Cogito ergo sum, diceva Cartesio nell’estasi delle idee. Oggi la sua scoperta
decade a motto popolare, da postare occasionalmente sui social. Le idee hanno da
tempo cessato di smuovere il mondo, non si teme più il loro potere, ormai
accessibile a tutti. Nonostante la nostra epoca si mostri come l’apoteosi
dell’intelletto, ciò non fa altro che lasciare spazio al dilagare
dell’ignoranza: il pensiero, in quanto attività quotidiana, perde il suo senso
per sprofondare nelle bocche dei furbi e appesantire il giogo dei deboli.
Per combattere queste distorsioni mentali, bisognerebbe leggere un racconto tra
i più conosciuti e riusciti di Borges: parlo di Tlön, Uqbar, Orbis Tertius. Non
è necessaria, seppur consigliabile, una preliminare immersione nei labirinti
dell’opera borgesiana; può aiutare una buona dose di cultura, a cui oggi
provvede Internet con la sua interminabile fonte di informazioni. In effetti, i
racconti di Borges sono gli agglomerati culturali per definizione: in essi
albergano le più strambe teorie filosofiche, i più inaspettati riferimenti
letterari, per non parlare dei nomi presi in prestito dalla storia e rimodellati
dall’autore. Insomma, si propongono come il test perfetto per l’uomo saccente e
ben istruito del XXI secolo, pavone della conoscenza. Il paradosso, però, è che,
come in tutti i labirinti, la conoscenza finisce per rivelarsi una strada senza
uscita, di cui Borges si prende animatamente gioco.
Tlön, Uqbar, Orbis Tertius è anche la fiction per eccellenza: si apre con lo
sfolgorio di uno specchio e si chiude in un mondo moltiplicato. È Borges che
ammette senza pudore la natura artificiale dei suoi racconti, non a caso
inseriti nella raccolta Finzioni. I mondi che genera, ben lungi dall’essere
reali, sono solo immagini, che inevitabilmente filtrano la realtà con la sua
percezione: sono finzioni percettive. La percezione, dunque, secondo Borges, è
un unicum dell’individuo e, nel momento in cui si fa legge universale, ecco che
tende pian piano a trasformarsi in qualcosa di sinistro, che sconfina oltre
l’immaginario. Questo ribaltamento della percezione è lo stesso che si verifica
nel racconto con la regione di Tlön: illusione berkeleyana fatta realtà, in
questo strano universo l’uomo vive secondo le forze del proprio sentire. In che
modo lo faccia ce lo spiegano le teorie formulate all’interno di Tlön: alcuni
pensano di vivere un ricordo crepuscolare, altri negano l’esistenza del tempo,
ma tutti nella metafisica “non cercano la verità, e neppure la verosimiglianza,
ma la sorpresa”. Un mondo in cui l’uomo, più creatore che creatura, si trova già
definito in partenza.
A Tlön vivere coincide con pensare. Cartesio probabilmente avrebbe considerato
una simile regione il destino ultimo del genere umano, eppure il mondo di
Tlön, ci dice Borges, è soltanto frutto di una congiura ordita dal milionario
Ezra Buckley contro la realtà dominata da simboli e dei.
> “Buckley nega Dio, ma vuole dimostrare al Dio inesistente che gli uomini
> mortali sono capaci di concepire un mondo”.
Così, nella sua opera di smantellamento del mondo storico, egli dà vita a un
nuovo mito, un mito cosmico e valido universalmente. Buckley riunisce in sé la
forza delle idee di Berkeley, Spinoza, Leibniz e Schopenhauer (solo alcuni dei
filosofi citati da Borges) per concepire la sua enorme creazione, dimostrando
come il pensiero umano sia in grado di prevaricare i limiti della carne.
