Pubblichiamo per gentile concessione le pagine di Al vento delle steppe (De
Piante, 2026; prefazione di Antonio Armano) dove Vittorio Beonio
Brocchieri descrive la visita a Jasnaja Poljana, la tenuta dei conti Tolstoj.
Siamo nel 1934, il potere di Stalin è sempre più assoluto. A breve ci sarà
l’omicidio Kirov, pretesto per una deriva autoritaria e avvio delle purghe.
All’ingresso della tenuta una scritta con il giudizio di Lenin su Tolstoj:
grandissimo artista ma cattivo filosofo. Il figlio Sergej vive recluso nella
tenuta con il servitore che ha portato lo scrittore verso il suo ultimo viaggio
in carrozza nell’inverno del 1910. Lo stesso servitore porterà Vittorio Beonio
Brocchieri di notte in carrozza a prendere il treno per riprendere il viaggio.
Quella nella casa di campagna di Tolstoj è una delle ultime tappe di un viaggio
di 17mila chilometri su un biplano Caproni scoperto e senza
copilota. Dall’Ucraina della carestia indotta da Stalin fino alla Siberia dei
deportati, Vittorio Beonio Brocchieri compie una straordinaria esplorazione
dell’universo sovietico. Dei cieli ma soprattutto della terra. La fame ovunque
tranne che nei banchetti ufficiali, l’entusiasmo ingenuo o di maniera per le
conquiste del socialismo, l’onnipresenza dei servizi segreti il cui nome non si
può nemmeno pronunciare, come quello di Dio tra gli ebrei, la miseria e le
meschinità della coabitazione. Il “filosofo volante”, docente di storia delle
dottrine politiche a Pavia, detto anche “el matt”, non concede al nuovo regime
nemmeno il beneficio degli inizi e il giudizio che emerge per quell’esperimento
è senza appello. Nonostante questo, la curiosità soprattutto umana e il gusto
per gli incontri fuori programma per la gente comune testimoniano un’autentica
passione per il popolo russo. I nomi e i toponimi sono traslitterati alla
vecchia maniera (Tolstoi e così via). Ma il racconto è quantomai fresco e
intenso. Finalmente Al vento delle steppe torna in libreria dopo quasi un secolo
di inspiegabile e ingiusta assenza.
**
Nella casa di Leone Tolstoi
Il treno che viene da Mosca sulla linea di Karkow ferma a una piccola stazione;
poi sono circa cinque chilometri di strada campestre. La carrozza corre
attraverso il piano erboso, lungo un fascio molle di solchi. Il passo dei
cavalli sul terreno intriso d’umidore è silenzioso, come sopra un tappeto di
sughero. Non ascolti che il tremolio del campanello, il cigolare delle stanghe e
la voce del guidatore.
A destra e a sinistra del passaggio respirano gli abeti dalla scorza fine, si
rizzano gli olmi rabescati di edera vecchia. Quando la stagione cade i rami si
fanno trasparenti e il viandante scorge di là dall’intrico vegetale la fuga
ondosa di altri poderi, e il fumigare del sole rosso incline all’orizzonte. I
campi odorano di foglie e di acquitrino. La carrozza si ferma all’ingresso di un
viale guardato da due pilastri. Qui comincia il parco interno della tenuta che
apparteneva ai Conti Tolstoi. Si chiama Jasnaja Poliana, che in russo vuol dire
“chiara campagna”. Fuori dal recinto è il villaggio dei contadini; in fondo al
viale sorge la casa del poeta.
Un fattore, menandomi a piedi lungo il sentiero ghiaioso sparso di ramuscoli, mi
ha detto che avrei potuto incontrare il figlio Sergio e la nipote. Dalla morte
del Grande, questi relitti dell’antica famiglia vivono appartati fra le mura e
gli alberi, quasi a custodirne i ricordi.
Ora un corpo di fabbricato è ridotto a museo; serve anche per la foresteria. Un
viale di tigli corre davanti alla casa. Una iscrizione di data recente
sull’architrave tarlato dice:
> “Tolstoi fu grandissimo artista ma cattivo filosofo. La sua dottrina
> debilitante prova l’impotenza della vecchia classe aristocratica a realizzare
> un ordine nuovo”.
Firmato: “LENIN”.
Entra nella casa un contadino: barba lunga, tunica grigia, gambali di pelle come
usava al tempo antico. Qui dentro nulla è mutato.
Il vestibolo terreno è ingombro di selle, di staffe, di cavezze, di briglie: c’è
un odore diffuso di frutta conservata e di mele autunnali. Il guardiano dice:
“In questa casa abitava Alessandra, la figlia più giovane”. Erano tanti
fratelli; ma quattro sono morti piccini; e fuori di Sergio Lvovic, gli altri
sono andati a vivere nei più diversi paesi del mondo. La camera è rischiarata a
ponente e i materassi hanno aroma di fieno secco; stando seduti sulla sponda del
lettuccio si vede la chioma di un alberello giovane profilato contro il cielo
chiaro. Tra l’uno e l’altro edificio sorgeva un’antica costruzione in legno che
il nonno del poeta aveva fatta erigere sul vecchio stile russo. Poi fu venduta e
trasportata trave a trave quaranta verste lontano. Ora lo spazio è vuoto e da
questa cameretta si scorge il tetto dell’altra casa.
La nipote del poeta vive là dentro con la consegna di guardare i cimeli. Sergio
è musicista.
Qualche volta nelle sere dolci di mezza estate le note del pianoforte si
diffondono nel giardino. Dalla fattoria qualcuno esce in ascolto e siede ai
piedi dell’albero secolare dove un tempo il vegliardo radunava a convegno la
gente sua. I contadini più anziani commentano a bassa voce: “Questa è la musica
che piaceva tanto a lui”.
Sergio Tolstoi, avvertito del mio arrivo, manda ora una ragazzina bionda a dirmi
che sarò ospite accetto. Egli mi attende sull’atrio della palazzina. Una figura
alta e corposa; dal ciglio arruffato, dall’occhio pungente, come il padre suo.
Ma si vede che è stanco, carico di anni. Vicino a Sergio, Elena, canuta sotto
una cuffia nera, con uno zimarrino bianco, le pianelle di fibra, la gonna
pieghettata a volanti, sorride con le guance accese e lustre, stringendo le
pupille miopi dietro gli occhialetti a stanga. Sua madre era sorella del Grande.
Un ritratto è appeso alla parete e la somiglianza fa prova di eredità.
Al mio apparire stanno quasi perplessi. Gente avvezza al silenzio, anime
segregate. Ora vengo introdotto in un salottino, tra mobili dell’Ottocento,
tendaggi verdi sdruciti, fotografie giallastre, scaffali polverosi, gremiti di
vecchi libri. L’uscio a vetri cigolando si richiude. Eccoci risaliti di mezzo
secolo, avvolti nel passato, presi in quest’atmosfera di pace pensosa e di
meditazione vigilante. Una scala ripida conduce al piano di sopra. Qui c’è la
luce, le cose diventano vive. Si trattiene il respiro, si cammina in punta di
piedi. La contessa dice: “In questa casa egli mi ha conosciuta bambina, quando
tornai dalla Francia e dall’Inghilterra. Non pronunciavo parola di russo; fu
proprio lui ad insegnarmi la lingua madre”.
Questa pia gentildonna parla con voce sottile, grandi pause, nessun gesto, un
vago tremito nelle pupille. Non è abituata a con dare memorie con gente
forestiera.
Passiamo in una grande sala rischiarata dalle pareti opposte; il riflesso degli
alberi e del cielo la inonda di luce verde e azzurrina. Una tavola rettangolare
occupa il centro; mobili, pianoforte e divani sono conservati come allora: la
posizione delle seggiole, dei vasi, delle lampade è immutata. A capo tavola era
il suo posto: questi i suoi piatti, questa la sua scodella e la posata che
adoperò fino all’ultimo giorno.
Una grande metodicità caratterizzava la vita del Maestro.
> “Egli mangiava separatamente da noi”, dice il figlio. “Fino a mezzogiorno si
> tratteneva nel suo studio a lavorare. Poi lo vedevamo comparire da quell’uscio
> con la sua veste da camera lunga, un libro in mano; girava lento intorno alla
> tavola, si interessava alla salute nostra, si affacciava qualche istante alle
> finestre e poi sedeva qui”.
I due fissano il posto vuoto e restano alcuni istanti con gli occhi fermi. Alla
parete sono appesi diversi ritratti: il vecchio conte che edificò la villa
ampliando i poderi, il padre del poeta e poi la moglie sua; da un lato è
riprodotto a tinte vivacissime il busto di una giovinetta dalle grandi trecce
nere arrotolate sulla nuca. La contessa Elena alza lo sguardo verso di lei e
indicandomela esclama:
> “Questa è Natascia che ha tanta parte nella vicenda di Guerra e pace. Infatti
> aveva una voce bellissima e due occhi splendenti, come sta scritto nel libro.
> Quest’altro che avete osservato è pure un personaggio del maggiore romanzo: il
> padre del Principe Andrea, colui che in punto di morte fa ammenda dell’aspro
> suo carattere e piega a mitezza. Era un avo di Tolstoi. E lo ha dipinto con
> cruda verità. Al contrario osservate qui: è il ritratto della moglie: colei
> che appare in Anna Karenina sotto il nome e la veste di Kitty: la sposa
> fedele. Non vi sembra che anche fisicamente le somigli?”.
È uno stranissimo discorso. Gli intimi famigliari chiedono a me, estraneo, una
conferma di somiglianza e di identità. Quei personaggi, quei volti sembrano
staccarsi e prendere vita al richiamo di tanta evocazione. Ed io mi rendo conto
che i rapporti si invertono. Le immagini restano vive nel ricordo di questi
medesimi superstiti non perché riproducono persone di carne, ma perché diedero
suggerimento alla fantasia di quell’immenso artefice. È il romanzo che li ha
resuscitati e che li conserva in piena forza di anima e di passione. La seconda
vita prevale sulla prima. La finzione poetica li ha resi più reali della stessa
realtà. Mi sento chiedere se io rammento la bella voce di questa fanciulla e il
suo temperamento irriflesso, e la sua personalità inquietante, o se tengo a
memoria l’incidente del ritardo che scompigliò le nozze del poeta. Anche questo
è narrato nelle pagine immortali di un libro suo, e l’episodio cessa di
appartenere alla cronaca intima di una famiglia per diventare patrimonio
dell’umanità. Mai come ora ho sentito la forza miracolosa della creazione
artistica. Così i frammenti di questa casa ridanno vivo ad ogni istante l’uomo
grandissimo che toccando le cose caduche dell’esistenza le ha rese eterne ed
universali.
> “Questo è lo studio. Anna Karenina fu terminata lì, sullo scrittoio. Qui venne
> anche composto il racconto dell’epopea napoleonica: il poema santo del popolo
> russo”.
Io mi siedo sullo scanno bassissimo. I gomiti, scrivendo, restano alzati e il
mento quasi urta contro il margine della tavola. “Ha voluto così”, dice Sergio
Tolstoi, “perché la miopia l’obbligava a tenere l’occhio vicinissimo al foglio”.
C’è una stampa di Raffaello alla parete e sotto la stampa un divano assai
largo.
Sono venuti al mondo su quel divano quattro figli del poeta. Per questo egli lo
volle sempre accanto a sé: di quando in quando, alzandosi dallo scrittoio, vi si
andava a riposare. Mi si mostra in un angolo dello studio un tavolino più
piccolo.
> “Qui, dalla mano di mia madre, il manoscritto di Guerra e pace fu ricopiato
> sei volte”.
La contessa dormiva in un’altra camera: grande, tutta sparsa di fotografie
com’era in uso al finire del secolo. Amava circondarsi delle immagini di tutti i
suoi figlioli. Il segreto di quella tormentatissima vita coniugale fu reso noto
dalla pubblicazione di un diario postumo. Sergio rammenta la malattia della
madre, rammenta la chiusa disperazione del padre. I due si amavano e non si
intendevano. Ciascuno urtava contro i limiti della personalità dell’altro; ne
soffriva il peso e la resistenza. Destinati a incontrarsi oltre i limiti della
vita. Entrambi credevano all’eternità.
