Vivere il mondo con umorismo e talento: questo ha fatto Mino Maccari, pittore e
scrittore che latita dalle nostre librerie da anni ma che è ben vivo nel ricordo
di chi ne conosce l’opera. Eppure lo si sta dimenticando, come una nota a piè di
pagina che si stenta a consultare.
Diciamo innanzitutto che Maccari aveva un difetto che la nostra epoca perdona di
rado: era stato un convinto fascista della prima ora, tanto da partecipare alla
Marcia su Roma. Aveva fatto carriera sotto il fascismo, pur con tutte le sue
stravaganze artistiche e caratteriali, che lo fecero prima espellere dal partito
e poi riammettere nelle sue file. Molto più tardi Maccari avrebbe detto:
> “I miei maestri? Gargantua e Pantagruele, spesso mascherati da Mussolini.”
Non nascondeva il suo passato. Eppure dopo l’armistizio era stato anche un
convinto partigiano.
Pare che a lui si debba la boutade spesso attribuita a Ennio Flaiano, suo grande
amico: “Il fascismo si divide in due parti: il fascismo propriamente detto e
l’antifascismo.” Una frase che oggi piace molto ai postfascisti, sempre molto
indulgenti verso se stessi e la loro storia, ma che anche gli antifascisti non
devono disconoscere, in tempi nei quali si celebra facilmente un apparente
perbenismo che non è altro che malcelata censura.
Maccari tendeva a disperdere e sprecare il proprio talento, come tanti autori e
illustratori satirici della sua epoca. Scriveva e disegnava qua e là, con
generosità e inventiva. Durante il fascismo fece epoca – e arte, e cultura – con
la rivista “Il Selvaggio”, che fu dapprima promotrice ed esaltatrice di un certo
fascismo stravagante e spaccone ma che poi, sotto la direzione di Maccari, si
affrancò dalla politica per consacrarsi alla letteratura e all’arte. C’è un bel
volume edito da Neri Pozza nel 1959 che contiene una selezione degli spunti e
dei disegni che Maccari andava pubblicando su “Il Selvaggio”. Il tratto delle
sue illustrazioni è a un tempo malinconico e buffo, alle volte grottesco: e
ancora oggi quelle pagine conservano intatto il loro fascino estetico.
Offriamone una svelta carrellata. Ci sono dei volti che paiono fluttuare su una
nuvola rivolti alla silhouette di una donna in fuga, con sotto la scritta: “Dove
vai, arte?” C’è un gendarme che sembra arrestare un poveraccio ma che è al tempo
stesso attratto dal didietro di una signorina di passaggio. C’è un elegante
pittore che ritrae tre donne formose facendone dei demoni mostruosi, e sotto la
dicitura: “Le sanzioni sono così brutte come si dipingono.” C’è Sua Eccellenza
Bottai che spiega a una classe di bambini “i rapporti fra lingua e rivoluzione”,
solo che sulla lavagna è disegnato il volto di una donna dalla lingua
gigantesca.
Infine ci sono i bon mot e i giochi di parole, tipici di Maccari, divertito
giocoliere delle lettere, quali ad esempio: “Sostantivo, sostantivo/ D’aggettivi
non sei privo/ In tal posa goffa e trista/ Ti ridusse il giornalista”, o: “Che
seccatura/ L’Istituto Fascista di Cultura”, o: “Nell’ora storica/ Niente
retorica”, o: “Vada l’Europa al diavolo/ Non ce ne importa un cavolo”, o: “Da
Mino Maccari/ Non più s’impari/ Egli ha tradito/ Moglie e Marito”, o:
“Dall’Accademia nessuna nuova/ (Gatta ci cova!).”
Insomma, quella di Mino Maccari era una rivista di battaglia che tuttavia non
perdeva mai il suo nerbo leggero e canzonatorio e quindi la sua grazia anche
infantile e giocosa. Certamente fece scuola.
L’arte di Maccari – sotto il fascismo e in seguito – è stata compagna e
concorrente di quella di Leo Longanesi, che pure andrebbe riportata nelle
librerie. Erano tempi di grandi impegni politici e intellettuali, da ambo le
parti, ed essere colti e liberi – liberamente ironici e colti – non era
semplice. Mino Maccari riusciva a esserlo senza grandi proclami. La libertà non
si esibisce tronfiamente come un vessillo, ma si porta nel fondo delle tasche –
delle nostre tasche vuote – come un portafortuna, come una piccola ma
fondamentale prova di spirito e di dignità.
Bisognerebbe riesumare il caro Maccari dall’oblio in cui si crogiola.
Edoardo Pisani
L'articolo “Vada l’Europa al diavolo, non ce ne importa un cavolo”. Libertà di
Mino Maccari proviene da Pangea.