Il più antico albero della foresta di Sherwood, “Major Oak”, è morto. Era lì da
oltre mille anni, nel 2002 Her Majesty Queen Elizabeth II lo aveva eletto tra i
“Great British Trees” – sono una cinquantina, tra i più longevi d’Europa. La
quercia era puntellata da quasi un secolo, negli anni Sessanta hanno cementato
porzioni del pachidermico fusto; una fotografia dei primi del Novecento,
prontamente rilanciata dai media britannici, ritrae un uomo con bastone assiso
su una radice di “Major Oak”: la didascalia recita, “Age 1.500 Years” – la
leggenda fa esplodere ogni cronologia. Ad ogni modo, la quercia – simile,
piuttosto, a una megattera, a un oceano – non verrà sradicata. È un simbolo
nazionale, resterà lì com’è, a dar tana agli uccelli.
Gli esperti ascoltati dal “Guardian” – che ha definito la quercia most famous
tree in the world – dicono che l’albero è morto a causa degli eccessi di caldo
subiti negli ultimi anni; ricordano che circa 35mila cristiani, ogni anno,
varcano Sherwood in processione per onorare “Major Oak”.
Gli inglesi sono formidabili nel piantumare leggende: è il modo naturale per
animare il ‘genius loci’. Secondo la leggenda, “Major Oak” è stata il campo base
di Robin Hood e della sua allegra brigata, i “Merry Men”. La storia fa di tutto
per sedare il folklore: alcuni esperti ci dicono che Robin e i suoi non
praticavano le arti di brigantaggio a Sherwood, che lo Sceriffo di Nottingham –
un villain dai comici tratti – sarebbe comparso più tardi nella lenta
stratificazione di ballate che compongono il ciclo del celebre prude outlaw, il
fuorilegge dal cuore nobile. Lo sappiamo: una leggenda sfocia in rivoli lirici,
risalire all’origine dei fatti è pressoché impossibile, perfino inutile. Ne
siamo certi: Robin Hood – o meglio: “Robyn Hode”, come racconta il primo ciclo
della Gest – era un brigante sanguinario, uno che badava ad arricchire se e i
suoi a danno di chiunque altro, era uno spietato assassino –, eppure, ci piace
l’eroe ribelle che di fronte alla tracotanza del potere risponde con la
guerriglia, il ritorno al bosco, il contro-stato. In effetti, i “Merry Men”, in
fondo, sono i discepoli del messianico Robin: condividono il bottino, vivono di
lazzi, scherzi e compassione, si aiutano vicendevolmente. Il codice che li lega
non è ‘istituzionale’, statuario, astratto, ma ‘naturale’. Preadamitico, forse.
Da bambino, firmavo i miei librini e i biglietti di Natale “Robin Hood”. Ero
folgorato dalla riduzione Disney del mito: il film animato del 1973 è girato da
Wolfgang Reitherman, che è stato il regista de La spada nella roccia, Gli
Aristogatti, Il libro della giungla. Mi piaceva – come a tutti – il brigante dal
cuore d’oro, la scaltrezza, l’acutissimo sguardo, capace di sondare l’anima di
ogni cosa. Robin Hood era raffigurato da una volpe: animale-simbolo del Regno
inglese, icona della furbizia, è vero, ma, soprattutto, emblema del trickster,
il divino imbroglione che sbroglia i mali del tempo, l’ambigua bestia che
rovescia le convenzioni e annienta ogni categoria. Durante una gita al Salone
del Libro di Torino, molti molti anni fa, acquistai un libro su Robin Hooddello
storico James C. Holt, stampava Rusconi. La lenta decapitazione del mito, si
dirà – ad ogni modo, il mito è sempreverde e quell’antico libro ha le pagine
ingiallite: mietitura del tempo.
In molti hanno tentato di identificare l’efferato, affascinante brigante con un
personaggio storico. Secondo alcuni, Robin di Loxley – nel South Yorkshire – che
ha combattuto le Crociate insieme a Riccardo Cuor di Leone, sarebbe Robert conte
di Huntingdon; secondo altri è il brigante Robert Hod di York; secondo altri
ancora “Robin Hood” è il nome-passepertout di cui hanno abusato turbe di ladri,
assai poco gentiluomini. Di certo, un certo Robinhood o Robehod o Robbehod fa
mostra di sé, in diversi atti giudiziari inglesi, da 1261 – alcuni hanno scorto
testimonianze precedenti.
