Una data sigilla il padre al figlio. Nel 1962 Andrej Tarkovskij ottiene il Leone
d’oro a Venezia per L’infanzia di Ivan. È il suo primo lungometraggio, il
regista compie trent’anni. A Mosca, nello stesso anno, esce il primo libro del
padre, Arsenij Tarkovskij. S’intitola Neve imminente, è tirato in seimila copie,
immediatamente esaurite. Arsenij compie cinquantacinque anni ed è riconosciuto,
per via della sua screanzata singolarità, l’erede di Osip Mandel’štam. Anna
Achmatova aveva detto che “di tutti i poeti contemporanei, Tarkovskij è il solo
che può dire di essere totalmente se stesso. È un poeta indipendente, che non
assomiglia a nessuno – ha la caratteristica più importante che deve avere un
poeta: è poeta per diritto di nascita”.
Il suo primo libro avrebbe dovuto essere pubblico molti anni prima. Nel 1946 era
stato marginalizzato dallo ždanovismo; il Comitato centrale del Partito divulgò
una velina esplicativa: “Poeta di grande talento, Tarkovskij appartiene a quel
Pantheon Nero della poesia russa a cui appartengono anche Achmatova, Gumilëv,
Mandel’štam e l’emigrante Chodasevič, e perciò quanto più talento vi è in questi
versi tanto più essi sono nocivi e pericolosi”.
Nato in Ucraina, a Kropyvnyc’kyj, il 12 giugno del 1907, Tarkovskij era stato
arrestato nel 1921 per la pubblicazione di un acrostico su Lenin ritenuto
offensivo – riuscì a fuggire, rocambolescamente, da un treno. Il padre,
Aleksandr, era stato arrestato poi spedito al confino, qualche decennio prima,
per la sua vicinanza a “Narodnaja Volja” (Libertà del popolo), il partito
rivoluzionario che aveva ordito l’assassinio dello zar Alessandro II – conosceva
diverse lingue, tra cui l’italiano, il polacco, il serbo e l’ebraico; lavorava
in banca. Arsenij Tarkovskij visse, per lo più, di traduzioni: amava la poesia
armena e quella turkmena, conosceva i poeti sufi.
Andrej Tarkovskij nacque dal primo matrimonio di Arsenij, contratto a vent’anni
con Marija Višnjakova. Nel 1951 il poeta si unirà alla terza moglie, acquistando
una dacia a Golicyno, a una quarantina di chilometri da Mosca, per condurre una
vita ritirata, di studi. Nel 1941 si lega – ma è una relazione in fuga, tra
annientati – a Marina Cvetaeva, la “negromante”; durante la Seconda guerra
lavora come inviato. Ferito gravemente, gli verrà amputata la gamba. I libri non
lo consoleranno: la vicina di casa userà gli oltre quattromila volumi della sua
biblioteca come combustibile per la stufa.
L’opera di Tarkovskij è tra le più potenti del canone russo del Novecento. Egli
non è semplicemente un seguace dei grandi poeti dell’“Era d’Argento”, un
prosecutore – al contrario, impone nella poesia russa uno sguardo nuovo, una
raffinata primordialità. A una prima lettura, è come se l’eleganza di Pasternak
fosse temprata dalle pitture parietali di Lascaux. C’è qualcosa di insondabile
nei versi di Tarkovskij, che continuano a lavorare per giorni nella nostra mente
– Tarkovskij è un poeta capace di ispirare, è un poeta, cioè, che ha creato un
mondo pieno di fori, che respira, felice all’invasione (laddove molti poeti,
anche grandi, creano mondi conchiusi, cristallizzati, infine claustrofobici, che
si nutrono del lettore più che dargli nutrimento).
In Italia siamo fortunati. Gario Zappi ha tradotto con magistrale complicità
l’opera di Tarkovskij, le prose (Costantinopoli, Libri Scheiwiller, 1993) e una
selezione di poesie (per Giometti & Antonello, in: Stelle tardive, 2017,
e Stelle tardive. Vol. 2: Album di immagini inedite e poesie disperse, 2020),
ricostruendo la biografia del poeta. Naturalmente, tanto ancora resta da
tradurre. Nell’esercizio in calce, abbiamo tentato di tradurre alcune poesie
assenti dai repertori citati dalla versione inglese di Philip Metres e Dimitri
Psurtsev (in: I Burned at the Feast. Selected Poems of Arseny Tarkosky,
Cleveland State University Poetry Center, 2015). Si tratta, naturalmente, di
meri esercizi, chiose intorno all’icona, tentativi di trarre scintille dallo
scempio.
In uno scritto recuperato e tradotto da Zappi, probabilmente della “fine degli
anni ’40”, Tarkovskij abbozza una poetica.
> “Più o meno dal 1928 alcuni giovani poeti che non si curavano di dare alle
> stampe i propri versi issarono una bandiera che non venne notata quasi da
> nessuno. Su di essa era scritto: Verità poetica”.
È proprio dei poeti russi inserirsi in una leggenda, in una mitologia
biografica. Meglio ancora: è a loro proprio intingere la vita nella poesia – e
viceversa. Intendere la poesia come uno strumento conoscitivo, come il più
raffinato e letale strumento di verità. Non esiste estetica che non comporti
un’etica: a differenza delle altre arti, la poesia coinvolge in una rivoluzione
interiore, spirituale.