Effettivamente, verso la fine del racconto, sorge l’impressione che il mondo
stia deformandosi secondo gli assunti di Tlön:
> “Il contatto con Tlön, l’assuefazione ad esso, hanno disintegrato questo mondo
> […] è già penetrato nelle scuole l’‘idioma primitivo’ (congetturale) di Tlön;
> e l’insegnamento della sua storia armoniosa (e piena di episodi commoventi) ha
> già obliterato quella che presiedette alla mia infanzia”.
Ed ecco, le truppe dell’utopia assediano le mura indifese della nostra Terra,
decise a riscattarla dalla sua inefficienza.
Borges espone in questo racconto, meglio di qualsiasi filosofo, la teoria che
diventa catastrofe: gli uomini che sognano un mondo artificiale, ordinato e ben
integrato nelle categorie universalmente riconosciute. Il nostro universo, la
nostra realtà imperfetta e limitata (se non limitante), oltre ad essere
intrinsecamente confusionaria, non è minimamente conforme ai nostri ideali di
perfezione. Così entra in gioco la filosofia, che fonda l’idealismo per
continuare l’opera di un Dio stanco e sconclusionato. Gli abitanti di Tlön hanno
il privilegio di trasformare il cogito ergo sum in cogito ergo sum omnipotens,
dal momento che possono creare e distruggere grazie alla loro attività
percettiva. In un mondo simile si può vivere letteralmente senza preoccupazioni,
nel completo stoicismo, in altre parole, “senza pensieri”.
Ma in che senso “smettere di pensare” in un mondo che esiste solo grazie al
pensiero? Nei suoi racconti Borges non dà risposte, crea schemi allusivi.
In Tlön, Uqbar, Orbis Tertius si può vedere di tutto: dalla critica
all’ideologia in tutte le sue forme all’eterno gioco di rimandi finzionali, dal
mero artificio retorico alla suggestiva visione di un mondo extrasensoriale. Una
cosa è certa: Borges, qui più che in ogni altra sua opera, dimostra l’impotenza
dell’uomo a forgiare mondi. Da quando Aristotele ha osato definirci animali
razionali, la nostra sete di potenza è sempre e solo aumentata traducendosi in
sete di nuovi mondi. Il salto logico è semplice: se l’intelletto è così potente
da determinarci, allora sarà possibile vivere esclusivamente grazie alla sua
attività creatrice. Tutte le teorie della conoscenza sono il risultato di questo
assioma, e Tlön ne è l’estrema conseguenza.
Un mondo privato di qualsiasi mistero, dove tutto è già scritto e ascrivibile al
solo pensiero, dove le idee dominano incontrastate e gli uomini padroneggiano
incontrollati: di un simile scenario Borges mette in evidenza le orribili
precisioni, disturbanti e, soprattutto, noiose, incomplete. Ed è proprio qui che
sta la fregatura: a Tlön nessuno può pensare nel vero senso del termine, il
pensiero è solo un attributo di cui ci si serve naturalmente, la stessa materia
è il prodotto di un’associazione di idee. Nella traduzione dell’idea in materia
e della materia in idea l’uomo ha completato il suo lungo processo di
divinizzazione: giunto a questo punto, può finalmente smettere di pensare perché
della filosofia non sa più che farsene. Ormai, per questo superuomo istruito, il
pensiero è svago, è azione generatrice. Un mondo del genere non esiste, non
coincide col nostro. Allora come mai Borges, alla fine del racconto, ne parla
come se la trasformazione della Terra in Tlön fosse imminente? Forse perché
proprio il 1940 (anno di pubblicazione del racconto) coincide con un anno di
rivolgimenti, psicologico-sociali prima che industriali, per la generazione
dello scrittore: la Seconda guerra, il progressivo infittirsi delle ideologie,
la soppressione dell’uomo ad opera dei suoi simili… in breve, il pensiero
individuale che si universalizza nello spazio e nel tempo.
