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“Proust? Quando lo leggo mi sembra di annegare in un mare di pettegolezzi”. Borges, scrittore infinito
Jorge Luis Borges morì a Ginevra il 14 giugno del 1986. In uno dei suoi libri – l’enigmatico Atlas, edito da Emecé nel 1984 – Borges si era dettato la sorte postuma: “So che ritornerò sempre a Ginevra, forse dopo la morte del corpo”. Soltanto lui – da cieco veggente – sapeva scorgere in Ginevra una bellezza archetipica – “Tra tutte le città del pianeta”, ha scritto, “è la più propizia alla felicità”. Lì, diceva – come sempre, mentendo, cioè ideando labirinti verbali –, aveva scoperto “la dottrina del Buddha” e “del Taoismo”, aveva letto Conrad e capito quanto gli mancasse Buenos Aires. Insomma: Ginevra è uno specchio che rimanda all’altro, lo stesso. (Detto in altro modo, benché l’abito sia inappropriato a questo articolo: Borges, straordinario costruttore di specchi, eccelle, come scrittore, quando spacca gli specchi).  Nel frammento che segue quello dedicato a Ginebra – s’intitola Piedras y Chile – Borges scrive il proprio epitaffio: > “Non mi rimane che cenere. Nulla.  > Assolto dalle maschere che fui, > sarò morendo il mio totale oblio”.  In spagnolo la parola olvido, oblio, rimanda, nella mia mente etimologica, alla vita, all’uovo, alla suprema vitalità. Nonostante le sue intenzioni, Borges è uno degli scrittori più tradotti e interpretati al mondo: forse è questo il vero totale oblio.  Borges è sepolto nel Cimetière des Rois: sei secoli fa vi seppellivano gli appestati. Sulla sua tomba, simboli vichinghi, scritti norreni – pare la tomba di un bardo, di un artefice di incantesimi. I funerali di Borges si sono svolti il 18 giugno del 1986: così almeno testimoniano alcune fotografie. María Kodama, l’inconsolabile vedova – morta nel marzo del 2023, ma sepolta a Buenos Aires, a un continente e un oceano di distanza da Borges – è al braccio di Franco Tettamanti, all’epoca ambasciatore argentino in Svizzera. Quel giorno, a Santiago de Querétaro, la Spagna ‘matava’ la Danimarca con quattro gol di Butragueño; il giorno prima l’Italia ne prendeva due dalla Francia, agli ottavi dei Mondiali di calcio messicani. Inutile ricordare l’ovvio: i Mondiali dell’86, quelli segnati dalla morte di Borges, sono legati al messianico Diego Armando Maradona. Dietro la mano de Dios si nasconde il mignolo di Borges. L’Argentina piegò la Germania Ovest in finale: nei miei sogni più perversi, Maradona alza la coppa, sulla sua maglia c’è scritto Yo soy Borges.  Torno in me.  Uno dei repertori più interessanti tra gli inediti di Borges in Italia – almeno, così mi pare – è un’intervista pubblicata da “La Gaceta” di Tucumán il 26 agosto del 1979. Borges aveva appena compiuto ottant’anni, io compivo sei mesi – in febbraio si era registrata una miracolosa nevicata nel deserto del Sahara. L’intervistatore, Abel Posse (1934-2023), era un diplomatico: aveva esercitato a Mosca, a Gerusalemme, a Madrid. Nel 1974 ospitò Borges a Venezia, dov’era console generale; cinque anni dopo, lo scrittore ricambiò l’invito: una fotografia testimonia l’intervista, realizzata nel piccolo appartamento di Buenos Aires in cui Borges tentava l’oblio. L’intervista si regola, soprattutto, intorno ad alcune opinioni letterarie di Borges – non sopportava lo stile di Proust e quello di Joyce, illeggibili, a suo dire. Le osservazioni di Posse ci mostrano uno scrittore che persegue la povertà: un mondo interiore così ricco, da sovrano dei cosmi, non ha bisogno di ingombri mondani, di futili orpelli. Tra l’altro, Abel Posse è stato uno scrittore piuttosto noto – tra l’altro, ha scritto un romanzo sul ‘Che’ e uno su Evita Perón, entrambi editi in Italia.  Nonostante le evidenze e le solite chiacchiere – Borges che anela la morte, l’ha sempre a fior di labbra, come una lebbra –, lo scrittore argentino visse, dal ’79 in qua, anni di prodigiosa vitalità. Scrisse ancora, tanto, troppo – uscirono i libri in versi La cifra e Los conjurados, benché tutto pareva già sigillato da decenni, da L’Aleph –, viaggiò molto. Insieme a Franco Maria Ricci aveva ideato “La Biblioteca di Babele”, la più bella collana editoriale italiana. Quell’anno uscirono Kipling (La casa dei desideri), Stevenson (L’isola delle voci), Hawthorne (Il grande volto di pietra), ma soprattutto P’u Sung-ling, di cui si antologizzavano come L’ospite tigre alcuni racconti del soprannaturale. Soltanto Borges, con smaliziata nonchalance, può paragonare uno scrittore cinese vissuto nel XVII secolo a Jonathan Swift, Edgar Allan Poe, Lewis Carroll. Dopo averci insegnato qualcosa sulla cultura cinese – “non c’è paese più superstizioso della Cina”: osservazione di cui dovrebbero fare tesoro i falangisti della geopolitica –, Borges riassume da par suo temi & figure del libro: > “Il regno dei sogni, o meglio ancora quello delle gallerie e dei labirinti > dell’incubo. I morti tornano alla vita, lo sconosciuto che ci fa visita non > tarda a essere una tigre, la ragazza evidentemente adorabile è una pelle sopra > un demonio dal volto verde. Una scala si perde nel firmamento; un’altra > sprofonda in un pozzo, che è dimora di carnefici, di magistrati infernali e di > maestri”.  