Robert Graves, che all’acribia dissacrante degli storiografi oppone l’acutezza
di chi disserra miti e leggende, vede in Robin Hood l’amena emanazione di “Robin
Goodfellow”, il re del bosco, “un dio itifallico delle streghe, con corna di
giovane ariete, zampe d’ariete, una scopa di strega sopra la spalla sinistra e
una candela accesa nella mano destra” (cfr. R. Graves, La Dea Bianca, Adelphi,
2009, pp.453-456). In altra controfigura, “Robin Goodfellow” è il Puck del Sogno
di una notte di mezza estate, poi adattato da Kipling nei suoi libri omonimi. La
vicenda dell’allegra compagine di felloni che circonda Robin viene connessa alle
feste del Calendimaggio, dunque al rovesciamento di ogni valore sociale. In
questa turbinosa spirale di diversi elementi religiosi che convergono nel
folklore, “Lady Marian”, l’amata da Robin, ovvero Maid Marian,
cioè merry-maid (allegra fanciulla) quando non mermaid (sirena) è legata da
Graves al culto di Maria Egiziaca e prima ancora alla dea d’amore – di cui
l’arco è l’arma putativa.
Le storie di Robin Hood, di volta in volta fraintese, come il mito desidera –
destino di un mito è essere frazionato come il pane, sperperato e sparso in
seminagione infinita; un mito ‘statico’, ‘stabile’ si fa tempio e decade a se
stesso, implode in legge –, hanno avuto vasta eco cinematografica: The Death of
Robin Hood (2026) è l’ultimo capitolo della serie. Robin Hood è interpretato da
Hugh Jackman; il sottotitolo – He Was No Hero – denuncia lo sguardo filmico.
L’autentico patrimonio mitico di Robin Hood si trova nelle English and Scottish
Popular Ballads, immane enciclopedia del folklore anglofono pubblicata nel 1882
da Francis James Child, filologo di stanza a Harvard – figlio di un fabbricante
di vele, genio precocissimo, morì con tre lauree honoris causa in teca, una
delle quali conferitogli dall’Università di Gottinga. Nelle Ballads, Robin Hood,
“Fuorilegge di retta/ moralità, come mai/ si troverà”, fa la parte del gigante:
occupa uno spazio che va dalla ballata 117 – The Gest of Robyn Hode – alla 154
– A True Tale of Robin Hood. La 120 – una delle più antiche, risale al XVI
secolo – racconta la morte dell’eroe, mentre si reca a Kirkley/Kirkless (nel
West Yorkshire) per sottoporsi a un salasso. Le parole estreme commuovono; Robin
si rivolge all’amico di mirabili imprese, Little John:
“Dammi il mio arco ricurvo
scaglierò l’infinita freccia:
osserva dove si conficcherà
perché quella è la mia tomba.
Zolla verde sotto il cranio
voglio; ventaglio di zolle
sopra il corpo voglio:
e l’arco al fianco che fu
la mia dolce arpa –
sepolcro imbiancato
di verde è la cosa più giusta
che possa esistere.
Quando sarò morto diranno:
qui giace il coraggioso
Robin Hood”. Tali parole
piacquero al coraggioso
Robin Hood – Robin Hood
che fu sepolto a Kirkley la bella.
È la ballata – se vogliamo: un Iliade in formato rock – il veicolo ideale per
narrare le avventure dell’ambiguo Robin Hood, al contempo forte e scaltro,
sprezzante e misericordioso, amante assoluto e dissoluto dongiovanni.
La ballata registrata come 125 racconta il sodalizio tra Robin Hood and Little
John. L’incontro si sviluppa dopo uno scontro, a perimetrare la possanza di
Little John e la genesi di un’amicizia. Vale la pena tradurne il principio anche
per saggiare la spigliata arguzia del menestrello narratore:
Aveva vent’anni Robin Hodd
e vagabondava quando
incontrò Little John, arciere
svelto di mano, allegro, perfetto
al brigantaggio. Anche se
lo chiamavano Little, era grosso
d’arti, alto due metri e dieci:
ovunque andasse tutti tremavano
all’udire il suo nome e fuggivano.