Oggi più che mai grava su noi il peso di Tlön, non più attraverso l’epoca
tumultuosa che Borges ha vissuto sulla sua pelle, ma nella pacifica
conformazione delle nazioni. Una scoperta dopo l’altra, l’animale razionale
avanza nella sua ripida ascesa, costruisce masse e riduce il pensiero a un
palliativo serale, uno svago intellettuale. La forza delle idee,
silenziosamente, ha già fatto i conti con il suo spegnimento. L’uomo del
progresso, il liberale contemporaneo, è diventato finalmente quello che ha
sempre sperato di essere: un creatore senza pensieri, padrone di sé stesso.
Borges, però, ci ricorda che Tlön, proprio come il racconto che l’ha generato,
“sarà un labirinto, ma è un labirinto ordito dagli uomini, destinato a essere
decifrato dagli uomini”. Al contrario, la realtà “sarà magari ordinata, ma
secondo leggi divine – traduco: inumane – che non finiamo mai di scoprire”.
Allora, contro ogni distorsione della realtà, lo scrittore invita a non farci
possedere dal nostro pensiero, ma a farlo evolvere in continuazione. Senza farlo
degenerare a strumento di dominio, ma trattandolo come bussola per la verità,
che, se a Tlön non esiste, sulla Terra continua a dardeggiare incessantemente.
Borges, dal canto suo, della venuta di Tlön se ne infischia: scrive con la
consapevolezza di non essere un dio creatore, ma solo un messaggero – forse, uno
dei tanti nessuno.
> “Allora spariranno dal pianeta l’inglese e il francese e il semplice spagnolo.
> Il mondo sarà Tlön. Io non me ne curo, io continuo a rivedere, nelle quiete
> giornate dell’Hotel de Androguè, un’indecisa traduzione quevediana (che non
> penso di dare alle stampe) dell’Urn Burial di Browne”.
Samuele Brullo
L'articolo Vivere a Tlön, ovvero: Borges creatore di mondi e l’uomo di oggi
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La mia edizione dei Racconti brevi e straordinari è stata stampata da Franco
Maria Ricci nel 1973, nella collana “La biblioteca blu”. La copertina – azzurra,
elegantissima, verticale – reca un centauro come stemma. È un centauro
particolare: ha due zampe e le braccia incrociate; è un centauro-Pan, un
centauro fenicottero. Ho ricevuto il libro – insieme ad altri di Franco Maria
Ricci –, tempo fa, da Nicola Crocetti, l’editore, “un titano dietro la sua
immagine pubblica inesistente”, come scrive Aldo Nove in Inabissarsi (il
Saggiatore, 2025), tanto per restare in ambito mitologico.
In origine, Racconti brevi e straordinari esce nel 1953, a Buenos Aires: compito
degli autori, Jorge Luis Borges e Adolfo Bioy Casares, è quello di riassumere il
genio della letteratura universale in poco più di cento pagine.
> “Osiamo pensare che l’essenziale della narrazione si trovi in questi brani; il
> resto è episodio illustrativo, analisi psicologica, felice o inopportuno
> ricamo verbale”.
JLB e ABC antologizzano una novantina di racconti: sono pochi quelli che
superano la pagina. I due aggettivi che onorano la raccolta
– brevi, straordinari – non sono esornativi: segnalano lo stigma di una poetica.
Nella brevità – che non vuol dire concisione bensì: solleticare l’ambiguo,
ambire all’oracolo – si celebra uno stile; lo straordinario esplicita il tema.
La letteratura si occupi di stordire l’ordinario, di disarmare il noto.