In sostanza, Borges non cerca altro che un altro se stesso. Il suo mondo, che pare tanto oceanico, tanto enciclopedico, è in verità angusto, si risolve in una camera da letto. Per questo amiamo tanto Borges: ci fa sentire a casa, in un’alcova. Nessun abisso – ma un abbraccio. La vertigine a portata di mano, sul comodino.  ** Dialogo con Jorge Luis Borges (in occasione dei suoi 80 anni) Borges abita in calle Maipú, nel cuore di Buenos Aires, in un modesto appartamento di tre stanze, in uno di quei palazzi costruiti negli anni Trenta – i mobili sono moderni. Lo aiuta Fanny, robusta domestica del Paraguay, energica e poco sensibile agli affari letterari del padrone di casa. “Beppo”, un gatto bianco piuttosto grosso e piuttosto apatico, si aggira per casa.  Sorprende l’assenza di orpelli e di decorazioni. Sulla credenza c’è un centrotavola di vetro: le bollette della luce accumulate sopra la medaglia dell’Ordine Britannico. Alle pareti, scaffali con i libri che Borges ha sfogliato fino a venticinque anni fa, quando poteva leggerli. Sono quasi tutti in inglese, rilegati. Spiccano i classici e i libri ‘esotici’ da cui Borges ha tratto le citazioni che gli sono valse la reputazione di estremo erudito. Nella piccola stanza di Borges – lo scrittore rifiuta di entrare nella camera della madre, immutata dopo la sua morte, con quel grande talamo che testimonia un profondo, perpetuo dolore –, il letto è addossato alla parete: c’è una biblioteca di classici in lingua spagnola.  Non vedo un solo libro di recente pubblicazione. Si dice che Fanny ne butti a decine, ogni mese: i libri che giovani scrittori entusiasti inviano a Borges da tutto il mondo. Alcuni sospettano che le lettere non subiscano sorte migliore. Se Borges dovesse occuparsi della corrispondenza che riceve, avrebbe bisogno di un ufficio preposto a quel compito.  Non ci sono nemmeno libri di Borges a casa di Borges – non ne trovo neanche uno in una delle innumeri lingue in cui è tradotto.  Scorgo soltanto una copia delle sue opere complete.  Borges compie ottant’anni. Il fatto che nessuno lo ritenga un vecchio la dice lunga su di lui. Ti fa dimenticare la sua età, la sua quasi totale cecità. Spesso le persone, senza sentirsi a disagio, gli chiedono ‘Ha visto questo?’, ‘Ha notato quell’altro?’.  Quando sono arrivato, stava finendo di radersi. Usa un apparecchio elettrico. Gli faccio notare l’altura della sua età.  “Non mi parli dell’età. È insignificante. Del resto, non sono vittima del sistema metrico decimale né dell’egida statistica. Dicono abbia ottant’anni. Se misurassimo il tempo secondo altri schemi, chessò un anno ogni dodici, avrei un’altra età…”. Sta portando avanti una tradizione di famiglia: la longevità. È vero. Credo che la longevità sia una forma di insonnia.  …sarebbe l’unico caso di insonnia in cui si evita il sonno ristoratore. In realtà, chi soffre di insonnia vorrebbe dormire – eppure, nessuno vuole morire… Non è vero: i longevi desiderano morire. Mia madre mi diceva sempre, “Vedi? Un altro giorno… e non sono ancora morta”. Se mi dicessero che morirò questa notte, sarebbe una gioia immensa.  Vengo dalla Spagna. Molti amici non hanno accolto bene le sue opinioni sulla letteratura spagnola.  E perché mai? Cerco di spiegarmi con garbo. La letteratura spagnola inizia magnificamente, con quegli stupendi romanzi cavallereschi. Poi accadono alcuni scrittori di genio: frate Luis de León è, a mio giudizio, il maggior poeta castigliano. Insieme a Giovanni della Croce. Poi c’è Don Chisciotte, un libro inesauribile. Da lì in poi, già con Quevedo e Góngora, qualcosa si irrigidisce: si ha l’impressione che i volti siano sostituiti dalle maschere. Il culmine si raggiunge con Baltasar Gracián, dove non si percepisce passione né sentire. Mero gioco di forme, come il Cubismo o la letteratura di Joyce… Il XVIII secolo è poverissimo. Del Romanticismo resta, di fatto, soltanto Bécquer: una replica in minore del primo Heine…  …e Saavedra Fajardo? Un grande scrittore, l’ho ripreso proprio l’altro giorno. Un suo parente stretto, uno stilista.  