Fin dall’attacco, l’evangelista Marco ci prende per i capelli gettandoci in una
vicenda vorticosa – di fuggiaschi. Nei primi quarantacinque versetti del più
antico tra i Vangeli, c’è tutto: la profezia e l’arresto, il profeta – Giovanni,
“che si cibava di locuste e di miele selvatico” – e gli accoliti, i seguaci – in
verità: i braccati dal Cristo, i chiamati –, “pescatori” che saranno “pescatori
di uomini”; c’è il tempio e il deserto, c’è il male e il maligno, c’è la lotta
cosmica – contro gli spiriti impuri – quella intellettuale – contro gli scribi –
quella domestica – “la suocera di Simone giaceva febbricitante nel letto”. Ci
sono indemoniati e lebbrosi, c’è la guarigione e la scomparsa – la compassione
di Gesù, la fantomatica reticenza (“Bada, non dire quello che è avvenuto ad
alcuno…”). C’è l’uomo e il disumano; il battesimo e la supplica; la sequela –
dei discepoli, degli scelti – e l’inseguimento – di tutti gli altri, le città
intere: “tutti ti cercano”.
È una corsa verso il sepolcro vuoto, il vertiginoso Vangelo di Marco – è il suo
ritmo a stordirci: trasuda vita, essuda pietà. Lev Tolstoj lo metteva ai vertici
della letteratura mondiale; lo preferiva a Shakespeare. I versetti che
sigillano, consacrano e danno il via all’evento evangelico mi pare siano l’11 e
il 12: non appena la “voce dall’alto” riconosce che Gesù è “mio Figlio, quello
amato”, “lo Spirito lo spinse nel deserto”. All’acqua battesimale fa seguito la
sete assoluta; dal Giordano si va al deserto; la parentela – Giovanni, il
cugino; Dio, il Padre – sfocia nell’orfanità; il riconoscimento dev’essere
sancito dalla suprema prova. La sintesi di Marco – una grazia – è brutale: “là
[nel deserto] rimase per quaranta giorni, sempre tentato da Satana. Egli stava
assieme alle bestie feroci mentre gli angeli lo servivano”. Contro i veleni di
Satana è di conforto, per Gesù, la compagnia dei predatori – therion – e degli
angeli, i suoi diaconi (diakoneó è il servizio che offrono al loro padrone).
Gesù si trova a suo agio tra le bestie selvagge – tutt’uno col mondo – e con gli
angeli – le divine aquile dell’altro mondo –: parla le lingue degli angeli e
quelle degli animali. L’uomo – che chiama, guarisce, sfama – gli è difficile:
Gesù inizia il proprio magistero quando Giovanni viene confinato in prigione e
“iniziò a educare alla Parola” (1, 21; più suggestivo del neutro
“insegnare”). Il verbo va rialfabetizzato dal Verbo.
Ma queste sono ciance. Chi ha pratica nel Vangelo, sa che il testo è infinito,
che sconfigge ogni tentativo di trarre leggi dai suoi abissi, modi d’essere dai
suoi continui sconfinamenti. Il Vangelo sfugge: non dice come dobbiamo
essere, mostra l’essere. A Gian Ruggero Manzoni – poeta, artista, romanziere,
saggista, amico –, che si rifà – lo dice subito – “alla Chiesa delle Origini,
ritenendomi, ancor oggi, un Cristiano delle Origini”, dobbiamo una traduzione
di Marco (De Piante, 2026) di lacerante potenza. A dispetto di altri tentativi,
non si vuole ‘attualizzare’ il Testo – l’assoluto non si stiva in umane
cronologie, in effimere congreghe –, non si vaga tra sofismi o esotismi; non si
glassa il Logos con caramello lirico. Manzoni opera una traduzione arcaica, che
va letta armando il tamburo: lenta liturgia che scaccia gli spiriti impuri –
parola facile al fuoco, docile all’essere in armi e a ornare di baci il
lebbroso.
Tra i poeti italiani che ragionano intorno al Testo (alcuni li ho stipati in un
Salterio dei poeti fuori commercio, costruito in feroce clandestinità), ricordo
Andrea Ponso (inabissato biblista), Marco Merlin, Giancarlo Pontiggia. Lunga è
la relazione di Gian Ruggero Manzoni con il testo biblico: Esodo uscì per
Raffaelli nel 2010; per De Piante si conclude una specie di trilogia che conta,
oltre a Marco, Genesi (2022) e Isaia (2024). Al di là di Guido Ceronetti e
dell’inafferrabile Emilio Villa, l’altro analogo letterario nel nostro canone –
più pertinente – è Massimo Bontempelli, che ha tradotto il Vangelo di
Giovanni, Apocalisse, Giobbe, il Cantico dei Cantici e il libro della Sapienza;
segue, in ragion d’onore, Erri De Luca. In tutti i casi, però, si tratta di
traduzioni che vanno – ideologicamente o esteticamente – al di là del testo.
