Per certi versi, Hugo Williams è l’opposto di Bruce Chatwin. Pressoché coetanei
– Bruce, classe 1940, è più vecchio di due anni –, Hugo Williams eccelle nel
pezzo d’arte, nel cammeo giornalistico. Non gli interessano le grandi indagini,
i grandi panorami, i grandi personaggi: Hugo Williams predilige il dettaglio
nascosto, il particolare insignificante, il miracolo nelle banali cose di ogni
giorno. D’altra parte, non ha scritto libri memorabili come In Patagonia o Le
vie dei canti; precocissimo, nel 1966 pubblica All the Time in the World,
resoconto dei suoi vagabondaggi, ventenne, in giro per il globo, dal Medio
Oriente all’India, dall’Australia alla Thailandia. Il libro gli garantì un posto
presso il “London Magazine”. L’anno prima, per la Oxford University Press, aveva
pubblicato il primo libro in versi, Symptoms of Loss. L’ultimo lo ha pubblicato
nel 2024, s’intitola Fast Music, stampa Faber.
Nato a Windsor, nel Berkshire, Hugo Williams – in realtà: Hugh Anthony Mordaunt
Vyner Williams – può vantarsi di essere uno dei poeti più belli della
letteratura inglese. Il papà, Hugh Williams, fu attore britannico di vaglia,
assai celebre; la madre, Margaret Wyner, fu modella e attrice di inesorabile
fascino: Cole Porter le dedicò una canzone. La coppia, un poco spiantata dopo la
Seconda guerra, riuscì a risollevarsi grazie alla scrittura de L’erba del vicino
è sempre più verde: un successo teatrale che si tramutò, nel 1960, in un film
con Cary Grant, Robert Mitchum e Deborah Kerr. Altri tempi.
Nel frattempo, Hugo Williams si diplomava a Eton e verseggiava: tra i suoi lari
figurano Thom Gunn e Robert Lowell. La sua poesia – spesso spiazzante, di
spazientito cinismo, fitta di piccole cose di pessimo gusto – piacque a Philip
Larkin che la canonizzò nel suo The Oxford Book of Twentieth Century English
Verse (1973). Nel Regno Unito, Hugo Williams è considerato tra i più importanti
poeti della sua generazione: nel 1999 vince il “T.S. Eliot Prize” – premio in
cui è stato tra i selezionati per quattro edizioni; contro di lui, quell’anno,
gareggiavano Anne Carson, Carol Ann Duffy e Michael Hoffmann –, nel 2004 è
insignito della Queen’s Gold Meldal for Poetry (medaglia andata, tra gli altri,
a W.H. Auden, Philip Larkin, Robert Graves e, più di recente, a Simon
Armitage).
Hugo Williams dev’essere un uomo spassoso. In una poesia – tradotta in calce –
implora Dio di aiutarlo a vivere “una doppia vita”; in un’altra racconta di
quando ha fatto pipì in giardino con il papà – figura piuttosto ingombrante a
misurare la costanza con cui fa ingresso nei suoi versi. Tra i libri importanti
– tutti editi da Faber – citiamo Dock Leaves (1994), Billy’s Rain (1999), I Knew
the Bride (2014).