Farò del mio meglio, allora, per onorare tale legame familiare…  Dopo questa panoramica, c’è un aspetto che vale la pena mettere in luce. Quando la letteratura si rinnova, soprattutto per influsso francese – le opere di Hugo, di Verlaine e di Poe, che ci arriva grazie alle traduzioni francesi, non dimentichiamolo – tale rinnovamento non tocca la Spagna ma questo lato dell’Atlantico. Penso a Rubén Darío, a Jaimes Freyre, a Lugones, poeti non meno importanti – e precedenti – di Machado e di Juan Ramón Jiménez. E Unamuno? Non ho mai capito del tutto il suo desiderio di immortalità. Più notevole della sua opera è la sua attitudine a pensare: era un pensatore straordinario. Ricordo con affetto Pío Baroja: la gente lo ama più delle sue opere. È l’opposto di ciò che accade con Shakespeare: tutti ricordiamo Amleto, a nessuno interessa l’uomo che lo ha scritto.  Mi pare che lei sia stato piuttosto ingeneroso nei confronti di García Lorca: lo ha definito “andaluso di professione”.  Ho letto Yerma – pessimo. García Lorca non mi ha mai interessato – ciò non vuol dire che abbia qualcosa contro gli andalusi. Non ha menzionato Garcilao.  Molto bravo, straordinario. Ma lui proviene dalla poetica italiana, da Petrarca, anche gli spagnoli lo consideravano esotico… Visto che parliamo di letteratura spagnola, non vorrei dimenticare due miei amici, ma nemici tra loro: Ramón Gómez de la Serna e Cansinos Assens. Due uomini di genio, completamente diversi uno dall’altro. Il primo era uno studioso, l’altro un grande artista. Ramón Gómez de la Serna è uno scrittore straordinario, rimarrà. Buenos Aires gli ha fatto male. Sarebbe stato un grande poeta. I suoi aforismi, le sue greguerías, lo hanno privato di diverse possibilità estetiche. Se ci si abitua a pensare in modo così atomizzato si finisce per atomizzarsi – il poeta si è disintegrato nelle sue greguerías. Un caso simile, forse, a quello di Macedonio Fernández: un ottimo scrittore con pochissime opere.  Macedonio non rimarrà. Soltanto chi lo ha ascoltato raccontare le sue storie può apprezzarlo davvero… E visto che ho detto così male di García Lorca, vorrei dire che per me Marcelino Menéndez y Pelayo è un grande poeta, ingiustamente dimenticato. E Pérez Galdós? Ho letto Misericordia con piacere, ma non amo quel genere di libri, quel tipo di romanzi, intendo, che hanno origine in Flaubert, quei romanzi per cui quando entri in una stanza devi descrivere tutti i mobili che ci sono.   Eppure, lei ha elogiato Bouvard e Pécuchet, il primo romanzo del secolo… È vero, ma è Madame Bovary ad aver stabilito uno standard. Stevenson credeva che tutta la colpa fosse da attribuire a Walter Scott. Scott si giustificava dicendo che l’eccessivo descrittivismo era necessario per un lettore che non sapeva nulla di Medioevo.  E Proust? Non mi interessa. Ha creato un mondo infero, inferiore, meschino. Allo stesso modo in cui mi pare meschino Joyce, uno scrittore piuttosto illeggibile ma di cui non possiamo dimenticare il nitore di certe frasi: avrebbe dovuto optare per la poesia, in fondo è un poeta. Ma quando leggo Proust, beh, mi sento soffocare in un mare di pettegolezzi. È la stessa cosa che succede leggendo Henry James.  Ma in Proust c’è la nostalgia per un’epoca al tramonto, è un po’ il simbolo di un mondo perduto… …già… tutte cose che esulano dalla letteratura.  Lei che nutre così tanto rispetto per Schopenhauer… vorrei chiederle dell’amore, delle donne e della morte, usando a pretesto il titolo di un suo libro.  Per quanto riguarda le donne, posso dirle che sono assai presenti nella mia vita. Penso così tanto alle donne da non doverle pensare quando scrivo. Direi anche che c’è sempre stata una donna, unica, benché non sempre la stessa… …un concetto piuttosto platonico… …in quanto archetipo, sì. Ma quella donna è reale, benché molteplice. Nella mia poesia parlo spesso di amore, anche se i lettori credono che abbia delle riserve su questo tema. Non è così – è tutto il contrario.  Forse questo giudizio riguarda la reticenza nei confronti delle sue esperienze personali. Non ne parla mai in pubblico: un atteggiamento molto ‘british’.  Credo sia così. In Inghilterra, se dici a una donna che è una bella donna, lei s’indigna. È un commento personale inappropriato, che non hai il diritto di esplicitare.  Gli argentini, al contrario, sono piuttosto sfacciati… Vero. Le donne, poi, si attendono sempre che gli si dica quanto sono belle. Ma io non condivido tale abitudine. Ho una serie di amici a cui non ho confidato nulla riguardo alle mie passioni amorose. E loro si sono comportati allo stesso modo con me. Vuole i nomi? Macedonio Fernández, Bioy Casares, Manuel Peyrou. E la morte? La morte? La sola speranza che mi resta.  Abel Posse *In copertina: Borges ritratto da Eduardo Comesaña, 1969 L'articolo “Proust? Quando lo leggo mi sembra di annegare in un mare di pettegolezzi”. Borges, scrittore infinito proviene da Pangea.