Traduzioni in cui l’idea, per così dire, previene il testo. L’opera di Manzoni
entra nel sacrario: rende Marco più Marco di Marco. Manzoni è come quel
“giovinetto, che sempre lo aveva seguito”, che resta fino all’arresto di Gesù,
mentre tutti lo hanno abbandonato, sono fuggiti, e infine scappa, “nudo”, dopo
che gli hanno tolto il lenzuolo che lo rivestiva. Ecco: su quel lenzuolo è stato
scritto il Vangelo.
Insomma: è ora che parli Manzoni.
Genesi, Esodo, Isaia, Marco. A che pro tradurre la Bibbia? Credi che dolo e
frainteso stiano a minare le attuali traduzioni in italiano? O è un tuo lavoro
personale che rendi pubblico: scavo interiore, nelle interiorità del linguaggio?
Dì.
Il tutto rientra in un mio percorso al fine di raggiungere la figura del Cristo.
Origine, deserto, erranza mistico-culturale, Isaia che annuncia la venuta di
Emmanuele il Figlio di Dio e ciò che ha fatto il Figlio di Dio divenuto Figlio
dell’Uomo in un brevissimo lasso di tempo… in neppure due anni terrestri di
vita. Ho sempre amato la figura del Cristo, un essere umano e divino che
affronta la massima pena per giungere al massimo trionfo. Stupendo, anche,
questo viaggiare nel linguaggio dal Vecchio al Nuovo Testamento deliziandomi col
greco antico, con l’aramaico, con l’ebraico dei primordi, con il latino
“volgare” di San Gerolamo quindi con l’italiano quattrocentesco del monaco
camaldolese Nicolò Malermi… con la Bibbia Malermi… stampata in Venezia nel 1471.
La mia traduzione e cura del Vangelo di Marco, il primo a dare voce e parola
scritta al Cristo, in parte sradica certi voli prettamente e vanamente religiosi
incistatisi nei secoli. Il mio Cristo è sì il Dio che vuole provare sulla sua
stessa carne cosa significhi essere la sua creatura, ma è anche l’uomo che
diviene il Dio che lo ha creato. Oltremodo singolare la faccenda. Oserei dire
arcana, enigmatica, ermetica. Infine il Cristianesimo Cattolico, la mia
esaltante professione di fede, unisce in sé spirito e sangue, pane e antropofaga
brama di ingoiare eucaristicamente il simbolo dell’unione con la propria
divinità divenendone tempio di pelle, muscoli, grasso, urina, feci, sperma o
umori vaginali. Ebbene sì, noi Cristiano Cattolici mangiamo ad ogni Messa ciò
che simboleggia l’alleanza con il nostro Dio e quindi lo stesso nostro Dio. Non
ci accontentiamo di venerarlo, lo ingoiamo anche, e con Lui ci mangiamo anche
l’intera Bibbia.
Qual è lo scarto di rivelazione, il passaggio di sapienze, la consegna che
separa il Primo dal Nuovo Testamento. Quale, anche nel linguaggio, la torsione
di tale testimonianza, la diversità?
Il linguaggio dell’Antico Testamento è innegabilmente orientato verso l’azione,
quindi verso la concretezza, passando dall’aramaico all’ebraico antico. Al che
risulta lingua epica che via via sempre più si rafforza con non celata enfasi.
Non avendo termini astratti usa metafore legate alla natura, all’agricoltura,
alla gestualità quindi alla fisicità. È una lingua caratterizzata da un
vocabolario definito, sostanziale, intriso da un uso persistente di immagini
sensoriali e avente una struttura paratattica, litanica, predisposta al venire
cantata liturgicamente prima nel Tempio, dai sacerdoti, dai Sadducei, quindi in
sinagoga dai rabbini, mantenendo un timore reverenziale nei confronti di Dio…
mentre il linguaggio del Nuovo Testamento è, in tutti i Vangeli, la
variante koinè del greco antico, cioè quella usata per rendere il testo
maggiormente fruibile, penetrabile, semplice, perciò maggiormente avvicinabile
da tutti. Il koinè era, allora, cioè nel primo secolo dopo Cristo, parlato in
tutto il bacino del Mediterraneo e nel mondo cosiddetto civilizzato. Pur
conservando in sé rimandi fortemente semitici eludeva i canoni o codici chiusi,
l’“eliterialismo”, il classismo, aprendosi all’amore… all’agàpe totale… oserei
all’armonia universale e a un sentimento familiare anch’esso cosmico.
Il koinè era lingua pratica, non retorica, non rigida, fluida, più aperta
all’innovazione e al cambiamento, come sono, di solito, le forme colloquiali di
tutte le lingue. Del resto, il Dio del Nuovo Testamento è un Padre
caratterizzato da bontà, soavità e delicatezza.
Perché Marco? Perché è il primo, il più veritiero, il più fulgido, il più
frugale… perché? [Intendo chiederti: affronterai anche gli altri, i sinottici e
Giovanni?]