Quanto a me, preferisco l’Hugo Williams giornalista, il cronachista di genio che
sa scorgere brecce d’oro nel nulla, che trova la ‘notizia’ in ogni singolo
singulto umano. Credo – con questi criteri – che sia un caso quasi unico nella
poesia occidentale – dove, di solito, il giornalista è mestiere esercitato dal
poeta per necessità, dunque senza onori. In particolare, il suo libro più bello
– bellissimo fin nel titolo – è Freelancing. Adventures of a Poet (edito da
Faber nel 1995), la raccolta dei ‘pezzi’ usciti per il “TLS”. Si tratta di perle
giornalistiche spesso spassose. Come l’articolo su “Ted Hughes”, che racconta di
un sedicente Ted Hughes – bellone, piacione, biancochiomato, sbilenco nel
poetare – che ci prova con una studentessa australiana, scortandola in un
fatiscente appartamento di Londra: “Era imponente… Quando lei tentò di
mostrargli alcune poesie, lui le fissò spazientito, le mise da parte,
interessato, più che altro, a scortare la tipa verso la camera da letto”. In un
articolo Hugo Williams scrive di Evgenij Evtušenko e della Guerra Fredda, in un
altro racconta quando Laurence Olivier Knew My Father. Nel pezzo che abbiamo
scelto di tradurre – un reportage da Sciro, sulla tomba di Rupert Brooke –
spiccano tutte le anime di Hugo Williams: il viaggiatore, il cultore di poesia,
l’infallibile, corrosiva, sagacia. L’attacco del libro dice, prima di tutto, di
un’indole, va preso come l’estratto di una poetica:
> “Che vita bizzarra quella del poeta-giornalista nei primi Novanta. Vagavamo
> qua e là, sotto l’ardore di futili entusiasmi, incendi colti all’improvviso
> poi persi per sempre. Non avevamo alcuno scopo – alcun progetto. Dove andrò a
> finire, mi chiedevo. Che senso ha, mi chiedo ancora. Avrei voluto intitolare
> il mio libro ‘Tutto per caso’, che è poi la sua miglior descrizione. Un minuto
> prima ero in America Centrale, l’attimo dopo ritornavo nel mio liceo. Un
> minuto prima esco vestito da donna, quello dopo resto a casa a inveire contro
> una trasmissione televisiva. Un articolo su Bruce Chatwin segue quello sulla
> nuova moda di rasarsi i capelli. Un articolo sulle scuole di scrittura è
> seguito da un articolo sul tentativo di acquistare droga. Ecco. Se c’è un tema
> che tiene insieme i miei libri è la ricerca dell’eccitazione. Droga
> letteraria. Andrà meglio la prossima volta. L’unica scusante è che queste cose
> sono accadute a me. È il mio piccolo mondo”.
My little world potrebbe essere la descrizione delle poesie di Hugo Williams.
Vanno ascoltate con gli Smiths in sottofondo.
**
Visita alla tomba di Rupert Brooke
La città di Sciro è un caos cubista. In cima, si erge il monumento imponente,
vagamente fascio, dedicato “A Rupert Brooke e alla poesia immortale”: nudo
maschile in bronzo di grandezza doppia rispetto al naturale, inviato sull’isola
negli anni Trenta, dall’Inghilterra – pare raffiguri un prostituto belga. Alla
base, un bassorilievo raffigura il poeta: profilo ragazzo, capelli fluenti, naso
delicato. Le pudenda della statua, provocanti, sono state colorate di verde da
alcuni locali: un gesto che pare esprimere i loro sentimenti verso i compatrioti
di Brooke, i turisti della “crescita personale” che si ritrovano allo Skyros
Centre per “una vacanza della mente, del corpo e dello spirito”.
La vera tomba di Brooke si trova in una parte selvaggia e inaccessibile
dell’isola, di proprietà della Marina greca. Oggi c’è un sentiero che porta
verso quella zona, ma nel 1967 Andrew Motion, il poeta, appena licenziato dalla
scuola, rischiò di morire per cercarla. Venti ore dopo la partenza fu aiutato da
un pastore che gli indicò la strada per la tomba. “Una colonna di formiche
usciva da una fessura nel marmo; ricordo di aver pensato: ecco l’ultimo
messaggio di Rupert Brooke”.
A causa della costruzione di una nuova base navale, la tomba potrebbe uscire per
sempre dalle rotte turistiche, dunque penso di doverla vedere. Con me, un gruppo
di dieci scrittori. Noleggiamo delle moto, partiamo. Cantiamo Thom Gunn: “In
motocicletta, su per la strada, arrivano:/ piccoli, neri, come mosche stordite
dal caldo, i ragazzi…”. Siamo assurdi: infradito, pantaloncini, Honda scassate.
Osiamo un percorso, ci perdiamo più volte, a volte temiamo di finire in un
fosso. Per qualche ragione, ci divertiamo un mondo, stringiamo legami folli come
quegli studenti di psicodramma e Gestalt Therapy che abbiamo visto allo Skyros
Centre.
