del Mediterraneo, fin da giovane ho navigato
studiando il greco e il latino. Il Mediterraneo è il luogo da cui viene ogni
cosa: le legioni romane, il marmo, gli dèi, l’olio d’oliva, il vino, i libri, la
cultura, la memoria. Sono cresciuto durante il franchismo, ma mio padre mi
diceva sempre: “Tu sei europeo, più che spagnolo. Sei mediterraneo. La tua
patria è il Mediterraneo”. Le politiche cambiano, le dittature passano, ma il
Mediterraneo resta: antico, saggio, immutabile. È lì che si trova la spiegazione
di tutto. Oggi non credo più nelle patrie, nelle bandiere, nelle religioni, nei
politici. La mia vita di guerra non mi ha aiutato a credere nell’essere umano.
Ma il Mediterraneo resta: come consolazione, come memoria, come spiegazione. Ho
una barca a vela, navigo ancora, passo molto tempo in mare. Gettare l’ancora
accanto a un tempio greco, immergersi vicino a resti fenici, mi restituisce uno
sguardo lucido e critico sull’Europa miserabile che stiamo vivendo.
Come vede il nostro Vecchio Continente?
Questa Europa si è ridotta ad essere un decadente parco tematico: ha perso
decenza, onestà e cultura. Priva di vitalità, si rintana nella frenesia.
Smarrendo ogni slancio, ogni saggezza. Il Mediterraneo è un antidoto contro
questa decadenza: non elimina il dolore, ma aiuta a sopportarlo. È lì che mi
sento a casa: casa mia è in un caffè di Napoli, Istanbul o Beirut più che Londra
o New York. Quando vado in Italia non mi sento all’estero: vado a trovare dei
cugini. Lo stesso vale per la Turchia, l’Egitto, il Marocco. Questo è il mio
mondo. Se dovessi scegliere un luogo per finire la mia vita, vorrei fosse il
Mediterraneo. È un buon posto per morire.
Falcó, Alatriste, Hoppy: personaggi diversi ma intensamente vivi. Cosa li
accomuna?
La mia biografia. Scrivo di ciò che ho letto, del cinema che ho visto, di quello
che ho vissuto. Sono stato fortunato: fin da giovane sono partito per il mondo
con i libri nello zaino. Quando vedevo bruciare Beirut e Sarajevo, quando
assistevo a violenze disumane in Angola o in Salvador, conoscevo già quei fatti
perché li avevo letti. I libri mi hanno preparato alla vita.
Cosa sarebbe stata la sua vita priva della lettura?
Senza i libri sarei impazzito, sarei stato tormentato di traumi. I libri mi
hanno aiutato a comprendere. Sono ciò che ho letto più di ciò che ho vissuto,
più di ciò che immagino. Nessuno dei miei personaggi sono io, ma tutti guardano
il mondo come lo guardo io. Sono cresciuto in una casa piena di libri: quelli di
mio padre, della nonna paterna e di quella materna. Ho iniziato leggendo libri
semplici e poi sempre più complessi. Ho studiato greco e latino, ho tradotto
Virgilio, Senofonte, Omero, Cicerone. Tutto questo ha edificato il mio
territorio interiore. I libri sono all’origine di tutto e sono anche alla fine
di tutto. Senza i libri non sarei nulla. Forse sarei stato un avventuriero, un
marinaio… ma vuoto. Ecco i libri mi hanno dato profondità, lucidità, capacità di
interpretare il mondo. Mi hanno fatto prima giornalista – volevo vedere se il
mondo era come lo avevo letto nei libri – e poi romanziere, perché volevo
raccontarlo come avevano fatto i miei autori più amati.
C’è un libro che sogna ancora di scrivere?
No. Non più. Non so quanto tempo mi resta, né per quanto conserverò lucidità e
immaginazione. So solo che ora devo scegliere con attenzione. Non posso più
scrivere qualsiasi libro: devo decidere quali storie far vivere e quali lasciar
morire con me. È doloroso. Sapere che alcune non le scriverò mai è forse la
parte più dura di questa fase della vita.
Che ruolo ha la Guerra civile spagnola nella sua opera?
Non uno speciale. È una guerra come le altre. In Spagna è ancora un trauma, ma
io sono cresciuto con persone che l’avevano combattuta da entrambe le parti e
poi ho vissuto le mie guerre. Per me quella guerra non è diversa da quelle che
ho visto in Bosnia, Libano, Angola, El Salvador. Narrativamente, è una guerra in
più. Se poi, come spagnolo, a volte entro nelle polemiche, è perché qui la
guerra civile viene ancora usata come arma politica. Ma come materia narrativa
non occupa un posto centrale.
Francesco Subiaco
*In copertina: Arturo Pérez-Reverte fotografato da José Aymá
L'articolo L’eleganza dell’enigma. Dialogo totale con Arturo Pérez-Reverte.
“Senza i libri sarei impazzito” proviene da Pangea.
Asia Werty – nome fittizio, con esotismo d’acciaio in mezzo – esiste. In rete
non è difficile rintracciare qualche fotografia: ventunenne, carina,
probabilmente toscana, viso che ha il candore – al contempo – della prima della
classe e della follia. Anche se dice di amare “le atmosfere dark” sembra solare;
potrebbe essere insopportabile. Il suo primo romanzo – catalogato con una sigla
improbabile per noi dinosauri: the horror romance – è uno dei ‘casi’ letterari
di questo principio d’anno: in libreria lo si vede ovunque, a pile, a palate,
con il cartello che provoca all’acquisto. Stupisce che a un esordiente italiano,
tanto giovane, sia dedicato un tale entusiasmo editoriale: un sentore di
miracolo aleggia intorno ad Asia Werty. Il romanzo, The Shadow, è edito da
“Night + Day”, marchio partorito da Sem. La storia riassume, con garbo, i
consueti cliché del ‘genere’: dallo sfondo – un college a Montpelier, nel
Vermont, “fino a un secolo fa… poco più che un villaggio abitato in prevalenza
da nativi americani, quasi tutti discendenti dalla tribù degli Abenaki” – ai
protagonisti – studenti in estro –; ci sono, poi, morti misteriose, una scritta
“a caratteri grondanti sangue” che denuncia la presenza del mefistofelico
“Shadow Man”; le notti di sesso si confondono ai massacri, senza soluzione di
continuità; il centro del contendere letterario è “una creatura di un altro
mondo”. Con liturgica sapienza, il romanzo alterna parti drammatiche a momenti
sentimentali, pura trama a quadretti simbolici:
> “Nello stagno, fra le ninfee, grosse carpe guizzavano facendo volare via le
> libellule. Si diceva che giù nel profondo si aggirasse un luccio, ritenuto
> responsabile della scomparsa di almeno un paio di cigni neri”.
La casa di Julian – enigmatico oggetto del desiderio del libro – sorge tra
“vaste paludi”, nel bacino dell’Atchafalaya, tra “nutrie, trampolieri, aquile
calve, alligatori e mocassini acquatici”. The Shadow si legge con la stessa
spazientita energia con cui si vede Stranger Things – piaccia o meno è
secondario.
Ciò che sorprende, al di là del libro, è la
consapevolezza terribile dell’autrice. Prima di scrivere, Asia Werty ha letto
Bret Easton Ellis e studiato i film di Tim Burton. Il suo libro-modello è Dio di
illusioni di Donna Tartt – scritto “Donna Tart” nell’ala del romanzo… –, dove
compare, tra l’altro, “un piccolo raffinato college nel Vermont”. Non disdegna i
romanzi di Stephenie Meyer – scritto “Stephanie Meyer” nell’ala del romanzo… –,
la scrittrice di Twilight. Da The Shadow sogna di trarre una fiction – e di
vendere i diritti all’estero. Quando le parlo di ‘generi’ mi risponde che “in
letteratura conta il ‘come’ non il ‘cosa’”, e ha ragione. Quando le dico dei
‘giovani’ mi dice che i ‘giovani’ non esistono, che “si scrive per il mondo”. Ha
ragione due volte.
In fondo, The Shadow non è scritto in modo troppo diverso dai romanzi di troppi
narratori italiani che credono di fare letteratura ‘alta’ e che si ritrovano a
bere assiepati in cinquine, allo Strega. Per lo meno, Asia Werty ha il merito di
non fingere – sa quel che fa, non dice di fare altro –, di andare dritta al
punto, di raccontare qualcosa uscendo dal claustrofobico ombelico della
narrativa nostrana. Di certo – gusti miei – il suo libro è migliore di troppi
‘gialli’ all’italiana, ormai stucchevoli, proni alla fiction Rai, perfetti per
lettori in andropausa cerebrale.
Ma ad Asia Werty le polemiche di quartiene non importano. Dall’altro lato del
computer – dove abita?, sappiamo che ama andare per montagne – cita Beppe Salvia
e Sylvia Plath, dice che il suo libro, in fondo, è una riflessione sul male che
a volte non è il male. Verrebbe voglia di conoscerla, ma ama confondere le
tracce e sovvertire le trame – preferisce sparire.
“Asia Werty”: cosa vuol dire questo nome? Perché questo nome? Chi sei davvero?
Chi sono davvero non è importante. Conta l’opera, molto meno l’autrice. Il nome
è di vecchia data e dal momento che suonava bene l’ho scelto per il romanzo.
Conoscere la sottoscritta non significa conoscere il libro; vale semmai il
contrario. Per gli amanti della cabala, come saprai sono le lettere allineate
nella parte alta di sinistra della tastiera.
Sei giovanissima: scrivi per “i giovani”? Che categoria sono i lettori
“giovani”?
Il mio romanzo è per tutti, ne sto avendo la riprova in questi giorni. Trovatemi
un giovane che scriva autenticamente solo per i giovani; tutto ciò che si
scrive, in realtà, lo si scrive per il mondo. L’isola del tesoro di Stevenson è
per ragazzi o per adulti?
Perché scrivere un libro al posto di fare tutt’altro? Perché scrivere un horror
al posto di scrivere un libro di poesie?
Se ci sono cose più belle al mondo della scrittura, io non le conosco. Quanto al
resto, spero che la domanda non nasconda una scala di valori. Ognuno scrive
assecondando i propri talenti e le proprie inclinazioni. La qualità in
letteratura non sta nel ‘cosa’ ma nel ‘come’. Se uno scrive horror di qualità e
un altro pessima poesia, quale dei due giova alla letteratura?
Quali sono le tue ‘fonti’? I libri che hai amato – i film – le ispirazioni – le
aspirazioni.
Donna Tartt e Bret Easton Ellis, senza dubbio. Leggendo i loro romanzi ho capito
che dovevo progettare la mia storia, e farlo subito. Avvertivo un’urgenza. Per
me leggere e scrivere sono tutt’uno. A chi vede in The Shadow qualcosa di
Stephen King, strizzo l’occhio. Quando ho scelto di ambientare il romanzo nel
Vermont avevo le idee chiare – The Shadow doveva avere un respiro
internazionale. Il mio obiettivo? Vendere i diritti all’estero.
Il libro mi sembra, in superficie, un concentrato di clichés: Stati Uniti,
ragazzi, college, amore, morte, sparizioni, ombre, spettrali entità… Sembra
scritto per diventare una fiction (a proposito: nei hai qualcuna di
prediletta?). Lo hai fatto di proposito? Insomma, come hai costruito il libro?
Dici bene, in superficie. Ma se uno inizia a leggerlo scoprirà una realtà ben
diversa. Ancora una volta, in letteratura non conta il ‘cosa’, ma il ‘come’.
Anche Austerlitz di Sebald, in superficie, potrebbe apparire un concentrato di
cliché sul nazismo. Ma se ci si addentra nella sua lettura si scopre un libro
grandioso per il suo sguardo e la sua parola. Si può scrivere un capolavoro con
qualsiasi tema. E fare un pasticcio con la storia più ‘alta’. Spesso, la qualità
sta proprio laddove meno te lo aspetti. Quanto alla poesia che si scrive oggi,
non la frequento se non nei rari casi in cui è toccata dalla magia e dal senso.
Amo la poesia di Mariangela Gualtieri e Beppe Salvia; e andando più indietro
quella di T.S. Eliot, Marina Cvetaeva e Sylvia Plath: “Non servi, non servi
più,/ O nera scarpa, tu/ In cui trent’anni ho vissuto/ Come un piede, grama e
bianca,/ Trattenendo fiato e starnuto…”. Infine, naturale che voglia realizzare
una serie tivù ispirata al romanzo. La fiction che mi ha più colpita di recente
è Adolescence, capolavoro del realismo britannico.
Che cose vuoi dire, profondamente, attraverso il tuo libro?
Che il male non è il male e il bene non è il bene, non sempre almeno. C’è molto
di più da scoprire dietro le apparenze, anche se non sempre si è disposti a
farlo. Scrivendo ho voluto mettere in scena l’ambiguità, che è la chiave di ogni
romanzo. Quando Dante allude al peccato terreno di Ugolino compie un’operazione
dissimulatrice, in poche parole fa appello all’arguzia (o forse dovrei dire alla
scaltrezza) di un romanziere moderno; nel mio romanzo l’ambiguità è la
protagonista indiscussa. Nell’universo che ho creato ogni giudizio è sospeso
fino all’ultima pagina – forse per sempre.
Qual è, del romanzo, la parte, l’idea che ti convince di più – e quella che
riscriveresti?
