Fin dall’attacco, l’evangelista Marco ci prende per i capelli gettandoci in una
vicenda vorticosa – di fuggiaschi. Nei primi quarantacinque versetti del più
antico tra i Vangeli, c’è tutto: la profezia e l’arresto, il profeta – Giovanni,
“che si cibava di locuste e di miele selvatico” – e gli accoliti, i seguaci – in
verità: i braccati dal Cristo, i chiamati –, “pescatori” che saranno “pescatori
di uomini”; c’è il tempio e il deserto, c’è il male e il maligno, c’è la lotta
cosmica – contro gli spiriti impuri – quella intellettuale – contro gli scribi –
quella domestica – “la suocera di Simone giaceva febbricitante nel letto”. Ci
sono indemoniati e lebbrosi, c’è la guarigione e la scomparsa – la compassione
di Gesù, la fantomatica reticenza (“Bada, non dire quello che è avvenuto ad
alcuno…”). C’è l’uomo e il disumano; il battesimo e la supplica; la sequela –
dei discepoli, degli scelti – e l’inseguimento – di tutti gli altri, le città
intere: “tutti ti cercano”.
È una corsa verso il sepolcro vuoto, il vertiginoso Vangelo di Marco – è il suo
ritmo a stordirci: trasuda vita, essuda pietà. Lev Tolstoj lo metteva ai vertici
della letteratura mondiale; lo preferiva a Shakespeare. I versetti che
sigillano, consacrano e danno il via all’evento evangelico mi pare siano l’11 e
il 12: non appena la “voce dall’alto” riconosce che Gesù è “mio Figlio, quello
amato”, “lo Spirito lo spinse nel deserto”. All’acqua battesimale fa seguito la
sete assoluta; dal Giordano si va al deserto; la parentela – Giovanni, il
cugino; Dio, il Padre – sfocia nell’orfanità; il riconoscimento dev’essere
sancito dalla suprema prova. La sintesi di Marco – una grazia – è brutale: “là
[nel deserto] rimase per quaranta giorni, sempre tentato da Satana. Egli stava
assieme alle bestie feroci mentre gli angeli lo servivano”. Contro i veleni di
Satana è di conforto, per Gesù, la compagnia dei predatori – therion – e degli
angeli, i suoi diaconi (diakoneó è il servizio che offrono al loro padrone).
Gesù si trova a suo agio tra le bestie selvagge – tutt’uno col mondo – e con gli
angeli – le divine aquile dell’altro mondo –: parla le lingue degli angeli e
quelle degli animali. L’uomo – che chiama, guarisce, sfama – gli è difficile:
Gesù inizia il proprio magistero quando Giovanni viene confinato in prigione e
“iniziò a educare alla Parola” (1, 21; più suggestivo del neutro
“insegnare”). Il verbo va rialfabetizzato dal Verbo.
Ma queste sono ciance. Chi ha pratica nel Vangelo, sa che il testo è infinito,
che sconfigge ogni tentativo di trarre leggi dai suoi abissi, modi d’essere dai
suoi continui sconfinamenti. Il Vangelo sfugge: non dice come dobbiamo
essere, mostra l’essere. A Gian Ruggero Manzoni – poeta, artista, romanziere,
saggista, amico –, che si rifà – lo dice subito – “alla Chiesa delle Origini,
ritenendomi, ancor oggi, un Cristiano delle Origini”, dobbiamo una traduzione
di Marco (De Piante, 2026) di lacerante potenza. A dispetto di altri tentativi,
non si vuole ‘attualizzare’ il Testo – l’assoluto non si stiva in umane
cronologie, in effimere congreghe –, non si vaga tra sofismi o esotismi; non si
glassa il Logos con caramello lirico. Manzoni opera una traduzione arcaica, che
va letta armando il tamburo: lenta liturgia che scaccia gli spiriti impuri –
parola facile al fuoco, docile all’essere in armi e a ornare di baci il
lebbroso.