June 10, 2026 / Pangea
Vivere a Tlön, ovvero: Borges creatore di mondi e l’uomo di oggi
Cogito ergo sum, diceva Cartesio nell’estasi delle idee. Oggi la sua scoperta decade a motto popolare, da postare occasionalmente sui social. Le idee hanno da tempo cessato di smuovere il mondo, non si teme più il loro potere, ormai accessibile a tutti. Nonostante la nostra epoca si mostri come l’apoteosi dell’intelletto, ciò non fa altro che lasciare spazio al dilagare dell’ignoranza: il pensiero, in quanto attività quotidiana, perde il suo senso per sprofondare nelle bocche dei furbi e appesantire il giogo dei deboli. Per combattere queste distorsioni mentali, bisognerebbe leggere un racconto tra i più conosciuti e riusciti di Borges: parlo di Tlön, Uqbar, Orbis Tertius. Non è necessaria, seppur consigliabile, una preliminare immersione nei labirinti dell’opera borgesiana; può aiutare una buona dose di cultura, a cui oggi provvede Internet con la sua interminabile fonte di informazioni. In effetti, i racconti di Borges sono gli agglomerati culturali per definizione: in essi albergano le più strambe teorie filosofiche, i più inaspettati riferimenti letterari, per non parlare dei nomi presi in prestito dalla storia e rimodellati dall’autore. Insomma, si propongono come il test perfetto per l’uomo saccente e ben istruito del XXI secolo, pavone della conoscenza. Il paradosso, però, è che, come in tutti i labirinti, la conoscenza finisce per rivelarsi una strada senza uscita, di cui Borges si prende animatamente gioco.  Tlön, Uqbar, Orbis Tertius è anche la fiction per eccellenza: si apre con lo sfolgorio di uno specchio e si chiude in un mondo moltiplicato. È Borges che ammette senza pudore la natura artificiale dei suoi racconti, non a caso inseriti nella raccolta Finzioni. I mondi che genera, ben lungi dall’essere reali, sono solo immagini, che inevitabilmente filtrano la realtà con la sua percezione: sono finzioni percettive. La percezione, dunque, secondo Borges, è un unicum dell’individuo e, nel momento in cui si fa legge universale, ecco che tende pian piano a trasformarsi in qualcosa di sinistro, che sconfina oltre l’immaginario. Questo ribaltamento della percezione è lo stesso che si verifica nel racconto con la regione di Tlön: illusione berkeleyana fatta realtà, in questo strano universo l’uomo vive secondo le forze del proprio sentire. In che modo lo faccia ce lo spiegano le teorie formulate all’interno di Tlön: alcuni pensano di vivere un ricordo crepuscolare, altri negano l’esistenza del tempo, ma tutti nella metafisica “non cercano la verità, e neppure la verosimiglianza, ma la sorpresa”. Un mondo in cui l’uomo, più creatore che creatura, si trova già definito in partenza. A Tlön vivere coincide con pensare. Cartesio probabilmente avrebbe considerato una simile regione il destino ultimo del genere umano, eppure il mondo di Tlön, ci dice Borges, è soltanto frutto di una congiura ordita dal milionario Ezra Buckley contro la realtà dominata da simboli e dei.  > “Buckley nega Dio, ma vuole dimostrare al Dio inesistente che gli uomini > mortali sono capaci di concepire un mondo”.  Così, nella sua opera di smantellamento del mondo storico, egli dà vita a un nuovo mito, un mito cosmico e valido universalmente. Buckley riunisce in sé la forza delle idee di Berkeley, Spinoza, Leibniz e Schopenhauer (solo alcuni dei filosofi citati da Borges) per concepire la sua enorme creazione, dimostrando come il pensiero umano sia in grado di prevaricare i limiti della carne. Effettivamente, verso la fine del racconto, sorge l’impressione che il mondo stia deformandosi secondo gli assunti di Tlön:  > “Il contatto con Tlön, l’assuefazione ad esso, hanno disintegrato questo mondo > […] è già penetrato nelle scuole l’‘idioma primitivo’ (congetturale) di Tlön; > e l’insegnamento della sua storia armoniosa (e piena di episodi commoventi) ha > già obliterato quella che presiedette alla mia infanzia”.  Ed ecco, le truppe dell’utopia assediano le mura indifese della nostra Terra, decise a riscattarla dalla sua inefficienza.  