No, o, almeno, per ora non entrerò anche nei restanti tre Vangeli o in altri
libri sacri della nostra tradizione. Poi, detta in accezione diretta, Marco,
seppure primo Vangelo spesso dimenticato a livello liturgico, già fa intendere
tutto riguardo il Cristo e il periodo storico in cui il Cristo è vissuto.
Inoltre risulta sintetico, in esso non appaiono eventi descritti in accezione
mirabolante, infatti molti miracoli, che ingigantiscono i restanti tre Vangeli,
non vengono riportati… e ciò fa pensare non poco… inoltre, la versione originale
di Marco, si concludeva con le donne che trovavano il sepolcro vuoto e con il
ragazzino-angelo che comunica loro che Gesù le aspetta in Galilea da lì a poco.
Quindi, quale ciliegina sulla torta, Marco per me risulta quale unico degli
Evangelisti che ha avuto il dono di aver visto poi avvicinato Gesù in vita.
Nell’introduzione al libro ho affrontato questi argomenti, come altri, che
reputo facciano oltremodo luce riguardo il “fenomeno Cristo”.
Traducendo: qual è il versetto – uso un tuo aggettivo – più ‘sconcertante’? Ti
sei accorto di dissonanze e discordie tra la tua traduzione e quella della CEI?
Fammi esempi testuali.
Le maggiori differenze tra la mia versione e quella CEI risultano nel tono usato
per narrare, nel tempo passato che nella mia versione sostituisce il presente e
nei versi finali aggiunti in seguito. Dal 16, 9-20 non è la voce di Marco che
racconta ma quella di altri venuti dopo di lui. Comunque, il vero nodo sta nei
versetti 4,11 e 4,12, cioè quando Gesù dà spiegazione agli Apostoli del perché
racconti parabole alla gente comune o a coloro che ancora non hanno accolto la
Buona Novella, a “quelli fuori”, come li definisce, ricorrendo al “profetizzare”
di Isaia. Ecco i versi in greco antico: (4,11) kαὶ ἔλεγεν αὐτοῖς, Ὑμῖν τὸ
μυστήριον δέδοται τῆς βασιλείας τοῦ θεοῦ· ἐκείνοις δὲ τοῖς ἔξω ἐν παραβολαῖς τὰ
πάντα γίνεται (4,12) ἵνα βλέποντες βλέπωσιν καὶ μὴ ἴδωσιν, καὶ ἀκούοντες
ἀκούωσιν καὶ μὴ συνιῶσιν, μήποτε ἐπιστρέψωσιν καὶ ἀφεθῇ αὐτοῖς. La versione CEI
è questa: “A voi è stato confidato il mistero del Regno di Dio; a quelli di
fuori invece tutto viene esposto in parabole, perché: guardino, ma non vedano,
ascoltino, ma non intendano, perché non si convertano e venga loro perdonato”.
Ecco, invece, la mia versione: “Egli disse loro: A voi è stato consegnato il
mistero del Regno di Dio; invece, a quelli fuori, il tutto viene divulgato per
mezzo di racconti, affinché osservino ma non vedano e odano ma non comprendano,
così che mai si convertano e questo, a loro, lo si possa perdonare”. In tal modo
io ho inteso il famoso “segreto messianico” e la misericordia nell’assolvere
coloro che non sanno e continuano a non voler sapere.
Marco termina sul baratro, sul sepolcro vuoto, sulle impaurite donne. Dov’è il
Risorto? Cosa è successo?
Finale filmico quello di Marco, versetto 16,8. Del Gesù risuscitato non se ne
parla, così che il mistero perduri o, meglio, così che il mistero nel mistero
dilati la componente enigmatica che ha sempre accompagnato la figura del Cristo.
Meraviglioso ciò che chiude la versione originaria di questo primo Vangelo: “kαὶ
ἐξελθοῦσαι ἔφυγον ἀπὸ τοῦ μνημείου, εἶχεν γὰρ αὐτὰς τρόμος καὶ ἔκστασις· καὶ
οὐδενὶ οὐδὲν εἶπαν, ἐφοβοῦντο γάρ”… “Uscite che furono, le donne fuggirono dal
sepolcro atterrite e frementi, e nulla dissero ad alcuno, quali prede,
com’erano, della paura”. Del Cristo dice solo un ragazzetto-angelo, il quale
faceva di guardia alla tomba vuota. Il silenzio delle donne non è una
disobbedienza, ma una reazione di fronte al mistero sconvolgente della
risurrezione. La paura umana cede il posto alla potenza divina. Quindi il tutto
si dissolve, divenendo ulteriore astrazione dello spirito, sparendo poco a poco,
fino a svanire.
Dedichi la prima parte del tuo studio a sviscerare la storia di Gesù, come se
fosse quello l’autentico ‘libro’. Perché? O meglio, cosa hai scoperto che già
non sapessi di quella enigmatica figura?