Come si conobbero ve lo dirò tra poso
se avrete il genio di ascoltarmi:
sono certo che questa storiella
tra tutte vi farà ridere…
Pur superficialmente, mi pare che siano diversi gli elementi che imparentano
Robin Hood al Davide biblico. Intanto, l’uso dello ‘strumento’ – la fionda per
l’eroe biblico, l’arco per quello inglese –: un’arma meritata da chi ha mira, da
chi sa sopraffare i più forti con l’eleganza, lo stupore della furbizia. La
stessa arma, poi, si volta in arpeggio, in aggeggio musicale: la fionda è cetra
per Davide ed è “dolce arpa” per Robin Hood. Le gesta di entrambi – contro lo
Sceriffo di Nottingham o contro Saul, cioè: contro chi esercita il potere
concessogli in violazione e vile abuso – si svolgono come una sinfonia.
Entrambi, il re semitico e l’eroe anglofono, hanno bisogno di complicità:
Jonathan è l’intimo amico di Davide – capace perciò di mentire al padre, Saul –,
Little John quello di Robin Hood. Davide si unisce a Mical, Robin a Marian – di
entrambi è la passione, l’ardore, il gusto per il ‘bel gesto’. Entrambi
provengono dal bosco: Davide dai pascoli dove lo ha inviato il padre – e dove
impara a domare l’orso, il lupo e il leone, conoscendone le abitudini –, Robin
dai meandri di Sherwood. Davide continua a essere un bambino ‘selvaggio’: opta
per i luoghi impervi quando cade in disgrazia agli occhi di Saul; non esista a
denudarsi per danzare intorno all’arca dell’Alleanza. Entrambi, cioè, lavorano
sull’opposizione foresta/deserto vs. città/palazzo, ovvero patto vs. norma;
libertà vs. coercizione; sfida vs. sottomissione.
Davide, poi, passerà, da par suo, dall’altro lato: diventa re – un re mitico. In
una versione della saga, anche Robin, nobile di tutto defraudato, viene
reintrodotto ai suoi possessi da re Riccardo I.
In calce, si traduce una ballata, Robin Hood and the Golden Arrow che racconta
l’impresa più estrosa del brigante. In questo caso, è il lusso dello scherzo, il
principio dello scherno ad animare il contro-eroe. Ogni forma di potere si
combatte, innanzi tutto, sbeffeggiandola.
Nella leggenda compare “Major Oak”, “l’albero verde, enorme”, che funge da trono
di Robin Hood – sia lode a lui.
**
Robin Hood e la freccia d’oro
Lo sceriffo di Nottingham
cosparso di cenere disse
di Robin Hood, quel
tracotante ladro.
Rivelò le perdite
a Londra, da Re Riccardo
che prestò attenzione
alla lacrimosa storia.
“Cosa dovrei fare? Non sei
forse il mio arguto sceriffo?
La legge è in vigore, va’
occupati di chi ti fa del male.
Va’, agisci con coraggio
escogita uno stratagemma
per intrappolare i ribelli
e non farti più vedere da me!”.
Lo sceriffo tornò triste
verso casa, pensando
alle parole del Re
elaborando intrighi.
Nella mente immaginava
gara a cui anche i fuorilegge
avrebbero partecipato insieme
agli arcieri del regno.
Pensò a una freccia d’oro
con asta d’argento
che il vittorioso avrebbe
ottenuto come suo diritto.
La notizia giunse a Robin Hood
assiso sotto l’albero verde, enorme:
“Preparatevi, allegri compagni
oggi andremo a una gara”.
Il giovane David di Doncaster
gli disse: “Maestro, non ci muoveremo
dai labirinti del bosco perché
quella gara è un inganno”.
“Mio ardimentoso codardo”
disse Robin Hood, “ciò che dici
mi convince a gareggiare
per provare il mio talento”.
L’impavido Little John disse:
“Andiamo insieme
ti dirò come fare
per non farci riconoscere.
Lasceremo qui i nostri
mantelli verdi, indosseremo
altre vesti, saremo stupendi
nell’arte del mascherarci.
Uno sarà bianco, l’altro rosso
tu indosserai il giallo, tu il blu:
travestiti, metteremo alla prova
chi vuole ingabbiarci”.
Uscirono dunque dal verde
bosco, con il cuore fermo
forgiato nel coraggio, decisi
a beffare gli sgherri dello sceriffo.
Così si mescolarono alla
folla, per fugare i sospetti:
uniti sempre nonostante
le circostanze.
Lo sceriffo si guardò intorno:
ottocento uomini
nessuno di quelli
che si aspettava.
