Tag - Robin Hood

“Qui giace il coraggioso Robin Hood”. Storia di un eroe (e di un albero millenario)
Il più antico albero della foresta di Sherwood, “Major Oak”, è morto. Era lì da oltre mille anni, nel 2002 Her Majesty Queen Elizabeth II lo aveva eletto tra i “Great British Trees” – sono una cinquantina, tra i più longevi d’Europa. La quercia era puntellata da quasi un secolo, negli anni Sessanta hanno cementato porzioni del pachidermico fusto; una fotografia dei primi del Novecento, prontamente rilanciata dai media britannici, ritrae un uomo con bastone assiso su una radice di “Major Oak”: la didascalia recita, “Age 1.500 Years” – la leggenda fa esplodere ogni cronologia. Ad ogni modo, la quercia – simile, piuttosto, a una megattera, a un oceano – non verrà sradicata. È un simbolo nazionale, resterà lì com’è, a dar tana agli uccelli.  Gli esperti ascoltati dal “Guardian” – che ha definito la quercia most famous tree in the world – dicono che l’albero è morto a causa degli eccessi di caldo subiti negli ultimi anni; ricordano che circa 35mila cristiani, ogni anno, varcano Sherwood in processione per onorare “Major Oak”.  Gli inglesi sono formidabili nel piantumare leggende: è il modo naturale per animare il ‘genius loci’. Secondo la leggenda, “Major Oak” è stata il campo base di Robin Hood e della sua allegra brigata, i “Merry Men”. La storia fa di tutto per sedare il folklore: alcuni esperti ci dicono che Robin e i suoi non praticavano le arti di brigantaggio a Sherwood, che lo Sceriffo di Nottingham – un villain dai comici tratti – sarebbe comparso più tardi nella lenta stratificazione di ballate che compongono il ciclo del celebre prude outlaw, il fuorilegge dal cuore nobile. Lo sappiamo: una leggenda sfocia in rivoli lirici, risalire all’origine dei fatti è pressoché impossibile, perfino inutile. Ne siamo certi: Robin Hood – o meglio: “Robyn Hode”, come racconta il primo ciclo della Gest – era un brigante sanguinario, uno che badava ad arricchire se e i suoi a danno di chiunque altro, era uno spietato assassino –, eppure, ci piace l’eroe ribelle che di fronte alla tracotanza del potere risponde con la guerriglia, il ritorno al bosco, il contro-stato. In effetti, i “Merry Men”, in fondo, sono i discepoli del messianico Robin: condividono il bottino, vivono di lazzi, scherzi e compassione, si aiutano vicendevolmente. Il codice che li lega non è ‘istituzionale’, statuario, astratto, ma ‘naturale’. Preadamitico, forse.  Da bambino, firmavo i miei librini e i biglietti di Natale “Robin Hood”. Ero folgorato dalla riduzione Disney del mito: il film animato del 1973 è girato da Wolfgang Reitherman, che è stato il regista de La spada nella roccia, Gli Aristogatti, Il libro della giungla. Mi piaceva – come a tutti – il brigante dal cuore d’oro, la scaltrezza, l’acutissimo sguardo, capace di sondare l’anima di ogni cosa. Robin Hood era raffigurato da una volpe: animale-simbolo del Regno inglese, icona della furbizia, è vero, ma, soprattutto, emblema del trickster, il divino imbroglione che sbroglia i mali del tempo, l’ambigua bestia che rovescia le convenzioni e annienta ogni categoria. Durante una gita al Salone del Libro di Torino, molti molti anni fa, acquistai un libro su Robin Hooddello storico James C. Holt, stampava Rusconi. La lenta decapitazione del mito, si dirà – ad ogni modo, il mito è sempreverde e quell’antico libro ha le pagine ingiallite: mietitura del tempo.  In molti hanno tentato di identificare l’efferato, affascinante brigante con un personaggio storico. Secondo alcuni, Robin di Loxley – nel South Yorkshire – che ha combattuto le Crociate insieme a Riccardo Cuor di Leone, sarebbe Robert conte di Huntingdon; secondo altri è il brigante Robert Hod di York; secondo altri ancora “Robin Hood” è il nome-passepertout di cui hanno abusato turbe di ladri, assai poco gentiluomini. Di certo, un certo Robinhood o Robehod o Robbehod fa mostra di sé, in diversi atti giudiziari inglesi, da 1261 – alcuni hanno scorto testimonianze precedenti. Robert Graves, che all’acribia dissacrante degli storiografi oppone l’acutezza di chi disserra miti e leggende, vede in Robin Hood l’amena emanazione di “Robin Goodfellow”, il re del bosco, “un dio itifallico delle streghe, con corna di giovane ariete, zampe d’ariete, una scopa di strega