Il Vangelo di Marco, seppure in sintesi, a fianco dell’aspetto mistico-religioso
inquadra, anche, il momento storico in cui certi fatti succedono, così che ben
si comprende quale fosse il tipo di società ebraica del tempo e il come i Romani
si muovessero in Palestina. Perciò importante arricchire l’introduzione alla
lettura con note delucidanti sebbene semplici, in modo che il lettore, quel
tanto ignaro, riesca a dare costrutto maggiormente compiuto al racconto.
Qual è infine l’insegnamento profondo del Vangelo?
Che il Cristo fa parte della nostra tradizione per una infinità di motivi che
continuano a sfociare nel mare infinito del presente e perdureranno a sfociare
anche nel mare infinito del futuro. Sempre valida la frase agostiniana “In Illo
uno unum”… “Nell’unico Cristo siamo uno”.
…e la tua poesia? È confermata o sconfitta dal confronto con il Vangelo?
Insomma: cosa scrivi ora? Dammi testimonianza viva.
Come antitesi sto sondando con la parola il nulla o, meglio, sto indagando il
nulla della parola scritta. Non scordiamoci che il Cristo ha solo detto, mai ha
usato, con umiltà, penna e calamaio.
*In copertina: Marco evangelista secondo Vladimir Borovikovskij, 1804-1809
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Così appunta Elias Canetti, è il 30 luglio del 1966:
> “Leggo poesie in tutte le lingue che conosco, e in traduzione, quando sono
> scritte in lingue che non conosco, ma cerco di farmi almeno un’idea di quelle
> lingue… Sfoglio libri su tutti i possibili animali. Torno ad ascoltare, cosa
> che da moltissimi anni non facevo più, le mie care voci degli animali”.
Canetti associa la lettura della poesia alla voce animale – imparare lingue
sconosciute, cioè: imparare la parola del lupo, l’urlo dell’ungulato, il cigolio
della gazza. Il brano è in un libro, Processi. Su Franz Kafka (Adelphi, 2024),
di inclassificabile bellezza. Inutile ricordare la presenza ‘animale’, da
strenuo classificatore, nei libri di Kafka: florilegio di sciacalli e ratti, di
cani e di pantere, di cavalli e scimmie. L’opera di Kafka è un bestiario;
valicare il simbolo a cui sottende quella singola bestia vuol dire franare nella
follia.
Ad ogni modo, che scena magnifica. Uno dei più potenti intelletti del secolo,
Canetti, che, nel suo studio, ascolta le voci degli animali, per liberarsi dal
linguaggio umano (si legge poesia anche per questo: per sobillare il linguaggio,
per liberarsi da umana lingua). Per chi fosse interessato, Canetti fa
riferimento ad Animal Language, libro fotografico del 1938, con due dischi “che
riproducevano i versi degli animali africani di giorno e di notte”, ideato da
Julian Huxley, il fratello di Aldous, che è stato, tra l’altro, il fondatore del
WWF, l’uomo che ha inventato la parola Transhumanism, transumanesimo.
Incapace di ‘contattare’ gli animali, Canetti li ascolta, nel suo studio gonfio
di libri, fiero della propria interiore ‘animalità’.
Sono quasi certo che i libri sciorinati da Canetti tra quelli “che più contano
per me”, facciano parte della biblioteca ideale di Gian Ruggero Manzoni. Pascal
e i Presocratici, Sofocle e William Blake, Georg Trakl e Zhuang-zi, Confucio,
Lao-Tzu ed Erodoto, Atlantis, soprattutto, la formidabile enciclopedia di miti e
fiabe africane collezionata da Leo Frobenius negli anni Venti. Manzoni ha lo
stesso physique intellettuale di Canetti: è uno ramingo tra più mondi culturali;
un vagabondaggio – è chiaro – che opera in orizzontale (libri) e in verticale
(pratica; ascesi/ascesa). A Canetti manca l’estremismo dell’azione, dell’esteta
armato; possedeva, tuttavia, il dono dell’ira e dell’eros. Ma non è questo il
punto.
Nel suo ultimo libro – se è poi l’ultimo: GRM pratica la giusta liturgia della
dissipazione, ogni libro è sempre l’ultimo –, Nel lento movimento dei
ghiacci (stampa puntoacapo), Manzoni dichiara i punti di giunzione tra il verbo
e l’animale, tra il poeta e lo sciamano (“Sciamano del Delta del Po, sempre
scopro ogni notte che vago nell’immutata sostanza della natura umana”: sua serpe
e suo scettro sia l’angusta anguilla). Sciamino, a questo punto, gli scettici:
al netto del consueto, cospicuo proliferare di ‘cultura’ (Leopold Zunz, Pascal,
Aristotele, i canti dei nativi d’America), Manzoni si dà alla ‘natura’ del gesto
lirico, inaugura la danza con gambe tese ad arco:
> “Nel lento movimento dei ghiacci, la porta spalancata è alla cometa, quella
> recante vita nel suo strascico… recante l’essenza di un altro mondo, che mai
> vedremo, se non ipotizzando un oltre alla tenebra, in piena luce”.