Borges espone in questo racconto, meglio di qualsiasi filosofo, la teoria che diventa catastrofe: gli uomini che sognano un mondo artificiale, ordinato e ben integrato nelle categorie universalmente riconosciute. Il nostro universo, la nostra realtà imperfetta e limitata (se non limitante), oltre ad essere intrinsecamente confusionaria, non è minimamente conforme ai nostri ideali di perfezione. Così entra in gioco la filosofia, che fonda l’idealismo per continuare l’opera di un Dio stanco e sconclusionato. Gli abitanti di Tlön hanno il privilegio di trasformare il cogito ergo sum in cogito ergo sum omnipotens, dal momento che possono creare e distruggere grazie alla loro attività percettiva. In un mondo simile si può vivere letteralmente senza preoccupazioni, nel completo stoicismo, in altre parole, “senza pensieri”.  Ma in che senso “smettere di pensare” in un mondo che esiste solo grazie al pensiero? Nei suoi racconti Borges non dà risposte, crea schemi allusivi. In Tlön, Uqbar, Orbis Tertius si può vedere di tutto: dalla critica all’ideologia in tutte le sue forme all’eterno gioco di rimandi finzionali, dal mero artificio retorico alla suggestiva visione di un mondo extrasensoriale. Una cosa è certa: Borges, qui più che in ogni altra sua opera, dimostra l’impotenza dell’uomo a forgiare mondi. Da quando Aristotele ha osato definirci animali razionali, la nostra sete di potenza è sempre e solo aumentata traducendosi in sete di nuovi mondi. Il salto logico è semplice: se l’intelletto è così potente da determinarci, allora sarà possibile vivere esclusivamente grazie alla sua attività creatrice. Tutte le teorie della conoscenza sono il risultato di questo assioma, e Tlön ne è l’estrema conseguenza.  Un mondo privato di qualsiasi mistero, dove tutto è già scritto e ascrivibile al solo pensiero, dove le idee dominano incontrastate e gli uomini padroneggiano incontrollati: di un simile scenario Borges mette in evidenza le orribili precisioni, disturbanti e, soprattutto, noiose, incomplete. Ed è proprio qui che sta la fregatura: a Tlön nessuno può pensare nel vero senso del termine, il pensiero è solo un attributo di cui ci si serve naturalmente, la stessa materia è il prodotto di un’associazione di idee. Nella traduzione dell’idea in materia e della materia in idea l’uomo ha completato il suo lungo processo di divinizzazione: giunto a questo punto, può finalmente smettere di pensare perché della filosofia non sa più che farsene. Ormai, per questo superuomo istruito, il pensiero è svago, è azione generatrice. Un mondo del genere non esiste, non coincide col nostro. Allora come mai Borges, alla fine del racconto, ne parla come se la trasformazione della Terra in Tlön fosse imminente? Forse perché proprio il 1940 (anno di pubblicazione del racconto) coincide con un anno di rivolgimenti, psicologico-sociali prima che industriali, per la generazione dello scrittore: la Seconda guerra, il progressivo infittirsi delle ideologie, la soppressione dell’uomo ad opera dei suoi simili… in breve, il pensiero individuale che si universalizza nello spazio e nel tempo.  Oggi più che mai grava su noi il peso di Tlön, non più attraverso l’epoca tumultuosa che Borges ha vissuto sulla sua pelle, ma nella pacifica conformazione delle nazioni. Una scoperta dopo l’altra, l’animale razionale avanza nella sua ripida ascesa, costruisce masse e riduce il pensiero a un palliativo serale, uno svago intellettuale. La forza delle idee, silenziosamente, ha già fatto i conti con il suo spegnimento. L’uomo del progresso, il liberale contemporaneo, è diventato finalmente quello che ha sempre sperato di essere: un creatore senza pensieri, padrone di sé stesso. Borges, però, ci ricorda che Tlön, proprio come il racconto che l’ha generato, “sarà un labirinto, ma è un labirinto ordito dagli uomini, destinato a essere decifrato dagli uomini”. Al contrario, la realtà “sarà magari ordinata, ma secondo leggi divine – traduco: inumane – che non finiamo mai di scoprire”.  Allora, contro ogni distorsione della realtà, lo scrittore invita a non farci possedere dal nostro pensiero, ma a farlo evolvere in continuazione. Senza farlo degenerare a strumento di dominio, ma trattandolo come bussola per la verità, che, se a Tlön non esiste, sulla Terra continua a dardeggiare incessantemente.  Borges, dal canto suo, della venuta di Tlön se ne infischia: scrive con la consapevolezza di non essere un dio creatore, ma solo un messaggero – forse, uno dei tanti nessuno. > “Allora spariranno dal pianeta l’inglese e il francese e il semplice spagnolo. > Il mondo sarà Tlön. Io non me ne curo, io continuo a rivedere, nelle quiete > giornate dell’Hotel de Androguè, un’indecisa traduzione quevediana (che non > penso di dare alle stampe) dell’Urn Burial di Browne”. Samuele Brullo L'articolo Vivere a Tlön, ovvero: Borges creatore di mondi e l’uomo di oggi proviene da Pangea.