sopra la spalla sinistra e una candela accesa nella mano destra” (cfr. R. Graves, La Dea Bianca, Adelphi, 2009, pp.453-456). In altra controfigura, “Robin Goodfellow” è il Puck del Sogno di una notte di mezza estate, poi adattato da Kipling nei suoi libri omonimi. La vicenda dell’allegra compagine di felloni che circonda Robin viene connessa alle feste del Calendimaggio, dunque al rovesciamento di ogni valore sociale. In questa turbinosa spirale di diversi elementi religiosi che convergono nel folklore, “Lady Marian”, l’amata da Robin, ovvero Maid Marian, cioè merry-maid (allegra fanciulla) quando non mermaid (sirena) è legata da Graves al culto di Maria Egiziaca e prima ancora alla dea d’amore – di cui l’arco è l’arma putativa.  Le storie di Robin Hood, di volta in volta fraintese, come il mito desidera – destino di un mito è essere frazionato come il pane, sperperato e sparso in seminagione infinita; un mito ‘statico’, ‘stabile’ si fa tempio e decade a se stesso, implode in legge –, hanno avuto vasta eco cinematografica: The Death of Robin Hood (2026) è l’ultimo capitolo della serie. Robin Hood è interpretato da Hugh Jackman; il sottotitolo – He Was No Hero – denuncia lo sguardo filmico.  L’autentico patrimonio mitico di Robin Hood si trova nelle English and Scottish Popular Ballads, immane enciclopedia del folklore anglofono pubblicata nel 1882 da Francis James Child, filologo di stanza a Harvard – figlio di un fabbricante di vele, genio precocissimo, morì con tre lauree honoris causa in teca, una delle quali conferitogli dall’Università di Gottinga. Nelle Ballads, Robin Hood, “Fuorilegge di retta/ moralità, come mai/ si troverà”, fa la parte del gigante: occupa uno spazio che va dalla ballata 117 – The Gest of Robyn Hode – alla 154 – A True Tale of Robin Hood. La 120 – una delle più antiche, risale al XVI secolo – racconta la morte dell’eroe, mentre si reca a Kirkley/Kirkless (nel West Yorkshire) per sottoporsi a un salasso. Le parole estreme commuovono; Robin si rivolge all’amico di mirabili imprese, Little John: “Dammi il mio arco ricurvo scaglierò l’infinita freccia: osserva dove si conficcherà perché quella è la mia tomba. Zolla verde sotto il cranio voglio; ventaglio di zolle sopra il corpo voglio: e l’arco al fianco che fu la mia dolce arpa –  sepolcro imbiancato di verde è la cosa più giusta che possa esistere.  Quando sarò morto diranno: qui giace il coraggioso Robin Hood”. Tali parole piacquero al coraggioso Robin Hood – Robin Hood che fu sepolto a Kirkley la bella.  È la ballata – se vogliamo: un Iliade in formato rock – il veicolo ideale per narrare le avventure dell’ambiguo Robin Hood, al contempo forte e scaltro, sprezzante e misericordioso, amante assoluto e dissoluto dongiovanni.  La ballata registrata come 125 racconta il sodalizio tra Robin Hood and Little John. L’incontro si sviluppa dopo uno scontro, a perimetrare la possanza di Little John e la genesi di un’amicizia. Vale la pena tradurne il principio anche per saggiare la spigliata arguzia del menestrello narratore:  Aveva vent’anni Robin Hodd e vagabondava quando incontrò Little John, arciere svelto di mano, allegro, perfetto al brigantaggio. Anche se  lo chiamavano Little, era grosso d’arti, alto due metri e dieci: ovunque andasse tutti tremavano all’udire il suo nome e fuggivano.  Come si conobbero ve lo dirò tra poso se avrete il genio di ascoltarmi: sono certo che questa storiella tra tutte vi farà ridere… Pur superficialmente, mi pare che siano diversi gli elementi che imparentano Robin Hood al Davide biblico. Intanto, l’uso dello ‘strumento’ – la fionda per l’eroe biblico, l’arco per quello inglese –: un’arma meritata da chi ha mira, da chi sa sopraffare i più forti con l’eleganza, lo stupore della furbizia. La stessa arma, poi, si volta in arpeggio, in aggeggio musicale: la fionda è cetra per Davide ed è “dolce arpa” per Robin Hood. Le gesta di entrambi – contro lo Sceriffo di Nottingham o contro Saul, cioè: contro chi esercita il potere concessogli in violazione e vile abuso – si svolgono come una sinfonia.  