La prima tappa è la Fontana delle Ninfe. Ci laviamo, riempiamo le bottiglie di
acqua, scattiamo qualche foto. Dopo un’ora, raggiungiamo la splendida baia di
Tribouki, il più grande porto naturale dell’Egeo, dov’erano ormeggiate le navi
ospedale nel 1915. Guardo verso il basso, sopraffatto dalla solitudine al
pensiero di quei tetri vascelli così lontani da casa. È qui che Brooke ha
scritto Fragment? Gli amici mutavano in acqua sotto i suoi occhi:
> “Ho vagato sul ponte per un’ora, questa sera,
> Sotto il cielo nuvoloso e senza luna; e ho spiato
> Dai finestrini, ho osservato gli amici intorno al tavolo
> Mentre giocavano a carte, in piedi alla porta,
> O mentre uscivano al buio […]
> Continuavo a vederli – in controluce – passare
> Come ombre colorate, più sottili del cristallo,
> Bolle leggere, più tenui della pallida luce delle onde…”
>
> (traduzione di Paola Tonussi, da: R. Brooke, Poesie, InternoPoesia, 2025)
Durante un picnic, sbarcato, Brooke disse della bellezza di un uliveto ricoperto
di fiori selvatici e di erbe profumate. Morì pochi giorni dopo, di setticemia –
un insetto lo aveva punto ad Alessandria –: i suoi amici, Bernard Freyburg, un
eroe di guerra neozelandese, e Arthur Asquith, figlio del Primo ministro, lo
portarono a terra, seppellendolo presso quell’uliveto. Consapevoli, senza
dubbio, della necessità di trovare un angolo di Inghilterra in quella terra
straniera. Era il 23 aprile, il giorno di San Giorgio, patrono di Sciro e
dell’Inghilterra. Il giorno dopo, la flotta salpò per i Dardanelli.
La prima vista della tomba è dall’alto. Bianca, verde, solitaria, aliena, tra
ulivi scheletrici. Ci avviciniamo seguendo una fila di pietre che qualcuno ha
conficcato per segnalare il percorso. Ai piedi della tomba, la targa con la
celebre poesia, un epitaffio fin troppo perfetto. Lo leggiamo e ci facciamo
fotografare mentre lo leggiamo – uno studente danese ne critica il sapore
imperialista. Gli spiego che richer dust, il concetto incriminato, è metaforico,
benché vi aleggi una certa eccitazione giovanile. Capisco, fa lo studente.
Segue, eccesso di fotografie con vastità di pose, pensierose, informali, intorno
alla tomba. Sorge spontanea la domanda: sorridere o non sorridere in queste
circostanze? Optiamo per la seconda.
Sulla via del ritorno, passiamo da un santuario: San Giorgio, il drago, una
bottiglia di Lucozade piena di olio per le candele. L’auto distrutta che ha dato
origine a quel santuario pare un monumento ai caduti: il cavallo di San Giorgio
è al macello.
Decidiamo di fare una nuotata – troviamo una spiaggia deserta, di proprietà
della Marina. Un raccoglitore di sale cammina, nudo, su un’isola lontana. Trovo
una piccola medusa blu, è dura, sembra un paralume di vetro.
Stasera c’è l’assemblea generale di metà semestre guidata dal direttore del
corso: settanta esperti in shopping dello spirito seduti sui cuscini. Li
ascolto. Qualcuno vuole impegnarsi a fare qualcosa di speciale nella prossima
settimana? Un tizio visiterà più spesso la spiaggia per nudisti, se qualcuno lo
aiuta a scendere lungo la scogliera. Un altro si impegna ad abbracciare più
spesso le persone e a essere gentile. Un terzo vuole scoprire la natura
selvaggia di cui hanno parlato durante il corso. Dio mi salvi.
Alla richiesta di condividere qualcosa di bello accaduto durante la settimana
comincia una ragazza: parla della pesca notturna dei calamari con virile
vividezza. I pescatori le hanno permesso di calare l’esca attraverso un buco,
sul fondo della barca, ma non l’hanno avvisata che il calamaro, una volta
catturato, l’avrebbe inzuppata di inchiostro nero. È una bella storia.