Le scene meglio riuscite sono quelle immerse nella brutalità della natura (anche
umana), le Green Mountains, le paludi della Louisiana, il carnevale di New
Orleans tra riti e rimandi allegorici. Ovviamente la perfezione è soltanto
un’aspirazione, ma anche potendo cambierei ben poco.
Hai usato l’Intelligenza Artificiale per costruire la trama del tuo libro, per
‘informarti’ e fare ricerca? Credi che l’IA rovinerà la facoltà immaginativa
degli scrittori?
No, mi sono appoggiata a metodi tradizionali, ma non escludo di usarla in
futuro, quantomeno sul piano del reperimento del materiale (non della trama o
della scrittura). Parlando con altri scrittori, pare che l’AI sia un buon
supporto nella fase di ricerca ma che, allo stato attuale, fatichi a stare al
passo con la creatività umana e con i nostri canoni di bellezza e di senso. I
più grandi scultori avevano una pletora di aiuti di bottega ad assisterli, aiuti
che eseguivano più o meno meccanicamente i comandi sotto la direzione artistica
del maestro, secondo la sua visione artistica e il suo progetto ideale.
Sbozzavano il marmo, piegavano la materia, poi arrivava il maestro che la
modellava, la rifiniva, le dava la vita. Per come la vedo io, chi ha le qualità
per scrivere un’opera di valore lo farà con o senza intelligenza artificiale. E
viceversa. L’uomo resterà l’artefice primario ancora a lungo. Tra mille anni non
so. Se il progresso tecnologico non si può arrestare, bisogna imparare a
volgerlo a nostro vantaggio. Credo andrà così, dopo un periodo di inevitabili
assestamenti.
…e ora, cosa ti appresti a scrivere? Quale storia vorresti scrivere?
Il materiale a dire il vero non mi manca, sono molto operosa, ma per adesso non
rivelerò nulla. Non vi resta che aspettare.
*In copertina: manifesto per “La cosa” il film di John Carpenter del 1982
L'articolo “Conta l’opera, molto meno l’autrice”. Dialogo con Asia Werty (forse)
proviene da Pangea.
In principio fu una poesia, di cui va riferito un passo, di cristallina
bellezza:
> “Immobile e non mai mosso è quanto è vero;
> le vele delle barche dei pescatori, là fuori,
> brune e nere, triangoli accanto a triangoli,
> si rispecchiano appena nei flutti placati, nei
> flutti dell’anima e
> non oscilla la bilancia della verità”.
S’intitola Paesaggio virgiliano; il paesaggio lirico in cui si muove è quello
ideato da Friedrich Hölderlin, una stessa mania agita il suo autore, Hermann
Broch. È stata scritta nel 1945: qualche anno prima, Broch era riuscito,
rocambolescamente, ad approdare negli Stati Uniti. Proprio quell’anno, in marzo,
la Pantheon Books pubblicava il suo capolavoro, La morte di Virgilio – lo
scrittore aveva dovuto, tramite qualche stratagemma, trovare i soldi per la
stampa. Iniziato una decina di anni prima, quel libro, che rischiava di restare
per sempre manoscritto (“per motivi estrinseci – Hitler – non vedevo più la
possibilità di pubblicare”), si configurava come un romanzo-tutto, un romanzo
definitivo, un romanzo che dilagava negli indicibili. Allo stesso tempo, Hermann
Broch adopera i più aggiornati strumenti ‘scientifici’ del romanzo occidentale
(il ‘flusso di coscienza’ e soprattutto la dinamica del tempo adottati da Joyce
nell’Ulisse) e l’antica sapienza d’Occidente; nel suo libro – che si basa, come
canovaccio, sulle leggende medioevali intorno alla figura di Virgilio e racconta
l’ultimo giorno di vita del grande poeta dell’Eneide – convergono Dante e
Bergson, la Lettera di Lord Chandos di Hofmannsthal (l’atrofia del dire, di
cui La morte di Virgilio, che dice tutto e soprattutto il Tutto, è una risposta)
e Tommaso d’Aquino, Agostino e Heidegger, Eraclito e Einstein.
Paesaggio virgiliano era stata inserita da Ladislao Mittner a puntellare la sua
introduzione a La morte di Virgilio; l’attacco non poteva che colpire un ragazzo
in cerca del libro ‘assoluto’:
> “Chiuso in una cella delle prigioni naziste, da cui è convinto di non poter
> uscire, uno scrittore più che cinquantenne, già favorevolmente noto al
> pubblico degli intenditori, ma dolorosamente consapevole di non aver saputo
> creare ancora il proprio capolavoro, fa il suo esame di coscienza…”
Edito in Italia da Feltrinelli nel 1962, nella versione di Aurelio Ciacchi, quel
libro di Broch – un libro-vita, un libro vivente – portava agli estremi il
genere romanzo, già ‘aggiornato’ come mai prima da Thomas Mann e da Robert
Musil. Broch osava porre le questioni ultime – quelle che riguardano la
vita-e-la-morte e il senso dell’arte e il significato della Storia e il ruolo
dell’artista nel biologico scorrere delle cose e il valore del ‘potere’ e la
ricerca di Dio e la ventura nell’aldilà –; il suo romanzo (se ancora si può
chiamare romanzo) si sporge sulle soglie dell’indicibile, in una no man’s
land della letteratura. È il romanzo della fine e della resurrezione della cosa
chiamata Occidente; è il romanzo del principio e della fine del linguaggio come
siamo certi di definirlo, in oltraggio a ogni esegesi ed ermeneutica, per
sporgersi verso l’“inesprimibile”, l’“al di là della lingua”.
Hermann Broch (1886-1951)
Il fatto che La morte di Virgilio sia sostanzialmente un libro reietto, un libro
apolide ai lettori, alieno rispetto ad altri più appetibili autori e libri
(chessò, Céline, o, in tempi più recenti, Pynchon), inabile a farsi ‘merce’, lo
rende – e lo rendeva quando galoppavo al liceo –, graniticamente,
grammaticalmente, una chimera, il mio libro eletto. Quanto a Broch – ricco,
elegante, sciupafemmine, matematico e filosofo per formazione, per lo
più altro rispetto agli alti letterati della Vienna pre-nazi – basta il ritratto
che ne fa Elias Canetti nel mirabile Il gioco degli occhi: al contempo feroce e
dinoccolato, ingenuo e ferino, carnale e celestiale. “Mi pareva di vedere in lui
un uccello, grande e bellissimo ma con le ali mozze… lui, il grande uccello, non
sapeva rassegnarsi all’idea che gli avessero mozzato le ali”: che meravigliosa
definizione per uno scrittore-aquila, per un uomo rapace.
Iniziai comunque dalla poesia di Hermann Broch – quella è l’autentica
iniziazione. Una poesia che reagisce ai crismi della crisi, una poesia-Alpi,
vertiginosa, fuori da ogni ‘storia della letteratura’, scritta, occasionalmente,
lungo l’arco di una vita. Pubblicate in prima versione nel 2009, per Città
Nuova, le poesie di Broch sono uscite in versione definitiva nel 2021, per De
Piante, come La verità solo nella forma. In particolare – anche per la filigrana
biografica – amo Lago Maggiore, una poesia mirabile, avventata per vastità –
“Potente e clemente si rivela qui/ il divino” – con parentele hölderliniane;
chiude così:
> “Chi può chiamare Dio, quando lui ride?
> Chi può ascoltarlo, quando lui canta?
> E attraverso i rami
> del sereno albero frondoso
> riluce il lago
> eco.
> Isola dell’anima
> mio cuore”.
Il curatore, Vito Punzi, va conosciuto. Germanista, marchigiano, ha sempre la
barba, fa l’effetto di un burbero, dirige il Museo Pontificio della Santa Casa
di Loreto. Tra l’altro, ha tradotto Kafka – una selezione di racconti è edita
come Sciacalli e arabi da De Piante, 2024 – e ha pubblicato un romanzo, Occhi
dopo la polvere (Marietti, 2007). Da anni si dedica all’opera di Broch, con il
genio della gratuità e il talento dei folli; un percorso che culmina,
quest’anno, nella pubblicazione de La morte di Virgilio, per l’editore
Bibliotheka. Dopo oltre sessant’anni, la nuova traduzione di uno dei capolavori
assoluti della letteratura occidentale: c’è da esultare. Inutile ritagliare
brani, deturpare la prosa fluviale di questo romanzo-cosmo dai rilievi
‘astrologici’ – ogni poeta, in fondo, non fa che leggere le stelle, comparandole
alle proprie mani –: La morte di Virgilio è un libro che non si legge in un fine
settimana; dura, infallibile, per una vita.
Ne parliamo allora con Vito Punzi.
La nuova traduzione de La morte di Virgilio, a cura di Vito Punzi
Qual è l’importanza de “La morte di Virgilio”, a mio parere il più frainteso – o
mai letto – dei romanzi ‘totali’ del Novecento?
Bisogna rifarsi allo stesso Broch. Già prima di decidersi per quella che sarebbe
stata l’ultima opera, aveva sperimentato la scrittura romanzesca (vedi la
trilogia “I sonnambuli”) e quella saggistica (vedi Hofmannsthal e il suo tempo)
alla ricerca di nuove forme, in sostanza di una nuova lingua, attraverso la
quale attraversare la crisi di civiltà che l’Occidente stava attraversando.
Laddove “nuova lingua” sottintendeva la possibilità di tornare a nominare con un
senso, secondo il loro senso, le cose, il mondo, la bellezza, l’orrore, la
morte. Certamente a rendere meno “attraente” La morte di Virgilio rispetto ad
altri grandi opere novecentesche c’è tutto quanto vi confluisce attraverso
l’immaginazione di come potrebbe aver vissuto Virgilio le sue ultime ore di
vita. Broch stesso ha descritto il tempo speso per la scrittura del
poema-romanzo come un tempo che, sottoposto lui insieme al resto degli ebrei
occidentali alla persecuzione nazista, “costringeva in modo sempre più pressante
ad una preparazione alla morte, per così dire a una preparazione privata alla
morte”. “E in una tale preparazione”, continua Broch in una lettera, “si
trasformò il lavoro di composizione del Virgilio”. L’opera, nel suo corpo a
corpo linguistico con l’approssimarsi del mistero ultimo, è in realtà uno
straordinario inno a tutto ciò che è vita, di tutto ciò che l’uomo può nominare
nel “qui e ora”.
C’è stato un lungo fraintendimento, certamente, nel modo in cui il romanzo-poema
venne valutato e presentato dai germanisti accademici, fin da quando uscì la
traduzione italiana di Aurelio Ciacchi per Feltrinelli, nel 1962, l’unica
disponibile per oltre sessant’anni (fatto piuttosto straordinario, in negativo,
per un’opera simile).
Cosa significa imbarcarsi nell’impresa folle di ritradurre “La morte di
Virgilio”? Perché, poi? Qualche esempio dal tuo oceanico lavoro.
Negli anni si sono accumulati vari “perché”. Anzitutto c’è stata la
constatazione che la traduzione di Ciacchi, per quanto di grande spessore,
propone un numero rilevante di soluzioni attingendo ad un italiano che oggi,
necessariamente, risulta “attempato”. Al cospetto dell’originale, poi, in gran
parte, se non interamente, frutto di “pazzia geniale” (così Hannah Arendt), la
sua versione tenta troppo spesso semplificazioni, perfino allontanamenti dalla
complessità della scrittura di Broch, finendo col tradirne lo stile. Tentativi
magari mossi dal buon intento di rendere, per il lettore italiano, più
“digeribile” il romanzo-poema, col risultato, tuttavia, che l’“opera poetica”
(così ancora Arendt) risulta troppo indebolita nella sua tensione, così
vibrante, in tedesco, al pari di una fune tesa, sospesa su di un abisso. C’è
stato infine l’incontro con l’esercizio della scrittura poetica cui Broch è
stato sempre fedele. Composizioni in parte pubblicate in vita, che mai erano
state prese in considerazione prima, in Italia. Di fatto mi si sono rivelate
come il percorso segreto intrapreso da sempre dall’austriaco, “poeta contro la
propria volontà” (sempre Arendt). In quelle poesie (tradotte come La verità solo
nella forma per De Piante, 2021), in nuce, c’è tutto quanto Broch ha ripreso ed
elaborato negli anni per scrivere i suoi saggi e i suoi romanzi, fino alla
“grandiosa opera poetica” (ancora Arendt) che è La morte di Virgilio. Affrontata
la traduzione delle poesie, quindi, bisognava mettere mano alla sua ultima
grande fatica.
Un’”impresa folle”, sì, è ciò che ho detto a me stesso, perché, con una
presunzione mai celata, ritenevo migliorabile la pur bella traduzione di Ciacci
principalmente nell’aderenza allo stile di Broch, i cui tratti più evidenti, in
particolare in quest’opera, sono la presenza ridondante di lunghi periodi, le
ripetizioni lessicali e lo sfruttamento, fino all’estremo, dell’infinita
possibilità che il tedesco offre di creare parole composte, spesso accompagnate
da avverbi modali. Aderire allo stile significava poi accogliere il libro per
come l’ha voluto Broch, cioè romanzo-poema. E qui, senza essere poeta, ho
cercato di far tesoro del lavoro fatto in precedenza sulle composizioni
specificatamente poetiche dell’austriaco. Il giudizio sul risultato lo lascio
ovviamente a chi legge. Se mai fosse positivo, vorrà dire che, grazie a Broch, è
emersa una parte di me che non conoscevo.