Tra i racconti lì antologizzati – con la fantomatica idea di creare, come
sempre, il “libro dei libri” – ce ne sono alcuni di autori notissimi (Kafka,
Hawthorne, Poe, Stevenson, Paul Valéry), altri di autori meno noti o inattesi
(Arthur Machen, Henri Michaux, Max Jacob, Virgilio Piñera); certuni non sono
nemmeno scrittori, dacché la vera letteratura alligna dove non credi che possa
essere. Come sempre, Borges guarda, col suo fare rabdomantico, a Oriente e tra
mistiche fumisterie; così, sono incardinati in questa raccolta scatenata, gli
apoftegmi di Chuang Tzu, le storielle ebraiche riferite da Martin Buber, certe
favole tratte dal Pañcatantra, celebre novelliere indiano. Non mancano testi
dalle Mille e una notte e dall’oceano della tradizione islamica. Uno degli
sketch più affascinanti, Un mito di Alessandro – che racconta la vita oscura di
Alessandro Magno, tra il magma mongolo, nelle distese dell’Asia – è ascritto ad
Adrienne Bordenave, uno scrittore inesistente.
Il libro, naturalmente, esiste in una versione più recente, stampata da Adelphi
nel 2020, a cura di Tommaso Scarano; io, ostinatamente, mi riferisco a quella di
Franco Maria Ricci – stampata più di cinquant’anni fa pare uscita dai
torchi oggi – tradotta da Gianni Guadalupi.
Uno dei Racconti brevi e straordinari più lunghi e inquietanti s’intitola Il
treno. Racconta di un bambino sul “solito treno del tardo pomeriggio”, che,
fermata dopo fermata, vede letteralmente scorrere la sua vita. Nel viaggio, il
bimbo cresce, si sposa, fa figli, seppellisce la moglie, invecchia. È un
racconto assurdo, circolare; infine, l’uomo – il protagonista del racconto e
colui che lo racconta – scopre che il palazzo della “Compagnia Assicurativa” per
cui lavorava è stato “demolito da tempo”: al suo posto spicca “un edificio di
venticinque piani”. L’uomo sceglie di gettarsi dall’ultimo piano di
quell’edificio: “caddi sulla chioma di un albero frondoso, che aveva foglie e
rami di fico ovattato. La mia carne, che stava per sfracellarsi, si disperse in
ricordi”. L’ultimo ricordo ritrae l’uomo, ancora bimbo, che deve “far compere
per incarico di mia madre”: è il punto dove il racconto inizia. Dunque, si può
narrare una vita in un paio di pagine, è possibile inscatolarla in un vagone.
Il racconto è stato scritto nel 1946 da un tale che si chiama Santiago Dabove.
Le notizie riguardo a Santiago Dabove sono talmente scarse che si potrebbe
supporre sia una creatura fittizia, inventata lì per lì da Borges. Da ciò che si
sa, Dabove è nato nel 1889 – dieci anni prima di Borges, a Morón, alla periferia
di Buenos Aires; lì è morto nel 1951. Si ignorano il giorno e il mese di nascita
di Dabove. Egli pare in effetti un uomo immobile, come un cannone astronomico
puntato sempre sulla stessa stella. In un’intervista rilasciata a “Cabalgata”
nel novembre del 1946, Borges dice, tra l’altro, che “la pubblicazione in un
unico volume degli straordinari racconti fantastici di Santiago Dabove, fino ad
ora dispersi, sarà un evento memorabile per la letteratura argentina”. È
interessante che ricorra, con altri effetti, l’aggettivo straordinario.
Il volume uscirà diversi anni dopo, dieci anni dopo la morte di Dabove, nel
1961. S’intitola La muerte y su traje, edito da Alcándara: nella lunga
introduzione Borges racconta di quando lui, il suo amico Macedonio Fernández e
Santiago Dabove progettarono un libro scritto a sei mani; si sarebbe
intitolato L’uomo che diventerà presidente, raccontava di un gruppo di
sefirotici ribelli che vogliono prendere la Casa Rosada, rovesciando il governo
argentino. Si rievocano, un poco, le atmosfere de I demoni di Dostoevskij e
de L’agente segreto che dei romanzi di Joseph Conrad è il più eccentrico e forse
il meno riuscito. Naturalmente, di quel libro catastrofico non fu scritta
neppure una riga: fu ideato dai tre alla Perla del Once, dov’erano soliti
trovarsi, uno dei mitici café di Buenos Aires; nel nono capitolo del romanzo,
così dettava lo schema, Borges doveva essere ucciso.