Gli dissero: “Robin Hood
e i suoi non ci sono
altrimenti di certo
ci avrebbero assaliti”.
“Pensavo venisse” disse
lo sceriffo grattandosi il capo
“Eccesso di audacia pensavo
avesse quel mero ladruncolo”.
La parola ferì Robin Hood
il sangue rombava
vedrai presto chi sono
pensò dentro di sé.
Uno disse: “Giacca Blu!”
un altro: “Marrone!”
il terzo: “Il Giallo vince!”
l’ultimo: “il Rosso non ha pari!”.
Quello, l’arciere rossovestito
era Robin Hood: a ogni colpo
centrava il bersaglio
con mortale sicurezza.
Fu lui, il coraggioso Robin
Hood a vincere la freccia
dalla punta d’oro: la portò
via con sé, era diritto suo.
Riunitosi nel verde regno
della foresta, l’allegra compagnia
inneggiava bevendo
alla propria bravata.
Ma Robin Hood parlò:
“Importante è che quello
sceriffo sappia con certezza
che io ho vinto la freccia…”
Gli disse Little John:
“Scrivi una lettera
la diffonderemo per la città
di Nottingham, appesa
a una freccia, lungo
ogni via, perché tutti
sappiamo della tua impresa”.
Il piano fu portato a termine:
lo sceriffo ricevette
la lettera: dopo averla
letta si grattò il cranio
e delirò come fanno i pazzi.
*In copertina e nell’articolo: illustrazioni di N. C. Wyeth per: Paul Creswick,
Robin Hood and His Adventures, 1917
L'articolo “Qui giace il coraggioso Robin Hood”. Storia di un eroe (e di un
albero millenario) proviene da Pangea.
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I cieli, da tempo opalescenza di vampe e fumi, sono ingombri di minacce, l’aria
è torbida di veleni e false promesse. Poche inossidabili gole proseguono la
gogna di ogni possibile civiltà. Ululano, minacciano, sfoderano l’arroganza
tipica dei vili, che non vivono di passioni, ma di ossessioni. Facce imballate
nella menzogna, fra botox, epidermidi all’orangina abbrustolite da raggi UVA,
smorfie rabbiose, mascelle contratte, sguardi mimetici, e, per qualcuno di loro,
quel cipiglio suadente che vuol rassicurare sull’avvento di una giustizia
incontaminata, ineluttabile.
Avete mai guardato, a fondo, appena sotto i pori, i volti del potere? Per
carità, non intendiamo qui riabilitare Lombroso; vogliamo soltanto osservare
l’infezione delle loro facce, maldestramente tamponata con gli espedienti di cui
sopra. Se passiamo un dito sopra quei volti finiscono in pus. Il pus di una
menzogna che li accomuna tutti, meschini mescitori dei loro ombelichi. Ecco chi
sono i vari Trump, Netanyahu, Putin, e tutti gli altri che, come loro, prendono
oggi decisioni miliari, mortifere, arrangiano, maneggiano, soppesano, negoziano
e poi violano, giocano, berciano, ricattano, vaneggiano, volgarizzano,
minacciano, condannano, mistificano, complottano.
Ma soprattutto, mentono, mentono e ancora mentono, mentre gravano i cieli di
deflagrazioni, la terra di morti, e svaligiano ogni legge del germe sano che ne
giustifica il gravoso esistere. Godono, in fin dei conti, di una sicurezza che
scaturisce dalla perpetua, periscopica distruzione di un nemico, reale o
immaginario che sia, in un girotondo schizofrenico di alleanze e ostilità che
mutano al primo colpo di tosse sgradito. I singoli nazionalismi contano ormai
poco nella disamina di un declino manifestamente inarrestabile; conta semmai
l’amplesso esiziale di potentati che pencolano sul baratro delle personalità
narcisistiche, ossessive e tragiche dei loro leaders.
Jean-Baptiste-Siméon Chardin, Bolle di sapone, 1740 ca.