La prima traduzione italiana de La morte di Virgilio (Feltrinelli, 1962), a cura
di Aurelio Ciacchi
A me pare che Broch, insieme a Thomas Mann, a Musil e al suo aedo, Canetti, sia
uno degli scrittori capitali in lingua tedesca di ogni tempo. Eppure, lo si
pubblica sbadatamente, a strappi, per lo più – fatto salvo il ciclo dei
“Sonnambuli” – per piccoli, volenterosi editori. Perché?
La domanda va posta pensando anche a molti altri romanzieri e poeti di lingua
tedesca, anche viventi, del tutto ignorati dall’editoria italiana. Le
responsabilità, almeno da dopo il baratro nazista, va ripartita tra tanti. In
primo luogo tra i protagonisti della germanistica italiana della seconda metà
del Novecento, in gran parte ideologicamente orientati, poco avvezzi a formare e
supportare la curiosità e il desiderio di conoscenza di giovani lettori e
studiosi e ancor meno capaci di rendere in qualche modo “attraente” lo studio
della lingua tedesca, anche nelle sue forme ed espressioni più complesse e
difficili. C’è stata poi la responsabilità degli editori, troppo a lungo – e
ancora oggi in buona misura – dipendenti dagli “indirizzi” della cosiddetta
“accademia” e poco propensi a rischiare, elaborando una propria linea
editoriale. Va detto che negli ultimi anni si sono moltiplicati i tentativi di
invertire il consolidato e poco efficace modo di scegliere chi e cosa tradurre
dal tedesco. Tuttavia, c’è anche tanto da fare, da scoprire. Per quanto mi
riguarda, non posso che essere grato all’editore Bibliotheka, in particolare al
suo direttore editoriale, Roberto Alessandrini, per il coraggio che ha
dimostrato, accogliendo la proposta di una nuova traduzione de La morte di
Virgilio.
Broch: ebreo convertito al cattolicesimo. Perché? Spiegaci come – e se – penetra
nella sua ricerca letteraria la fede.
Nella Vienna d’inizio Novecento, il motivo fu del tutto formale: per sposare
Franziska von Rothermann, figlia come lui di un imprenditore, dovette
convertirsi al cattolicesimo. Al di là di questo dato nudo e crudo, la
riflessione di Broch dedicata alla civiltà europea segnata dalla presenza del
cristianesimo, sia cattolico che riformato, è riscontrabile diffusamente nelle
opere narrative e saggistiche. In Di Hugenau o il realismo, la terza parte de “I
sonnambuli”, emerge in particolare lo studioso di matematica. Lì la speculazione
novecentesca viene accostata da Broch a quell’epoca di grande fioritura
religiosa che fu il Medio Evo. “Certo la discussione medievale degli infiniti
non si svolgeva sul terreno matematico”, scrive l’austriaco, “ma l’infinità
etica, come ben si potrebbe chiamarla, e quale si manifesta, ad esempio, nella
sfera dei problemi riguardanti gli attributi infiniti di Dio, contiene tutte le
questioni dell’infinito attuale e potenziale, presenta quella stessa struttura
di regione estrema dove troviamo le antinomie e le difficoltà della matematica
moderna.” Anche ne La morte di Virgilio ritengo vi siano più che semplici tracce
di un uomo, Broch, che con poca o tanta convinzione ha fatto esperienza di un
Dio che ha attraversato e da allora continua ad attraversare la carne
dell’essere umano, per redimerlo, insieme all’intero creato, quando tornerà a
manifestarsi, definitivamente. Propongo un passaggio dal romanzo-poema:
> «Non ancora, eppure già!» Chi aveva appena detto questo, il ragazzo o lo
> schiavo?
> Entrambi guardavano verso est, uniti in una nuova comunanza nel loro sguardo
> rivolto a est, e nel firmamento orientale sorgerà la stella.
> «La stella di Giulio Cesare splende a occidente», così parlò l’invisibilità di
> Cesare, «e tuttavia tu non vuoi più vederla, Virgilio…il tuo odio non verrà
> mai meno?»
> «Per amore ho dedicato l’Eneide ad Augusto, ma al di là del suo essere, sorge
> la nuova stella».
Il rapporto tra Broch e Hannah Arendt. Puoi circostanziarlo, darcene dei
ragguagli?
È significativo, perché nasce proprio in relazione con l’uscita de La morte di
Virgilio, nel 1945. I due si conoscono negli Usa, dove sono entrambi esuli,
all’inizio del 1946, dunque qualche mese dopo la pubblicazione del
romanzo-poema. E qualche settimana dopo inizia la loro corrispondenza, durata
fino alla morte di Broch (vedi H. Arendt-H. Broch, Carteggio 1946-1951,
Marietti, 2021). Il rapporto tra i due sarà semplicemente di stima reciproca
(lei gli fece capire che non intendeva diventare una delle sue tante amanti) e
il carteggio testimonia un confronto costante su una varietà infinita di temi,
tuttavia la prima lettera di Hannah ha per oggetto proprio La morte di Virgilio,
che aveva letto e di cui stava scrivendo una recensione. Si tratta di una
missiva di lode, una lode che lei stessa definisce “cruda”, perché è l’“opera
poetica” stessa (non lo considerava un romanzo) ad attenersi “irremovibile al
poco che vi è di fondamentalmente elementare” e sua principale qualità è quella
di “togliere il respiro, di essere scritta al di là di ogni dimensione
romanzesca intesa nel senso comune”. Secondo Arendt, ne La morte di Virgilio
> “il contenuto speculativo e quello poetico sono diventati realmente e, per
> così dire, aprioristicamente identici, fatto che produce una tensione nella
> quale riflessione e speculazione diventano azione.”
Qual è il paragrafo della “Morte di Virgilio” che continua a scuoterti?
A “scuotere” più di altre, per bellezza e difficoltà, è senz’altro l’ultima
parte, “Etere – Il ritorno a casa”, perché sintesi estrema dell’ascesi
linguistica compiuta da Broch: lui come Virgilio afferrato dal “desiderio
doloroso che contiene ogni paura per il congedo e vuole trattenere l’ultimo
volto”, con “il passato e il futuro intrecciati in un unico risplendere”. Finché
l’universo svanisce “al cospetto della parola, dissolto e abolito nella parola,
eppure contenuto e preservato nella parola” che “si librava al di sopra del
nulla”, diretta verso casa, che ha i tratti di “un mare sospeso, un fuoco
sospeso”.
La prima edizione de La morte di Virgilio edita da Pantheon Books, New York,
1945
…e ora, verso quale impresa ti dirigi?
Verso Heinrich e Thomas Mann. Ma anche Hölderlin, attraverso un suo biografo,
Christoph Theodor Schwab.
*In copertina: un’opera di Egon Schiele
L'articolo “Togliere il respiro”. Intorno a “La morte di Virgilio”, il
romanzo-poema sulla fine (e la resurrezione) dell’Occidente proviene da Pangea.
“Arti applicate… arti decorative… arti minori… Io non vedo differenze. L’arte è
arte. Cosa significa ‘applicate’? È solo uno degli aspetti dell’arte, uno dei
tanti. C’è chi dipinge, chi costruisce sedie e chi le studia… Una volta Roberto
Longhi, col quale mi laureai in Storia dell’arte a Firenze, vedendomi arrivare
mi disse: ‘Ah, ecco quello che studia le seggiole’. Sì, e allora? Non c’è niente
di male a studiare le seggiole… Nella mia vita mi sono occupato di tante cose.
Di arredi francesi, di mobili italiani, di mosaici, di pietre dure… Per me
l’approccio è sempre stato lo stesso. Che si tratti di un dipinto o di mobile,
lo devi guardare e studiare allo stesso modo. Di quell’oggetto, di quel
manufatto – di quell’opera d’arte – devi capire quello che si sa, come lo si sa
e che cosa significa. ‘Arti applicate’ cosa vuol dire? Che si applica a che
cosa? Penso che il termine ‘decorative’ sia più giusto. L’oreficeria, le
ceramiche, i vetri, gli smalti, i mobili… Sono tutti oggetti che decorano la
casa, che l’arredano. ‘Applicate’… Ma perché? Anche quando fai un quadro ti
applichi… E cosa significa ‘minore’? Dipende da com’è il quadro e da com’è la
sedia; non necessariamente qualcosa è per statuto inferiore o superiore. Ci sono
opere di pittura e scultura molto banali, e d’altra parte tessuti o vetrate che
sono capolavori. Allo stesso modo, per quanto riguarda lo studio della storia
dell’arte, si possono dire cose molto serie su oggetti considerati ‘minori’,
così come si possono dire cose molto stupide su Tiziano. L’oggetto che studi può
essere importante o no: quello che conta è come lo vedi e come lo fai capire
agli altri. Che poi un dipinto di Rembrandt sia più importante di una sedia
stile Impero è possibile, non l’ho mai negato. Ma stabilire una gerarchia a
prescindere tra la pittura e l’ebanisteria, è pretestuoso. E questo vale anche
dal punto di vista della critica. Poi, certo: il fatto che un quadro o una
statua abbiano come fine solo il godimento estetico mentre una sedia o un tavolo
abbiano anche una utilità, è qualcosa di importante; non c’è dubbio. Ma il fatto
che una sedia o un tavolo abbiano una utilità non significa che non possano
essere anche un’opera d’arte. E poi: come si decide che un oggetto è bello o non
lo è? Il gusto cambia ogni cinque anni, dieci anni. Non solo cambia il gusto del
tempo. Anche il gusto personale. Non sempre quello che tu trovi bello e
importante a vent’anni continuerai a trovarlo bello anche a trenta o a
cinquanta. O a novanta”.
Novant’anni anni, nato a Santiago di Cuba nel 1936, discendente di un’influente
famiglia locale – il padre fu Ministro della Cultura di Fulgencio Batista poco
prima della rivoluzione cubana: “morì nel 1952 quando avevo 16 anni” – lunghi
viaggi fra Stati Uniti e Europa, dove si stabilì al momento della presa del
potere di Fidel Castro decidendo di non fare mai più ritorno nel proprio Paese,
studi universitari a Firenze dove fu allievo di Roberto Longhi, e poi – dal
1971, senza più abbandonarla – Roma, dove era arrivato la prima volta nel 1955
(“Perché ho deciso di vivere qui? Perché è la città più bella che esista”),
Alvar González-Palacios, naturalizzato italiano ma con un elegante e ostinato
accento cubano, con i suoi libri ha offerto uno dei contributi più importati
sulla storia delle arti decorative, con una predilezione per l’area italiana,
francese e spagnola. Titoli: Il tempio del gusto (1984), Il gusto dei
principi (1993), Arredi e Ornamenti alla corte di Roma (2004), Nostalgia e
invenzione: arredi e arti decorative a Roma e a Napoli nel Settecento (2011).
Sguardo disincantato, occhio affilato, autoironico, raffinato connoisseur e
storico dell’arte, professore e collezionista, González-Palacios è un
intellettuale e un uomo di mondo che, girandolo, ha conosciuto tutti i grandi
collezionisti e antiquari del Novecento, e poi artisti, studiosi, direttori di
museo, miliardari e gentildonne, editori, mecenati, aristocratici… da Federico
Zeri a Jean Paul Getty, da Umberto Allemandi a Mario Praz, da Harold Acton a
Vittorio Cini, da Jean-Michel Basquiat a Costantino Bulgari, da Madelaine
Castaing a Bernard Berenson, da Alberto Arbasino a Peggy Guggenheim, da Liliane
de Rothschild e Anthony Blunt… Pezzi di storia e pezzi d’arte. Una vita fuori
dall’ordinario, fra Bellezza e Bizzarria, alla ricerca di una risposta alla
domanda: ‘Che cos’è il gusto nell’arte e nella vita?’. E qual è la risposta?
“Forse il duende di cui parla Federico García Lorca, una forza misteriosa che
possiede l’artista, un qualcosa che qualcuno ha e moltissimi non hanno. Un
incanto misterioso, una qualità ineffabile. Qualcosa che è ovvio quando manca,
ma può sfuggirci quando c’è davvero”.
Un dono che può possedere solo l’artista o anche l’artigiano?