Tra i poeti italiani che ragionano intorno al Testo (alcuni li ho stipati in un
Salterio dei poeti fuori commercio, costruito in feroce clandestinità), ricordo
Andrea Ponso (inabissato biblista), Marco Merlin, Giancarlo Pontiggia. Lunga è
la relazione di Gian Ruggero Manzoni con il testo biblico: Esodo uscì per
Raffaelli nel 2010; per De Piante si conclude una specie di trilogia che conta,
oltre a Marco, Genesi (2022) e Isaia (2024). Al di là di Guido Ceronetti e
dell’inafferrabile Emilio Villa, l’altro analogo letterario nel nostro canone –
più pertinente – è Massimo Bontempelli, che ha tradotto il Vangelo di
Giovanni, Apocalisse, Giobbe, il Cantico dei Cantici e il libro della Sapienza;
segue, in ragion d’onore, Erri De Luca. In tutti i casi, però, si tratta di
traduzioni che vanno – ideologicamente o esteticamente – al di là del testo.
Traduzioni in cui l’idea, per così dire, previene il testo. L’opera di Manzoni
entra nel sacrario: rende Marco più Marco di Marco. Manzoni è come quel
“giovinetto, che sempre lo aveva seguito”, che resta fino all’arresto di Gesù,
mentre tutti lo hanno abbandonato, sono fuggiti, e infine scappa, “nudo”, dopo
che gli hanno tolto il lenzuolo che lo rivestiva. Ecco: su quel lenzuolo è stato
scritto il Vangelo.
Insomma: è ora che parli Manzoni.
Genesi, Esodo, Isaia, Marco. A che pro tradurre la Bibbia? Credi che dolo e
frainteso stiano a minare le attuali traduzioni in italiano? O è un tuo lavoro
personale che rendi pubblico: scavo interiore, nelle interiorità del linguaggio?
Dì.
Il tutto rientra in un mio percorso al fine di raggiungere la figura del Cristo.
Origine, deserto, erranza mistico-culturale, Isaia che annuncia la venuta di
Emmanuele il Figlio di Dio e ciò che ha fatto il Figlio di Dio divenuto Figlio
dell’Uomo in un brevissimo lasso di tempo… in neppure due anni terrestri di
vita. Ho sempre amato la figura del Cristo, un essere umano e divino che
affronta la massima pena per giungere al massimo trionfo. Stupendo, anche,
questo viaggiare nel linguaggio dal Vecchio al Nuovo Testamento deliziandomi col
greco antico, con l’aramaico, con l’ebraico dei primordi, con il latino
“volgare” di San Gerolamo quindi con l’italiano quattrocentesco del monaco
camaldolese Nicolò Malermi… con la Bibbia Malermi… stampata in Venezia nel 1471.
La mia traduzione e cura del Vangelo di Marco, il primo a dare voce e parola
scritta al Cristo, in parte sradica certi voli prettamente e vanamente religiosi
incistatisi nei secoli. Il mio Cristo è sì il Dio che vuole provare sulla sua
stessa carne cosa significhi essere la sua creatura, ma è anche l’uomo che
diviene il Dio che lo ha creato. Oltremodo singolare la faccenda. Oserei dire
arcana, enigmatica, ermetica. Infine il Cristianesimo Cattolico, la mia
esaltante professione di fede, unisce in sé spirito e sangue, pane e antropofaga
brama di ingoiare eucaristicamente il simbolo dell’unione con la propria
divinità divenendone tempio di pelle, muscoli, grasso, urina, feci, sperma o
umori vaginali. Ebbene sì, noi Cristiano Cattolici mangiamo ad ogni Messa ciò
che simboleggia l’alleanza con il nostro Dio e quindi lo stesso nostro Dio. Non
ci accontentiamo di venerarlo, lo ingoiamo anche, e con Lui ci mangiamo anche
l’intera Bibbia.
Qual è lo scarto di rivelazione, il passaggio di sapienze, la consegna che
separa il Primo dal Nuovo Testamento. Quale, anche nel linguaggio, la torsione
di tale testimonianza, la diversità?