Ma sono davvero loro, i capi di stato, i soli responsabili della suppurazione
che sta colpendo i paesi che essi governano, con ogni conseguenza in ambito
internazionale? Non ne siamo convinti. Come potremmo, del resto, accusare il
potere di essere se stesso, di prestarsi alle storture e alle perversioni che
gli sono connaturate? Come possiamo evitare l’eterna trappola di Tucidide? Non
sono i potenti i soli responsabili cui augurare una pena commisurata a ognuna di
quelle decisioni che – ormai è innegabile – stanno conducendo allo
stravolgimento dell’ordine mondiale, per come avevamo imparato a conoscerlo,
almeno dalla pace di Westfalia in poi. Altrettanto responsabili, e senz’altro
più vili, sono coloro che dovrebbero orientare e combattere il fatale
deragliamento verso il quale siamo avviati. I più vili, i più
deresponsabilizzati – e dunque i colpevolmente inutili – sono gli intellettuali
contemporanei, o quel che di loro rimane.
Coloro che furono un tempo i sacerdoti della ragione, latori di ideali alieni a
interessi personalistici e a vanità egotiche, coloro che, idealmente, avrebbero
dovuto allearsi alle masse, orientandone e riordinandone le istanze (per natura
destrutturate e ferine), coloro che furono i promotori di valori supremi,
speculatori di un’educazione universale, di una società ideale, di certo
talvolta ibridi nell’affiancarsi al potere, fra cortigianeria e indipendenza, ma
quasi sempre capaci – per citare Lucien Herr – “di anteporre il diritto e un
ideale di giustizia ai loro interessi personali, ai loro istinti naturali e ai
loro egoismi di gruppo”, ecco, dove sono oggi costoro? Dove si riuniscono, se si
riuniscono, di cosa dibattono? Hanno ancora un ruolo nell’influenzare una
possibile “guerra di posizione” (per dirla nel senso traslato del sempre comodo
Gramsci)?
Noi, purtroppo, non li vediamo. Non li vediamo nelle redazioni dei
giornali, longa manus sciatta e funambolica dei partiti che rappresentano; non
li vediamo nelle università e nelle scuole, anch’esse ormai scleroticamente
politicizzate. Non li vediamo nelle redazioni delle case editrici, asservite – e
come rimproverarlo loro? – a bilanci gravemente deficitari. Insomma, dove sono?
Si riuniscono forse clandestinamente in qualche scantinato per discutere di un
cambiamento giusto, per indurre la politica o noi partecipanti di una massa
sempre più (dis)informata e meno colta, a esigere quel cambiamento?
No, non stanno nemmeno in uno scantinato, a meno che non sia provvisto di una
connessione wifi.
Perché, invero, i cenacoli fumosi d’antan, le redazioni, le università e le
scuole sono stati oggi rimpiazzati da una pluralità di condomìni virtuali – oggi
chiccosamente definiti “bolle social” –, i cui amministratori, in perpetua
competizione fra loro, sono gli avatar dei maîtres à penser di un altro
secolo. Ecco, ci pare di poter dire, senza timor d’eresia, che gli intellettuali
odierni sono amministratori di condominio.
Harry Willson Watrous, La perditempo, 1914
Alcuni si limitano al condominio facebookiano, altri, grafomani e più
disciplinati, hanno una pagina sulla piattaforma Substack, spesso a pagamento,
così guadagnano due soldini che fanno sempre comodo. Quando si stancano di
gestire la bolla, o non trovano abbastanza prestigioso farlo, firmano qualche
articolessa per giornali molto in voga fra lettori che confondono cultura con
citazionismo, e scambiano un’analisi teorica per una fonte documentale, sulla
quale poi edificano convinzioni da rivendere, di bolla in bolla, con la bava
alla bocca.
Bene, ma cosa fanno, concretamente, questi intellettuali condominiali? Come
esercitano il loro ruolo? Come influenzano la società e il pensiero dei
potentati? Quali sono le loro battaglie? In favore o contro chi si schierano?
È tempo che li osserviamo e dobbiamo dirlo: siamo costernati.
Anche coloro ai quali riconosciamo una certa arguzia di pensiero, peraltro
supportata da conoscenze teoriche formidabili, anche loro, alla prova dei fatti,
sono inutili come un paio d’occhiali messi sul naso di un cieco
inoperabile. Trascorrono le giornate scrivendo almeno un post al giorno, spesso
anche due o tre, sorta di “circolari condominiali”, in cui passano agilmente
dalla pubblicità del loro ultimo libro, o del loro intervento sulle recenti
frontiere pornofemministe, si concedono qualche rutto qua e là sul delitto
modaiolo di turno (Garlasco vince su tutti), irridono flottillas e
manifestazioni di pace, distribuiscono patenti, a casaccio e in alternanza, di
antisemitismo, di terrorismo, di nazismo, di fascismo, di revanscismo, di
inclusivismo, di rossobrunismo, di ismoebasta, a politici, istituzioni e
personaggi pubblici che non riscontrano il loro gradimento, contabilizzano
morti, sentenziano, insultano e disprezzano i loro condòmini, oppure li ignorano
olimpicamente, propinano quotidie una mescolanza di elucubrazioni su politica
interna e internazionale, tutte deliziosamente e irrimediabilmente eteree,
dunque inani; ma soprattutto non ci fanno mai mancare prove muscolari di
citazionismo, quasi sempre di stampo novecentesco, il quale, ne siamo certi,
scatena erotici sussulti in qualche attempato accademico e nei bibliofili
patologici (chissà perché il Novecento fa sempre questo effetto).