“Le arti sono state spesso distinte in maggiori e in minori, specialmente in
Italia, forse a causa di una cultura idealista che da noi ha resistito più a
lungo che in altri Paesi. Penso che tutti gli aggettivi usati per spiegare le
arti siano spesso inutili. Forse il meno offensivo è ‘arti decorative’, quello
spregiativo ‘arti minori’. Chi stabilisce che un oggetto è un’opera d’arte con
la maiuscola o con la minuscola? Dividere l’arte fra grande arte e piccola arte
è una presunzione. Il fatto che un artista sia un grande artista, per esempio un
grande scultore, non significa che non sappia fare un bel disegno. In molti casi
lo sa fare benissimo. Mobili, pietre, marmi, gioielli: tutto può fare parte
dell’arte. Non perché è un mobile non deve essere arte. È come è fatto quel
mobile che lo fa essere un’opera d’arte o meno. Io mi sono specializzato in
questo ambito perché quando ero giovane, sono arrivato in Italia e dovevo
guadagnare per vivere, ero un esiliato. Ho iniziato ad occuparmi di primitivi
toscani verso i quali, a un certo punto, fra Settecento e Ottocento, in Italia
si assistette alla nascita di un grande interesse collezionistico. Poi mi sono
avvicinato ad Ambrogio Lorenzetti e il suo tempo; e, con lo stesso impegno, con
lo stesso sguardo e con lo stesso rigore scientifico che si applica all’analisi
di una scultura, di un edificio o di un dipinto, mi sono dedicato a cose
apparentemente più facili, per alcuni banali, cioè gli oggetti. Ad esempio i
mobili di Giuseppe Valadier, architetto, orafo e argentiere fra i più importanti
del periodo neoclassico; e mi sono specializzato in pietre dure, soprattutto
delle collezioni reali spagnole, e poi negli orologi e nei bronzi… Insomma, mi
sono occupato un po’ di quello che mi piaceva, un po’ di quello che mi
chiedevano. Ma la mia scelta non dipendeva da ciò che era considerato più o meno
importante nel mondo degli studi, ma dal fatto che pochi studiosi se ne
interessassero in Italia. Molti miei amici, in Francia o Inghilterra, si
occupavano anche di oggetti ai quali qui, per non dispiacere a Longhi, nessuno
voleva avvicinarsi; e io ho detto ‘Se lo fanno loro, perché non lo dovrei fare
io?’. Io davvero non vedo che cosa ci sia di male a occuparsi di una sedia.
Solo, bisogna vedere che sedia è. Ad esempio, Andrea Brustolon, un veneto che ha
vissuto fra Seicento e Settecento, ha realizzato delle sedie e delle poltrone
piuttosto straordinarie. Ripeto: tutto dipende da come uno guarda le cose. Non
bisogna cadere nei pregiudizi. Lo stesso vale se consideriamo il rapporto tra
artigiano e artista. Quando un artigiano diventa un artista? Semplicemente
dipende da quello che fa. Ci sono artigiani che sono artisti e artisti che non
sono artigiani, perché non sanno fare le cose bene. L’artigiano è chi fabbrica
degli oggetti, ma lo fa in una maniera che non arriva alla grande arte, cioè
senza originalità, e allora resta un operaio. Perché si possa parlare di
artista, invece, occorre che ci sia una dose di immaginazione e di invenzione
che la persona media non ha. Se tu fai un mobile e lo fai uguale ad altri
trenta, allora non è un’opera d’arte, è un oggetto seriale. Se invece crei una
linea diversa, lo decori, lo orni in una maniera nuova, come nessuno lo ha fatto
prima, allora è arte. Pensiamo ad André-Charles Boulle, vissuto a Parigi fra
Seicento e Settecento, un ebanista, ma anche scultore, cesellatore e decoratore,
famoso per una sua tecnica particolare nella lavorazione dei mobili. Lui ha
inventato uno stile. Un genio assoluto, pur essendo innanzitutto un artigiano.
Aveva una capacità manuale strepitosa nel modellare il bronzo e il legno, tanto
che le sue sedie non si possono confondere con quelle di nessun altro. Aveva un
dono, qualcosa di divino, una inclinazione particolare che alcune persone hanno
e altre no. È il colmo dell’ingiustizia, lo so, ma è così. Voglio dire che ciò
che differenzia un oggetto normale da un oggetto d’arte è il grado di perfezione
che si raggiunge nella sua realizzazione. E i due estremi sono il capolavoro e
la banalità. Vede quel mobile che è dietro di lei? Direi che non è un oggetto
banale… È d’accordo?”.
Dietro di noi c’è un mobile con cassetti decorati in pietre dure, del tardo
Seicento – una cosa affatto banale, diciamo meravigliosa… – probabilmente uscito
dalla Galleria dei Lavori istituita a Firenze nel 1588 dal Granduca Ferdinando I
de’ Medici e che poi nell’Ottocento prese il nome di Opificio delle Pietre Dure.
Per il resto, la casa di Alvar González-Palacios, un appartamento nel centro di
Roma, a Palazzo Caetani, dove la finestra della camera degli ospiti guarda il
Vittoriano e quella della sala da pranzo s’affaccia su Largo Argentina, è un
labirinto di stanze stracolme di opere d’arte e di oggetti. Dipinti di
scuola bolognese del tardo Seicento, porcellane cinesi, antichi vasi romani (“Ma
non sono di fattura così pregevole…”), in camera da letto tre pannelli dipinti
su tela (“Tardo Settecento piemontese, li acquistai in un mercatino delle pulci
a Parigi, ma era una serie di sei, da allora continuo a cercare gli altri
pezzi”), una consolle in legno e alabastro, una angoliera inglese a chinoiserie,
in bagno antiche mattonelle persiane murate nelle pareti, e poi bronzi,
tavolini, lampade (“Ogni pezzo è una scelta precisa, tenendo conto dei miei
mezzi, che sono stati sempre limitati; i miei gusti in verità implicherebbero
una quantità di denaro che non avrò mai…”), e poi miniature, disegni, dodicimila
volumi, due grandi librerie (“Le ho disegnate io”), e ancora lacche, stampe,
sculture. Opere di artisti minori e pezzi di alto artigianato.
“Gli artisti nel corso della storia spesso hanno sfruttato gli abili artigiani.
È sempre successo. Ma come un artigiano può essere un artista, così un artista
può essere anche un grande artigiano. Una cosa non esclude l’altra.
Michelangelo, ad esempio, è stato anche un grande artigiano. A qualcuno il
termine ‘artigiano’ riferito a Michelangelo non piacerà; ma resta il fatto che
pochi altri nel corso dei secoli hanno saputo lavorare il marmo come lui; e che
ha saputo disegnare come pochissimi altri come lui. La verità è che un grande
artista, se non è anche un bravo artigiano non funziona. Come fai, se no, a
creare un’opera d’arte? Devi essere bravo anche manualmente; non basta solo
l’idea; anche se è altrettanto vero che se non hai una buona idea, non avrai mai
una vera opera d’arte”.
Ma un artista può anche non saper fare delle cose, non saper usare gli strumenti
dello scultore o del pittore e essere comunque un artista riconosciuto da tutti.
Un artista concettuale, per esempio.
“Ma non è detto che lo resti. Vedremo. Oggi la critica pensa così, fra cinque
anni magari cambia idea. Non basta un giorno per fare un grande artista. Qui
siamo nel campo delle mode. Uno può essere molto amato in un certo momento e
qualche anno dopo sparire. Non per ingiustizia, ma perché cambia il
gusto. L’arte non è mai uguale. Quello che piace oggi non sarebbe piaciuto nel
1950 e non è detto che piacerà allo stesso modo nel 2050. L’oggi dura solo 24
ore. Poi finisce. La moda e il gusto distruggono tutto o lo esaltano. Il punto è
che a volte guardi le cose superficialmente, poi le riguardi e noti particolari
e aspetti che ti erano sfuggiti. Bisogna essere sempre disposti a cambiare le
proprie idee, a migliorarle, ad affinarle. Non è mai tutto definitivo. Certo,
andare contro il proprio gusto – tenendo per buono che lo si abbia – non è
facile. E non bisogna cedere alle mode”.
Il design è una moda?
“Il design? Che cos’è il design? È solo un modo come un altro di indicare quello
che si è sempre chiamato ‘disegno’. Non è un’invenzione della modernità. Design
– anzi, ‘desàin’ come si dice qui – è una parola che si riferisce alle cose
fatte per secoli con una matita su un pezzo di carta. Qualcosa che esiste da
sempre; solo che si chiamava il disegno. Infatti a Firenze c’è l’Accademia del
Disegno. Il design sembra che sia una cosa nata negli anni Venti del Novecento e
che prima non esisteva. Ma quando mai? Qualsiasi artista prima di fare una cosa
deve per forza fare un disegno, o no? Se nel Medioevo un magister
operis progettava una torre, per prima cosa faceva un disegno. Se nel
Rinascimento un architetto progettava una cupola, prima faceva un disegno. Se
nell’Ottocento un artista costruiva un mobile, prima faceva un disegno… Non c’è
altro modo di fare le cose. È sempre stato così e lo sarà sempre. Oggi, ad
esempio, nelle aziende automobilistiche c’è un creativo, un artigiano, un
artista o un designer che parte da un disegno originale, innovativo, che non si
è mai visto prima, sulla base del quale realizzare un’automobile con una sua
linea unica e inconfondibile. Domanda: può anche un’automobile essere un’opera
d’arte? Sì, certo che può esserlo, anche se dopo che si sono fatte tre macchine
una copiata dall’altra la cosa non funziona più. E allo stesso modo nel
Settecento c’era un disegnatore, o un artigiano, o un artista – non esistevano
ancora i designer – che partiva da un disegno originale, innovativo, che non si
era mai visto prima, sulla base del quale realizzava una carrozza con una sua
linea unica e inconfondibile. Domanda: può anche una carrozza essere un’opera
d’arte? Sì, certo che può esserlo. E io le ho viste. Una automobile, una
carrozza, un bicchiere. Sono esattamente la stessa cosa. E tutto parte sempre da
un disegno. Cambia la moda, cambia il modo di vedere quegli oggetti, cambiano i
gusti; ma il processo è il medesimo. Si chiama arte”.
Luigi Mascheroni
**
S’intitola “Applicazioni/Applications”, ed è il nuovo numero, che esce in questi
giorni, della rivista “La Biennale di Venezia”, uno dei prodotti editoriali più
affascinanti apparsi in Italia negli ultimi anni. Tornata a nuova vita nel 2024
(dopo 53 anni di silenzio editoriale) per volontà di Pietrangelo Buttafuoco,
Presidente della Biennale, e Debora Rossi, direttrice dell’Archivio storico, la
rivista è oggi diretta da Luigi Mascheroni. Ha cadenza trimestrale, è
internazionale e monografica: ogni numero è dedicato a un argomento che viene
declinato nei diversi ambiti di interesse della Biennale (arte, architettura,
cinema, danza, musica, teatro, moda), ma anche letteratura, scienze, filosofia…
«La Rivista è una delle attività che prendono forma dal nostro Archivio
storico», spiega il Presidente della Biennale Pietrangelo Buttafuoco. «Il
patrimonio che custodisce la memoria dell’Istituzione, composto da documenti,
fotografie, video, manifesti, rassegne stampa e molto altro, si trasforma in
materia viva per progetti editoriali, mostre, percorsi di ricerca e produzioni
speciali». Il numero “Applicazioni/Applications”, in particolare, esplora il
rapporto tra le nuove forme della creatività e indaga i diversi modi in cui
l’arte entra nella quotidianità al tempo della sua inconsapevolezza: quella di
essere arte. Fra design e società, artigianato e industria, cultura materiale e
digitale. Tra i contributi di questo numero, quello di Lilli Hollein, direttrice
del MAK, il Museo di Arti Applicate di Vienna; di Brendan Cormier, curatore del
Victora and Albert Museum di Londra; dell’architetto danese Bjarke Ingels; di
Julio Luzán, che mette in luce il dialogo tra saperi artigianali e innovazione
tecnologica nella creazione degli effetti speciali nell’industria
cinematografica; e del regista e artista Julian Schnabel.
Qui pubblichiamo in anteprima l’intervista di Luigi Mascheroni allo storico
dell’arte Álvar González-Palacios.
*In copertina: Álvar González-Palacios; photo Lorenzo Castore per La Biennale di
Venezia, 2025
L'articolo “Anche un bicchiere può essere un’opera d’arte”. Dialogo con Alvar
González-Palacios, fra Bellezza e Bizzarria proviene da Pangea.
In copertina, un particolare dalla Santa Lucia di Francesco del Cossa: occhi che
germogliano da una piantina, stretta con malizioso garbo dalla santa. Era il
1994 e dell’autore – “nato nel 1941 a Rimini, dove vive” – si diceva, per lo
più, della biblioteca, la Gambalunghiana, di cui era, all’epoca, direttore,
“fondata al principio del Seicento, da un gentiluomo allampanato e funereo”. Il
romanzo – L’avvocata delle vertigini –, tra i più singolari e remoti del nostro
canone recente, nascondeva, tra l’altro, un altro libro, Ufficio del silenzio,
in cui si legge quanto segue: “Tacet. Come il colore bianco è la somma
misteriosa di tutti i colori, così quella lingua bianca che è il silenzio
accoglie paternamente tutte le parole”. Un monito, forse. Il protagonista,
Dominici, ricorda a sprazzi il Daniele Dominici de La prima notte di quiete,
l’eroe malinconico del film di Zurlini, ambientato a Rimini. Del libro si parlò
tanto, tanto fu tradotto: un autore italiano nel catalogo Adelphi era pura opera
di teurgia, quasi un’annunciazione; qualcuno paragonò L’avvocata delle
vertigini alla Variante di Lüneburg di Paolo Maurensig, noto romanzo uscito nel
1993: l’affinità è meramente editoriale.
Rispetto ad altri autori dal tardivo esordio – Francesco Biamonti e Gesualdo
Bufalino, ad esempio – Piero Meldini aveva già pubblicato tanto, per lo più
saggi, con l’amico editore di una vita, Guaraldi: tra gli altri,
ricordo Reazionaria, la prima “Antologia della cultura di destra in Italia”,
uscita nel 1973, Mussolini contro Freud (1976) e il ciclo “La cucina
dell’Itaglietta” (1977), che è poi una storia d’Italia, dall’età giolittiana al
fascismo alla “cucina del tempo di guerra”, attraverso la controcultura
culinaria.