Passiamo alla camera dove Tolstoi si ridusse negli anni estremi. Qui egli
scrisse certe parole potenti e vertiginose del diario suo, quando abbandonati i
campi dell’arte si cimentava sugli strapiombi nudi della meditazione tendendo le
braccia a Dio.
> “Il corpo mi pesa, bisogna guardare con gioia alla sua distruzione”, oppure:
> “La morte è certamente un prender sonno e probabilmente un risveglio”.
Il figlio lo ricorda vivo e parlante nel travaglio arroventato di quell’epoca.
Insofferente davanti ai medici, insofferente degli ospiti che profanavano la
solitudine sua. Lunghe assenze nei boschi, cavalcate invernali sotto la neve.
Poi l’infermità del corpo si inasprisce e rende più viva la fiamma dello
spirito. Non nasce in lui pensiero che non porti scolpita dentro la morte.
Perché egli guarda e giudica le cose del mondo cogli occhi avvezzi a contemplare
l’infinito.
> “Io ricordo”, mi dice Sergio posando una mano sul guanciale, “i giorni della
> prima rivoluzione, 1905. Egli soffriva in tutte le fibre. Cercava di non
> incontrare anima viva. Seduto non poteva rimanere. Scriveva durante la notte e
> non mangiava che pochissimo. Non rispondeva agli appelli dei famigliari. Un
> giorno gli chiesi che cosa egli pensasse dei cruenti moti operai: se a
> giudizio suo le masse lavoratrici avevano o non avevano diritto di combattere
> per la conquista di una maggiore giustizia sociale. Mio padre fatto pensoso
> rispose a me con una parabola, che non dimenticherò mai…”.
Qui Sergio si interrompe un attimo, passando la mano sulla fronte altissima. La
nipote Elena, aggiustata la cuffietta sulle trecce bianche, lo guarda fisso.
Silenzio intorno a noi: nella piccola camera, sul letto deserto la sera riflette
un bagliore di nubi erranti. Allora il figlio evoca direttamente le parole del
genitore: “Nel tempo che ero giovane mi accadde di compiere un viaggio con un
compagno ufficiale cadetto: un temperamento iroso e prepotente. Ci mettemmo
sulla slitta. Dopo la prima tappa la strada apparve subitamente sbarrata; il
transito era interrotto. Il mio compagno irritato scese dalla slitta e ingaggiò
un aspro diverbio contro coloro che apparivano responsabili del guaio. Poi
passando alle vie di fatto distribuì tale scarica di legnate che tutti ne
presero spavento. Fu tolto lo sbarramento e la slitta passò. Allora il cadetto
mi chiese con aria trionfante se io fossi contento del risultato. Io ero
contento di proseguire il viaggio… ma il mezzo adoperato dall’altro non finì di
piacermi e la coscienza mi ammoniva che sarebbe forse stato meglio portare
pazienza ed aspettare il nostro turno, anziché ricorrere alla violenza e alla
brutalità”. Così ha risposto senza aggiungere altro. Una parabola di stile
evangelico: colui che può capire, capisca. E soggiunge:
> “È ben meglio che il mio povero padre sia morto prima della grande
> rivoluzione. Dio gli ha risparmiato un nuovo tormento”.
Ma l’epilogo fu terribile. Per questa porta è disceso l’ultima sera. Temeva di
svegliare la moglie, di suscitare l’allarme, di essere inseguito. È passato di
qui: un pertugio conduce alla scala di servizio. Noi scendiamo: i passi fanno
rumore sordo. Pareti intonacate di grigio, odore di vecchio ripostiglio. In una
camera terrena dormiva il dottore. Egli lo ha svegliato dicendogli: “Bisogna
partire”. Il resto è noto. Ordine di apprestare la carrozza. Una corsa sulla
neve verso la stazione ferroviaria, l’arrivo a convento dove la sorella badessa
lo accoglie sfatto nell’anima e nel corpo.
“Vostra madre non vi ha mai con dato particolari di quell’incontro?”. Elena un
po’ curva poggiando il gomito allo stipite della porta annuisce col capo,
abbassa lo sguardo, come chi fruga dentro le viscere della memoria.
> “Mia madre mi disse che vedendolo entrare nel parlatorio del convento ebbe al
> primo istante timore che egli procombesse sfinito. Poi si accorse che
> un’immensa, disperata energia spirituale sorreggeva il corpo fragile. Non fece
> a tempo a offrirgli ospitalità che egli manifestò il proposito di ripartire
> subito. Temeva di essere inseguito. Voleva morire in povertà, solo. Nessuno
> riuscì a trattenerlo. Sorretto dal medico riprese poco dopo in ferrovia il
> cammino del sud. Il male lo arrestò a mezzo…”.
Giunsero più tardi i figli attorno al suo capezzale in quel ricovero
improvvisato nell’ora estrema.
“Voi ricordate quei momenti?”, chiedo a Sergio Tolstoi, mentre usciamo dalla
camera terrena verso il giardino. È quasi notte: il bosco stormisce, la terra
odora, la voce dei campi è spenta, un contadino passeggia sotto l’albero gigante
dinanzi alla casa antica.
> “Nell’ultima ora egli era sereno”, dice a me il figlio, “completamente
> pacificato con la coscienza propria, con gli uomini, con la vita. Rammento che
> egli mi riconobbe chiaramente all’atto in cui passai la soglia. Mi fece un
> cenno debole della testa. Poi disse: ‘Perché vi occupate tanto di Leone
> Tolstoi? Occupatevi di coloro che hanno più bisogno di me’. In questo modo
> morì”.
Ora il contadino si avvicina a noi, domanda a che ora voglio ripartire questa
notte da Jasnaja Poliana.
“Verso le due”, rispondo, “per giungere in tempo al treno del mattino”.
“Sarà pronta la vettura”.
“Quest’uomo”, esclama Sergio, “è il medesimo che portò il padre mio nell’ultimo
viaggio. Ora il governo gli ha passato un assegno modesto; egli vive con noi di
ricordanza”.
Pioviggina; i due ospiti si trattengono salutandomi sulla soglia di casa. Ma un
desiderio mi punge ancora, e lo confido al vecchio servo; con lui entro nella
foresta. È notte, biancheggia soltanto la scorza dei platani. L’uomo regge la
lanterna ed apre il cammino dentro il groviglio di arbusti. La pioggia fu
suonare il bosco. Un viottolo conduce in un luogo solitario sul limite di un
burroncello tra piante d’alto fusto. D’un tratto il contadino si arresta, toglie
il berretto e mostra un monticolo di terra bruna, sparsa di foglie morte e
intrisa di rugiada. Abbassando la voce esclama: “Sta sepolto qui”.
Vittorio Beonio Brocchieri
L'articolo “Scriveva durante la notte e non mangiava che pochissimo”. Gita a
casa Tolstoj proviene da Pangea.
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Fin dall’attacco, l’evangelista Marco ci prende per i capelli gettandoci in una
vicenda vorticosa – di fuggiaschi. Nei primi quarantacinque versetti del più
antico tra i Vangeli, c’è tutto: la profezia e l’arresto, il profeta – Giovanni,
“che si cibava di locuste e di miele selvatico” – e gli accoliti, i seguaci – in
verità: i braccati dal Cristo, i chiamati –, “pescatori” che saranno “pescatori
di uomini”; c’è il tempio e il deserto, c’è il male e il maligno, c’è la lotta
cosmica – contro gli spiriti impuri – quella intellettuale – contro gli scribi –
quella domestica – “la suocera di Simone giaceva febbricitante nel letto”. Ci
sono indemoniati e lebbrosi, c’è la guarigione e la scomparsa – la compassione
di Gesù, la fantomatica reticenza (“Bada, non dire quello che è avvenuto ad
alcuno…”). C’è l’uomo e il disumano; il battesimo e la supplica; la sequela –
dei discepoli, degli scelti – e l’inseguimento – di tutti gli altri, le città
intere: “tutti ti cercano”.
È una corsa verso il sepolcro vuoto, il vertiginoso Vangelo di Marco – è il suo
ritmo a stordirci: trasuda vita, essuda pietà. Lev Tolstoj lo metteva ai vertici
della letteratura mondiale; lo preferiva a Shakespeare. I versetti che
sigillano, consacrano e danno il via all’evento evangelico mi pare siano l’11 e
il 12: non appena la “voce dall’alto” riconosce che Gesù è “mio Figlio, quello
amato”, “lo Spirito lo spinse nel deserto”. All’acqua battesimale fa seguito la
sete assoluta; dal Giordano si va al deserto; la parentela – Giovanni, il
cugino; Dio, il Padre – sfocia nell’orfanità; il riconoscimento dev’essere
sancito dalla suprema prova. La sintesi di Marco – una grazia – è brutale: “là
[nel deserto] rimase per quaranta giorni, sempre tentato da Satana. Egli stava
assieme alle bestie feroci mentre gli angeli lo servivano”. Contro i veleni di
Satana è di conforto, per Gesù, la compagnia dei predatori – therion – e degli
angeli, i suoi diaconi (diakoneó è il servizio che offrono al loro padrone).
Gesù si trova a suo agio tra le bestie selvagge – tutt’uno col mondo – e con gli
angeli – le divine aquile dell’altro mondo –: parla le lingue degli angeli e
quelle degli animali. L’uomo – che chiama, guarisce, sfama – gli è difficile:
Gesù inizia il proprio magistero quando Giovanni viene confinato in prigione e
“iniziò a educare alla Parola” (1, 21; più suggestivo del neutro
“insegnare”). Il verbo va rialfabetizzato dal Verbo.
Ma queste sono ciance. Chi ha pratica nel Vangelo, sa che il testo è infinito,
che sconfigge ogni tentativo di trarre leggi dai suoi abissi, modi d’essere dai
suoi continui sconfinamenti. Il Vangelo sfugge: non dice come dobbiamo
essere, mostra l’essere. A Gian Ruggero Manzoni – poeta, artista, romanziere,
saggista, amico –, che si rifà – lo dice subito – “alla Chiesa delle Origini,
ritenendomi, ancor oggi, un Cristiano delle Origini”, dobbiamo una traduzione
di Marco (De Piante, 2026) di lacerante potenza. A dispetto di altri tentativi,
non si vuole ‘attualizzare’ il Testo – l’assoluto non si stiva in umane
cronologie, in effimere congreghe –, non si vaga tra sofismi o esotismi; non si
glassa il Logos con caramello lirico. Manzoni opera una traduzione arcaica, che
va letta armando il tamburo: lenta liturgia che scaccia gli spiriti impuri –
parola facile al fuoco, docile all’essere in armi e a ornare di baci il
lebbroso.
Tra i poeti italiani che ragionano intorno al Testo (alcuni li ho stipati in un
Salterio dei poeti fuori commercio, costruito in feroce clandestinità), ricordo
Andrea Ponso (inabissato biblista), Marco Merlin, Giancarlo Pontiggia. Lunga è
la relazione di Gian Ruggero Manzoni con il testo biblico: Esodo uscì per
Raffaelli nel 2010; per De Piante si conclude una specie di trilogia che conta,
oltre a Marco, Genesi (2022) e Isaia (2024). Al di là di Guido Ceronetti e
dell’inafferrabile Emilio Villa, l’altro analogo letterario nel nostro canone –
più pertinente – è Massimo Bontempelli, che ha tradotto il Vangelo di
Giovanni, Apocalisse, Giobbe, il Cantico dei Cantici e il libro della Sapienza;
segue, in ragion d’onore, Erri De Luca. In tutti i casi, però, si tratta di
traduzioni che vanno – ideologicamente o esteticamente – al di là del testo.
Traduzioni in cui l’idea, per così dire, previene il testo. L’opera di Manzoni
entra nel sacrario: rende Marco più Marco di Marco. Manzoni è come quel
“giovinetto, che sempre lo aveva seguito”, che resta fino all’arresto di Gesù,
mentre tutti lo hanno abbandonato, sono fuggiti, e infine scappa, “nudo”, dopo
che gli hanno tolto il lenzuolo che lo rivestiva. Ecco: su quel lenzuolo è stato
scritto il Vangelo.