I loro nomi si confondono nella caligine di un ultracrepidarismo ridicolo, che
vive e si autoalimenta fra lampi di vanità e intemerate sprezzanti, in un agone
inconsistente come quello virtuale. Peccato che le loro parole siano destinate a
svanire al primo (auspicato) attacco informatico che getterà nella notte eterna
questi contenitori digitali incrostati di un venefico Nulla. O, molto più
probabilmente, svaporeranno ancor prima, quando gli accreditati di oggi saranno
rimpiazzati dagli accreditati di domani, più performanti in termini di
intrattenimento, o da qualche intelligenza artificiale che batterà in
citazionismo anche quelli fra loro affetti da ipermnesia.
Un volumetto edito da Treccani un paio d’anni fa, ci permette di rileggere
alcuni interventi di Zygmunt Bauman, risalenti alla fine degli anni Novanta e
relativi al ruolo dell’intellettuale. In un passaggio, il sociologo polacco
evoca lo scrittore George Steiner e la sua teoria secondo cui il mercato
promuove una cultura di “massimo impatto e di obsolescenza istantanea”, la quale
diventa “un casinò cosmico” (espressione sempre di Steiner), in cui “si giocano
solo giochi retorici” (addendum di Bauman).
Già alla fine degli anni Novanta, il sociologo evidenziava l’avvicendarsi di
mode e tendenze culturali, la labilità dell’attenzione dei fruitori della
cultura, l’appiattimento della dimensione storica a un “eterno presente”. E
affermava:
> “A volte questi [n.d.r.: i giochi retorici di cui sopra] possono avere un
> significato profondo, ma per poter essere giocati in pubblico e avere almeno
> una parvenza di impatto devono sempre essere divertenti, devono avere un
> ‘valore di intrattenimento’ per poter catturare, sia pure per un breve
> istante, l’attenzione del pubblico. «Un individuo esiste solo nella misura in
> cui gli altri parlano di lui: lo lodano, lo citano, lo criticano, lo
> diffamano, lo deridono ecc.» (Debray, 1979, p. 168). La fama è stata
> rimpiazzata dalla notorietà: non un ponderato riconoscimento per i risultati
> conseguiti, il ripagamento di un debito per i servizi resi alla causa
> pubblica, ma il fatto di imporsi con ogni mezzo a disposizione all’attenzione
> del pubblico. Se gli intellettuali annoveravano sé stessi tra la minoranza
> scelta che poteva rivendicare uno speciale diritto alla fama, essi non possono
> rivendicare alcun diritto privilegiato alla notorietà. Al contrario le
> tradizionali attività degli intellettuali – principale causa della loro gloria
> passata – non si prestano a essere esibite davanti agli occhi del pubblico né
> a riscuotere un applauso immediato. Quando la notorietà anziché la fama
> diventa il criterio dell’influenza pubblica, gli intellettuali si trovano in
> competizione con i campioni sportivi, le pop stars, i vincitori di lotterie, i
> terroristi e i serial killers. In questa competizione non hanno molte speranze
> di vincere, ma per gareggiare devono giocare il gioco della notorietà
> seguendone le regole, ossia adeguando la propria attività al principio di
> «massimo impatto e di obsolescenza istantanea». La giustezza o la verità delle
> idee sono sempre più irrilevanti come richiamo nei confronti dell’attenzione
> pubblica; ciò che conta sono le loro ripercussioni, la quantità di tempo e di
> spazio che a esse dedicano i media, e ciò dipende principalmente dal loro
> “valore di intrattenimento”.