Per lo più ostile alla cagnara letteraria, per lo più sulle sue, un isolato,
Piero Meldini ha pubblicato per Adelphi il suo libro più bello – L’antidoto
della malinconia, 1996, ambientato in un inquieto, coriaceo Seicento – e per
Mondadori quello che ritiene il più compiuto, La falce dell’ultimo quarto, nel
2004. L’ultimo libro, Italia. Una storia d’amore (la quinta: vigilia della Prima
guerra, tra Bologna e Rimini) è uscito per Mondadori poco meno di quindici anni
fa. Da allora, Meldini, senza dubbio uno dei grandi scrittori italiani di oggi,
vive in una veglia tutta sua: non ha più voglie letterarie, è quasi del tutto
refrattario al presente. I racconti radunati per Vallecchi come In disparte, in
silenzio (brutta la copertina “generata con AI”), così, fanno l’effetto di una
scoperta. Pochi – sedici – brevi – in tutto, compresa la Nota, il libro conta
centoquaranta pagine – sagaci, non scalfiscono il tema: il testo più recente è
del 2009. Eppure, per una sorta di sfrenata austerità, di spudorata sapienza, i
racconti di Meldini sembrano più moderni, freschi, scattanti, giovani di troppa
narrativa che infesta le librerie patrie.
Il racconto più bello – parere mio – è Dietro la grata: siamo nel Seicento, il
secolo narrativamente aureo e oracolare per Meldini, si parla di una giovane, di
fantomatica bellezza, confinata in monastero, di un diario mistico dalla
“scrittura insieme puerile e artificiosa”, di un donnaiolo attaccabrighe che
porterà al disfacimento la famiglia, non nobile ma capace in ricchezze. Il genio
dello scrittore, come sempre, si vede subito, fin dalla filigrana dell’incipit:
> “Sulla carta spessa, che crocchia e si accartoccia agli angoli, le righe
> corrono svelte. Le lettere pendono a destra, come investite da una corrente
> d’aria. Là dove la scrittura a un tratto si inalbera, graffiando il foglio, la
> porta avrà sbattuto”.
Si sente, cioè, in poche righe, il sapore di un mondo e il suo senso,
il suono dell’epoca. Lo scrittore gioca con gli astri, ha a cuore tutti gli
angoli della propria invenzione (soprattutto quelli invisibili al lettore). La
scrittura di Meldini rimanda – parere mio – ai racconti più riusciti di
Marguerite Yourcenar, quelli raccolti in Come l’acqua che scorre; lui cita, tra
i suoi lari, Tomasi di Lampedusa, Sciascia, Morselli, Buzzati. A Jorge Luis
Borges – autore che accompagna da sempre l’epopea letteraria di Meldini – è
dedicato uno ‘scherzo’ assai sugoso. In Pasticcio, il grande scrittore argentino
interpreta se stesso in vesti di cuoco: il suo piatto, naturalmente un
“capolavoro”, sortirà effetti mortali nella mente e nel corpo dei commensali. I
borgesiani di ferro riconosceranno nomi, temi, topografie, comunque esplicitati
dall’autore in nota.
Come ci si potrebbe attendere, Meldini – almeno in apparenza – guarda con
indocile sprezzatura ai suoi libri: nell’arco di un ventennio o poco più – mi
sono dimenticato di citare Lune, Adelphi, 1999 – ha pubblicato alcuni dei libri
indimenticabili della nostra tradizione recente, ma cosa gli importa… “Dubito
che qualche mio romanzo mi sopravviva e non è che la cosa mi turbi più di
tanto”, tende a ripetere. Lo scrittore forse fa proprio questo: scrive per
cancellarsi – delle cose che ha scritto, gli resta un riverbero, una breve
nudità, lo sbrego sul margine, un manoscritto pervertito dall’uso. Forse la sua
icona è la farfalla – o l’effimera; i libri, intanto, fanno la crisalide. Il
resto – far vivere un libro, dotarlo di eternità – è compito nostro, è la gioia
dei lettori.
Che cos’è il racconto per te: il disegno preparatorio di un romanzo, un romanzo
abortito, a mala pena abbozzato, un’occasione che avvampa, lasciando dello
scritto un pertugio di cenere – e poco altro. O è molto di più?
Il racconto non è né un embrione né un concentrato di romanzo. È un’alternativa.
La scelta, cioè, di raccontare in un numero limitato di pagine una storia con un
capo e una coda: un inizio che inviti alla lettura e un finale appagante,
sorprendente o perturbante. A differenza del romanzo, che lascia il lettore
libero di indugiare, sostare e fantasticare sulle sue pagine, il racconto lo
prende per mano e lo trascina fino alla conclusione. Un buon racconto è una
parabola nel duplice significato del termine: una traiettoria e un racconto con
una morale. Meglio – molto meglio – se indecifrabile.
La quarta recita: “Tutti i racconti di uno dei più originali narratori
italiani”. Ti domando. Sono davvero “tutti” i tuoi racconti qui raccolti; cosa
significa, appiccicato a te, l’aggettivo “originale”; e poi, ti senti davvero un
“narratore”?
Sì, i racconti sono più o meno tutti quelli che ho scritto; i pochi assenti non
meritavano di essere riesumati. Credo (spero) che con “originale” lo strillo –
di cui non sono responsabile – intendesse appartato e inclassificabile, perché
di fatto è così che mi vedo. E sì, mi considero un narratore. Se non ho in testa
una storia, anche semplice, e dei personaggi – chiamiamoli pure fantasmi – mi è
impossibile cominciare un racconto; non parliamo poi di un romanzo. Non credo
che la bella scrittura sia autosufficiente.
Secondo i canoni – idioti si dirà – della casistica narrativa italica, hai
esordito tardi, nel ’94, non pubblichi testi ‘nuovi’ dal 2012, un secolo fa. Il
racconto più recente raccolto in “In disparte, in silenzio” data 2009. Perché?
Non hai più niente da scrivere? La narrativa è stata una delle tante stanze
della tua vita, ora sigillata?
Scrivere è per me molto impegnativo. Il risultato, dopo una giornata di lavoro
(e se sono particolarmente in vena, s’intende), è una mezza cartella di
testo. Sulla quale tornare poi non so quante volte e più per togliere che per
aggiungere. Non è raro che dedichi a un singolo passo una settimana e più di
lavoro accanito. Non è nemmeno raro che poi lo cancelli senza una lacrima. Un
lavoro così lento e faticoso ha bisogno di un contesto favorevole: un’editoria
che si assuma qualche rischio, una critica attenta e autorevole, una comunità di
lettori sufficientemente ampia e curiosa. Nel ’94, quando ho esordito nella
narrativa, questo contesto esisteva; nel 2012 le cose erano già molto cambiate;
oggi mi attenderebbe una terra incognita, ma presumibilmente inospitale, e alla
mia veneranda età non si ipotecano due anni di vita per essere letti da dieci
amici.
In Italia non si legge – tanto meno, si leggono i racconti, antica leggenda.
Perché?
Non so se i lettori italiani non amino i racconti. Quel che so è che gli
editori, a torto o a ragione, li considerano poco commerciali e preferiscono a
una bella raccolta di racconti un romanzo mediocre.
Due domande in una. Che cosa stai leggendo? Qual è il tuo libro che – agli occhi
tuoi – ‘resterà’? (Ne aggiungo un’altra, in coda: il libro tuo che desideri
svanisca nell’oblio, c’è?, qual è?).
Sto leggendo Sotto una stella crudele, un libro del 2017 che avevo
temporaneamente accantonato. Non è un romanzo. Sono le memorie di una donna
ebrea di Praga, Heda Margolius Kovàly, che in meno di un decennio era passata
dagli orrori del nazismo a quelli dello stalinismo. È una lettura che prende
allo stomaco. Andrebbe imposta (no, mi correggo: consigliata) a tutti quei
giovani che si proclamano orgogliosamente fascisti o comunisti. Ma, temo, con
scarsi risultati.
Dubito che qualche mio romanzo mi sopravviva e non è che la cosa mi turbi più di
tanto. Potessi scegliere io, sarei indeciso tra L’antidoto della malinconia – il
romanzo a cui sono più legato – e La falce dell’ultimo quarto – quello che
considero il più maturo, per il suo equilibrio fra dramma e commedia. Tolto
qualche mio remoto saggio, che avrei potuto e forse dovuto lasciar perdere, ci
sono molti libri che oggi scriverei diversamente, ma nessuno di cui mi vergogni.
Anche i racconti – parere mio – confermano che ti trovi narrativamente più a tuo
agio in territori alieni ai più, a noi poveri scribi: il Seicento, l’Ottocento.
Lì, i tuoi tratti, mi pare, trovano una definitività indefettibile. È vero? Dico
sciocchezze?
È vero: ho con la contemporaneità un rapporto complicato, e non m’è del tutto
chiaro se non voglio o non so raccontarla. Mi domando, per altro, se i miei
siano davvero romanzi storici. Sì per la cura scrupolosa dell’ambientazione, a
prova di anacronismi; no per quel che riguarda l’intenzione di resuscitare
un’epoca. Ciò che a me interessava non era la ricostruzione filologica di un
determinato periodo storico, ma la trattazione di temi del tutto personali e
attuali, utilizzando però un “filtro” che mi consentisse di parlare di me stesso
senza compiacimenti e dell’attualità senza riferimenti alla cronaca. Lo
scrittore di romanzi storici finisce spesso, volente o nolente, per attualizzare
il passato. Io credo di aver fatto l’opposto: “storicizzare” il presente
proiettandolo in un’altra epoca.
Tra i racconti, spicca un tributo a Borges, che figura tra i tuoi lari – in
filigrana, vedo la grana della Yourcenar. Quali scrittori italiani tra i tuoi
maestri?
Gadda, innanzi tutto, al punto che avevo l’abitudine di rileggere ogni anno,
come un esercizio zen, La cognizione del dolore. Poi, in parte, Sciascia e
Calvino. Sicuramente Tomasi di Lampedusa. Landolfi, ma in modica quantità, e
Buzzati. Il Morselli di Contro-passato prossimo e Roma senza papa e il Soldati
dei racconti. E inoltre un bel po’ di scrittori ottocenteschi e del primo
Novecento, a cominciare da Svevo.
Pur nella scrittura spesso assertiva, serrata, severa, vedo l’ironia nera, un
piccolo Pan a disfare le sorti dei tuoi personaggi. Un gioco alchemico: il caos
che, in piccole dosi, rende dorata madama armonia. A tratti, la scrittura pare
un gioco – di specchi e di attese e di maschere. È così?
Sì, proprio così, e mi fa piacere che tu lo abbia còlto. I protagonisti dei miei
romanzi sono destinati a percorrere strade che li conducono fatalmente alla
catastrofe. Non ho deciso io di farli finir male, però: lo hanno in qualche modo
deciso loro. Nei racconti, invece, c’è lo zampino maligno dell’autore, che ha
scelto di collocare il veleno nella coda, non so bene se per far dispetto al
personaggio, al lettore o a se stesso.
L'articolo “Con la contemporaneità ho un rapporto complicato”. Dialogo con Piero
Meldini, lo scrittore più appartato e singolare d’Italia proviene da Pangea.
Charles Wright è uno dei poeti più potenti del pianeta. Oblivion Banjo, uscito
nel 2019, è il suo ultimo libro: un immane repertorio antologico (quasi
ottocento pagine) in cui il poeta orienta la lettura della propria opera. È una
specie di torcia: fuoco che illumina qualcosa – e incenerisce tutto il resto.
L’importanza di Charles Wright – come quella di ogni poeta – si misura non certo
in copie vendute o premi conquistati, ma in ritrosia, in altitudine, nella
capacità di creare un cosmo allo stesso tempo sigillato e disarmato – compiuto.
L’opera di Charles Wright – come quella di ogni grande poeta – si legge come un
unico poema; un poema ipnotico.
Wright comincia a pubblicare negli anni Sessanta, il primo libro esce nel
1970, The Grave of the Right Hand. Agiografia vuole che Wright sia nato poeta
nel 1959, a Sirmione, presso la grotta di Catullo, leggendo Blandula, Tenulla,
Vagula di Ezra Pound. Il poeta lavorava per l’esercito americano, era di stanza
a Verona; compiva ventiquattro anni. L’ultima raccolta di Wright, Caribou, è
uscita nel 2014; il 25 agosto del 2025 il poeta ha compiuto novant’anni. Da
tempo, Wright ha optato per il silenzio: non rilascia interviste, ha una casa
vittoriana a Charlottesville, la moglie, Holly, fa la fotografa; ha chiamato il
figlio Luca, come l’evangelista. Tenta di credere nell’aldilà. Di sera, siede in
giardino – è ancora siderale la sua ispirazione.