Perché Santiago Dabove non ha mai voluto pubblicare i propri racconti in vita?
Perché ha scritto così poco (una manciata di testi che occupa a mala pena
centoventi pagine)? Chi era davvero Santiago Dabove? Non può che affascinarci la
vita di un uomo che ha, con costanza militare, cancellato le tracce di sé: che
ha vissuto per scomparire. “Dare frutto”, forse, è un monito che vale per la
vita interiore, per la vita invisibile: è dentro di noi che devono crescere
giardini, boschi, foreste; l’applauso, la fama, l’ostinata ostentazione fanno
avvizzire chi siamo. Forse Borges mirava in Santiago Dabove ciò che intimamente
avrebbe voluto essere. Un uomo che ha il coraggio di annientarsi, lasciando ad
altri le esigue tracce di un’opera minima, tesa alla lama e al sussurro.
Tra i racconti di Dabove, il più noto è senza dubbio Ser polvo, “Essere
polvere”. La trama è semplice: un uomo, afflitto da implacabile nevralgia del
trigemino, roso da diversi medicinali, è a cavallo, “come sempre, percorrendo i
quaranta chilometri che separavano i paesi che visitavo con maggior frequenza”.
Nei pressi di un cimitero abbandonato, cade. Segue la drammatica, lenta, lunga,
letale trasformazione dell’uomo in un fico d’India. Potremmo descrivere Ser
polvo come un racconto ‘kafkiano’, peccando in didascalia. C’è qualcosa di
trionfante e di atroce nella descrizione di un uomo che viene inglobato dalla
terra, fino a farsi radice – qualcosa di funesto che continua ad agire nei
nostri incubi. Come uno che per scacciare un’ape, ne attiri, per irradiazione
d’ira, l’intero sciame. Ciò che pare luce, in verità, è lo scintillio dello
stiletto.
> “…non importa quanto valore diamo all’azione, alle scelte, all’andare degli
> esseri umani; nella maggior parte dei casi, essi si muovono, camminano,
> vengono, vanno in un’infinita filiforme prigione. Chi ha come orizzonte le
> quattro sperimentate mura della propria casa non è diverso da chi percorre
> ogni giorno certi sentieri per svolgere gli stessi compiti, in circostanze
> diverse. Tutta questa fatica non vale il bacio pattuito tra il vegetale e il
> sole”.
Nella “vita immobile, egoista” del vegetale Santiago Dabove ravvisava la propria
– in vita, decise di diventare un vegetale. Essere polvere è incorporato da
Borges, Silvina Ocampo e dal solito Bioy Casares, nella strepitosa Antologia
della letteratura fantastica, che assembla testi di Ryunosuke Akutagawa e di
Gilbert Keith Chesterton, di Léon Bloy e di Julio Cortázar, di Lord Dunsany e di
Elena Garro, di James Joyce e di Maupassant. Secondo Borges, Dabove era uno
scrittore eccezionale.
Introducendo una nuova edizione de La muerte y su traje, Horacio Salas, poeta e
saggista argentino tra i più riconosciuti del suo tempo, morto nel 2020, ci
offre, tra le ombre, qualche squarcio sulla vita nascosta di Dabove.
> “Alla scrittura preferiva – almeno, così dice chi lo ha frequentato – le gioie
> della conversazione, un genere letterario (o semi-letterario) che ricorda la
> costruzione di castelli di ghiaccio o di sabbia, lavorati per ore con
> artigiana pazienza, che iniziano a crollare non appena li si è compiuti.