Entrambi, il re semitico e l’eroe anglofono, hanno bisogno di complicità: Jonathan è l’intimo amico di Davide – capace perciò di mentire al padre, Saul –, Little John quello di Robin Hood. Davide si unisce a Mical, Robin a Marian – di entrambi è la passione, l’ardore, il gusto per il ‘bel gesto’. Entrambi provengono dal bosco: Davide dai pascoli dove lo ha inviato il padre – e dove impara a domare l’orso, il lupo e il leone, conoscendone le abitudini –, Robin dai meandri di Sherwood. Davide continua a essere un bambino ‘selvaggio’: opta per i luoghi impervi quando cade in disgrazia agli occhi di Saul; non esista a denudarsi per danzare intorno all’arca dell’Alleanza. Entrambi, cioè, lavorano sull’opposizione foresta/deserto vs. città/palazzo, ovvero patto vs. norma; libertà vs. coercizione; sfida vs. sottomissione.  Davide, poi, passerà, da par suo, dall’altro lato: diventa re – un re mitico. In una versione della saga, anche Robin, nobile di tutto defraudato, viene reintrodotto ai suoi possessi da re Riccardo I.  In calce, si traduce una ballata, Robin Hood and the Golden Arrow che racconta l’impresa più estrosa del brigante. In questo caso, è il lusso dello scherzo, il principio dello scherno ad animare il contro-eroe. Ogni forma di potere si combatte, innanzi tutto, sbeffeggiandola.   Nella leggenda compare “Major Oak”, “l’albero verde, enorme”, che funge da trono di Robin Hood – sia lode a lui.  ** Robin Hood e la freccia d’oro Lo sceriffo di Nottingham cosparso di cenere disse di Robin Hood, quel  tracotante ladro.  Rivelò le perdite a Londra, da Re Riccardo che prestò attenzione  alla lacrimosa storia.  “Cosa dovrei fare? Non sei forse il mio arguto sceriffo? La legge è in vigore, va’ occupati di chi ti fa del male. Va’, agisci con coraggio escogita uno stratagemma per intrappolare i ribelli e non farti più vedere da me!”. Lo sceriffo tornò triste verso casa, pensando alle parole del Re elaborando intrighi.  Nella mente immaginava gara a cui anche i fuorilegge avrebbero partecipato insieme agli arcieri del regno. Pensò a una freccia d’oro con asta d’argento che il vittorioso avrebbe ottenuto come suo diritto.  La notizia giunse a Robin Hood assiso sotto l’albero verde, enorme: “Preparatevi, allegri compagni oggi andremo a una gara”. Il giovane David di Doncaster gli disse: “Maestro, non ci muoveremo dai labirinti del bosco perché quella gara è un inganno”.  “Mio ardimentoso codardo” disse Robin Hood, “ciò che dici mi convince a gareggiare per provare il mio talento”. L’impavido Little John disse: “Andiamo insieme ti dirò come fare per non farci riconoscere. Lasceremo qui i nostri mantelli verdi, indosseremo altre vesti, saremo stupendi nell’arte del mascherarci. Uno sarà bianco, l’altro rosso tu indosserai il giallo, tu il blu: travestiti, metteremo alla prova chi vuole ingabbiarci”.  Uscirono dunque dal verde bosco, con il cuore fermo forgiato nel coraggio, decisi  a beffare gli sgherri dello sceriffo. Così si mescolarono alla folla, per fugare i sospetti: uniti sempre nonostante le circostanze.  Lo sceriffo si guardò intorno: ottocento uomini nessuno di quelli che si aspettava.  Gli dissero: “Robin Hood  e i suoi non ci sono  altrimenti di certo ci avrebbero assaliti”.  “Pensavo venisse” disse lo sceriffo grattandosi il capo “Eccesso di audacia pensavo avesse quel mero ladruncolo”. La parola ferì Robin Hood il sangue rombava vedrai presto chi sono pensò dentro di sé.  Uno disse: “Giacca Blu!” un altro: “Marrone!” il terzo: “Il Giallo vince!” l’ultimo: “il Rosso non ha pari!”.  Quello, l’arciere rossovestito era Robin Hood: a ogni colpo centrava il bersaglio con mortale sicurezza.  Fu lui, il coraggioso Robin  Hood a vincere la freccia dalla punta d’oro: la portò via con sé, era diritto suo.  Riunitosi nel verde regno della foresta, l’allegra compagnia inneggiava bevendo  alla propria bravata.  Ma Robin Hood parlò: “Importante è che quello sceriffo sappia con certezza che io ho vinto la freccia…” Gli disse Little John:  “Scrivi una lettera  la diffonderemo per la città di Nottingham, appesa a una freccia, lungo ogni via, perché tutti  sappiamo della tua impresa”. Il piano fu portato a termine: lo sceriffo ricevette  la lettera: dopo averla letta si grattò il cranio e delirò come fanno i pazzi.  *In copertina e nell’articolo: illustrazioni di N. C. Wyeth per: Paul Creswick, Robin Hood and His Adventures, 1917 L'articolo “Qui giace il coraggioso Robin Hood”. Storia di un eroe (e di un albero millenario) proviene da Pangea.
June 25, 2026 / Pangea