In un brano – che ricorda gli incantesimi orditi da Álvaro Mutis – GRM parla
dello “sciamano Ainu” che balla con l’orso dell’Hokkaido; parla delle “maghe del
Rio delle Amazzoni”, parla dell’“angelo di carne”. Ossidati all’oggi, i poeti
scontano la latitanza dal linguaggio che ‘agisce’, che si fa atto: espulsi dalla
natura e dalla storia – il poeta non ‘serve’ più, se non in civiltà più
raffinate, a cementare il senso d’appartenenza a una nazione, di servizio a una
terra, a una lingua/seme, lingua-seminagione –, i poeti, servili, sono utili,
semmai, a stimolare le anime belle, a far leva sui ‘sentimenti’; mai che
trafiggano e trasformino le anime. Così, sono i falsi poeti a proliferare, oggi,
a primeggiare, come sono i falsi profeti a guidare le adunate dei fedeli. Ma al
poeta nulla importa dell’applauso o del consenso – necessario, invece, al
romanziere, a chi lavora per ‘comunicare’ –: attende che la sua parola
sia efficace, e non mero guscio, vocabolo inerte, vocabolo-carcassa.
Manzoni riassomiglia la poesia al suo dire originario, ne fa nenia, sacra
cantilena – dunque, sacrilegio – in assenza di opera sacra. E allora:
> “Oggi sono la lince del fiume Amur, ieri fui il daino preso in trappola,
> domani sarò l’orso polare che, ai cacciatori, parlerà del sonno che t’invade,
> quando il freddo ti prende l’anima e le carni… quando i liquami umani via via
> si solidificano e l’alito vaporoso si trasforma in neve sulla barba”.
Chi vede in questi brani mere figure esornative, ‘immagini’, pittogrammi del
fallimento, è un idolatra del vocabolario. Chi conosce Manzoni sa che
la pratica è tale da sempre, da Il mercante di allodole (era il 1977, primo
verso che testimonia un’indole indocile: “Chi comprende i simboli con le mani è
l’unico uomo libero”), a Le battane di bronzo (uscì per la Stamperia
dell’Arancio, trent’anni fa, ne riproduco le cifre finali: “Per conquistare il
cielo occorrono macchine di luce, un modello che convinca e che riempia ognuno;
e una religione, votata all’essenza, o alla più feroce risposta”), in qua. Oggi
– nell’era della simulazione, che chiede di dissimularsi nell’altro – tale
pratica è semplicemente più esplicita.
Dunque, la congiunzione tra il poeta e l’animale. L’anima dello sciamano – così
ne dice Klaus E. Müller in Sciamanismo. Guaritori. Spiriti. Rituali, Bollati
Boringhieri, 2001 – veniva ruminata per tre anni dalla “Madre animale” (sia
alce, cervo o renna), era “l’anima di un essere dalla duplice natura, animale e
umana”, riconoscibile fin da bambino per eccezionalità fisica, ‘mostruosa’ (“gli
individui destinati a diventare grandi sciamani nascevano con i denti, oppure
‘con la camicia’ e con un numero eccedente di dita per mano (o per piede), o con
un neo vistoso sul corpo”), e psichica (“tendevano a cadere in deliquio e
avevano un carattere chiuso; di indole pensosa, passavano il tempo a rimuginare,
soli”). Ne seguiva, l’addestramento, la vita riparata dal convegno umano, in
luoghi spesso inaccessi; il corredo sonoro e lirico, che riproduceva le voci
degli animali-guida. Parola che sana, quello dello sciamano, che piega, che
piaga. L’amorfo repertorio che leggiamo, preziosità etnografica (ad esempio,
in: Testi dello sciamanesimo siberiano e centroasiatico, Utet, 1984), non va
letto come si leggerebbero Yeats o Blake (due poeti-sciamani, tra l’altro, che
sciamanizzano) ma come canto che anima, che opera, che in assenza di compito
resta esteticamente inerme. Lo sciamano presiede alla vita – il parto – e alla
morte – la sepoltura – e al pasto – la caccia. Eleva a suo grado gli elementi.
Ora: che può il poeta se non riferire un deciduo dire, la caducità della parola?
Il libro di Manzoni non è la cronaca di uno sciamano infame, senza futuro, ma
l’indizio iniziale di chi torna a manovrare il fuoco, di chi, con la timida
tenerezza del nudo uomo, che ascolta l’erba, i fiumi, lo scalciare del sole,
leva le briglie alle parole, leva ogni paramento, a trafittura d’ululato.
Compito del poeta: liberarsi della poesia. Scatenarla.