Ma l’intrattenimento, ahinoi, è un lusso imbelle, non ha alcuna influenza a
livello politico, e nemmeno nell’orientamento delle masse, ormai volubilissime,
poiché viziate da innumerevoli e sempre nuove offerte culturali (di vaglia più o
meno comprovata, s’intende). E i potentati ne sono consci. Per questo ci
lasciano scrollare compulsivamente facebook, si divertono a vederci leggere e
commentare i Soloni di turno che amministrano le varie bolle condominiali: in
fondo, noi siamo gratificati poiché ci sentiamo parte di una presunta cultura
elitaria, loro, i governanti, continuano ad agire indisturbati, giacché qualche
saltuario ronzio nelle orecchie causato da un intellettuale che si contorce
stizzito sul proprio canapé è, in fin dei conti, uno scotto sopportabile.
Niente di nuovo sotto il sole, starete pensando.
Dopo tutto, quella creatura proteiforme, tanto amata, temuta e disprezzata –
che, almeno dall’affaire Dreyfus in poi, abbiamo cominciato a
chiamare intellettuale – si è sempre mossa sulle sabbie mobili, vittima di
un’ambiguità e di un’impotenza irriducibili. Noi, invece, che non siamo altro
che spaesati osservatori di passaggio, di irriducibile abbiamo soltanto la
predisposizione a un infantile romanticismo. Per tale ragione, questi disperati
intellettuali contemporanei, preferiamo immaginarceli giocare sul selciato
dell’infanzia, quando le sole bolle che conoscevano, non erano quelle virtuali,
ma quelle di sapone.
Un destino crudele, il loro, dall’inizio alla fine.
Maura Baldini
*In copertina: Hendrick Goltzius, Quis evadet?, 1594, incisione
L'articolo Bolle di sapone, ovvero: ritratto dell’intellettuale come
amministratore di condominio proviene da Pangea.
Reco questo incommensurabile peso destinale. Le parole sono solo ombre scialbate
per assenza di sole. Piccoli detriti. Testimoni pulsanti di febbre di dire
seppure in catene. Dove conduce celebrare la vita in un mondo che la revoca?
Vedo feretri di morali secolari. Vedo il pensiero politico dettare agende infami
di guerre pilotate da potentati economici che depauperano midollo di innumeri
vite sempre più indistinguibili, sempre meno distintive, e un controllo
paranoide, ormai orizzontale, di gente su gente che ormai concorre al lavoro
sordido cui un tempo era deputato il Sistema.
La poesia? Niente di numinoso: non è oracolo, ma pioggia fina su terra
rovente. Prende la forma e la direzione che può, come un liquido negli
interstizi.
Dal mio canto soggiorno nell’attesa, attendo che cada la scure di un nuovo
giorno.
Niente avviene davvero se non è asseverato da giornalisti sciacalli, opinionisti
proteiformi che argomentano per procura, e gregari prezzolati del potere,
tecnici acefali, operatori fideisti di un credo protocollare.
Meglio una malerba culturale di questi dettati d’assortiti compendi avvalorati
dall’idiozia mediatica e da diegetiche apocrife ma funzionali a un Potere ormai
senza freni, accentratore e vessatorio, litico e protervamente impositivo.
Non posso che onorare un raggio minimo di pensiero e azione, ma non dire tutto
fino in fondo, laddove regnano caos e dolore, là dove la vita si fa inferno
d’ossa e stelle – non di un mentre, non di una stagione, non di una vita:
siderale abiura all’uomo!
Non depongo le mie armi bianche, a mio modo votato a delineare uno schema,
offrire una visuale, farmi interprete più intransigente di un tempo.
Le vene del mondo sono secche ma versano ancora sangue a fiotti e grumi: è una
questione di confini, è sempre stata una questione di confini: tra un culto e
l’altro, tra un’ideologia e le sue controparti; tra una pratica di vita, una
cultura, un vessillo e tutto ciò che ritengono nemico.
La spina di chi riceve ordini è infetta ed è la sola testimonianza che sotto la
pelle dell’ordinario, ben confitta, detta malattia di usi e adempimenti senza
deroga, senza dubbio, senza indugio.
Sono stanco un abisso, sono solo oltre ogni solitudine nota. Mi dirigo a passo
lento, verso una rapida condanna. Il resto non si spiega, il resto lo tengo
dentro e sfiora solo, di sguincio, ciò che consegno a chi vorrà raccoglierlo.
Piccoli detriti di una risacca pigra d’odore acuto.