> L’ormai mitico Macedonio Fernández, Santiago Dabove e il fratello, Julio
> César, formarono un gruppo denominatosi ‘Triquia’ che si riuniva (come
> raccontò Hugo Loyácono al “Cronista Comercial” il 29 novembre del 1975) in una
> stanza sul retro della casa dei Dabove, a Morón. Lì, alla luce tremolante di
> una candela, quasi che le ombre potessero facilitare i meccanismi della mente
> a muoversi tra labirinti metafisici, i tre chiacchieravano per ore su certe
> frasi di Schopenhauer, sull’idealismo di Berkeley, a cui Macedonio aderiva con
> fervore, sull’empirismo di Hume”.
Di questa testimonianza – che incolla testimonianze di testimonianze – dobbiamo
conservare due dettagli: Dabove aveva un fratello; Borges era escluso da questo
circolo esclusivo. Naturalmente, l’unico libro di Dabove non è ristampato da
anni – mira a svanire.
Tutti i racconti di Dabove afferiscono – scrive Salas – alla morte, conferiscono
a chi li legge una sorta di sinistra immortalità. In El experimento de Varinsky,
Dabove sembra riscrivere Poe: si racconta di un giovane medico che tenta di
riportare in vita un assassino suicida, per estorcergli l’estrema confessione.
Forse Borges invidiava Dabove tanto quanto lo amava. Alla voce di Santiago
Dabove, infatti, Borges fa risalire il più atroce dei suoi racconti. L’intrusa,
il racconto che apre Il manoscritto di Brodie, racconta di due fratelli, i
Nilsen, probabilmente di origine danese o irlandese, che si dividono una donna,
Juliana Burgos. “Carnagione scura, occhi a mandorla”, questa donna, di efficace
bellezza, è trattata come “una cosa”: un giorno uno dei fratelli, Cristián,
vende Juliana a un bordello; salvo riprenderla, perché “quel mostruoso amore”
non può estinguersi. Infine, questa donna che senza far niente se non cedersi a
entrambi sta radicando separazione tra i fratelli, viene uccisa. Cristián e
l’altro, Eduardo, “si abbracciarono, quasi piangendo. Adesso li univa un altro
legame: la donna tristemente sacrificata e l’obbligo di dimenticarla”. La storia
di questi due opposti di Caino e Abele si svolge “nel distretto di Morón”, il
paese di Dabove, e da “Santiago Dabove, l’ho saputa”. Forse in questo racconto,
dall’epigrafe enigmatica – si accenna a un “Secondo libro dei Re, 1, 26”, ma il
primo capitolo del secondo libro dei Re ha soltanto sedici versetti – Borges fa
riferimento a un segreto celato dai fratelli Dabove, forse la nostra mente
maligna perversioni dov’è soltanto dedizione, forse siamo fatti per torcere
l’innocenza in indecenza, tale è l’incuria chiamata uomo.
Nel Prologo al Manoscritto di Brodie, Borges, con inedita facondia, denuncia le
proprie opinioni politiche:
> “mi sono iscritto al partito conservatore, il che è una forma di scetticismo,
> e nessuno mi ha mai chiamato comunista, nazionalista, antisemita, partigiano
> di questo bandito o di quel tiranno. Credo che un giorno meriteremo che non ci
> siano governi”.
Ottimo proposito in tempi di riarmo: decine di migliaia di anni di Sapiens e
siamo ancora qui a giocare a chi lo ha più lungo.
Il manoscritto di Brodie, così denuncia il suo geniale autore, è stato scritto
in onore di alcuni racconti giovanili di Rudyard Kipling: “ho pensato che ciò
che ha concepito e eseguito un ragazzo geniale possa essere imitato senza
immodestia da un uomo sulla soglia della vecchiaia, che conosce il mestiere”. Il
mio amato Kipling… Dopo tanto peregrinare tra le ombre, non mi resta che
inseguire Shere Khan, la regina delle tigri, o farmi da lei inseguire, a patto
di farmi succulenta preda – che tutto termini per azzanno e per azzardo,
nell’alloro di un morso.
L'articolo Intorno a Santiago Dabove, lo scrittore invidiato da Borges che
decise di diventare albero proviene da Pangea.