Insomma: è ora che parli Manzoni.
Genesi, Esodo, Isaia, Marco. A che pro tradurre la Bibbia? Credi che dolo e
frainteso stiano a minare le attuali traduzioni in italiano? O è un tuo lavoro
personale che rendi pubblico: scavo interiore, nelle interiorità del linguaggio?
Dì.
Il tutto rientra in un mio percorso al fine di raggiungere la figura del Cristo.
Origine, deserto, erranza mistico-culturale, Isaia che annuncia la venuta di
Emmanuele il Figlio di Dio e ciò che ha fatto il Figlio di Dio divenuto Figlio
dell’Uomo in un brevissimo lasso di tempo… in neppure due anni terrestri di
vita. Ho sempre amato la figura del Cristo, un essere umano e divino che
affronta la massima pena per giungere al massimo trionfo. Stupendo, anche,
questo viaggiare nel linguaggio dal Vecchio al Nuovo Testamento deliziandomi col
greco antico, con l’aramaico, con l’ebraico dei primordi, con il latino
“volgare” di San Gerolamo quindi con l’italiano quattrocentesco del monaco
camaldolese Nicolò Malermi… con la Bibbia Malermi… stampata in Venezia nel 1471.
La mia traduzione e cura del Vangelo di Marco, il primo a dare voce e parola
scritta al Cristo, in parte sradica certi voli prettamente e vanamente religiosi
incistatisi nei secoli. Il mio Cristo è sì il Dio che vuole provare sulla sua
stessa carne cosa significhi essere la sua creatura, ma è anche l’uomo che
diviene il Dio che lo ha creato. Oltremodo singolare la faccenda. Oserei dire
arcana, enigmatica, ermetica. Infine il Cristianesimo Cattolico, la mia
esaltante professione di fede, unisce in sé spirito e sangue, pane e antropofaga
brama di ingoiare eucaristicamente il simbolo dell’unione con la propria
divinità divenendone tempio di pelle, muscoli, grasso, urina, feci, sperma o
umori vaginali. Ebbene sì, noi Cristiano Cattolici mangiamo ad ogni Messa ciò
che simboleggia l’alleanza con il nostro Dio e quindi lo stesso nostro Dio. Non
ci accontentiamo di venerarlo, lo ingoiamo anche, e con Lui ci mangiamo anche
l’intera Bibbia.
Qual è lo scarto di rivelazione, il passaggio di sapienze, la consegna che
separa il Primo dal Nuovo Testamento. Quale, anche nel linguaggio, la torsione
di tale testimonianza, la diversità?
Il linguaggio dell’Antico Testamento è innegabilmente orientato verso l’azione,
quindi verso la concretezza, passando dall’aramaico all’ebraico antico. Al che
risulta lingua epica che via via sempre più si rafforza con non celata enfasi.
Non avendo termini astratti usa metafore legate alla natura, all’agricoltura,
alla gestualità quindi alla fisicità. È una lingua caratterizzata da un
vocabolario definito, sostanziale, intriso da un uso persistente di immagini
sensoriali e avente una struttura paratattica, litanica, predisposta al venire
cantata liturgicamente prima nel Tempio, dai sacerdoti, dai Sadducei, quindi in
sinagoga dai rabbini, mantenendo un timore reverenziale nei confronti di Dio…
mentre il linguaggio del Nuovo Testamento è, in tutti i Vangeli, la
variante koinè del greco antico, cioè quella usata per rendere il testo
maggiormente fruibile, penetrabile, semplice, perciò maggiormente avvicinabile
da tutti. Il koinè era, allora, cioè nel primo secolo dopo Cristo, parlato in
tutto il bacino del Mediterraneo e nel mondo cosiddetto civilizzato. Pur
conservando in sé rimandi fortemente semitici eludeva i canoni o codici chiusi,
l’“eliterialismo”, il classismo, aprendosi all’amore… all’agàpe totale… oserei
all’armonia universale e a un sentimento familiare anch’esso cosmico.
Il koinè era lingua pratica, non retorica, non rigida, fluida, più aperta
all’innovazione e al cambiamento, come sono, di solito, le forme colloquiali di
tutte le lingue. Del resto, il Dio del Nuovo Testamento è un Padre
caratterizzato da bontà, soavità e delicatezza.
Perché Marco? Perché è il primo, il più veritiero, il più fulgido, il più
frugale… perché? [Intendo chiederti: affronterai anche gli altri, i sinottici e
Giovanni?]
No, o, almeno, per ora non entrerò anche nei restanti tre Vangeli o in altri
libri sacri della nostra tradizione. Poi, detta in accezione diretta, Marco,
seppure primo Vangelo spesso dimenticato a livello liturgico, già fa intendere
tutto riguardo il Cristo e il periodo storico in cui il Cristo è vissuto.
Inoltre risulta sintetico, in esso non appaiono eventi descritti in accezione
mirabolante, infatti molti miracoli, che ingigantiscono i restanti tre Vangeli,
non vengono riportati… e ciò fa pensare non poco… inoltre, la versione originale
di Marco, si concludeva con le donne che trovavano il sepolcro vuoto e con il
ragazzino-angelo che comunica loro che Gesù le aspetta in Galilea da lì a poco.
Quindi, quale ciliegina sulla torta, Marco per me risulta quale unico degli
Evangelisti che ha avuto il dono di aver visto poi avvicinato Gesù in vita.
Nell’introduzione al libro ho affrontato questi argomenti, come altri, che
reputo facciano oltremodo luce riguardo il “fenomeno Cristo”.
Traducendo: qual è il versetto – uso un tuo aggettivo – più ‘sconcertante’? Ti
sei accorto di dissonanze e discordie tra la tua traduzione e quella della CEI?
Fammi esempi testuali.
Le maggiori differenze tra la mia versione e quella CEI risultano nel tono usato
per narrare, nel tempo passato che nella mia versione sostituisce il presente e
nei versi finali aggiunti in seguito. Dal 16, 9-20 non è la voce di Marco che
racconta ma quella di altri venuti dopo di lui. Comunque, il vero nodo sta nei
versetti 4,11 e 4,12, cioè quando Gesù dà spiegazione agli Apostoli del perché
racconti parabole alla gente comune o a coloro che ancora non hanno accolto la
Buona Novella, a “quelli fuori”, come li definisce, ricorrendo al “profetizzare”
di Isaia. Ecco i versi in greco antico: (4,11) kαὶ ἔλεγεν αὐτοῖς, Ὑμῖν τὸ
μυστήριον δέδοται τῆς βασιλείας τοῦ θεοῦ· ἐκείνοις δὲ τοῖς ἔξω ἐν παραβολαῖς τὰ
πάντα γίνεται (4,12) ἵνα βλέποντες βλέπωσιν καὶ μὴ ἴδωσιν, καὶ ἀκούοντες
ἀκούωσιν καὶ μὴ συνιῶσιν, μήποτε ἐπιστρέψωσιν καὶ ἀφεθῇ αὐτοῖς. La versione CEI
è questa: “A voi è stato confidato il mistero del Regno di Dio; a quelli di
fuori invece tutto viene esposto in parabole, perché: guardino, ma non vedano,
ascoltino, ma non intendano, perché non si convertano e venga loro perdonato”.
Ecco, invece, la mia versione: “Egli disse loro: A voi è stato consegnato il
mistero del Regno di Dio; invece, a quelli fuori, il tutto viene divulgato per
mezzo di racconti, affinché osservino ma non vedano e odano ma non comprendano,
così che mai si convertano e questo, a loro, lo si possa perdonare”. In tal modo
io ho inteso il famoso “segreto messianico” e la misericordia nell’assolvere
coloro che non sanno e continuano a non voler sapere.
Marco termina sul baratro, sul sepolcro vuoto, sulle impaurite donne. Dov’è il
Risorto? Cosa è successo?
Finale filmico quello di Marco, versetto 16,8. Del Gesù risuscitato non se ne
parla, così che il mistero perduri o, meglio, così che il mistero nel mistero
dilati la componente enigmatica che ha sempre accompagnato la figura del Cristo.
Meraviglioso ciò che chiude la versione originaria di questo primo Vangelo: “kαὶ
ἐξελθοῦσαι ἔφυγον ἀπὸ τοῦ μνημείου, εἶχεν γὰρ αὐτὰς τρόμος καὶ ἔκστασις· καὶ
οὐδενὶ οὐδὲν εἶπαν, ἐφοβοῦντο γάρ”… “Uscite che furono, le donne fuggirono dal
sepolcro atterrite e frementi, e nulla dissero ad alcuno, quali prede,
com’erano, della paura”. Del Cristo dice solo un ragazzetto-angelo, il quale
faceva di guardia alla tomba vuota. Il silenzio delle donne non è una
disobbedienza, ma una reazione di fronte al mistero sconvolgente della
risurrezione. La paura umana cede il posto alla potenza divina. Quindi il tutto
si dissolve, divenendo ulteriore astrazione dello spirito, sparendo poco a poco,
fino a svanire.
Dedichi la prima parte del tuo studio a sviscerare la storia di Gesù, come se
fosse quello l’autentico ‘libro’. Perché? O meglio, cosa hai scoperto che già
non sapessi di quella enigmatica figura?
Il Vangelo di Marco, seppure in sintesi, a fianco dell’aspetto mistico-religioso
inquadra, anche, il momento storico in cui certi fatti succedono, così che ben
si comprende quale fosse il tipo di società ebraica del tempo e il come i Romani
si muovessero in Palestina. Perciò importante arricchire l’introduzione alla
lettura con note delucidanti sebbene semplici, in modo che il lettore, quel
tanto ignaro, riesca a dare costrutto maggiormente compiuto al racconto.
Qual è infine l’insegnamento profondo del Vangelo?
Che il Cristo fa parte della nostra tradizione per una infinità di motivi che
continuano a sfociare nel mare infinito del presente e perdureranno a sfociare
anche nel mare infinito del futuro. Sempre valida la frase agostiniana “In Illo
uno unum”… “Nell’unico Cristo siamo uno”.
…e la tua poesia? È confermata o sconfitta dal confronto con il Vangelo?
Insomma: cosa scrivi ora? Dammi testimonianza viva.
Come antitesi sto sondando con la parola il nulla o, meglio, sto indagando il
nulla della parola scritta. Non scordiamoci che il Cristo ha solo detto, mai ha
usato, con umiltà, penna e calamaio.
*In copertina: Marco evangelista secondo Vladimir Borovikovskij, 1804-1809
L'articolo Ingoiare Dio, mangiare la Bibbia. Dialogo con Gian Ruggero Manzoni
proviene da Pangea.
Sette sono – a cavallo dei secoli XIX e XX – i grandi nomi, in alcuni casi
apocalittici come i famosi cavalieri biblici, della letteratura cattolica di
Francia: senza dimenticare il ruolo di Villiers de L’Isle-Adam, di Francis
Jammes, e di altri ancora, Charles Baudelaire, Paul Verlaine, Joris-Karl
Huysmans, Paul Claudel, Léon Bloy, Charles Péguy, e, per finire, Georges
Bernanos. Nel caso degli ultimi tre di questi sette nomi, lo sforzo della
scrittura assume toni particolarmente vibranti, traccia evidente di un lavoro
artigianale che trascende la letteratura e che fa sentire tutta la fatica, la
materialità della parola messa su carta; questo certo né un fatto accidentale né
un dato secondario per la comprensione del settimo, nato a Parigi nel 1888 e
morto a sessant’anni.
Lo ha d’altronde esplicitamente confessato egli stesso in un passo de I grandi
cimiteri sotto la luna:
> “No, io non sono uno scrittore. La sola vista di un foglio di carta bianca mi
> disanima. Lo speciale raccoglimento fisico imposto da un tale lavoro m’è così
> odioso che l’evito sinché posso. Scrivo nei caffè, col rischio di passare per
> ubriacone, e di fatto lo sarei forse diventato se…”.