Il linguaggio dell’Antico Testamento è innegabilmente orientato verso l’azione,
quindi verso la concretezza, passando dall’aramaico all’ebraico antico. Al che
risulta lingua epica che via via sempre più si rafforza con non celata enfasi.
Non avendo termini astratti usa metafore legate alla natura, all’agricoltura,
alla gestualità quindi alla fisicità. È una lingua caratterizzata da un
vocabolario definito, sostanziale, intriso da un uso persistente di immagini
sensoriali e avente una struttura paratattica, litanica, predisposta al venire
cantata liturgicamente prima nel Tempio, dai sacerdoti, dai Sadducei, quindi in
sinagoga dai rabbini, mantenendo un timore reverenziale nei confronti di Dio…
mentre il linguaggio del Nuovo Testamento è, in tutti i Vangeli, la
variante koinè del greco antico, cioè quella usata per rendere il testo
maggiormente fruibile, penetrabile, semplice, perciò maggiormente avvicinabile
da tutti. Il koinè era, allora, cioè nel primo secolo dopo Cristo, parlato in
tutto il bacino del Mediterraneo e nel mondo cosiddetto civilizzato. Pur
conservando in sé rimandi fortemente semitici eludeva i canoni o codici chiusi,
l’“eliterialismo”, il classismo, aprendosi all’amore… all’agàpe totale… oserei
all’armonia universale e a un sentimento familiare anch’esso cosmico.
Il koinè era lingua pratica, non retorica, non rigida, fluida, più aperta
all’innovazione e al cambiamento, come sono, di solito, le forme colloquiali di
tutte le lingue. Del resto, il Dio del Nuovo Testamento è un Padre
caratterizzato da bontà, soavità e delicatezza.
Perché Marco? Perché è il primo, il più veritiero, il più fulgido, il più
frugale… perché? [Intendo chiederti: affronterai anche gli altri, i sinottici e
Giovanni?]
No, o, almeno, per ora non entrerò anche nei restanti tre Vangeli o in altri
libri sacri della nostra tradizione. Poi, detta in accezione diretta, Marco,
seppure primo Vangelo spesso dimenticato a livello liturgico, già fa intendere
tutto riguardo il Cristo e il periodo storico in cui il Cristo è vissuto.
Inoltre risulta sintetico, in esso non appaiono eventi descritti in accezione
mirabolante, infatti molti miracoli, che ingigantiscono i restanti tre Vangeli,
non vengono riportati… e ciò fa pensare non poco… inoltre, la versione originale
di Marco, si concludeva con le donne che trovavano il sepolcro vuoto e con il
ragazzino-angelo che comunica loro che Gesù le aspetta in Galilea da lì a poco.
Quindi, quale ciliegina sulla torta, Marco per me risulta quale unico degli
Evangelisti che ha avuto il dono di aver visto poi avvicinato Gesù in vita.
Nell’introduzione al libro ho affrontato questi argomenti, come altri, che
reputo facciano oltremodo luce riguardo il “fenomeno Cristo”.
Traducendo: qual è il versetto – uso un tuo aggettivo – più ‘sconcertante’? Ti
sei accorto di dissonanze e discordie tra la tua traduzione e quella della CEI?
Fammi esempi testuali.
Le maggiori differenze tra la mia versione e quella CEI risultano nel tono usato
per narrare, nel tempo passato che nella mia versione sostituisce il presente e
nei versi finali aggiunti in seguito. Dal 16, 9-20 non è la voce di Marco che
racconta ma quella di altri venuti dopo di lui. Comunque, il vero nodo sta nei
versetti 4,11 e 4,12, cioè quando Gesù dà spiegazione agli Apostoli del perché
racconti parabole alla gente comune o a coloro che ancora non hanno accolto la
Buona Novella, a “quelli fuori”, come li definisce, ricorrendo al “profetizzare”
di Isaia. Ecco i versi in greco antico: (4,11) kαὶ ἔλεγεν αὐτοῖς, Ὑμῖν τὸ
μυστήριον δέδοται τῆς βασιλείας τοῦ θεοῦ· ἐκείνοις δὲ τοῖς ἔξω ἐν παραβολαῖς τὰ
πάντα γίνεται (4,12) ἵνα βλέποντες βλέπωσιν καὶ μὴ ἴδωσιν, καὶ ἀκούοντες
ἀκούωσιν καὶ μὴ συνιῶσιν, μήποτε ἐπιστρέψωσιν καὶ ἀφεθῇ αὐτοῖς. La versione CEI
è questa: “A voi è stato confidato il mistero del Regno di Dio; a quelli di
fuori invece tutto viene esposto in parabole, perché: guardino, ma non vedano,
ascoltino, ma non intendano, perché non si convertano e venga loro perdonato”.