Wright è stato “Poet Laureate” degli Stati Uniti dieci anni fa, è stato
finalista diverse volte al “Pulitzer for Poetry” (vincendolo, nel 1998); alcuni
suoi libri – The Southern Cross, 1981; The Other Side of the River,
1984; Chickamauga, 1995; Black Zodiac, 1997, Buffalo Yoga, 2004 – hanno segnato
indelebilmente la poesia contemporanea. Poeta colto come pochi altri, Wright
sembrerebbe essere la quintessenza del poeta nordamericano: Emily Dickinson è la
sua paladina e Walt Whitman il suo profeta; è sintonizzato sui toni lirici di
Wallace Stevens e di Robert Frost; ama Hart Crane. Nel suo pantheon, spiccano
George Herbert e Gerard Manley Hopkins; non smette di ricordare – dobbiamo
ricordarcelo di continuo – l’importanza del “Book of Common Prayer” per la
poesia anglofona (che è sempre ‘liturgica’, procede per innologie). Ha tradotto
Eugenio Montale e Dino Campana, legge di continuo Dante – forse per questo la
poesia di Wright è ‘passata’ con agio in Italia, pubblicata da Jaca Book
(Crepuscolo americano), da Crocetti (il formidabile Breve storia dell’ombra), da
Donzelli (Italia). L’immane poema Littlefoot (Crocetti, 2023) è uscito in
origine nel 2007; Antonella Francini è la devota traduttrice di Wright nel
nostro paese.
A differenza di altri grandi poeti statunitensi – esempi sparsi: John Ashbery,
Mark Strand, Charles Simic, Robert Pinsky –, eccellenti in stile, Charles Wright
tenta di portarci altrove, di mettere tenda nell’antinferno, di scardinare le
cifre del mistero, di slegare la tela di ragno dei fenomeni, la museruola ordita
da dio.
A mio giudizio, l’unico autore a cui Charles Wright può essere paragonato è
Cormac McCarthy. Quasi coscritti – McCarthy, classe 1933, è più grande di due
anni – sono cresciuti entrambi in Tennessee: i genitori lavoravano per la
“Tennessee Valley Authority”; il padre di McCarthy come avvocato, quello di
Wright come ingegnere. Forse si conoscevano. In entrambi, la fama – o meglio,
l’autorevolezza letteraria – ha agito amplificando l’indole all’isolamento, a
una scrittura come ‘pratica’, per cui pubblicare è esito meditato a lungo, mai
immediato – ci si immedesima nella roccia e nel puma, nella radice e nel vento.
Il più, sempre, è sapere cosa tenere nei cassetti, cosa lasciare per i pochi a
cui consegnarsi, a cui confidare un credito, un dono. Per entrambi, la
letteratura non è la vita, ma la ‘via’: i libri di Wright e di McCarthy non si
esauriscono alla lettura, impongono una scelta spirituale, una preferenza. Li
conserveremo per sempre.
Cormac McCarthy amava i lupi – chi non ricorda la fantomatica lupa di Oltre il
confine? – ma il suo animale-totem era il cavallo, la bestia cosmica dei Veda,
l’antichissimo innario indiano; Charles Wright ama i cavalli, ma il suo
animale-totem – come racconta nel dialogo intrattenuto con “Image”, a cura di
Lisa Russ Spaar, calcato, in parte, in calce – è l’orso. North American Bear è
il titolo di una sua raccolta del 1999; alcune lasse del poemetto omonimo (nella
versione della Francini) recitano così:
“Casuale geometria delle stelle,
casuali
stringhe di parole
belle come l’alfabeto.
O così le ricordo,
Orsa nordamericana,
Orione, Cassiopea e le Pleiadi
che cuciono la loro sintassi sul cielo profondo del North Carolina
mezzo secolo fa,
la lingua perduta di notti estive, la pergamena muta del tempo,
trafitta sul suo scuro
cilindro celestiale.
___________________________
Cosa c’è per noi d’imperturbabile nelle stelle?
Quale
impulso, quale bassa marea
ci attrae lassù come vertigine, quale
inversione di quota ci spinge verso i loro abissi chiari?
Stanotte, per esempio,
qualcosa ruota dentro i miei occhi,
qualcosa d’illacrimato, qualcosa d’innominabile,
filando veloce la sua tela.
Chi dirà che il cuore dirottato non è tornato alla sua gabbia?
Chi dirà che il respiro d’un angelo non m’ha
sfiorato
l’orecchio?”
Poeta coltissimo – dicevo – Charles Wright ha letto facendo falò. Si legge per
esacerbare la ferita, per lacerare l’acerbo essere e arrivare a quel luogo che
nessuno ha detto, per circoscriverlo con verbi-mirtilli, con verbi-ortica, senza
alcuna cautela. Come un fico cresce in una chiesa sfondata da una bomba, a
nirvana del gufo reale. Si legge per esaurire; si impara per dimenticare. Poi,
dal pentametro giambico si passa all’artigliata. Questa è la poesia come
‘pratica’: ci si impratichisce, ci si perfeziona, perché abbia spazio il
perfetto, ciò che non è perfettibile, ciò che supera il concetto, la
riflessione, il riflesso culturale. Al pentametro giambico segue l’assalto
dell’assoluto.
Per capire Charles Wright, forse, è più utile leggere L’orso, supremo racconto
di William Faulkner, che minuziosi, smaliziati referti critici. Charles Wright
ha detto di aver ‘incontrato’ l’orso a undici anni; una leggenda degli indiani
Montagnais-Naskapi narra di un orso che “trovò un bambino e lo tenne come un
figlio per diversi anni” (in: Riti e misteri degli Indiani d’America, a cura di
E. Comba, Utet, 2003). Quando il padre del bimbo andò a cercarlo, l’orso operò
magie: si distese sul cielo, evocando tempesta. Nulla da fare. Il canto
dell’uomo – dacché un orso si fa incantare dal canto – riuscì a vincere l’orso,
che affidò al bambino una delle sue zampe. Crescendo, il bambino allevato
dall’orso diventò “un cacciatore di orsi straordinariamente abile”. Per
tradizione, soltanto le donne sposate dei Montagnas-Naskapi possono scuoiare un
orso, “le giovani donne non sposate si coprono il volto”. Le donne sono gelose
dell’abilità di quel ragazzo nell’uccidere gli orsi – un’abilità virginea, da
creatura di altri mondi. Abilità sciamanica, altra dalla copula e dal rito
filiale. Quando una di queste donne scopre la magia del ragazzo, riposta nella
zampa dell’orso, egli scompare, “senza lasciare alcuna traccia – si disse che
era diventato un orso”. Chi ha capacità nell’irretire il mito, scorgerà
brandelli di Orione e di Atteone in tale dire.
In questa leggenda ci sono diversi elementi che riguardano la poesia di Charles
Wright. Il linguaggio che tiene insieme uomini e bestie (ma anche alberi e
stelle); la potenza del canto; il patto concluso con le forze del mondo; la
dedizione al compito; la sparizione. C’è la caccia – e dunque il sangue: ciò che
il poeta elargisce perché ne beva il lettore, famelico. Il poeta non si augura
altro: esumare la tua esanime anima.
***
In cosa credo. “Credo nel mistero delle cose. Credo che il compito del poeta sia
ingabbiare quel mistero. Non credo che occorra far fruttare il mistero, ma
circoscriverlo: fissarlo, ascoltarlo, capire se ti parla – cosa che, di norma,
non accade.
Credo nella musica. Credo nell’amore”.
La lotta incessante. “Nella religione, da un lato ci sono le chiese-supermarket,
che propongono un modo per stare bene, per sentirsi appagati – dall’altra, la
dura, incessante lotta che comporta il confronto con Dio. In poesia è lo stesso:
da un lato c’è la poesia light. Sappiamo cos’è: non chiede troppa fatica.
Dall’altra, ci sono i poeti della lotta: John Donne, Gerard Manley Hopkins,
Emily Dickinson. Poeti che si donano ma che non regalano nulla. Che pongono
limiti da oltrepassare”.
Il giardino interiore. “Una volta, quando ero nel pieno della vita, la magia
vibrava ovunque. Guardavo le cose, cominciavo a scrivere. Ora, guardo il mio
giardino. Ne ho bisogno perché la mia immaginazione non sgorga da sola. Ho
bisogno di guardare qualcosa per metterla in moto. Così, verso le nove di sera
mi siedo in giardino e lui irradia il mio giardino interiore”.
Emily Dickinson sulla ‘Whitman Road’. “Emily Dickinson aveva l’immaginazione di
una alienata, era un’aliena. Era ultraterrena. Ho sempre cercato di giungere a
quello stadio ultraterreno. Pur non avendo direttamente influenzato il mio
stile, la Dickinson è una delle mie eroine – sono ispirato dalla sua natura
ultraterrena. Ho cercato di scrivere con l’intensità della Dickinson, ma… volevo
uscire di casa! Così, nelle poesie più lunghe penso a Walt Whitman, in quelle
più brevi vivo come Emily. O meglio: cerco di essere Emily Dickinson sulla
‘Whitman Road’”.
Non sono un poeta. “Non mi piace definirmi poeta. Non credo in chi si dichiara
poeta. Robert Frost ha detto che sono gli altri, eventualmente, a dirti poeta.
Ho una forte tendenza al religioso, alla ricerca spirituale, ma non sono un
poeta religioso. È vero, mi hanno incluso in diverse antologie di poesia
religiosa: che sia utile alla fine del mio viaggio?”.
Un lignaggio: da Virgilio alla Bibbia. “La mia tradizione proviene dal ritmo
biblico, da quel linguaggio, in particolare dalla King James Bible. Sono
cresciuto come cristiano e amo quella meravigliosa favola; da adulto, sono stato
attratto dal Buddismo. Sento il desiderio di andare oltre le angosce e le
angustie di gran parte del cristianesimo. Eppure, angoscia e tormento possono
essere fonte di grande poesia. Penso alla traduzione del sesto libro dell’Eneide
di Seamus Heaney. Che testo memorabile: è precristiano eppure prevede Dante. Non
c’è da stupirsi che Dante scelga Virgilio come guida nel suo viaggio. Così si
fonda un lignaggio, un albero genealogico. Non voglio rinunciare alle cose del
mondo, non voglio rinunciare alla King James né al Book of Common Prayer. Quando
morirò voglio che mi sia letto il rito per la sepoltura dei morti (Rite One for
the Burial of the Dead)”.
Non mi convertirò. “Amo l’Apocalisse e il libro di Giobbe, ma è il Book of
Common Prayer di Cranmer a echeggiare ancora nella mia testa. Dai sei ai sedici
anni è stato il centro di tutto. A sedici anni ho fatto ingresso in una chiesa
episcopale. In me risuonano ancora i gesti e i ritmi di quella educazione
cristiana, episcopale. Insieme alla musica gospel del Sud. Ho consegnato tutto
questo a mio figlio, che è un vero credente, un teologo. Quanto a me, non credo
che mi convertirò in punto di morte. Ma non si sa mai”.
Amore, amore. “In realtà, tutte le mie poesie sono poesie d’amore. E sono
preghiere. C’è un meraviglioso passaggio nei drafts and fragments di Pound,
quando parla di Olga Rudge, la violinista con cui viveva:
> ______ma bellezza non è follia
> benché errori e naufragi mi accerchino.
> E io non sono un semidio
> non riesco a fare ordine.
> Se amore non è in casa, è il nulla.
Amo molto la poesia di George Herbert, Love III, con quell’attacco superbo:
‘L’amore mi dà il benvenuto, ma l’anima è refrattaria/ colpevole di polvere,
intrisa di peccato…’
E poi c’è Emily Dickinson. Non so a chi siano rivolte, ma le sue sono tutte
poesie d’amore – e preghiere”.
Il mio piatto preferito. “Amo il pesce e le quaglie. Tra le verdure, preferisco
gli asparagi. Non voglio dolci. Passiamo subito alla grappa”.
Illuminati. “Aspiro all’illuminazione. Come il Buddha. ‘Ricordami come uno che
si è risvegliato’, dice il Buddha. Ecco. È tutto. Sono attratto da quel vuoto
che non saprò mai raggiungere, che apre alle cose autentiche e non alle
cianfrusaglie di questo mondo. Ho trovato diverse vie di accesso al mistero
attraverso il Cristianesimo, poi mi ha affascinato il Buddismo. Qualcosa nel
Nirvana e nella via negativa mi stimola come poeta: riempio il pozzo
svuotandolo”.
Il sonnambulo e l’orso. “Da ragazzino ero sonnambulo. Mi svegliavo, correvo
all’altro lato della stanza, verso il letto di mio fratello. A undici o dodici
anni ero in campeggio, in Carolina del Nord. Sono uscito dal sacco a pelo, ho
iniziato ad allontanarmi dalle tende, lungo il sentiero. Stavo camminando verso
un dirupo, una specie di scogliera, sul limite del bosco, ma non lo sapevo. Poi
ho sbattuto contro qualcosa, mi pareva un orso. Sono convinto che un orso mi
abbia impedito di cadere nel dirupo. Ad ogni modo, mi sono voltato e sono
tornato nel mio sacco a pelo. L’orso è il mio animale totem dall’età di undici
anni. Ho sempre indossato come fibbia per la cintura l’artiglio di orso. Si è
rotto, poco tempo fa: ora, come farò?”.