Lo sarebbe forse diventato se il demone della scrittura e l’orientamento che
essa assunse nella sua penna non l’avessero colto, e se non avesse trovato
quello strano equilibrio tra immersione negli altri e distacco dalla folla che
contraddistingue più di un “collega” dei tempi: per esempio Maurice Barrès,
oppure lo stesso “estroso” Huysmans, o il nomade D. H. Lawrence, o il collabò
Pierre Drieu La Rochelle. E paradossalmente lo sarebbe forse diventato se non
avesse trovato proprio quella fatica figlia prediletta, primogenita di quel
demone che lo attanaglia, come ammette poche righe prima di quella dichiarazione
di “poetica” del cuore: l’“a che pro?”.
Il pro non è certo lo stile letterario, sebbene lo stesso Drieu lo annoveri tra
“i grandi stilisti che rendono onore alla nostra generazione” e tra i pochi veri
cristiani dei tempi moderni – a fronte delle gravi mancanze della Chiesa, in
quanto istituzione –, tutti per questo poeti, come lo furono Nerval, Rimbaud e
Verlaine, consustanzialmente dotati di un modus letterario, tutto originale.
Il pro è la ragione che lo tormenta. Non una ragione, né tantomeno la ragione
dei Lumi, bensì la ragione. Quella del cristianesimo, la quale, come nel caso di
Bloy e di Péguy (forse i soli due scrittori che, per Bernanos, furono davvero
necessari alla sua attività, anche perché, per lui come per questi suoi maestri,
il cattolicesimo non è ascesi, bensì immersione nella realtà, con tutto
l’impegno fisico e morale che ciò comporta), vuole applicare alla scrittura
affinché si dispieghi nel mondo, nella vita, nei dibattiti politici, negli
eventi politici, in maniera concreta, sebbene sia un arduo lavoro (Carlo Bo,
presentando il ‘Meridiano’ dei suoi romanzi, fa riferimento al mito di Sisifo,
per descrivere il demone di un autore che non per nulla esordì con Sotto il sole
di Satana, libro che definire dai toni inquieti, e tormentato, è un eufemismo),
ma – stoicamente volens aut nolens – il suo, dal quale non può e non vuole
distaccarsi, pur sapendo che, una volta partito verso l’avventura dello
scrivere, non c’è ritorno. Il prezzo che si paga è l’esser tagliati per giorni
fuori dalla vita, per poi restituirla con modi differenti.
Eroe santo – in senso “laico” (ovviamente) – che così si spiega: “ho sognato di
santi e di eroi”, e che così chiosa: “le forme intermedie le ho trascurate
perché mi sono accorto che esistono appena”; l’autore di Diario di un curato di
campagna, membro in gioventù dei Camelots du Roi, lasciò l’Action Française di
Charles Maurras, autore di uno dei testi cui più fece riferimento, L’avvenire
dell’intelligenza, per disporre del massimo di libertà per “comprendere” e non
fare come capita ai tanti sventurati preda del delirio, i quali finiscono per
“inciampare in un’ingiustizia accuratamente nascosta sotto l’erba, come un
trabocchetto”, e pensare con Dio, il Cristo.
Roger Nimier, suo figlioccio letterario, ha colto puntualmente il senso della
sua rottura con l’Azione:
> “L’universo di Maurras, privo di Dio, esige comunque una trascendenza d’idee
> che mantenga la forma delle cose. Viceversa, con Dio, Bernanos si trova a pie’
> pari nel secolo […]. Per lui la vera trascendenza è molto più alta, e se vuol
> smuovere la Storia, le basta mutare i cuori”.
*
All’epoca dei Camelots du Roi, Bernanos, e con lui molti altri giovani di
destra, era finito in prigione per alcuni scontri e tumulti di piazza, e aveva
persino partecipato a un fallito complotto inteso a restaurare la monarchia in
Portogallo, e ancora, seppur riformato alla visita di leva, aveva preso parte da
volontario alla Prima guerra mondiale, venendo più volte ferito, e meritandosi
una decorazione.
All’azione preferirà ben presto la scrittura, e allo stare al fianco di Maurras,
schierato per un monarchismo senza Dio, l’autonomia intellettuale e l’esilio,
prima in patria, poi in Brasile, per dedicarsi unicamente al racconto di vite di
personaggi che sono spesso giovani, disagiati e poveri – come esemplarmente la
Mouchette poi trasposta sullo schermo da Robert Bresson –, nei quali tuttavia a
trionfare è l’umanità, e la grazia, quella evocata dal suo moribondo curato,
alla fine del suo romanzo più famoso.
La chiave è lo spirito di povertà che anima i santi di Bernanos, e che si fonda,
come nel suo cuore, sulla speranza che a sua volta ha le proprie basi nella fede
nella compassione di Dio – “la dolce pietà di Dio”, ovvero “la profonda
Eternità” –, che egli è in grado di distillare sapientemente e correttamente
anche da un romanzo come il Viaggio di Céline, pure in tutta la sua crudezza. È
la monarchia, secondo l’autore parigino, a garantire la crescita del cristiano,
vale a dire di un uomo che sia davvero libero, e, come scrive, sempre
appassionatamente, Nimier ne Le Grand d’Espagne:
> “Monarchico, chiede molto al suo Re e più ancora ai francesi. La virtù è un
> affare con Dio, ma l’onore è il garante del temporale. Tale è la chiave del
> suo ragionamento politico”.
Ma è anche l’infanzia, tema frequentatissimo dalla letteratura francese di
quegli anni (tra gli altri I ragazzi terribili di Jean Cocteau, Dalla parte di
Swann di Marcel Proust, Morte a credito di Louis-Ferdinand Céline, ecc.) e che
(con Zero in condotta di Jean Vigo, con I quattrocento colpi di François
Truffaut, con Mes petites amoureuses di Jean Eustache, ecc.) troverà poi il suo
spazio nel cinema.
Essa gioca, per l’autore della storia di Mouchette, il ruolo di luogo ideale
d’educazione alla vita; rappresenta la profondità stessa della vita, come
suggerito anche da Montherlant, che pure v’insinua accenti erotici, e sulla
quale poggia il cristianesimo, come suggerisce l’immagine popolare del Natale,
la mangiatoia col Bambino, decisamente più grande, agli occhi di Bernanos, di
una dipendenza del palazzo di Erode, simbolo invece di un mondo altrettanto
vecchio, ma anche meno solido, quello borghese.
La borghesia è un nuovo Impero, del XIX secolo, della finanza, cui oppone la
monarchia, e il presepe, la culla dello spirito, che rimanda ai ricordi
d’infanzia, tra le pagine de I grandi cimiteri sotto la luna:
> “All’epoca della mia giovinezza, abitavo in una vecchia cara casa tra gli
> alberi, in un minuscolo borgo del contado di Artois, pieno di mormorii di
> foglie e d’acque correnti”.
Tutto comincia in una piccola realtà, come quella di una dimora di campagna. È
qui che esiste, se esiste, una patria, fatta d’aria e di terra, d’acqua e di
alberi. È la terra dei padri, contesto della fanciullezza e delle tradizioni,
quelle concrete del cristianesimo, a un tempo locali e universali, non della
Tradizione astratta di Guénon, né tantomeno dei concili vaticani
modernizzatori. In tale spazio esisteva una dottrina che era attitudine di vita,
garanzia di libertà – perché, secondo Bernanos, “solo l’uomo libero può amare”
–, e il senso di povertà di cui ha raccontato le storie, in presenza di una vera
Chiesa, concretizzata nelle chiesette di paese, anche se, come ha affermato
Stenio Solinas, “il suo è un cattolicesimo da grandi cattedrali”, e fu
d’altronde lo stesso autore di Diario di un curato di campagna, con toni accesi,
a ricordare che era proprio il grande cristianesimo – e con esso la sua virtù
della forza, quella degli eroi, dei santi, dei martiri – ciò che più si era
indebolito negli ultimi due secoli, a opera dei modernizzatori. La logica è
stringente. Quindi: “Senza la virtù della forza, la carità stessa si degrada e
si avvilisce”. Perché: “Ridiscende da Dio all’uomo invece d’innalzarsi dall’uomo
a Dio”.
*
…Ciò accadde in coincidenza con l’affermazione della borghesia. Scrive
Bernanos:
> “Esiste una borghesia di sinistra e una borghesia di destra. Non c’è invece un
> popolo di sinistra e un popolo di destra, c’è un popolo solo. L’idea che io mi
> faccio del popolo non è per nulla ispirata da un sentimento democratico. La
> democrazia è un’invenzione degli intellettuali, all’identico modo, in fin dei
> conti, della monarchia […]. Il popolo esige il lavoro, il pane, e un onore che
> gli sia affine”.
Tuttavia, stando a Bernanos, più che una semplice e circoscrivibile classe
sociale, è una mentalità, la borghesia. È l’antitesi di quanto è descritto da
Péguy ne Il denaro, l’antitesi del mangiare nella mano di Dio, caro a entrambi,
ed è il pensiero di massa dei mediocri, farisei benpensanti che rendono disumano
ogni ambito della società, rovesciando la gerarchia tra l’uomo e il denaro, tra
l’uomo e la macchina, infondendo paura, timore, tramite la sostituzione del
filosofo, del poeta, del soldato e del sacerdote col burocrate, col sociologo,
con lo statistico e l’ingegnere, insomma col “Meccanismo”. Così, la “società
moderna lascia distruggere lentamente, in fondo alla propria cantina, una
meravigliosa creazione della natura e della storia […]: [è] il popolo che dà a
ogni patria il suo carattere originale”.
È questo il suo mondo, il suo humus, ma anche a fronte di un profondo legame con
lo spirito della sua Francia, faro di civiltà, il suo radicamento fu altrove, ed
egli, prima da rappresentante di commercio e poi da scrittore esule per scelta,
fu un vagabondo la cui patria, come detto, fu semmai la fanciullezza, fase della
vita in cui si è forse davvero sentito parlare cristiano, come annota in Les
Enfants humiliés, diario dei primi due anni della Seconda guerra mondiale,
scritto in Brasile, tornando sul tema esposto ne I grandi cimiteri sotto la
luna. E ribadendo:
> “Il mondo sarà giudicato dai fanciulli. Sarà lo spirito dell’infanzia a
> giudicare il mondo”.
Dai bambini oltre che dagli eroi, dai santi, dai martiri, il che è più scontato,
se non altro per la più savia Chiesa, ma quanto alla possibilità di riscattare
il mondo Bernanos ha, soltanto, “l’intima certezza che la parte del mondo ancora
suscettibile di riscatti è solo quella dei fanciulli”.
…E accadde anche in coincidenza con l’affermarsi della nazione. Scrive:
> “Non sono, non sono mai stato né sarò mai nazionale, anche se il governo della
> repubblica mi accordasse un giorno solenni esequie con questa etichetta. Non
> sono nazionale perché mi piace sapere con esattezza quello che sono, e la
> parola ‘nazionale’, di per sé, non è assolutamente in grado d’insegnarmelo.
> Ignoro anche chi l’abbia inventata. Da quando gli uomini di destra si chiamano
> nazionali?”.
Da che trionfa la bestialità, avrebbero risposto Franz Grillparzer, Joseph Roth,
Stefan Zweig, i grandi austriaci.
Bernanos, di suo, tra la Prima e la Seconda guerra mondiale, risponde
ulteriormente che è da quando c’è chi vede nel paganesimo della Germania la
tentazione di una pseudo-morale da padroni – grande tentazione per chi addita
una morale da schiavi, quale sarebbe a loro avviso quella cristiana, cui si può
sostituire, in realtà, solo quella dei predatori, della cupidigia – ma
soprattutto da che la decadenza della Chiesa, così tremenda, è accompagnata da
quella della Francia, che non sta meglio. Anzi, la
“Francia è in stato di peccato mortale, la Francia perde la sua anima. La
Francia è nelle mani dei farisei. Sono i mediocri che, per salvare il resto,
vendono pezzo a pezzo l’onore del mio Paese”.