Per altro, il riferimento – GRM ha tradotto Genesi, Esodo, Isaia, una manciata
di Salmi per il “Salterio dei Poeti” e altro ancora va traducendo dal Testo – ha
pertinenza biblica. Iubal, figlio di Lamec, della genia di Caino, è “il padre di
tutti i suonatori di cetra (kinnor) e di flauto (ugab)”. Iubal non è il
primogenito – non lo era neanche Abele; a sottendere: destino di sacrificio – e
gli strumenti che crea indicano un opposto approccio all’arte mantica della
musica. Ugab, lo strumento a fiato, ruba il ‘soffio’ di chi lo suona: appare
poche volte nel testo biblico. Kinnor, invece, partecipa di ogni luogo del Testo
(42 occorrenze): lo strumento a corda pretende maneggevolezza nella voce,
accordo con il canto. Ogni strumento musicale è trasmutazione di uno strumento
di guerra: il flauto fu cerbottana; la cetra fu arco e fionda. Il flauto adombra
la tattica dell’uccello, la cetra quella del felide. Anche il più alto atto
d’arte reca un pervicace sentore di sangue.
Chi lamenta assenza di animali nei Vangeli ha lo sguardo fuori asse. Al dialogo
umano, frutto di sacri fraintesi, il Nazareno preferisce quello con le bestie e
con gli angeli (così insegna l’evangelista Marco). Il suo stesso corpo è arca,
nella sua voce la voce delle miriadi di bestie. Per altro, gli apostoli
operavano guarigioni, andavano in estasi, afferravano la serpe senza che gliene
incorresse danno. Di ciò, non restano neppure le vestigia – se non negli
esorcismi –, ma il sottile fastidio di un tempo andato.
Manzoni, intanto, continua la sua danza – a me ricorda, di spalle, il Giudice
Holden, istoriata creatura uscita dalle fucine di Cormac McCarthy, un poco Pan
un poco Astaroth, che sganghera la luce nel suo noccioleto. A noi, succhiare di
quel fiele.
*In copertina: strumento sciamanico esposto in “Shamans. Communicating the
invisible”, al Muse di Trento; nel testo: opere di Gian Ruggero Manzoni
L'articolo “Per conquistare il cielo”. La poetica dello sciamano. (Qualcosa,
ancora, su GRM) proviene da Pangea.
La produzione letteraria (e non solo) di Gian Ruggero Manzoni è delle più
variegate e peculiari. Leggendone i libri, seguendone il percorso artistico
(almeno di questi anni) ci si accorge facilmente di quanto l’autore abbia un
piede nel presente e un piede in un passato remotissimo. Manzoni lo vedo un po’
così, attuale e allo stesso tempo antico, mentre paziente fila una tela che
ricongiunge il presente con gli albori dell’umanità. Dopo un libro
come Dialoghi infami (Medusa, 2024), tremendamente macchiato dalla
contemporaneità, con Nel lento movimento dei ghiacci (puntoacapo, 2024) facciamo
un balzo indietro di millenni (come già aveva compiuto con Ultramodum),
all’origine della vicenda umana, quando ancora non era Storia, sulle orme di
sciamani che camminano sul sottile confine tra questo mondo e l’altro (o gli
altri), fra religione e magia. Il libro raccoglie una serie di prose poetiche e
disegni, suddivise in quattro sezioni: Nel lento movimento dei
ghiacci, Sciamani, La quarta moira, La rinuncia.
Mi domando se non stia tutto qui il senso della ricerca artistica, della
scrittura come del disegno: ritrovare il filo di un discorso incominciato
migliaia di anni fa e che abbiamo perso lungo la strada, ritrovare la magia di
cui è ancora intrisa la realtà sotto tonnellate di cemento.
Artista, poeta, scrittore; traduci e interroghi testi sacri e mercenari
sanguinari: ti senti anche tu un po’ sciamano?
A un recente Festival Internationnal des Traditions et Spiritualites Ancestrales
et du Chamanisme, tenutosi in una vallata nei pressi di Reims, in Francia,
confrontandomi con sciamani e sciamane riconosciuti quali Abdellah e Gnawa
Akharraz, Vera Sakhina, Ayangat, Anja Normann, Frederic Roure, Bhola Nath
Banstola, Tiegniery Diarra, Baruch Osorno, Domi Farinelli, sono stato
riconosciuto, da loro, quale sciamano a mia volta… sciamano della parola, non
celebrativo, cioè non operante tramite danze o gesti propiziatori, ma quale
“guaritore”, così mi hanno definito, per mezzo della parola, ed “evocatore”,
sempre tramite il suono che conteniamo, di entità superiori. Comunque già mia
nonna Olimpia, a sua volta sciamana romagnola, mi aveva riconosciuto e, a suo
tempo, mi passò il dono. Inoltre ogni buon poeta o artista o musicista è infine
uno sciamano se opera per il bene e il bello, e se sempre rispettoso delle
“anime naturali”.
Quale legame persiste fra l’uomo di oggi e quello che vestiva le pelli di mammut
e interrogava il fato seguendo il volo degli uccelli?