Le vene del mondo sono secche: ma allora da dove esce questa emorragia, questo
profluvio di sacrifici per falsi dei? Non additate nessuna nomenclatura
politica, essa è solo un paramento del potere recondito: e c’è chi le detta voce
e azione. E noi persi nei fatti del giorno, con meno inchiostro ma con più
arroganza, con meno contezza ma ben desti nel puntare l’indice.
Per mio conto metto assieme dettagli e indizi, piccole e grandi correnti di
maree, e ciò che mi si palesa va ben oltre l’umano. Non sono i mezzi – fionda o
ordigno, non cambia niente –, è la natura stessa del potere a essere mutata nel
genoma di ciò è detto “accadere” ma è programmaticamente alieno a una
comprensione media dei grandi numeri.
Le nostre vite sono già cifre e calcolo esatto, le nuvole, i fiumi, i deserti, i
monti, il mare, le stelle, ciò che più è sterminato è divenuto calcolo e merce
da baratto in mano a dei nani: piccoli affaristi dell’universo conosciuto. A
loro va il mio disprezzo anche se so che lo pagherò caro.
Ricordate di non interpretare i fatti del giorno, ma dove metteranno nella più
barbara e sterile crudeltà che oggi non è detta ma già corre avanti e descrive
secoli, millenni, di identità violate.
Siamo appena a cruna e filo, mentre l’ordito è già compiuto. Reco questo
incommensurabile peso destinale. Fatto fui a dire, quando il senso e la
direzione sono ineffabili o non creduti.
Massimo Triolo
*In copertina e nel testo: fotografie e schizzi di Medardo Rosso (1858-1928)
L'articolo “Là dove la vita si fa inferno d’ossa e stelle” proviene da Pangea.
Piattaforme. Sommare potere economico e potere mediatico non può che distorcere,
anche molto seriamente, il processo democratico
Per quasi un decennio i social media sono stati capri espiatori così comodi che,
se non fossero esistiti, qualcuno li avrebbe probabilmente inventati. Che cosa
c’è, infatti, di più comodo del dare la colpa a Facebook, a Twitter o a TikTok
per un voto andato storto, come per esempio quello del referendum sulla Brexit o
l’elezione di Trump nel 2016? (Quando il voto, invece, va come si desidera,
tutto in ordine sotto il cielo). Per completare l’operazione politica bastava
poi aggiungere l’interferenza straniera (tipicamente russa): chi aveva perso non
aveva comunque nulla di sostanziale da rimproverarsi, era tutta colpa dei social
media e dei mestatori stranieri. Tutto, insomma, pur di non dedicarsi al
difficile lavoro di comprendere la realtà sociale, e al pesante, ma essenziale,
esercizio dell’autocritica.
Non che i social media, i motori di ricerca, e ora anche i servizi di
«intelligenza artificiale» come ChatGPT non possano influenzare gli elettori:
certo che li influenzano, anche se in genere in maniera meno diretta di quanto
pensino alcuni (che peraltro in genere tendono a sminuire il ruolo, ancora molto
importante, dei media tradizionali).
Leggi l'articolo di Juan Carlos De Martin
L’infrastruttura grazie alla quale miliardi di persone comunicano realizza i due
sogni del potere: sapere chi parla con chi e influenzare le conversazioni
L’arresto in Francia del fondatore di Telegram sta provocando forti reazioni,
anche a livello politico. Come però già in casi precedenti, basti pensare alle
controversie relative a Facebook o a TikTok, le polemiche contingenti rischiano
di oscurare le questioni strutturali di fondo. Si tende a dimenticare, infatti,
che le tecnologie della comunicazione sono sempre state cruciali strumenti di
potere e quindi sono sempre state – e oggi, più che mai, sono – tecnologie
intrinsecamente politiche. Chi comunica con chi, quando, con quale frequenza, di
che cosa e in quali circostanze sono informazioni che il potere – nelle sue
varie forme e articolazioni, sia pubbliche, sia private – ha sempre desiderato
possedere.
Inoltre, il potere ha sempre desiderato controllare il più possibile il flusso
di informazioni che in qualche modo potevano influenzarne l’azione o intaccarne
la legittimità. Due pulsioni, quella di tutto conoscere e quella di tutto
controllare, rese entrambe ancora più intense in periodi di guerra o, comunque,
di tensioni politico-sociali.
Leggi l'articolo di De Martin su "Il Manifesto"