Mai una battaglia di retroguardia, quale tende a essere quella nazionalista, e
questo a dispetto della visione che poté offrire a Nimier, allorché questi nel
1946 andò a trovarlo nel Quartiere latino, presso l’Hôtel Cayré, dove il suo
maestro era di stanza appena tornato dal suo esilio volontario in Brasile, e con
un paio d’anni di vita da vivere, l’aria di un colonnello ferito a Waterloo, o
di un Grande di Spagna, per l’appunto, il quale avrebbe proseguito la sua lotta
antinazionalista sì, ma per il suo Paese, antifascista e anticomunista a un
tempo, domandando: la “Chiesa ha bisogno delle masse, o le masse hanno bisogno
della Chiesa? Imbecilli!”. Che rincorrono le masse invece di guidarle a Dio,
mentre esse si allontano dalla Chiesa, e mentre la nazione impone una giustizia
che è spesso ingiustizia, “nell’attesa che diventi un’ingiustizia onorata,
sanzionata dai giudici e benedetta dagli arcivescovi”.
*
È in una piccola fattoria bianca e azzurra, nei pressi di Barbacena, oggi
divenuta museo, che lo scrittore aveva scelto di fermarsi, nel suo esilio
brasiliano, e non perché gli fosse piaciuta, ma perché il nome della vicina
collina (Croce delle Anime) lo aveva conquistato. Qui, nella regione del Minas
Gerais, la Central do Brasil, ovvero la locale posta ferroviaria, dal “carattere
a volte un po’ capriccioso”, faceva sì che, alla distanza geografica, immensa e
sofferta, dalla sua Francia, si sommasse a volte un ulteriore sfasamento
temporale. È il caso della lettura ritardata di un articolo del 17 aprile 1942 a
firma del direttore di “O Jornal”, quotidiano che avrebbe in seguito dato
spazio, e più precisamente tra il maggio e il settembre di quello stesso anno, a
una serie di sei articoli del romanziere, successivamente ritradotti in lingua
francese nel secondo dei due volumi dei fondamentali “Saggi e scritti di lotta”,
editi da Gallimard nella Pléiade.
L’autore di Sotto il sole di Satana, in quel di Barbacena, sente in maniera
viscerale il dovere di rispondere a Francisco de Assis Chateaubriand,
proprietario nonché direttore del giornale e del gruppo “Diários Associados”,
futuro accademico brasiliano, il quale, nel suo articolo O novo gauleiter, “Il
nuovo collabò”, esaltava l’idea di una collaborazione, questa volta democratica,
tra Francia e Germania. Un “argomento capitale” ancora oggi per ogni paese
europeo, e a maggior ragione per la Francia, paese che per Bernanos
rappresentava un deposito di valori che sentiva sotto minaccia, tanto da
scrivere nel suo quarto articolo:
> “Basta che si fermi, o che soltanto diminuisca il ritmo del suo ardente
> slancio storico, affinché i parassiti intellettuali che pullulano oggi sul
> mondo come i pidocchi sulla pelle di un animale malato si scaglino
> immediatamente su di lei come su di una preda”.
Quella che difende, e a cui si rifà, è la Francia dalla vocazione universalista
cattolica, deformata dalla Rivoluzione e dai “diritti del cittadino” spesso
confusi con l’istanza che dà il titolo a “La difesa dei valori umani”, uno di
quei sei testi. L’uomo, affermerà ne La Francia contro i Robot, è infatti un
“animale religioso”, e non solo l’“animale economico” che lo ha reso la
modernità:
> “non solo lo schiavo, ma l’oggetto, la materia quasi inerte, irresponsabile,
> del determinismo economico”.
L’orizzonte che intravede in questa nuova collaborazione non è una Pax Europæa,
bensì l’interesse della finanza, l’asservimento della patria, ridotta allo
status di una ballerina del Crazy Horse, o del Moulin Rouge, e i prodromi di una
guerra totale: “Appiccherebbero il fuoco all’umanità per un colpo in Borsa,
senza curarsi un istante di sapere come spegnerlo”, ha scritto ne I grandi
cimiteri sotto la luna. La serie, oltre alla qualità, degli scrittori che hanno
detto la loro sul denaro, la finanza, è impressionante: Balzac, Vigny,
Baudelaire e Zola, Rimbaud (“In vendita i Corpi senza prezzo, […] le abitazioni
e le migrazioni […]! Slancio insensato e infinito”), Bloy, Pessoa, Hamsun e
Pound, Fitzgerald e Péguy, D. H. Lawrence e Henry Miller, Drieu La Rochelle e
Céline, Rebatet e Montherlant, senza dimenticare né Dostoevskij, giocatore
d’azzardo, né il John Updike di Sei ricco, Coniglio. Bernanos, lui, fa ancora
eco a Péguy, secondo il quale il “denaro è tutto, domina tutto nel mondo
moderno”. Comune è dunque la denuncia della sovversione dei valori con l’avvento
di una sola legge, quella economica. Un sistema di cui i due contestano il senso
e la tenuta razionale.
Il “dandy del presepe” e altero cavallerizzo di Barbacena, di suo, ricolmo di
una profonda amarezza per la propria patria, sprezzava il denaro. L’attualità di
questo esule di una guerra di ottant’anni fa deve dunque colpire, perché la
questione non è risolta, ma è anzi più essenziale che mai.
Marco Settimini
*Per gentile concessione si pubblica l’introduzione di Marco Settimini a:
Georges Bernanos, “No! Antologia di testi critici e di lotta”, De Piante, 2025
In copertina: Georges Bernanos, appassionato motociclista © collection famille
Jean-Loup Bernanos
L'articolo Georges Bernanos o la “rivolta universale dello spirito” contro
l’inumano dei totalitarismi moderni proviene da Pangea.
Qualche giorno fa, il 5 agosto, sul “Corriere della Sera”, Luciano Canfora, lo
storico, ha firmato un lungo pezzo, s’intitola: “Il senso della storia, dono
divino”. Pretesto dell’articolo, la pubblicazione, per la “piccola e vivace casa
editrice lucchese Le Vele”, di Qoelet, il formidabile, corrosivo testo biblico.
Si tratta del libro che inaugura “una grande opera dissodatrice” (copy Canfora):
la pubblicazione, tomo per tomo, della Bibbia, per fini culturali (consentire la
lettura della Bibbia ai più) più che ecumenici. Non è esattamente una novità:
già Einaudi, a cavallo del millennio, aveva tentato un’operazione simile.
I Salmi, “ragguardevoli non solo sul piano religioso ma anche su quello
letterario” (dida di infantile inutilità) erano introdotti da Bono; il Vangelo
secondo Marco da Nick Cave; il Qohèlet da Doris Lessing. La traduzione d’uso,
allora, era di quella di Filippo Nardoni; l’iniziativa, eguale a quella proposta
da Le Vele (“La Bibbia pensata non come testo di fede per fedeli, ma come testo
di lettura per lettori”), durò poco, una manciata di anni. La collana inaugurata
dall’editore Le Vele – che s’intitola, va da sé, come quella Einaudi, “I libri
della Bibbia” – è curata da Sergio Valzania, giornalista, autore radiofonico
Rai, scrittore: tra l’altro, ha scritto “una nota” a un antico libro di
Canfora, 1914 (Sellerio, 2006).
L’articolo del “Corriere” – à la Canfora: vigoroso, ruvido, ma anche un po’
superficiale nelle sintesi – mi è stato mostrato da un amico, uno di quelli
sempre pronti a salvarti dal baratro, con un certo sconcerto. Negli stessi mesi,
infatti, per De Piante è uscita una versione di Qoelet, culmine di un progetto
editoriale di pubblicazione, libro per libro, del canone biblico. Il
progetto, inaugurato nel 2022 con Genesi, non riproduce il Testo secondo la
versione Cei che tutti hanno sul comodino (“accogliendone purtroppo anche i
difetti”, così Canfora): l’idea, titanica, è quella di affidare “i singoli libri
della Bibbia a narratori, poeti, pensatori di oggi”. In
particolare, Genesi e Isaia sono stati tradotti dall’artista e scrittore
polimorfico Gian Ruggero Manzoni e Apocalisse dal poeta e fine
grecista Giancarlo Pontiggia. L’idea di Qoelet – uscito dai torchi nel marzo del
’25 –, testo magnetico come pochi altri, è più complessa. Il testo è tradotto,
secondo una nuova ipotesi sul ritmo e sul suono, da Stefano Arduini, linguista,
teorico della traduzione (tra gli ultimi libri: Traduzioni in cerca di
originale. La Bibbia e i suoi traduttori, Jaca Book, 2021), traduttore, tra
l’altro, di Giovanni della Croce (per Città Nuova). A questa versione, si
affianca la mia – a dire della lotta tra i botri e i dogi del linguaggio – e
quella, storica, di Massimo Bontempelli. Quest’ultima, ha un’importanza storica
peculiare perché testimonia una sotterranea ma pur robusta ‘tradizione’ della
traduzione biblica da parte degli scrittori italiani: pensiamo ai Vangeli
tradotti da Diego Valeri, Corrado Alvaro, Nicola Lisi e Bontempelli,
alla Lettera ai Corinzi secondo Giovanni Testori, alle versioni di Ceronetti e
ai tentativi di Emilio Villa, all’innario di David Maria Turoldo, fino ai
reperti di Erri De Luca. Su questa scia, Roberta Rocelli, nella scorsa edizione
del “Festival Biblico”, ha ideato il Salterio dei Poeti, il primo germe della
traduzione dei Salmi ad opera dei poeti di oggi: tra gli altri, hanno
partecipato Mariangela Gualtieri e Andrea Ponso, Giuseppe Conte e Federico
Italiano, Francesca Serragnoli, Alessandro Rivali, Susan Stewart e John
Kinsella. Ne abbiamo scritto a lungo.
Insomma, è da tempo che si opera nel ring del testo biblico. Per chiudere con i
dati: nel 2010 proprio Stefano Arduini, insieme all’editore Walter Raffaelli,
hanno fondato la collana “La Bibbia” con gli stessi intenti – la pubblicazione,
libro per libro, del canone, in nuova traduzione. Erano libri deliziosi, in
formato minino, da tenere in una mano: ferine falene di carta. Sono usciti, in
quel contesto, il Cantico dei Cantici secondo Andrea Temporelli, l’Esodo secondo
Gian Ruggero Manzoni, Il libro di Giona secondo Giovanni Tuzet. Uno
scrittore-cantautore come Leonardo Bonetti avrebbe ‘musicato’ il libro di
Daniele; tra i protagonisti del progetto – di cui qualche giornale ha detto –
figurava il poeta Pier Luigi Cappello – io ho tradotto le Lamentazioni. Ma
queste sono minuzie.
Bisognerebbe, piuttosto, domandarsi se tradurre un libro biblico sia come
tradurne qualsiasi altro: se, per dire, tradurre Geremia o le lettere di
Giovanni sia come tradurre Emily Dickinson o Rimbaud. Come scriveva Edgard Wind
in Arte e anarchia, l’uso ha un suo peso: una Crocefissione appesa da secoli in
una cattedrale, che ha accolto le preghiere di migliaia di fedeli (divorandone
le intenzioni e il cuore), è diversa da una Crocefissione esposta in un museo,
sotto gli occhi di attenti – o disattenti – ‘fruitori’ d’arte. insomma: la
Bibbia ha un ‘peso’ diverso, la traduzione – come postula San Paolo – è un
carisma. Non si può tradurre senza precipitare. Il rischio di abbellimento
retorico – sempre presente nel lavorio degli artisti – è sacrilegio, è
idolatria: tradurre vuol dire scotennare, levare l’ultimo velo al Volto. Che se
ne torni inceneriti è norma.
Ma qui vado per erbe avvelenate.
Torniamo a noi. È evidente che esistano alcuni eventi culturali, alcune
avventure dello spirito, non marginali, tuttavia per sempre ignote alle ‘grandi
firme’, ostili ai ‘grandi palchi’. Sono invisibili. Rimangono paria. Frotte di
lebbrosi. Perché Luciano Canfora, parlando di una nuova, meritoria edizione
di Qoelet non ha fatto riferimento al Qoelet edito da De Piante negli stessi
mesi, rintracciabile in ogni repertorio digitale? Escludendo la malafede, resta
l’ignoranza. Se è così, è grave: è come se uno storico, organizzando i fatti,
non conoscesse una fonte autorevole.