Alla fine del rito, la direttrice si rivolge a me. Mi chiede di condividere
qualcosa. Guardo i volti degli astanti rivolti verso di me. Vorrei descrivere il
tipico scherzo con cui Rupert Brooke scandalizzava i suoi amici. Si tuffava nudo
in un ruscello gelido, emergendo con un’erezione istantanea. Mi chiedo se li
avrebbe affascinati sapere che il grande poeta si appendeva a testa in giù, da
un albero, per asciugarsi i capelli. Beh, attacco, ho trovato una bellissima
medusa blu su una spiaggia, straordinariamente luminosa…
[“Times Literary Supplement”, 12 novembre 1993]
**
Preghiera
Dio, dammi la forza di vivere una doppia vita.
Dividimi in due.
Rendi felice ogni parte a suo modo
nel suo mondo. Che disubbidisca
ai miei migliori istinti:
concedimi di fare ciò che voglio
senza rimpianti, senza pena di pentimento.
Quando torno a casa, tardi, la sera
dicendo che devo andare via
di nuovo, ricordami di guardare fuori
dalla finestre per capire in quale casa mi trovo.
Fammi sbocciare un sorriso sul viso
quando mi presento, due settimane dopo,
abbronzato e con regali per tutti.
Insegnami la giusta postura
il giusto sguardo, le giuste parole
quando dico dove sono stato
e perché: è stato bello il mio tempo
o è soltanto un intermezzo? Vorrei sapere
cosa provo riguardo alla mia vita
ma quando in una delle mie vite
devo andare a letto, precedimi
lungo le scale, accendi la luce
agli angoli della stanza. Dimmi:
devo indossare un pigiama
o posso dormire nudo? Se non puoi
accontentarmi né tagliarmi a metà
Dio, dammi la forza di vivere una doppia vita.
*
La diga
Rintocca il mio nome
nella bocca di mamma:
un suono familiare di due note
che si propaga nei campi
e mi trova qui
in ginocchio, in riva al fiume
con le braccia immerse nel fango.
Torno a casa e spiego
cosa ho fatto in tutto questo tempo
così lontano da casa.
“Costruisci dighe?”, mi chiederà.
“O scrivi una poesia sui costruttori di dighe?”.
*
L’ultimo addio
Nell’ultimo giorno di festa
siamo uomini morti:
ricordiamo la perduta
giovinezza tra i rododendri.
Diciamo addio al pollaio
alla serra, alla soffitta
all’isola con il ponte levatoio.
Facciamo l’ultimo giro sull’altalena
il tavolo è sotto e ci
lanciamo nello spazio.
Vaghiamo in cerchio
ci allontaniamo dall’albero
torniamo, spensierato
al tavolo – per il resto del pomeriggio
finché non è ora di andare.
Nell’ultimo giorno di vacanza
restiamo immobili
aspettiamo il taxi
ricordando la nostra
spensierata giovinezza
perduta tra i rododendri.
*
Luci spente
Se vuoi possiamo parlare
per dieci minuti di ciò che è
accaduto durante il giorno:
poi dobbiamo dormire. Non
importa ciò che sogniamo.
*
Tregua
Mi sono svegliato
con i vestiti del giorno
prima e sono sceso di sotto.
La casa era silenziosa
come il ricordo di una casa.
Mobili incerti, provvisori
contro il muro.
Mio padre in piedi sotto
una lampadina mangiava
salsiccia in salsa di rafano.
Mi sono servito di Shredded Wheat
e banana. Siamo rimasti
insieme in veranda
e abbiamo pisciato sui narcisi.
*
Salvo
Ricordi i giorni in cui succedevano sei cose ogni notte
e nessuno indossava un cappotto per uscire?
Voltando le spalle a una serata con gli amici
il mondo ti apriva le braccia. Il triplice miracolo
di incontrare qualcuno, piacergli e trovare piacere
era dato per scontato sulla strada di ritorno
verso il tuo appartamento.
Stasera controllo che il fuoco sia spento
che l’allarme sia attaccato che il letto sia rifatto.
Che vergogna. Non sono vecchio malato stanco
ma soltanto assennato. Qualunque cosa sia
quel ticchettio in fondo alla strada
tiro le tende e lo chiamo pioggia.
L'articolo “Concedimi di fare ciò che voglio senza rimpianti”. Hugo Williams, il
poeta che ha fatto il giro del mondo proviene da Pangea.