Trinità. “Inferno, Purgatorio, Paradiso. Tutto per me si esprime in carattere
trinitario, in trinità. In poesia: poeta, lettore, poesia. Oppure: poeta,
soggetto, ispirazione. Una volta ero a cena con mia moglie e un amico; lui aveva
ordinato un secondo Martini. La cameriera disse qualcosa del tipo: ‘I Martini
sono come i seni di una donna: uno non basta, tre sono troppi’. Per quel che mi
riguarda è proprio quel ‘troppo’, ciò che fa instabile l’equilibrio, a rendere
le cose interessanti: ti obbliga a ritornare indietro, a tentare di capire”.
Preferisco arrendermi. “Non voglio ripetermi. Non so se scriverò ancora.
Nell’estate di qualche anno fa ho scarabocchiato alcuni testi: così brutti che
mi sono rifiutato di batterli a macchina. Ho alcune poesie, ma mi rifiuto di
pubblicarle, le tengo per me. Forse è davvero questa la poesia: una tratta tra
fede e mistero. Forse la diga si scioglierà, si spaccherà. Ma non credo.
Preferisco arrendermi”.
Charles Wright
L'articolo “Amo l’Apocalisse, aspiro all’illuminazione”. Per Charles Wright
proviene da Pangea.
Il testo che apre il ‘Meridiano’ che accoglie Tutte le liriche di Hölderlin, è
il punto più alto, riassuntivo, della ‘funzione Hölderlin’ nella poesia
italiana. In quel testo – Con Hölderlin, una leggenda –, Andrea Zanzotto dice di
una “insistenza”, di un “lasciarmi andare… all’apertura di libro quasi
magica”. Quando arriva, Hölderlin – il gran mago, colui che conosce i nomi per
dissipazione e sublimazione – spiazza, fa piazza pulita, costringe a partecipare
del suo precipitare.
“L’incontro con Hölderlin è stato tanto intenso quanto quello con Rimbaud”,
scrive Zanzotto. È vero: entrambi i poeti sembrano dei banditi dal linguaggio,
degli irredenti al verbo, ma il loro impeto – troppi anni li separano, quasi
millenni – è opposto. Rimbaud non tenta l’armonia, solletica il caos; non cerca
gli dèi celesti ma quelli inferi; non alla Grecia mira ma all’ebbrezza esotica;
la sua è una fuga verso l’altro mondo, l’Africa, verso una vita che metta a
tacere la vita; Hölderlin sprofonda in sé, come chi ritorna dopo aver toccato le
vette: che altro dire dell’empito di quel cielo se non il frastiono? Rimbaud
strega il linguaggio fino all’Adamo; Hölderlin lo dissoda perché accada, ancora,
un qualche rivelazione del ‘secondo Adamo’. Le Illuminazioni vanno lette insieme
alle cosiddette “Poesie della torre”.
“Sentiamo che in Hölderlin ci sono delle zone oracolari, piziache, quasi”,
scrive Zanzotto. A dire: Hölderlin non sfregia il linguaggio per inorgoglire
l’opera di gorgiere, tutto il contrario – sfrega fino all’ultimo brillio, al
verbo che precede ogni verbo. Cioè – e Zanzotto lo sapeva bene –: troppi poeti
più o meno ‘oracolari’ abbiamo letto in questi decenni, ma dov’è l’oracolo il
poeta, semplicemente, non è, scompare. Dunque: Hölderlin non è un’opera, ma
una pratica – l’esito, sconvolgente (come dopo l’attraversamento di ogni grande
poeta), potrebbe realizzarsi nel balbettio, nel brivido, nel silenzio.
Tornando a noi. Nel secolo della poesia che si esprime per negazioni, che dice
ciò che non è (Montale), il poeta dell’essere, della solarità che acceca, “come
una gigantesca figura di poeta-profeta, che attinge alla civiltà greca i grandi
ideali che egli propone – in metri accesi e pindarici – ad una umanità migliore,
che deve ancora venire e di cui egli canta presago” (Vincenzo Errante nel
poderoso “Tesoro della lirica universale”, Orfeo, da lui allestito per Sansoni
nel 1949).
Si diceva, appunto, di una ‘funzione Hölderlin’ nella poesia italiana. Hölderlin
è stato tradotto, tra i tantissimi, da Giosuè Carducci (“Perché tutto co’ morti
il mio cuor è”) e da Gianfranco Contini (“Un segno noi siamo, indecifrato,/ non
avvertiamo il dolore,/ lontano dalla patria la lingua abbiam quasi scordata”),
da Cristina Campo e da Leone Traverso; Zanzotto cita le versioni di Giorgio
Vigolo e quelle, in dialetto, di Giacomo Noventa. Ungaretti dichiara Hölderlin –
insieme a Blake, Leopardi e Lautréamont – il poeta-totem della propria ricerca
lirica. Luigi Reitani, nel ‘Meridiano’ del 2001, pare aver chiuso il discorso
sulla filologia hölderliniana: tra l’altro, ormai, di Hölderlin abbiamo
setacciato i cunicoli della vita, degli amori e degli ardori; le lettere ci
permettono di spiarne i tormenti. Eppure, Hölderlin è un sovrappiù del
linguaggio, ha tana nel bianco-banchisa dei suoi frammenti incompiuti: si
rinnova – e ci sfida – ad ogni lettura. Così, per alcuni – come all’autrice del
libro di cui parliamo – è sempre oro la versione delle Liriche di Hölderlin
realizzata da Enzo Mandruzzato – gran traduttore di Pindaro, per altro,
poeta-pilastro di Hölderlin – stampata da Adelphi nel 1977:
> “Ma a noi non è dato
> riposare in un luogo,
> dileguano precipitano
> i mortali dolenti, da una
> all’altra delle ore, ciecamente,
> come acqua di scoglio
> in scoglio negli anni
> già nell’Ignoto”
>
> da Canto di Iperione e del destino
In sostanza: in Hölderlin la poesia si compie superandosi – che il suo tempo lo
abbia rinnegato e il nostro lo fraintenda è naturale, dacché l’opera è il
fermento di un altrove. Così, Ladro di stelle – bellissimo titolo che indaga
“Hölderlin e il poeta come titano”, stampa Solfanelli, con una partecipe
“presentazione” di Giovanni Sessa – non è un’analisi della ‘poetica’ di
Hölderlin, ma uno studio sui suoi effetti, sulla sua efficacia. “Intendiamo
guardare all’esperienza estetica hölderliniana come a un’esperienza religiosa”,
scrive, quasi subito, arrischiando, l’autrice. Chi la conosce, sa che Livia Di
Vona – l’autrice – è gentile quanto coriacea; dietro l’apparenza docile nasconde
l’accetta e la sfacciataggine. Ha lavorato anni a questo libro – che come ogni
vero libro è infinito –, in esatta solitudine, libera dalle asfissianti
categorie dell’accademia. Il suo saggio sfiora a tratti il segreto di ogni dire
poetico, si inabissa negli indicibili. In alcune pagine, l’autrice lega, in
sintonia di vertigini, il dire di Hölderlin a quello di Marina Cvetaeva (Il
poeta a giudizio: capitolo pieno di folgorazioni). “Indugio ogni benedetto
giorno nel tormento della lingua. Da profana, da non poeta. Con Hölderlin le
cose sono drasticamente peggiorate, cioè migliorate perché come conduce lui nel
cuore della questione, nessuno”, mi scrive, un giorno, Livia. A dire di un libro
che è come un cuore messo a nudo – anzi, un cuore interrato: nascerà la bianca
betulla, libellula del bosco, oppure l’albero sacro alla civetta.
Intanto: perché “Ladro di stelle”? Cos’è questo ladrocinio, cosa sono queste
stelle?
Sono le lettere dell’alfabeto. Il titolo, indirettamente, mi è stato suggerito
da un libro di Giuseppe Sermonti sull’origine della scrittura: L’alfabeto scende
dalle stelle in cui si ripercorrono le antichissime teorie che volevano le
lettere dell’alfabeto greco corrispondenti alle costellazioni boreali. Sicché,
detto molto sinteticamente, “dire” significa ripetere i suoni della Creazione.
Il poeta, che ha l’altissima responsabilità di partecipare alla Creazione, nel
momento in cui titaneggia ruba, letteralmente, le stelle/lettere, che non crea
lui.
Ti faccio la domanda con cui inizi il tuo lavoro: “Perché il linguaggio è il più
pericoloso dei beni?”
Perché il nostro stare nel mondo dipende anche (se non soprattutto) dal modo in
cui abitiamo la parola. È nel linguaggio che per la prima volta sperimentiamo la
vertigine del titanismo. La tentazione fortissima di rinnegare la nostra radice
creaturale per competere con Dio. Per Hölderlin, la parola svolge soprattutto la
funzione di rendere testimonianza alla verità e ciò solo ed esclusivamente alla
condizione che la parola stessa sia un dono, qualcosa che l’uomo non crea
assolutamente da sé. Ma quando il poeta compete con Dio, quando pretende, cioè,
di versare da sé “la fiala della vita” (Inno alla Dea dell’Armonia), rinuncia
alla sua radice creaturale e provoca uno svuotamento della realtà. Realtà, per
Hölderlin, è sempre stare dentro una compagnia “verticale”; con lo svevo
penetriamo nel linguaggio come luogo di una compagnia meravigliosa che consente
al dire del poeta di fiorire in mondo, oppure come luogo di una solitudine
dolorosissima.
…ma poi, mi viene da dire, qual è questo logos che ci coinvolge e ci tortura:
quello di Eraclito o quello di Platone, quello di Gorgia o quello del prologo
del Vangelo di Giovanni? Tra ‘verbo’ e Verbo, tra ‘per verba’ e diverbio, dove
di pone Hölderlin?
Entriamo nel vivo dell’unità simbolica per Hölderlin, cioè l’armonia tra aorgico
(Dèi/natura) e organico (intelletto). Se lo seguiamo nella sua peregrinazione
dall’origine della Tradizione della poesia occidentale nella Grecia del mito
fino alla Germania tra il Settecento e l’Ottocento, tocchiamo lo zenith e il
nadir del linguaggio poetico: dal sorgere dell’armonia degli opposti in senso
eracliteo, fino alla sua disgregazione, passando dal momento fatale del
titanismo, in cui il linguaggio da luogo da abitare, si trasforma in strumento
di dominio sul mondo da parte del poeta. Quindi Hölderlin attraversa tutte le
sfaccettature che hai nominato fino a quando non si arresta dentro un’attesa. Il
suo qui ed ora (ovvero il periodo della torre), è senza il vivente. Scrive
infatti in una versione tarda di Patmos: “Ma è terribile come Dio dissipi
all’infinito, qua e là, ciò che è vivente”. E poco più avanti: “Nulla di
immortale si vedeva nella natura”. Hölderlin si trova in un vuoto di realtà (nel
senso spiegato prima), perché il vivente non c’è. Allora la parola, diversamente
dai tempi gloriosi del mito, non può celebrare “ciò che è”, ma necessariamente e
apofaticamente aggiungo, deve nominare ciò che non è. In questo modo prepara,
per i posteri, il ritorno dei celesti. Stare dentro un’attesa, significa nel
linguaggio che la nominazione si pone all’inseguimento di realtà, di una
pienezza di senso che senza una compagnia altra non si dà mai.
…e dunque: dal prodigioso – titanico – tentativo di sintesi tra ‘grecità’ e
cristianità, tra Dioniso e Cristo, tra Empedocle e Apocalisse, cosa viene fuori,
cosa ci resta in mano?
In Hölderlin, nell’innocenza del suo cuore, resta un’attesa indefinita. Io direi
che siamo sempre dentro una scelta di cui dobbiamo assumerci la responsabilità:
o vogliamo riconoscere una radice creaturale, oppure continuiamo ad espellere il
dio dal destino con una parola autosufficiente, cioè condannarci ad una infinita
solitudine.
Dichiara la poesia-emblema di H., e dimmi perché.
Direi Come quando il giorno di festa (Wie Wenn am Feiertage) in cui la frattura
nella Tradizione della poesia occidentale si consuma definitivamente. Questo
inno comincia descrivendo l’armonia tra aorgico e organico, come se nel qui ed
ora di Hölderlin fosse realtà. Poi però accade qualcosa di inaudito: l’irruzione
di un pianto al termine, che ci dice che non è più possibile, come dicevo prima,
“celebrare ciò che è”. Il poeta è sempre, per lo svevo, sacerdote della verità.
Se il vivente non c’è, non può dire che c’è, altrimenti dice il falso visto che
per lui la verità non è mai un prodotto del linguaggio. Questo è uno degli
indicatori, per quanto mi riguarda, per cui il poeta tedesco rinuncia alla
creazione di un linguaggio. Non si può riempire il vuoto di un’assenza con gli
artifici linguistici. Una delle tante tracce di ciò che accade qui, la si trova
in due poesiole giovanili, entrambe dal titolo indicativo: Il poeta
cieco e Palinodia. Lascio un suggerimento: poiché, per quanto mi riguarda, non
c’è affatto cesura tra fase giovanile e cosiddetta fase “della pazzia”,
potrebbero essere lette insieme proprio a Come quando il giorno di festa, inno
della maturità, in uno dei suoi versi più significativi: “Ciò che vidi, il
sacro, sia la mia parola”. Si potrebbe scoprire una sorprendente continuità tra
prima e dopo la “pazzia”.
Dichiara la poesia che più ami di H. – e perché.