Per il resto, basta Qoelet, cioè la beatitudine della vanità. “Non arrabbiarti:
l’ira/ alberga nel petto del vile”, dice il sapiente.
*In copertina: Memento mori, studio di cranio, XVII secolo
L'articolo La “qoeletica” ignoranza di Luciano Canfora. Vane riflessioni
proviene da Pangea.
Il poeta presiede all’identità di un luogo.
Potremmo dire che un luogo esiste in virtù del canto del poeta.
Quando quel canto si perde, da quei luoghi fuggono gli dèi e i negromanti; quei
luoghi tornano anonimi, legati, semmai, a qualche catena di parentele – che come
ogni altra cosa, prima o poi si slegherà – a qualche circostanza
‘paesaggistica’, fotografica. The nymphs are departed, cantava Eliot sulla sua
rovinosa arpa: il Tamigi scorre dolce, trascinando “bottiglie vuote, carte da
sandwich… cicche di sigarette”; al posto dei fauni corrono, fatui, i ben
agghindati banchieri della City, in brigata.
*
Soltanto il canto dispiega i nomi, ne dice – celandolo – il segreto. E quel nome
– cioè: quel fiume e quella valle, quel bosco e quella particolare rocca, quella
particola fonte – splende, imperituro, imperiale, nostro. Se perdiamo il canto,
siamo dispersi al mondo. L’arte, allora – o ciò che ne resta – non è che
implorazione e lamento, peana malinconico, reprimenda, semmai, inerte trama di
marce vocali. Gli artisti – non più poeti, non più aedi – si rinnovano nei
ricami del lacchè, dei mestieranti del sé. Diventano esperti,
sono professionisti – mentre l’incanto e l’inesprimibile cerca gli ingenui e i
dilettanti; chi, vuoto di sé, sappia davvero incaricarsi dell’altro, invasarsi
di altro. L’angelo, allora, non grida più dalle pareti delle più inerpicate
pievi; il dio non scende più dalla volta celeste, non scoscende come un
acquazzone, in corsa – i lupi, i licaoni e gli stambecchi non corrispondono più
al canto – il poeta ha smesso di essere falco e erba, cicala e serpe.
*
In un dialogo privato, Rosita Copioli, poetessa, studiosa di William Butler
Yeats e del misticismo irlandese, mi ha introdotto alla figura dell’ollam. Nella
cultura d’Irlanda, l’ollam ha un ruolo diverso dal bardo, dall’aedo, dal poeta
di corte: egli serba i canti che riformulano il mondo. L’ollam è il garante del
re, in quanto mediatore dei poteri superni. L’ollam somma in sé la statura del
bardo e la sapienza del druido: il suo addestramento è un destino, al ruolo si è
avviati per lignaggio. Quando un ollam sceglie di farsi morire perché un re gli
ha mancato di rispetto, si siede sulla soglia del castello e digiuna. Alla morte
dell’ollam segue, necessariamente, quella del re: la legge terrena è officiata
dal canto celeste.
Tutti conosciamo la storia di Eraclito, tramandata da Diogene Laerzio. Il
pensatore oscuro, artefice di enigmi, capace di penetrare nelle angustie del
linguaggio – avrà un eletto discepolo nel poeta francese René Char – è preteso
dagli abitanti di Efeso, la sua città. Alla richiesta di plasmare per loro la
costituzione, Eraclito si indigna, preferisce ritirarsi all’ombra del tempio di
Artemide e giocare a dadi con i bambini. Infine, sceglie l’ascesi tra i boschi,
si imbestia, dimentico di sé, a quattro zampe, seguace delle belve notturne.
*
Alla poesia incantatoria seguirà il poema cavalleresco, che reca diletto ai
principi in stanze corredate di orsi impagliati e impigliati falchi, contorno di
Titani alle pareti, di nubi e forre ricche di satiri. Nelle sale dei re rivive
il selvatico e la selva, ormai dragato dall’ingegno umano, che relega le ninfe a
ninfette, le sirene a pin up, i duelli all’arma bianca, sotto lo stemma del
fato, a stermini di massa. L’azione fine a se stessa si volge in azienda, il
‘bel gesto’, connaturato al cavaliere, stinge in spiccio utilitarismo. La fiaba
reca ancora, sigillato, il segreto di un mondo fatato e fatale; il motto e
l’adagio popolare serbano dell’antico poema cosmico la lisca, l’estrema esca.
Carlo Fornara, Da una leggenda alpina, 1902
*
Forse è per l’ancestrale potere degli ollamain che in Irlanda il poeta è tenuto
in alto onore: è ancora lui a onorare i nomi delle valli, dei fiumi, dei brutali
bastioni. Un’amicizia si stringe sotto il fuoco del poeta. In Inghilterra un
valore simile ha il “Poet Laureate”: l’incarico (mutuato dall’alloro poetico
conferito in Italia, tra l’altro, a Petrarca), di eminenza ‘politica’ (a
investire il poeta è il Primo ministro in carica e il sovrano, non una combine
di intellettuale né un club di letterati), dura dieci anni. Un tempo – fino al
1999 – era un compito da percorrere a vita, ora è qualcosa di simile al
‘servizio di Stato’. Il primo poeta laureato fu John Dryden, incoronato nel
1668. L’esercizio, dicevo, è ‘politico’: il poeta si fa – secondo il proprio
insindacabile, ingiustificabile estro – portavoce dell’identità della nazione.
Il poeta laureato inglese di maggior talento, Ted Hughes, trafficava con gli
oroscopi, ha dedicato il suo libro più bello al corvo, l’uccello psicopompo, si
ritirava nello Yorkshire a scrivere e a cacciare. Non è un caso che abbia
tradotto Eschilo, tra i tragici il più grave di sacro. In una intervista del
1971, rilasciata al “London Magazine”, Hughes anela al ritorno del
poeta-sciamano: “Il Bardo Thodol è un volo sciamanico, con ritorno. Il buddismo
tibetano è influenzato enormemente dallo sciamanesimo. Il potere occulto che
emana la cultura tibetana proviene dal substrato sciamanico più che dal
buddismo. Lo sciamanesimo si concentra sull’attività di uno stregone, un uomo di
medicina, presso le genti primordiali. L’individuo è evocato da certi sogni. Gli
stessi sogni in tutto il mondo. Uno spirito lo chiama… di solito un animale o
una donna. Se egli rifiuta la chiamata, muore… o muore uno che gli è accanto. Se
accetta, si predispone al lavoro, ci vogliono anni… Di solito si apprende l’arte
da un altro sciamano, ma lo spirito può dare insegnamenti diretti. Una volta
educato, può entrare in trance a suo piacimento e varcare il mondo degli
spiriti… Lo stesso schema lo troviamo in migliaia di racconti popolari e di
miti. L’Odissea, la Divina Commedia, Faust… Come può un poeta tornare stregone e
volare alla fonte, saper guarire e pronunciare oracoli?”.
*
Nella prima delle Leggende delle Alpi Lepontine catalogate e riscritte con garbo
da Aurelio Garobbio (ora stampate dall’Associazione culturale Terra Insubre per
tramite di De Piante Editore), Il drago di Sesto Calende, si dice di un
pescatore che d’improvviso partecipa ai misteri della terra e del cielo. “L’uomo
sentì dentro di sé un che di immenso nel quale gli parve naufragare”. Al di là
della eco leopardiana, è proprio questa, frugale, lignea, l’esperienza
sciamanica: cogliere i colloqui tra “acqua terra cielo”. Il poeta ascolta, si fa
da parte – inscrive se stesso e i suoi in un luogo. Digging, direbbe Seamus
Heaney, il grande poeta irlandese – scavando.
*
Nelle leggende registrate da Garobbio ci sono le ninfe di lago: sono nella Valle
Isorno, una delle valli dell’Ossola; sguazzano nel Matogno, a poco più di
duemila metri. Attraggono a sé i viandanti, il loro fare ricorda quello delle
Sirene:
> “Sono creature amorose ed attirano i giovani cantando. L’incauto che udendole
> s’avvicina alle rive, difficilmente riesce a sottrarsi a tanto fascino; esse
> lo invitano mostrandosi dalle ginocchia in su. Chi mette un piede nell’acqua
> più non si libera dall’incantesimo e le segue immergendosi pian piano, come
> esse si immergono, scomparendo nei flutti in un abbraccio che non ha fine”.
C’è qualcosa di liberty in queste donne che all’ardore omerico uniscono le
ambiguità dei ritratti di Klimt.
“Tra i ghiacciai del Rosa”, invece, si apre “una misteriosa isola verde”, specie
di Eden di ubertose terre, a contrasto con le gelide lande. Sembra di rileggere
il mito tibetano di Śambhala, di varcare la prodigiosa città di Shangri-la,
conficcata in un luogo segreto, a nord del Ladakh. In quel luogo – che è poi un
varco tra i mondi, è un luogo simbolico – il viandante accede a un’armonia
perduta, impara il linguaggio delle bestie:
> “Per tre settimane egli resta nella valle fatata, in mezzo agli animali che
> più non fuggono dinanzi a lui, e vive la loro vita imparando il loro
> linguaggio. Ode suoni mai uditi e vede cose che sempre sfuggirono al suo
> occhio acutissimo, apprende mille segreti penetrando nell’armonia del
> creato”.
È una sorta di quarantena al contrario, questa, di ventuno giorni: l’uomo
ritorna Adamo e Mowgli, puer eterno che doma le fiere e ascolta i sussurri degli
alberi.
Al ghiacciaio del Belvedere, presso Macugnaga, dimora invece la Fata Bianca:
naturalmente, è agli umani precluso il suo “volto fulgente”. Secondo il mito
classico – Atteone, mutato in cervo dopo aver scorto Artemide nuda – e il monito
biblico – “Mosè si coprì il volto, aveva paura di guardare verso Dio”, Es 3, 6 –
la vista del divino è vietata all’uomo, pena la cecità e la morte: “gli occhi
umani non resistono a quel celestiale splendore”.
D’altronde, se si è ciechi a se stessi è per eguale ragione: terrore provoca
sondare il mostro che si agita nel nostro cuore. Meglio ignorarlo – e che lui,
ingordo, ci divori da dentro. Rinnegare se stessi, cioè: disertarsi, essere di
sé il bandito, bandire razzia all’ego. Così, vuoti, potremo fare altare
dell’Altro.
*
Da bambino, volevo conquistare il monte Zeda. Forse per quel nome, definitivo.
Più tardi, avrei associato lo Zeda a Zembla, l’immaginaria regione dei ghiacci
inventata da Vladimir Nabokov in Fuoco pallido, romanzo impossibile che ruota
attorno a un poema, un’eredità, una filigrana di magie. Zembla è mutuato, credo,
da Novaja Zemlja, l’inaccessibile arcipelago russo che perfora il Mar Glaciale
Artico. Vi domina l’orso polare e la volpe bianca – fu un’importante base
nucleare sovietica.
Anselm Kiefer, Voglio vedere le mie montagne – für Giovanni Segantini, 2013
Lo Zeda svetta in Val Grande. Da bambino, si partiva verso il Rifugio Pian
Cavallone da Miazzina o da Comero. Si passava lì la notte – le stelle,
agnelline, belavano – i pascoli pieni di mirtilli. Lo Zeda – poco più di duemila
metri – mi fissava, come un selvaggio con l’arco a tracolla. L’ho sognato più
volte – come fosse il mio Himalaya personale, un Everest da taschino. Garobbio
scrive dello Zeda in un racconto che s’intitola Il pastore malvagio; come
sempre, è capace nel pennello, pare un Segantini:
> “In alto stanno i pascoli del monte Zeda, e da lontano sembrano velluto,
> soffici come sono all’occhio che riposato li percorre digradando lungo pendici
> e sostando su ripiani e pianori. L’aria risuona del martellante scampanio
> delle mandrie; in qualche anfratto gli ultimi rododendri segnano rosse
> pennellate”.