Sono lo stesso uomo unicamente in tempi diversi. Tutte le massime domande sono
ancora sul tavolo prive di risposta, quindi nulla sapeva del cosmo e di sé
l’uomo primitivo e nulla sappiamo di noi e del cosmo… o, meglio, della
dimensione che ci contiene e che conteniamo… noi umani del XXI° secolo. Giusto
sappiamo che un giorno moriremo e che la Terra è tonda e ruota attorno al Sole,
mentre la Luna ruota attorno alla Terra, poi stop, che altro si sa? Dimenticavo,
ancora molti continuano a credere che la Terra sia piatta… e detto ciò non resta
che sorridere riguardo la nostra attuale condizione.
“La magia appare incredibile solo perché è l’evento più naturale e quotidiano
che ci sia”. “Ciò che è stato creato è magia, e lo sciamano non è che
l’indagatore dell’indagine”. Ma cos’è la magia?
Credendo in un divino generatore, creatore e demiurgo, credo anche che esistano
esseri umani e animali e piante che riescono a metterci in contatto con altre
dimensioni. La magia è la capacità di proiettarti o proiettare un altro essere
in universi paralleli, come sostengono le varie Teorie del Multiverso, così,
scientificamente, oggi vengono appellate, mentre arcaicamente avevano e ancora
hanno altri nomi. La magia è entrare in esse e giungere a vibrare come le
stesse, fino alla scoperta della propria “nota armonica”, come la definiva il
teosofo, pedagogista, filosofo, esoterista austriaco Rudolf Steiner. Il sommo
Guido Ceronetti giustamente scriveva nel suo Il silenzio del corpo, un libro che
consiglio:
> “La fame di magico è più che legittima, il rischio è, sempre, che il malvagio
> destino la orienti, per sfogarla, sulla stella del male. Ma di magia buona c’è
> oggi molto più bisogno che di medicina buona”.
Quando osserviamo una civiltà arcaica (anche quella più vicina a noi, come
quella contadina) con i suoi riti, ci appare come in balia delle superstizioni,
eppure era una civiltà più solida della nostra. Siamo oggi, più di allora,
vittime di superstizioni?
Direi che il “rito del consumo” sia la superstizione più nefanda che oggi ci
possa essere, idem la “messa del denaro”, paragonabile ad ogni “messa nera”.
Tutto ciò che oggi divide e rende predatori risulta quale attuale superstizione,
ciò che invece unisce è ‘savietà’, saggezza, buon senso, cultura base,
consapevolezza, massima osservazione, “antica credenza popolare”,
compenetrazione, quindi passata e accettabile superstizione. Sì, un tempo, anche
noi Occidentali, oggi definiti evoluti, emancipati, civili, tramite l’attenzione
persistente riuscivamo a compenetrare la materia e il mistero così come l’altro
o l’altra da sé, al punto di partorire modi di dire valevoli ovunque
atemporalmente. Quindi necessita suddividere la superstizione, come poi la
magia, in bianca o nera. Su ciò che oggi definiamo idolatria o, peggio,
ignoranza, un tempo si sono costruiti imperi, ma l’antica superstizione era
troppo attinente al destino e allo stare attenti ai “segni” per poterla definire
volgarmente ubbia. I “segni” e la capacità di interpretarli sono da considerarsi
come le tracce lasciate sul suolo che i pellerossa riuscivano a leggere.
L’interpretazione dei “segni” e delle atmosfere era l’arcaica buona, benevola,
accrescente superstizione.
Questo lento movimento dei ghiacci, questo andare alla deriva, rappresenta un
po’ la tua idea dell’umanità oggi. In alcuni passaggi sembri suggerire una
fratellanza umana originaria perduta, ormai scaduta in uno “scontro tra simboli
che, nell’errore, si leggono avversi… si disegnano quali contrari, di sanguinari
eccessi o di ecatombi, oppure di massacri”. È una fratellanza recuperabile?
Sì, la lenta deriva dei freddi… dei gelidi ghiacci è il nostro attuale andare.
Mai gli uomini sono stati fratelli per sangue, quanto, invece, fratelli per
idea, per idealità, quindi per fede, perciò uniti anche se non si è stati
scaturiti dalla medesima carne. Gli ovuli e l’utero che rendono non solo
fratelli ma gemelli si chiamano: credo comune, comune rappresentazione mentale,
comune opinione, convinzione comune, sentire comune, spirito comune, volontà
comune, divinità comune, comune magia. Nell’oggi l’Occidente ha perduto quei
valori fondamentali che ho pocanzi elencato. Siamo molto… troppo lontani gli uni
dagli altri. Crollata una memoria comune, così che nascessero infinite memorie,
ecco che la frammentazione… la polverizzazione disintegra ogni possibile verità
comune, o, meglio ancora, ogni comune verità.
La quarta moira, cioè il nulla, l’assenza di prima e dopo, la fine della fine,
domina una parte centrale del libro. Qual è il tuo rapporto con la morte e con
ciò che viene (se viene) dopo?