February 11, 2026 / Pangea
Intorno a Santiago Dabove, lo scrittore invidiato da Borges che decise di diventare albero
La mia edizione dei Racconti brevi e straordinari è stata stampata da Franco Maria Ricci nel 1973, nella collana “La biblioteca blu”. La copertina – azzurra, elegantissima, verticale – reca un centauro come stemma. È un centauro particolare: ha due zampe e le braccia incrociate; è un centauro-Pan, un centauro fenicottero. Ho ricevuto il libro – insieme ad altri di Franco Maria Ricci –, tempo fa, da Nicola Crocetti, l’editore, “un titano dietro la sua immagine pubblica inesistente”, come scrive Aldo Nove in Inabissarsi (il Saggiatore, 2025), tanto per restare in ambito mitologico.  In origine, Racconti brevi e straordinari esce nel 1953, a Buenos Aires: compito degli autori, Jorge Luis Borges e Adolfo Bioy Casares, è quello di riassumere il genio della letteratura universale in poco più di cento pagine.  > “Osiamo pensare che l’essenziale della narrazione si trovi in questi brani; il > resto è episodio illustrativo, analisi psicologica, felice o inopportuno > ricamo verbale”. JLB e ABC antologizzano una novantina di racconti: sono pochi quelli che superano la pagina. I due aggettivi che onorano la raccolta – brevi, straordinari – non sono esornativi: segnalano lo stigma di una poetica. Nella brevità – che non vuol dire concisione bensì: solleticare l’ambiguo, ambire all’oracolo – si celebra uno stile; lo straordinario esplicita il tema. La letteratura si occupi di stordire l’ordinario, di disarmare il noto.  Tra i racconti lì antologizzati – con la fantomatica idea di creare, come sempre, il “libro dei libri” – ce ne sono alcuni di autori notissimi (Kafka, Hawthorne, Poe, Stevenson, Paul Valéry), altri di autori meno noti o inattesi (Arthur Machen, Henri Michaux, Max Jacob, Virgilio Piñera); certuni non sono nemmeno scrittori, dacché la vera letteratura alligna dove non credi che possa essere. Come sempre, Borges guarda, col suo fare rabdomantico, a Oriente e tra mistiche fumisterie; così, sono incardinati in questa raccolta scatenata, gli apoftegmi di Chuang Tzu, le storielle ebraiche riferite da Martin Buber, certe favole tratte dal Pañcatantra, celebre novelliere indiano. Non mancano testi dalle Mille e una notte e dall’oceano della tradizione islamica. Uno degli sketch più affascinanti, Un mito di Alessandro – che racconta la vita oscura di Alessandro Magno, tra il magma mongolo, nelle distese dell’Asia – è ascritto ad Adrienne Bordenave, uno scrittore inesistente.  Il libro, naturalmente, esiste in una versione più recente, stampata da Adelphi nel 2020, a cura di Tommaso Scarano; io, ostinatamente, mi riferisco a quella di Franco Maria Ricci – stampata più di cinquant’anni fa pare uscita dai torchi oggi – tradotta da Gianni Guadalupi.  Uno dei Racconti brevi e straordinari più lunghi e inquietanti s’intitola Il treno. Racconta di un bambino sul “solito treno del tardo pomeriggio”, che, fermata dopo fermata, vede letteralmente scorrere la sua vita. Nel viaggio, il bimbo cresce, si sposa, fa figli, seppellisce la moglie, invecchia. È un racconto assurdo, circolare; infine, l’uomo – il protagonista del racconto e colui che lo racconta – scopre che il palazzo della “Compagnia Assicurativa” per cui lavorava è stato “demolito da tempo”: al suo posto spicca “un edificio di venticinque piani”. L’uomo sceglie di gettarsi dall’ultimo piano di quell’edificio: “caddi sulla chioma di un albero frondoso, che aveva foglie e rami di fico ovattato. La mia carne, che stava per sfracellarsi, si disperse in ricordi”. L’ultimo ricordo ritrae l’uomo, ancora bimbo, che deve “far compere per incarico di mia madre”: è il punto dove il racconto inizia. Dunque, si può narrare una vita in un paio di pagine, è possibile inscatolarla in un vagone.  