Nel sentiero che dal rifugio porta allo Zeda, si spalanca, dopo un po’, una
cella. Vi è dipinto, in modo rudimentale, un angelo che schiaccia la serpe, il
demonio. La serpe si diparte in un cespuglio di corpi che sibilano; l’angelo ha
il volto camuffato, ha un volto da lupo. Le ali, appese alla meglio, sembrano
chiese in prestito da un airone. Lo zio mi diceva che lì abitava il monaco dello
Zeda. Figura per lo più leggendaria, non apparteneva, nel suo appartarsi al
mondo, ad alcun ordine monastico costituito. Vagabondava con una Bibbia in mano,
come l’antico pellegrino russo, di tutto spoglio, di nulla manchevole. Dicono
sapesse mutarsi in cervo; dicono sapesse curare chi era preda, su quel suolo di
ingannevoli pietre, di un incidente; morso di vipera non ne intaccava il nerbo.
Dicono che le stelle lo seguissero, a notte, come cani. Sognavo di vivere quella
stessa vita – lo dicono altissimo, bianchissimo, purificato dal gelo – a metà
tra l’eremita e il licaone.
*
Quando racconta degli strani abitanti nei pressi di Dongio, in Canton Ticino,
Garobbio scrive che costoro “conoscevano i segreti delle erbe, delle piante,
degli animali, dei sassi, leggevano nelle stelle, adoravano il sole e la luna e
forse vedevano al di là delle cose visibili”. Dimoravano presso pareti
vertiginose, vivendo secondo la formula degli antichi cenacoli: dai pitagorici
ai Terapeuti, dai seguaci di Orfeo agli Esseni, agli pneumatici confitti nelle
meteore dell’Athos. A quello stadio, il canto non conta più: si vive
nell’incanto. Il poeta non ha più peso né senso perché si è tutti poeti e la
profezia è ormai realizzata. Non esiste legge né loggia, mio o tuo, bene o male
– tutto, semplicemente, è.
*In copertina: Giovanni Segantini, Il castigo delle lussuriose, 1891
L'articolo “Conoscevano i segreti delle erbe, delle piante, degli animali, dei
sassi, leggevano nelle stelle” proviene da Pangea.
Non occorre manomettere un testo tanto perentorio, ci si inoltri in un versetto,
si costruisca un cantuccio nei suoi meandri. Scelgo il primo versetto del
capitolo 5; questa è traduzione alla lettera:
> “Non affrettare la bocca, non precipitare il cuore a eruttare parola davanti a
> Dio, perché Dio è in cielo e tu in terra: perciò siano rade le tue parole”.
Intanto: si parla a Dio con la bocca (peh) e con il cuore (leb). Esteriore e
interiore debbono combaciare. Il cuore ha porte e ha bocche; la bocca sia la
brocca del cuore.
Il punto è per sempre quello: come si parla a Dio? Qual è la parola che permette
udienza da parte di Dio? Se è vero che ciò che chiediamo ci sarà dato, come
chiedere? Qual è il linguaggio di Dio?
Poche parole, dice Qoelet, scarsità di verbo, fare del vocabolo umano deserto.
Cosa scarsa, scarna: parola-ostia, parola-briciola.
Qoelet è libro dell’asserzione assoluta – è un libro all’assalto. Così breve
– siano rade le tue parole: parola rase al suolo, cioè: rare – da infuocare
l’intero Testo. La frustrante ripetizione di tutte le cose – stagioni; creature;
fatti – testimonia che l’uomo è poca cosa, ombra che fugge, erba che sorge al
mattino perché sia tagliata a sera. A tutti – saggi come stolti, potenti come
poveri – è assegnata la stessa sorte: morte. Per ogni creatura – uomo o cane che
sia – è apparecchiata la stessa meta: Sheol, il regno degli spettri. Dio ci ha
insufflato l’anima, a Lui va resa – rasa. Al ricco sarà tolto ciò che ha, il
povero sarà depredato perfino di ciò che manca. Con metodica crudeltà Qoelet
elimina ogni certezza: in fondo, Dio equivale al Caos.
Corroborante è questa certezza del nulla: ci permette tutto – l’antinomismo è a
un passo.
Eppure, esiste lo spiraglio. Poche parole bastano a sfigurare la distanza tra la
terra e il cielo, ad avvicinare il Dio mai così distante dall’uomo (ma lo è pure
il Cristo, a intendere le stimmate più abissali di ogni mai pensato Sheol, la
Croce più ineffabile di ogni Babele mai costruita).
Già. Ma… quali parole?
“Per te il silenzio è lode”, dice il Salmo 65. Dumiyyah: silenzio, attesa in
quiete. Veglia silente.
Che cos’è questa preghiera silenziosa, di rade parola, che non si affretta, che
è in perenne veglia?
Forse è la preghiera che ossessionava il pellegrino russo, sconvolto dall’invito
che Paolo fa ai Tessalonicesi: “pregate ininterrottamente” (5, 17). Quali sono
le “rade parole” che permettono la preghiera senza interruzioni? Secondo la
tradizione cristiana, in particolare ortodossa, tali parole sono raccolte, in
simbolo, nella cosiddetta “Preghiera del Cuore”, mutuata dal Vangelo di Luca
(18, 13): “Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio, abbi pietà di me, peccatore!”
(Κύριε ἸησοῦΧριστέ, Υἱὲ τοῦ Θεοῦ, ἐλέησόν με τὸν ἁμαρτωλόν).
Rade, rare parole che non costringono Dio all’ascolto, ma aprono il nostro corpo
– petto/orecchio; costato/occhio – ad ascoltare ciò che Dio ci dice. Preghiera
da sussurrare di continuo per conferire un’aura al nostro fare, per illuminare
l’opera. Parola che inchiavarda il cielo alla terra.
Il versetto di Qoelet, tuttavia, continua in questo modo:
> “…perché arriva il sogno dalla troppa attività, il dire del vile dalle troppe
> parole”.
Chi parla troppo è un cretino (kesil), uno stolto, un seguace del gregge. Si
ostina al discorso – il logos greco –, inutile a incatenare Dio. Il discorso,
vanto dei filosofi, rimarca Babele: il linguaggio che doveva unire Dio all’uomo
ha sancito irremovibile divario. La parola umana non sfiora l’Impronunciabile;
per giungere a Dio bisogna percorrere l’aldilà del linguaggio – le “lingue degli
angeli”, la “glossolalia”, lingua-fiamma – come fanno i poeti, o essere da Lui
invasati, invasi come accade ai profeti. Non si dà Dio in lingua umana, capace
di sondare l’evidente, inabile al cospetto dell’invisibile. Per dirla come Lev
Šestov,
> “Dio non è dimostrabile. Non si può cercare Dio nella storia. Egli è il
> ‘capriccio’ incarnato, che respinge ogni garanzia”.
Il sogno (chalom), qui, è agli antipodi della veglia, non impreziosisce la vita
ma la svia, la inselvatica in un roveto di sinistri segni. Il sogno – che pure
ha parte nella storia della salvezza: si guardi alla storia di Giuseppe, che i
sogni dissigilla – è da Qoèlet deprezzato a segno della vita australe a Dio:
nell’esatto dire, hahalowm consuona con haelohim, Dio, appunto, nella sua più
neutra accezione, il dio moltiplicato in dèi. I sogni creano dèi, ci
imbambolano, inibiscono la via a Dio, sono la controfigura dell’idolo. In questo
caso, il sogno è in contrasto con il detto (neum) e l’oracolo (massà) che Dio
concede al profeta: analoga differenza tra miraggio e miracolo, tra negromante
ed eletto, tra mistagogo e vagabondo del mistero.
Il pensiero è estremizzato nel versetto 6:
> “…nella folla dei sogni è vanità come nelle troppe parole: perciò ti
> impaurisca Dio”.
Troppe parole intrappolano, bocca che tarpa la levità del cuore (ormai sede del
male: “pieno di male il cuore dei figli dell’uomo”, dice Qoèlet, 9, 3, ripetendo
l’originaria asserzione di Dio: “ogni intento del cuore umano è incline al
male”, Gn8, 21). I sogni: meri preamboli di nebbia, come il discorso umano.
Desto o addormentato, l’uomo vaga tra vanità: la mania del calcolo –
circoscrivere in numeri la realtà – è pari al delirio di chi divina i segni
tratti dal sonno, declivio nelle inconsistenze dell’incubo. Sembra di udire
Eraclito: “È la medesima realtà il vivo e il morto, il desto e il dormiente, il
giovane e il vecchio: questi infatti mutando son quelli, e quelli di nuovo
mutando son questi”.
Eppure, ancora. Come si parla a Dio, come parla il dio?
Il verbo umano fermenta idoli, eccelle nell’ideare miraggi. Ci è voluto il Verbo
– inchiodato come una falena, flagellato fino all’omega, franto e frainteso –
per distruggere il vocabolario. Vocabolario: ghigliottina dell’uomo – formulario
di inganni.
> “Nella parola si manifesta all’uomo la sapienza del dio, e la forma, l’ordine,
> il nesso in cui si presentano le parole rivela che non si tratta di parole
> umane, bensì di parole divine. Di qui il carattere esteriore dell’oracolo:
> l’ambiguità, l’oscurità, l’allusività ardua da decifrare, l’incertezza”.
>
> (Giorgio Colli, La nascita della filosofia).
Così, nel mondo greco classico: deragliare del linguaggio, delirare, singulti
sul bavero della bestia, lacerti quasi increati di verbo, diverbio, animosità
dell’amnio verbale. Da qui – come ai primordi dell’avventura cristiana – il
carisma del ‘traduttore’: uomo capace di interpretare, trasformandola in gergo
umano, la lingua divina.
Dunque, nel mondo greco, la divinizzazione dell’enigma, “la manifestazione nella
parola di ciò che è divino, nascosto, un’interiorità indicibile” (Colli), che si
sfa, nell’evo volgare, gioco di parole, rebus verbale, corazza retorica. Dalla
Pizia alla Sfinge, dall’oracolo di Delfi all’idolatria della Ragione – Edipo –
che sovrasta il Mostro – la Sfinge, che minaccia tramite indovinelli – ma infine
si acceca. A chi domina l’evidente sfugge la terribile evidenza della verità.
La mistica: tentativo di sobillare il linguaggio.
Da qui, l’incanutirsi del linguaggio in concetto, in bruma di bizantinismi, nei
principi, nell’essere/non-essere, nel vero vs. falso, nella ‘logica delle
cose’.
Beata filosofia che tutto insegna tranne il dio, che decide di recidere i
rapporti con il dio, per sempre.
Beata teologia: ragionare su Dio perché ci è sfuggito. Cingere in formule
l’informe.
Beata divinità logica: la legge ci insegna cosa è bene fare e cosa non bisogna
fare; linguaggio come corda, prigione, calcina della società.
Bisogna capirsi – da qui, gli azzeccagarbugli, gli irresponsabili, gli
esoteristi del linguaggio massonico, specifico, degli ‘esperti’, potere che
scimmiotta il dio; la sentenza: esigua, inerte, becera imitazione dell’oracolo.
Che cosa mi stai dicendo? Perché non mi capisci?
Linguaggio: solo scandaglio del cuore – ma non scendiamo nel nostro abisso con
la lanterna, a illuminare le beneamate oscurità. Spacchiamo il lume, che si
infervori in fuoco. Fuoco-volpe, fuoco muta di cani in corsa.
E la poesia? Ipotesi di linguaggio angelico, ci addestra a spezzare l’ordinaria
lingua. Ci addestra all’altro mondo del linguaggio – il solo.