Sono solito dire che i miei genitori più che vivere mi hanno insegnato il come
morire con estrema dignità, sacralità, coraggio e spiritualità. Il senso di
morte ha sempre aleggiato a casa mia, ma non in accezione cupa, oscura,
deprimente, scoraggiante, quanto come persistente preparazione alla stessa. Ogni
attimo può essere l’ultimo e per quell’ultimo necessita essere pronti. Infine la
mia esistenza, finora, è stata un persistente apprestamento alla morte, con
tutto quello che ne consegue, quale prima componente il cercare di vivere… sì,
di vivere ogni attimo come appunto fosse l’ultimo. Ciò che di noi resta, così
come ciò che di questo universo resterà, non sarà neppure un punto su di una
mappa ampia quanto la potenza dell’inesprimibile. Il mio e il nostro nulla è il
saper morire quindi il saper vivere in quell’inesprimibile. A tal proposito
tanto mi fu caro quello strabiliante scritto titolato, in italiano, La Lettera
di Lord Chandos, in tedesco “Ein Brief”, del grande Hugo von Hofmannsthal.
Valerio Ragazzini
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Brani tratti da Nel lento movimento dei ghiacci (puntoacapo) di Gian Ruggero
Manzoni
Ogni dimensione ride attorno a me, e mai mi priverò di quello che la mia fede
dona.
Un sorriso è il Cristo, mai un atto d’accusa.
Sciamano del Delta del Po, sempre scopro ogni notte che vago nell’immutata
sostanza della natura umana.
È ancora un antico sogno che riconduce alla mia terra d’origine, a quell’arcaico
intrico di rami, rovi, edera, canne, alghe palustri.
È nella natura aspra della mia gente che saldo la tragedia, ma anche
l’elevazione, del nostro destino di eterni immaturi.
Che gioia! Che ritrovata incoscienza pudica!
Forse che l’Età dell’Oro dimori in un colpo di zappa o nel tergersi la fronte
dal sudore?
La genuinità perduta solca ancora la palude.
Nulla è scomparso. Tutto è ancora lì, se apri gli occhi di tua madre, e, del
padre, se indossi gli stivali di gomma e i pantaloni di velluto.
*
Mi diceva un filosofo e musicista di Praga: “La velocità è la forma di estasi
che la rivoluzione tecnologica ha regalato all’uomo”; la stessa accusa fu di mia
nonna, indagatrice di segni e di premonizioni sulla corteccia degli olmi o dei
pioppi padani.
Lei mai volle salire in auto, se non il giorno che la portarono all’ospedale
dove le diagnosticarono che entro un mese sarebbe morta e che si preparasse a
salpare.
Al che si fece riportare nel suo letto (posto al centro della nostra casa),
accese la candela che aveva sul comodino, recitò le orazioni e si spense con
l’ultima goccia di cera scivolata… mentre le api, riunitesi, con lei migrarono
in un’altra chiesa dimenticata… su di un altro altare.
*
Al che si disse che oltre la velocità della luce, pur sempre relativa, non si
può andare, visto che non esiste alcun modo di accelerare una spinta fin oltre i
300.000 chilometri al secondo, se non fornendo un’energia che risulti al di là
dell’estremo, quindi ardua, impossibile, lontana da noi, inavvicinabile, cattiva
e infinita, non certo piccola giostra che tramite il calore muove pale, vele,
seggiolini, camei, sputando sulle madri che glabre ammirano con facce ebeti i
loro figli… privi di futuro, carne già morta, di già polvere, di già rutto di un
mulinello di cielo, o coda gelida di uno spegnersi sia di stelle che
d’illusioni… che di risorse… che di fermenti… che di fittizie occasioni.
*
L’11 maggio del 1872 il cielo d’Europa venne ammutolito da una pioggia di
meteore in fiamme che cessarono in una nuvola di cenere che avvolse per giorni
animali da latte, neonati, baldracche, lumache e api, poi connestabili,
carabinieri, netturbini, scava pozzi, e pur anche cani e aironi, quale
benedizione di me demone che per non molto custodirò l’equilibrio dei corpi
astrali, così che lei, la gran signora, nella gravità copuli col marito mentre,
gli ultimi gemiti, siano dell’amante, poi dell’amante, e dell’amante ancora,
nella perduranza di una sterile ginnastica, frutto di una Gomorra petulante e
allucinata, incensata dallo sperma di un toro che annaffia probi e tagliagole,
avvocati, notai, banchieri, i quali si riconoscono fra loro tramite anelli ai
lobi, occhi truccati, turbanti e gemme, cinismo, volgarità e nessuna carità
parziale, cristiana, o chissà dove e come, la stessa, sia nata e possa custodire
un valore ultraumano o solo menzogne, o sterili sermoni.
*In copertina e nel testo, alcune opere di Gian Ruggero Manzoni
L'articolo “Il rito del consumo è la superstizione più nefasta”. Dialogo con
Gian Ruggero Manzoni, lo sciamano del Delta del Po proviene da Pangea.