Difficile dirne una sola, ma mi vengono in mente adesso Il viaggiatore,
l’elegia Lamento di Menone per Diotima o La veduta. Per quanto mi riguarda, è
difficile non fargli compagnia, non stare con lui lungo il sentiero scosceso di
una malinconia, mentre il Neckar solitario rinuncia ai suoi abissi misteriosi.
Era davvero folle H.? Meglio: come la sua ‘mania’ irrompe nel ‘logos’? E che
senso ha, nell’esistere, la necessità di ‘poetare’?
Sempre più spesso gli studiosi, negli ultimi anni, tendono a riconsiderare la
pazzia di Hölderlin. Cito come esempio l’importante studio di Giorgio
Agamben, La follia di Hölderlin, in cui si ipotizza una simulazione della pazzia
per sottrarsi alle conseguenze giudiziarie delle sue antiche simpatie per i
valori della Rivoluzione francese, ma personalmente credo che si possa
considerare anche la questione del pietismo, sempre – a mio avviso – troppo
trascurata quando si parla dello svevo. I pietisti più radicali sceglievano
volontariamente di abdicare dalla vita esteriore, ritirandosi preferibilmente in
luoghi appartati in campagna, e rinunciando anche alla volontà di esprimere una
propria individualità. Per il resto, più che un’irruzione della mania nel logos,
in Hölderlin irrompe un necessario balbettio, la constatazione amara di una
solitudine nel flutto, nella fiamma e nella parola. Che può dire il poeta “se
nulla di immortale si vede”?
Insomma: il poeta ha per fine esaudire la poesia incenerendola?
Dipende. Il poeta deve sempre scegliere da che parte stare. Il suo dire può
partecipare alla Creazione, come in origine, oppure – citando la chiosa di una
poesiola di Rilke dedicata a Baudelaire – “E perfino la furia che annienta si fa
mondo”, venirsi a trovare, cioè, nel punto esatto in cui la Creazione stessa si
disfa, per realizzare quella tiranna tentazione titanica. Dal punto di vista
meramente estetico, non c’è momento più alto, poeticamente, del competere con un
dio, e in ciò i geni come Baudelaire, come i simbolisti francesi, sono maestri.
Ma se platonicamente diciamo che la bellezza è splendore del vero, stando con
Hölderlin il poeta deve rinunciare alla signoria dell’ego.
*In copertina: Caspar David Friedrich, Luna che sorge su una spiaggia deserta,
1837/39
L'articolo “Già nell’Ignoto”. Dialoghi intorno a Hölderlin proviene da Pangea.
Entro in una libreria, siccome è per bambini è come se gli adulti s’inventassero
per sé un cartello all’ingresso che li esclude. Scelgo Il segreto delle cose di
Maria José Ferrada e mettendo giù Il borsellino della sirena e altre poesie di
Ted Hughes prendo a leggere le prime pagine di Dizionario segreto d’infanzia di
Arianna Giorgia Bonazzi. Alla frase “ma adesso, capisco che durante tutta
l’infanzia ho coltivato quel che potremmo chiamare un verbario o meglio
un sonario” capisco che il libro vuole essere letto tutto, che io, presunto
lettore di letteratura-adulta, sto facendo esperienza della nuova frontiera di
quello che in un volume della Carrocci Emy Beseghi e Giorgia Grilli
chiamano letteratura-invisibile. Il Dizionario è una storia d’amore per il
linguaggio. Un cripto-romanzo di grande consapevolezza linguistica. Un’avventura
carrolliana dove ogni parola è uno specchio e l’infanzia è il Bianconiglio di sé
stessa. Per dirlo con Antonio Moresco, è il canto delle parole. Quanto grandi
bisogna essere diventati grandi per poter accogliere dentro di sé il proprio
essere stati piccoli, senza alterare il racconto dell’infanzia per puntellare la
nostra vita adulta? Ho chiesto ad Arianna Giorgia Bonazzi di parlare di questo e
altro, e lei ha risposto. (a.c.)
Da Dizionario segreto d’infanzia: “In principio era il verbo, e il verbo era
presso Dio, e il verbo ero io.”
La bambina protagonista del libro si fa l’idea di essere lei a creare il mondo,
battezzandolo. Il libro, di per sé, vuole segnare il confine tra il linguaggio
come strumento espressivo e il linguaggio come imbrigliatura in automatismi di
pensiero. Nei primi anni di vita siamo noi a inventare il linguaggio, liberi di
associare alle parole travisate, storpiate o sentite male i significanti che
secondo noi più si addicono ai loro suoni. Poi cresciamo, socializziamo, c’è la
scuola, il lavoro, la televisione, i social, ed è il linguaggio del cervello di
massa a parlarci, a irrigidirci nei codici che ci avvicinano alla comunicazione
standard e ci portano lontani da noi stessi.
Sulla soglia di Dizionario segreto d’infanzia troviamo Natalia Ginzburg a
pronunciare la parola poesia.
L’epigrafe tratta da Vita immaginaria è stata aggiunta alla fine. Mi sono
imbattuta nel libro della Ginzburg a Dizionario già scritto:
“Molte sono le parole che sentiamo di dover pensare nel loro vero significato,
scrostandone ogni volta le vernici di falsità che le hanno coperte; e una di
queste è la parola poesia.”
Sono stata in dubbio se riportare o meno l’ultima parte della citazione. Troppo
esplicita. L’accesso alla letteratura, deve avvenire per vie traverse. Nel libro
la parola poesia non ricorre, mentre abbondano parole quasi sgradevoli:
dialettali, ispide, ruvide. Alla poesia si arriva per dei budelli segreti.
Astrakan, sgrisoli, sencillo, ternoriposo tra tomba e tombola, torsolo tra orso
e toro. Come collani le parole di cui fai dizionario? Dal verbo collanare: “la
collana era una macchina da scrivere.”
L’idea del libro nasce dall’incontro con Giovanna Zoboli editrice di
Topipittori. Zoboli, conoscendo Les adieux, il mio esordio pubblicato da
Fandango libri nel 2007, mi propose di entrare a far parte della loro collana
sulla nascita degli immaginari artistici nei primi anni d’infanzia. La mia prima
risposta fu: io non ho un immaginario! Ho sempre fantasticato tramite le parole,
i loro suoni. Così ho accettato senza sapere come avrei fatto. Zoboli mi ha poi
fatto notare che il libro in realtà è zeppo di immagini perché ogni parola fa
sorgere una serie di visioni. Ci aveva visto bene prima di me. Una volta deciso
il formato del dizionario, le parole sono venute da sé, per associazioni
istintive. Volendo, si possono suddividere i lemmi per aree tematiche: ci sono
le parole delle filastrocche, le toponomastiche, le capite-male, le onomatopee.
A scavo avviato il processo è diventato sorgivo, e tutt’oggi continuano a
venirmi in mente altre parole che chiedono un loro spazio nel Dizionario. I
dizionari si sa non stanno mai fermi.
Il libro indica due rischi del linguaggio: deve esserci consapevolezza della
distinzione tra tTempo vero/lingua vera e tempo falso/lingua standard , ma ci si
deve pure guardare dal non “ricadere nelle lusinghe di un individualismo di
maniera.” Esiste un punto d’equilibrio?
È la letteratura il luogo dell’armistizio tra il linguaggio intersoggettivo
necessario a una vita comunitaria e il linguaggio personale necessario a una
vita onesta con sé stessi. Rachel Cusk in un saggio contenuto in Coventry spiega
che il motivo della diffusione dell’insegnamento della scrittura creativa è da
ricercarsi nel bisogno di un linguaggio più onesto: scrivere è il recupero di un
“sé” più vero all’interno di un mondo dove ci si sente alienati.
Tra il favoleggiato e il biografico nel Dizionario traspare la storia di un
idillio con le parole che è stato consentito dall’essere stati risparmiati a una
“una precoce socializzazione”. È un lieto fine o una fine dovuta quello della
protagonista che dice “finalmente a scuola dopo anni di isolamento, la mia
gorgogliante parlantina cominciò a irrigidirsi nelle statue ghiacciate
dei cioè e dei praticamente”? Sembra un finale alla Collodi, dove non si sa se
essere felici o no per Pinocchio, o alla Carroll. Per dirlo dalla prefazione di
Busi a Alice nel paese delle meraviglie: “la disgrazia più irrimediabile della
vita: non essere mai adulti e poi, improvvisamente, non essere più bambini”.
Non idealizzo l’infanzia come tempo mitico dove tutti siamo felici e buoni. C’è
anche tanta crudeltà nell’infanzia e la protagonista del Dizionario la lascia
trasparire attraverso i suoi pensieri più oscuri. È una bambina un po’ folle ma
anche molto matura, con uno sguardo severo sulle ombre della vita familiare.
Allo stesso tempo, la voce adulta che rievoca quella bambina non ha smarrito la
propria identità infantile. La salvezza, se ce n’è una, è essere stati bambini
un po’ spietati; e diventare adulti con uno sguardo pietoso per l’infanzia.
Allargando il campo. I libri sull’infanzia rientrano in quella che Emy Berseghi
e Giorgia Grilli, in un bel saggio Carrocci, definiscono ‘letteratura
invisibile”, la letteratura che dà voce a chi non parla, per stare
all’etimologia di infanzia, lungo la faglia: “bambini come creature da formare e
bambini come creature non ancora deformate”. Ti senti una scrittrice-invisibile?
Katherine Rundell in Perché dovresti leggere libri per ragazzi anche se sei
vecchio e saggio cita un’intervista a Martin Amis. Gli avevano chiesto se avesse
mai pensato di scrivere per bambini e lui aveva risposto: “Forse se avessi un
grave danno celebrale lo farei.” Il saggio di Rundell è la replica perfetta allo
sguardo altezzoso che esiste verso la letteratura per ragazzi. C’è un
pregiudizio simile perfino tra chi i libri per bambini li scrive. Alla domanda:
“Hai scritto qualcosa ultimamente?” capita di rispondere “Ah, niente, solo un
libro per bambini.” Credo comunque che ci sia sempre stata una grande osmosi tra
i miei lavori per bambini e i miei lavori per adulti, al punto che scrivendo mi
capita di domandarmi a quale pubblico mi sto rivolgendo davvero. Stabilirlo in
modo netto è una questione editoriale e commerciale: i librai devono sapere in
quale settore catalogare ogni libro. Se mi sento una scrittrice invisibile?
Diciamo che mi piace ibridare, e che le dinamiche editoriali non sempre
sorridono a chi non rientra in facili classificazioni.
Secondo i saggi contenuti in La letteratura invisibile la domanda delle domande
è: “essere stati bambini che cosa significa”?
Aver vissuto senza pelle nell’incandescenza delle cose sentite fino in fondo e
conservarne intatto il ricordo nelle proprie identità future. Provando magari a
guardare sempre tutto come chi è appena arrivato sul pianeta Terra e cerca di
capire come vanno le cose.
Il Dizionario segreto d’infanzia contiene una bibliografia suggerita. Ginzburg,
Batuman, João Guimarães Rosa, Virginia Woolf, Dino Buzzati, Calvino, Magris,
Meneghello e altri. Perché Dizionario è anche un’esplicita riflessione sullo
scrivere. C’è la Le Guin de I sogni di spiegano da soli, che parla
delle disinsegnanti. La letteratura ci può ancora disinsegnare qualcosa?
La letteratura non fornisce risposte o consapevolezze ma apre a dubbi e
voragini, e la letteratura per l’infanzia deve fare altrettanto, senza
rinunciare alla sua ambiguità, non riducendosi a manualetto d’istruzione per le
prime volte, a promozione di messaggi educativi di base. I bambini sentono
l’impostura dei libri con la missione incorporata. Le storie devono dare la
possibilità a ciascun lettore di fare le sue scelte, morali e no.
Da Les Adieux: “Crescere è fare le cose dei libri dei proverbi, un vocabolario
che li mette in fila.” Proverbi in Dizionario credo di non averne trovati. Tra
il primo libro e questo com’è cambiato, se è cambiato, il tuo essere scrittrice?
È una domanda che mi sono posta mettendo mano dopo circa venti anni a questa
sorta di Les Adieux “remastered”: non mi ero allontanata più di tanto da
quell’inizio o stavo compiendo la chiusura di un cerchio? I temi ritornano ma la
consapevolezza è un’altra. Durante questi vent’anni sono diventata altre
persone, ho attraversato altre identità. Non avrei potuto proseguire con lo
stile sregolato di Les Adieux, così legato alla ventenne universitaria e
sperimentale che ero allora. In Dizionario tornano le mie ossessioni espresse
però dalla me che sono diventata dopo la conquista dell’età adulta. Continuando
a volermi incompleta, plasmabile, reinventabile.
Concludiamo con un ultimo tocco di teologia beffarda. Dal Dizionario: “Adulterio
– Era sicuramente il peccato di essere adulti.” Come ce lo si perdona?
È il passaggio del libro che meglio racchiude tutta la rabbia che il bambino
nutre verso il tradimento degli adulti quando non si sente visto, riconosciuto,
rispettato in quanto bambino, cittadino di un mondo misterioso e delicato. Non
ce lo si perdona.
antonio coda
*In copertina: illustrazione di John Tenniel ad “Alice’s Adventures Under
Ground”, 1886
L'articolo “Nell’incandescenza delle cose sentite fino in fondo”. La letteratura
per l’infanzia apre voragini. Dialogo con Arianna Giorgia Bonazzi proviene da
Pangea.