Nel dire di Qoelet, che annienta evidenze e certezze, alla via dell’edonismo –
ebbrezza che raddoppia la vanità; cruenta ironia: consumiamo ciò che ci consuma
– segue quella dell’obbedienza. Imputridire nel timore di Dio. Lo ripete ancora
a sigillo del rotolo: “Paura di Dio, osservanza dei suoi comandi: tutto questo è
l’uomo” (12, 13). Yarè è proprio la paura, il terrore di Dio; è riconoscere la
propria vergogna, l’insuperabile distanza da Dio. “La tua voce ho udito nel
giardino e ho avuto paura perché ero nudo e mi sono nascosto”, dice Adamo a Dio
(Gn 3, 10). “Paura di Dio” significa: memoria della caduta. Dalla “paura di Dio”
comincia il percorso della salvezza, il rapporto tra Dio e l’uomo – “paura” è,
per paradosso, l’anello nuziale tra Dio e uomo – il punto in cui si è sciolto un
rapporto e si inaugura un nuovo patto. Mutilazione, massacro, frainteso, finché
il Verbo non fonderà un nuovo vocabolario, il Dio ineffabile si farà volto,
carne, corpo da abbracciare e deporre, da ungere con olio e fustigare.
Adamo ha paura di Dio perché è nudo – all’uomo è chiesto, fuori dal Giardino,
atto di più radicale denudamento, suprema spoliazione.
All’opposto equinozio di Babele: l’arca – Noè – e la culla – Mosè. Spazi in cui
rifugiarsi, oggetti che veleggiano sulle acque – ipotesi di nuova creazione.
Lingua-arca; lingua-culla. Le tavole dell’alleanza – verbo che si struttura in
legge per incapacità di intendere l’oracolo – custodite nell’arca: che
ringiovaniscano, che ritornino bimbe. In Eden non c’è legge: si parla come una
fioritura. Parole come foglie che sventagliano.
Tra Babele e arca/culla (arca: culla per tutti): il tempio. Il tempio non
racchiude Dio, non ne è la gabbia: è luogo d’incontro. Nel tempio posso trovare
Dio – o posso perderlo.
Nel tempio si risillabano le antiche parole per invitare Dio all’incontro.
Parole pari alla dipintura dell’icona. Parole-gesto, parole che ricalcano gli
stessi gesti, perché Dio appaia. Ma la ripetizione è ricreazione. Chi confida
nel ‘nuovo’ è un idolatra, un apostata.
Spogliarci del linguaggio.
L’estrema spoliazione è terribile. Defraudare il Nome per tentare il proprio
nome. Farsi arca perché l’altro in noi si sieda.
Dunque: imparare le lingue dei passeri, arcangelici, e quelle della formica,
della cimice, del capriolo.
Linguaggio: arte di trasalire – di travalicare.
Dunque: Vanitas vanitatum, farsi vanto della vanità. Vanità-vento. Incenerire
tutto perché da quella cenere Dio ci rifondi. Rifilare il vento – rifondare il
respiro.
**
Da “Qoelet”
9
Nel cuore ho sperimentato questo:
le opere dei giusti
l’estremismo dei santi
tutto è tra le dita di Dio
l’uomo non sa perché ama
ignora il raduno dell’odio
Stessa sorte per tutti
il giusto e il vile
il puro e l’impuro
chi fa sacrifici e chi dissacra
il buono e il peccatore
chi giura e chi scongiura
È male tutto
sotto il sole
stessa sorte
per tutti
nel cuore dell’uomo
alligna il male
follia nei suoi lembi
il fine è la morte
Speranza tra chi fluttua
nella flotta dei vivi:
un cane vivo è meglio
di un leone morto
I vivi sanno di dover morire
i morti non sanno nulla
privi di salario – memoria
tra i sali dell’oblio
Ciò che hanno amato
i motivi della lotta
e della gelosia: tutto
è cenere, pericope del lutto
per loro non c’è più posto
nel mondo arreso al sole
Allora:
godi e mangia
bevi il tuo vino
divora i cuori
Dio gratifica
le tue opere
Indossa bianche vesti
olio purifichi il tuo capo
La vita è vana: glorifica
i giorni con la donna che ami
unico sconto alla fatica
al dolore sigillato dal sole
Finché il corpo ti aiuta agisci
non c’è opera né sapienza
nello Sheol – tutto è insensato
tra le ombre dove andrai
Così è sotto il sole:
non va ai capaci la gara
la guerra non la vincono i forti
il pane non lo morde il santo
la ricchezza non sorride ai
geni
né agli scaltri la grazia –
su ogni cosa è il dominio del caso
L’uomo ignora la sua ora
come pesci presi tra perfide reti
come uccelli intrappolati dai lacci
il male migra sui figli dell’uomo – è ovunque
Verità sgravata dal sole:
Misera città
miseri uomini
la assedia un re
onnipossente
aureola di mura
Un santo di scarsi natali
salva la città ma nessuna
memoria lo onora –
E mi dico:
preferisci la sapienza
alla forza – eppure
il santo impoverito dal fato
è sfottuto – le sue
profezie negate
Deglutisci con cura
le parole del santo
ignora le urla
di chi alleva viltà
Anteponi la sapienza
alle armi – ma una
breve colpa avvelena
un grande bene
*Si pubblica per gentile concessione parte dei materiali editi in: “Qoelet.
Nella traduzione di S. Arduini, D. Brullo, M. Bontempelli”, De Piante, 2025
*In copertina: Kazimir Malevič, Quadrato rosso, 1915
L'articolo “Su ogni cosa è il dominio del caso”. Vagabondaggi intorno a Qoelet
proviene da Pangea.
Nella biografia di uno dei primi romanzi, ripidi come un’erta di vento, c’è
scritto che “coltiva mimose nel paese natale”. In realtà – per scoscendimento di
luce – i suoi eroi, ostinati e desolati, figli di un sussurro, il Varí di Vento
largo, ad esempio, vagano tra ulivi che flagellano il cielo. Francesco Biamonti
veniva da San Biagio della Cima, alle spalle di Ventimiglia, ha esordito più di
quarant’anni fa, ne aveva più di cinquanta, è morto nel 2001. I suoi libri sono
rari, per pochi: gli piaceva scollinare nel rancore, era amico di Ennio
Morlotti, amava Cézanne, leggeva René Char, ma aveva imparato “la tenuta dello
stile… la laboriosità dello stile” da Julien Gracq.
Dopo una giovinezza disordinata – piena di città portuali dai nomi immaginari,
mi diceva – Biamonti era stato bibliotecario a Ventimiglia: negli occhi aveva
una nostalgia pietrificata, ligure, non scevra da una certa scaltrezza. Gracq,
nato nel 1910 nella Loira, nelle fotografie ha il viso affilato, duro; è magro e
perennemente elegante; il neo appena sopra il labbro e la pettinatura composta
confermano l’estro dei perfezionisti, una specie di ansiosa ossessione per il
dettaglio. Arrestato a Dunkerque nel 1940, imprigionato in Slesia insieme a
Raymond Abellio e a Patrice de La Tour du Pin, è ricordato come “il più
individualista, il più anticomunitario di tutti, ferocemente anti-Vichy, retto
per lo più da un perpetuo disprezzo”. A Biamonti piaceva Una finestra sul
bosco (1958); Julien Gracq esordisce nel 1938 con Nel castello di Argol: un
capolavoro, certo, ma editorialmente un disastro (130 copie vendute su 1200
stampate). André Breton, che aveva conosciuto l’autore nel ’39, vide in quel
libro l’esito del surrealismo, che si librava – diceva – verso la
“chiaroveggenza”. Come tentò di essere comunista – si iscrisse al Parti
communiste français nel 1936 – così si forzò di farsi surrealista: ancora nel
1953, una fotografia scattata da Man Ray al Café de la place Blanche lo ritrae
insieme a Le groupe surréaliste. Tra gli altri, si riconoscono Max Ernst,
Alberto Giacometti, Benjamin Péret; Gracq guarda di lato, perplesso; a
quell’epoca il suo destino era già deciso.
In effetti, si era fatto fuori da tutto, da tempo: gli pareva irrilevante, in
letteratura, “l’impegno”, una irrisione il “realismo socialista”; in genere, non
credeva nelle imprese di gruppo né nell’azione politica (“non è un serio
esercizio per la mente”, diceva), preferiva Edgar Allan Poe e Lautréamont a
Sartre, adorava Wagner. Fu fedele ad André Breton – d’altronde, era stato il
primo a riconoscerlo –, non parteggiò per alcuna avanguardia. Ad ogni modo,
a Nadja, l’opera imperitura – ma datata – di Breton, anteponeva Sulle scogliere
di marmo di Ernst Jünger. Gracq volle incontrare lo scrittore tedesco: si videro
a Parigi, nel ’52; Jünger apprezzava quell’uomo schivo, dai silenzi
sconvolgenti, e ancor più i suoi libri, “dopo Marcel Jouhandeau, ha scritto la
miglior prosa francese che abbia mai letto”.
In realtà, si chiamava Louis Poirier, un nome al limite dell’insignificante: dal
1946 fu impiegato al Lycée Claude-Bernard di Parigi come insegnante di storia e
geografia, incarico che mantenne sino alla pensione, nel 1970. Consacrato al
sacerdozio dell’arte, mirava a farsi invisibile, mero gioco di verbi e di
specchi. Ci riuscì a tal punto da essere considerato, alla sua morte, capitata
tre giorni prima del Natale del 2007, “l’ultimo dei classici francesi”.Redigendo
una sorta di carta d’identità dei suoi personaggi letterari, ha scritto che “non
abitano mai a casa propria”, non se ne conosce il luogo né la data di nascita,
praticano il “nottambulismo” e il “sogno ad occhi aperti”.
Sfuggente, radicale, inafferrabile, il ‘tipo’ di Julien Gracq ha un’aristocrazia
in Francia – che riguarda, spesso, l’indocile postura dei poeti: Jean Grosjean,
Georges Perros, Thierry Metz, ad esempio – che scaturisce dalle scelte, quasi
messianiche, di Rimbaud. Il divino, tremendo Rimbaud è stato l’angelo di Gracq
durante la scrittura di Libertà grande(pubblicato nel 2021 da L’orma, che in
edizioni di pregio ha stampato alcuni grandi libri di Gracq); nel 1954, sulla
rivista “Arts”, in un articolo dal titolo Le Dieu Rimbaud, descrive il divo
Arthur come “l’uomo che mantiene sempre meravigliosamente le distanze”, che “non
ci è mai stato vicino”.
Quanto a Gracq, aveva preso le distanze dal fottio intellettuale francese pochi
anni prima, con un pamphlet vertiginoso e violento, La Littérature à l’estomac,
stampato nel 1950, tradotto da De Piante nel 2022 come La letteratura da
voltastomaco (a cura di Émil Ronìn, con una introduzione di Goffredo Fofi), dopo
un passaggio per Theoria nel 1990. Il testo, radioso per livore polemico,
scardina il giogo del sistema culturale, dimostrandone l’insensatezza,
l’iniquità. In un tempo in cui l’editoria ha come unico fine quello di
rimpinzare le masse di libri banali, prodotti da scrittori creati in vitro,
estratti “da una serra di coltivazioni forzate”, proni all’intrattenimento,
innocui, atti a favorire il sonno dell’audacia, a rimpinzare il “rumore di
fondo” nonché la vile acquiescenza sulle proprie convinzioni, palestra per
sottomessi e remissivi, la letteratura è scelta monastica, per eversivi e
miniatori del verbo. Nell’era delle apparenze e delle apparizioni estemporanee,
lo scrittore “ancor prima di avere un talento” deve curare “come si dice,
un’immagine esteriore”, deve “esibirsi”, in un contesto in cui la critica è
avvilita a “cronaca”, avviluppata nell’ebetudine. La ‘forma’ imposta da Julien
Gracq al pamphlet – livida, refrattaria alla facilità, con l’indole del
predatore – garantisce un’esuberanza corrusca che va ben al di là dell’‘attuale’
(a tutti è ormai noto che i premi premiano i soliti noti e che un sistema
editoriale schiavo delle classifiche di vendita è destinato a produrre libri
senza lignaggio, per lo più noiosi).
Il pamphlet infuocò fatue polemiche; di fatto, in molti perdonarono a Gracq
l’eccentricità da virtuoso avvelenato. L’anno dopo, nel ’51, gli assegnarono il
Goncourt per La riva delle Sirti, il libro più bello. Non attendeva altro:
rifiutò. Tra le molte cose, Gracq disprezzava il piagnisteo, la litania degli
eterni incompresi. La letteratura da voltastomaco è, in effetti, il referto di
una lotta.
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