Ecco, invece, la mia versione: “Egli disse loro: A voi è stato consegnato il
mistero del Regno di Dio; invece, a quelli fuori, il tutto viene divulgato per
mezzo di racconti, affinché osservino ma non vedano e odano ma non comprendano,
così che mai si convertano e questo, a loro, lo si possa perdonare”. In tal modo
io ho inteso il famoso “segreto messianico” e la misericordia nell’assolvere
coloro che non sanno e continuano a non voler sapere.
Marco termina sul baratro, sul sepolcro vuoto, sulle impaurite donne. Dov’è il
Risorto? Cosa è successo?
Finale filmico quello di Marco, versetto 16,8. Del Gesù risuscitato non se ne
parla, così che il mistero perduri o, meglio, così che il mistero nel mistero
dilati la componente enigmatica che ha sempre accompagnato la figura del Cristo.
Meraviglioso ciò che chiude la versione originaria di questo primo Vangelo: “kαὶ
ἐξελθοῦσαι ἔφυγον ἀπὸ τοῦ μνημείου, εἶχεν γὰρ αὐτὰς τρόμος καὶ ἔκστασις· καὶ
οὐδενὶ οὐδὲν εἶπαν, ἐφοβοῦντο γάρ”… “Uscite che furono, le donne fuggirono dal
sepolcro atterrite e frementi, e nulla dissero ad alcuno, quali prede,
com’erano, della paura”. Del Cristo dice solo un ragazzetto-angelo, il quale
faceva di guardia alla tomba vuota. Il silenzio delle donne non è una
disobbedienza, ma una reazione di fronte al mistero sconvolgente della
risurrezione. La paura umana cede il posto alla potenza divina. Quindi il tutto
si dissolve, divenendo ulteriore astrazione dello spirito, sparendo poco a poco,
fino a svanire.
Dedichi la prima parte del tuo studio a sviscerare la storia di Gesù, come se
fosse quello l’autentico ‘libro’. Perché? O meglio, cosa hai scoperto che già
non sapessi di quella enigmatica figura?
Il Vangelo di Marco, seppure in sintesi, a fianco dell’aspetto mistico-religioso
inquadra, anche, il momento storico in cui certi fatti succedono, così che ben
si comprende quale fosse il tipo di società ebraica del tempo e il come i Romani
si muovessero in Palestina. Perciò importante arricchire l’introduzione alla
lettura con note delucidanti sebbene semplici, in modo che il lettore, quel
tanto ignaro, riesca a dare costrutto maggiormente compiuto al racconto.
Qual è infine l’insegnamento profondo del Vangelo?
Che il Cristo fa parte della nostra tradizione per una infinità di motivi che
continuano a sfociare nel mare infinito del presente e perdureranno a sfociare
anche nel mare infinito del futuro. Sempre valida la frase agostiniana “In Illo
uno unum”… “Nell’unico Cristo siamo uno”.
…e la tua poesia? È confermata o sconfitta dal confronto con il Vangelo?
Insomma: cosa scrivi ora? Dammi testimonianza viva.
Come antitesi sto sondando con la parola il nulla o, meglio, sto indagando il
nulla della parola scritta. Non scordiamoci che il Cristo ha solo detto, mai ha
usato, con umiltà, penna e calamaio.
*In copertina: Marco evangelista secondo Vladimir Borovikovskij, 1804-1809
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