Il racconto è stato scritto nel 1946 da un tale che si chiama Santiago Dabove. Le notizie riguardo a Santiago Dabove sono talmente scarse che si potrebbe supporre sia una creatura fittizia, inventata lì per lì da Borges. Da ciò che si sa, Dabove è nato nel 1889 – dieci anni prima di Borges, a Morón, alla periferia di Buenos Aires; lì è morto nel 1951. Si ignorano il giorno e il mese di nascita di Dabove. Egli pare in effetti un uomo immobile, come un cannone astronomico puntato sempre sulla stessa stella. In un’intervista rilasciata a “Cabalgata” nel novembre del 1946, Borges dice, tra l’altro, che “la pubblicazione in un unico volume degli straordinari racconti fantastici di Santiago Dabove, fino ad ora dispersi, sarà un evento memorabile per la letteratura argentina”. È interessante che ricorra, con altri effetti, l’aggettivo straordinario.  Il volume uscirà diversi anni dopo, dieci anni dopo la morte di Dabove, nel 1961. S’intitola La muerte y su traje, edito da Alcándara: nella lunga introduzione Borges racconta di quando lui, il suo amico Macedonio Fernández e Santiago Dabove progettarono un libro scritto a sei mani; si sarebbe intitolato L’uomo che diventerà presidente, raccontava di un gruppo di sefirotici ribelli che vogliono prendere la Casa Rosada, rovesciando il governo argentino. Si rievocano, un poco, le atmosfere de I demoni di Dostoevskij e de L’agente segreto che dei romanzi di Joseph Conrad è il più eccentrico e forse il meno riuscito. Naturalmente, di quel libro catastrofico non fu scritta neppure una riga: fu ideato dai tre alla Perla del Once, dov’erano soliti trovarsi, uno dei mitici café di Buenos Aires; nel nono capitolo del romanzo, così dettava lo schema, Borges doveva essere ucciso.  Perché Santiago Dabove non ha mai voluto pubblicare i propri racconti in vita? Perché ha scritto così poco (una manciata di testi che occupa a mala pena centoventi pagine)? Chi era davvero Santiago Dabove? Non può che affascinarci la vita di un uomo che ha, con costanza militare, cancellato le tracce di sé: che ha vissuto per scomparire. “Dare frutto”, forse, è un monito che vale per la vita interiore, per la vita invisibile: è dentro di noi che devono crescere giardini, boschi, foreste; l’applauso, la fama, l’ostinata ostentazione fanno avvizzire chi siamo. Forse Borges mirava in Santiago Dabove ciò che intimamente avrebbe voluto essere. Un uomo che ha il coraggio di annientarsi, lasciando ad altri le esigue tracce di un’opera minima, tesa alla lama e al sussurro.  Tra i racconti di Dabove, il più noto è senza dubbio Ser polvo, “Essere polvere”. La trama è semplice: un uomo, afflitto da implacabile nevralgia del trigemino, roso da diversi medicinali, è a cavallo, “come sempre, percorrendo i quaranta chilometri che separavano i paesi che visitavo con maggior frequenza”. Nei pressi di un cimitero abbandonato, cade. Segue la drammatica, lenta, lunga, letale trasformazione dell’uomo in un fico d’India. Potremmo descrivere Ser polvo come un racconto ‘kafkiano’, peccando in didascalia. C’è qualcosa di trionfante e di atroce nella descrizione di un uomo che viene inglobato dalla terra, fino a farsi radice – qualcosa di funesto che continua ad agire nei nostri incubi. Come uno che per scacciare un’ape, ne attiri, per irradiazione d’ira, l’intero sciame. Ciò che pare luce, in verità, è lo scintillio dello stiletto.  > “…non importa quanto valore diamo all’azione, alle scelte, all’andare degli > esseri umani; nella maggior parte dei casi, essi si muovono, camminano, > vengono, vanno in un’infinita filiforme prigione. Chi ha come orizzonte le > quattro sperimentate mura della propria casa non è diverso da chi percorre > ogni giorno certi sentieri per svolgere gli stessi compiti, in circostanze > diverse. Tutta questa fatica non vale il bacio pattuito tra il vegetale e il > sole”.  Nella “vita immobile, egoista” del vegetale Santiago Dabove ravvisava la propria – in vita, decise di diventare un vegetale. Essere polvere è incorporato da Borges, Silvina Ocampo e dal solito Bioy Casares, nella strepitosa Antologia della letteratura fantastica, che assembla testi di Ryunosuke Akutagawa e di Gilbert Keith Chesterton, di Léon Bloy e di Julio Cortázar, di Lord Dunsany e di Elena Garro, di James Joyce e di Maupassant. Secondo Borges, Dabove era uno scrittore eccezionale.  Introducendo una nuova edizione de La muerte y su traje, Horacio Salas, poeta e saggista argentino tra i più riconosciuti del suo tempo, morto nel 2020, ci offre, tra le ombre, qualche squarcio sulla vita nascosta di Dabove.  > “Alla scrittura preferiva – almeno, così dice chi lo ha frequentato – le gioie > della conversazione, un genere letterario (o semi-letterario) che ricorda la > costruzione di castelli di ghiaccio o di sabbia, lavorati per ore con > artigiana pazienza, che iniziano a crollare non appena li si è compiuti. > L’ormai mitico Macedonio Fernández, Santiago Dabove e il fratello, Julio > César, formarono un gruppo denominatosi ‘Triquia’ che si riuniva (come > raccontò Hugo Loyácono al “Cronista Comercial” il 29 novembre del 1975) in una > stanza sul retro della casa dei Dabove, a Morón. Lì, alla luce tremolante di > una candela, quasi che le ombre potessero facilitare i meccanismi della mente > a muoversi tra labirinti metafisici, i tre chiacchieravano per ore su certe > frasi di Schopenhauer, sull’idealismo di Berkeley, a cui Macedonio aderiva con > fervore, sull’empirismo di Hume”.  Di questa testimonianza – che incolla testimonianze di testimonianze – dobbiamo conservare due dettagli: Dabove aveva un fratello; Borges era escluso da questo circolo esclusivo. Naturalmente, l’unico libro di Dabove non è ristampato da anni – mira a svanire.  Tutti i racconti di Dabove afferiscono – scrive Salas – alla morte, conferiscono a chi li legge una sorta di sinistra immortalità. In El experimento de Varinsky, Dabove sembra riscrivere Poe: si racconta di un giovane medico che tenta di riportare in vita un assassino suicida, per estorcergli l’estrema confessione.  Forse Borges invidiava Dabove tanto quanto lo amava. Alla voce di Santiago Dabove, infatti, Borges fa risalire il più atroce dei suoi racconti. L’intrusa, il racconto che apre Il manoscritto di Brodie, racconta di due fratelli, i Nilsen, probabilmente di origine danese o irlandese, che si dividono una donna, Juliana Burgos. “Carnagione scura, occhi a mandorla”, questa donna, di efficace bellezza, è trattata come “una cosa”: un giorno uno dei fratelli, Cristián, vende Juliana a un bordello; salvo riprenderla, perché “quel mostruoso amore” non può estinguersi. Infine, questa donna che senza far niente se non cedersi a entrambi sta radicando separazione tra i fratelli, viene uccisa. Cristián e l’altro, Eduardo, “si abbracciarono, quasi piangendo. Adesso li univa un altro legame: la donna tristemente sacrificata e l’obbligo di dimenticarla”. La storia di questi due opposti di Caino e Abele si svolge “nel distretto di Morón”, il paese di Dabove, e da “Santiago Dabove, l’ho saputa”. Forse in questo racconto, dall’epigrafe enigmatica – si accenna a un “Secondo libro dei Re, 1, 26”, ma il primo capitolo del secondo libro dei Re ha soltanto sedici versetti – Borges fa riferimento a un segreto celato dai fratelli Dabove, forse la nostra mente maligna perversioni dov’è soltanto dedizione, forse siamo fatti per torcere l’innocenza in indecenza, tale è l’incuria chiamata uomo.   Nel Prologo al Manoscritto di Brodie, Borges, con inedita facondia, denuncia le proprie opinioni politiche:  > “mi sono iscritto al partito conservatore, il che è una forma di scetticismo, > e nessuno mi ha mai chiamato comunista, nazionalista, antisemita, partigiano > di questo bandito o di quel tiranno. Credo che un giorno meriteremo che non ci > siano governi”.  Ottimo proposito in tempi di riarmo: decine di migliaia di anni di Sapiens e siamo ancora qui a giocare a chi lo ha più lungo.  Il manoscritto di Brodie, così denuncia il suo geniale autore, è stato scritto in onore di alcuni racconti giovanili di Rudyard Kipling: “ho pensato che ciò che ha concepito e eseguito un ragazzo geniale possa essere imitato senza immodestia da un uomo sulla soglia della vecchiaia, che conosce il mestiere”. Il mio amato Kipling… Dopo tanto peregrinare tra le ombre, non mi resta che inseguire Shere Khan, la regina delle tigri, o farmi da lei inseguire, a patto di farmi succulenta preda – che tutto termini per azzanno e per azzardo, nell’alloro di un morso.  L'articolo Intorno a Santiago Dabove, lo scrittore invidiato da Borges che decise di diventare albero proviene da Pangea.
March 17, 2025 / Pangea