Tarkovskij procede nel ragionare così:
> “Assaggiammo e riassaggiammo tutto, riannusammo, riascoltammo, riguardammo,
> ritastammo e – cosa più importante di tutto – risoffrimmo di nuovo. Colmi di
> fede nel valore di ogni moto dello spirito, non ci fidavamo in anticipo di un
> prefissato punto di vista. Poi, quando maturammo, ognuno di noi imboccò una
> propria strada. Ed io mi misi a scrivere versi senza ormai sapere più quale
> fosse il mio uditorio, confidando solo che la mia voce non sarebbe scomparsa
> visto che non era apparentata alle imperscrutabili tenebre”.
Non curarsi del pubblicare e del pubblico perché si è certi di lavorare nella
luce, di “cantare… come canta un uccello”. Tarkovskij educa alla libertà – la
spregiudicata. Educa a guardare dove non guarda nessuno – a non accontentarsi di
due occhi soltanto – a coltivare “un modo individuale di vedere”. Anche da
questi accenni capiamo la libertà di Andrej Tarkovskij – è una libertà che ha
origini lontane. Andrej cita le poesie del padre in Lo specchio, Stalker,
Nostalghia; in patria, i libri di Arsenij venivano tirati in un numero di copie
che superava, di norma, le ventimila.
Dal 1982, Andrej Tarkovskij scelse di non fare ritorno in patria – morì il 29
dicembre del 1986, sessant’anni dopo Rilke, il poeta così amato da Marina
Cvetaeva. Arsenij morirà tre anni dopo, a fine maggio, come Pasternak. Con
Pasternak, condivide la meta ultima: Arsenij Tarkovskij è sepolto a Peredelkino,
poco lontano dal grande poeta. Erano amici – Pasternak volle rompere perché
Tarkovskij gli aveva detto di preferire le sue poesie al Dottor Zivago. Baruffe
tra titani.
Tarkovskij amava fissare il cielo – per diletto, praticava l’astronomia.
**
Libro d’erba
Non sono la città turrita sul fiume
della città io sono lo stemma.
Non sono lo stemma, ma la stella che brilla
sullo scudo dello stemma.
Non sono il celeste visitatore sulle oscure acque
sono il nome della stella.
Non sono la voce né la veste sulla lontana riva –
posso soltanto brillare.
Non sono il raggio di luce che spezza il tuo sguardo
ma la casa in rovina a causa della guerra.
Non quella casa sull’altura
ma il ricordo della tua casa.
Oh, non il tuo amico, il messaggero del fato
io sono il suono di uno sparo distante.
Ti conduco nella steppa lungo il costone
e mi sdraio sull’umida terra.
Divento il libro dell’erba nuova
e mi acquatto nel suo grembo.
1945
*
Ho imparato l’erba e cominciai a scrivere
e l’erba fischiava come un flauto.
Ho imparato a unire il colore al suono
e quando la libellula ha intonato il suo inno
come una cometa tra le verdi fronde
ho riconosciuto una lacrima in ogni tratto di rugiada.
Ho capito che in ciascun coccio del suo enorme occhio
in tutti quegli arcobaleni di vorticoso volare
dimora l’ardente parola del profeta –
fu per miracolo che scoprii il segreto di Adamo.
Ho amato quel tormentato compito, questo intricato
disporre le parole, stazzonate insieme alla loro luce
rissa di enigmi, di sensi e di improvvisa chiarezza
che si libra. In verità pensai che la verità fosse apparsa.
La mia lingua era vera, come un’anamnesi spettrale
e le parole si radunavano intorno ai miei piedi.
Hai ragione a dirmi, amico, che ho udito
un quarto del rumore, ho visto appena metà della luce.
Ma non ho oltraggiato l’erba né la mia famiglia
non ho insultato le avite terre con la mia oltranza:
finché ho lavorato sulla terra, accettando
il dono delle fresche acque e del pane fragrante,
il cielo si chinava, abissale, sopra di me, e le stelle
palpitavano, precipitando verso le mie mani.
*
Possa perdonarmi Vincent van Gogh:
non l’ho aiutato – non ho
pavimentato di foglie i suoi passi
sulla strada in fiamme, non gli ho
slacciato gli stivali impolverati
non gli ho offerto, nei torridi giorni
nulla da bere, non gli ho impedito
di uccidersi in ospedale.
Sono ancora qui, gli occhi verso
il cipresso che si contorce come una fiamma.
Il giallo limone, il blu profondo – non
sarei mai diventato me stesso senza quei colori.
Avrei sconfessato le mie promesse
ignorando il suo fardello.
L’angelo di juta che unisce
le sue pennellate ai miei versi
vi porta all’abisso dello sguardo
dove Vincent van Gogh respira stelle.
*
Vita, vita
Non credo nei presagi, non temo
i segni avversi. Nessun veleno, nessuna
menzogna mi abbattono. La morte non esiste:
tutti siamo immortali. Nulla muore.
Non occorre avere paura della fine – a diciassette
come a settant’anni. C’è solo questa vita, questa luce
sulla terra; non esistono oscurità né morte.
Siamo già tutti sulla spiaggia:
io sono uno di quelli che tirano le reti
mentre l’immortalità nuota oltre la barriera di sabbia.
II
Se abiti una casa, la casa non cadrà.
Elenca i secoli e io
vi costruirò una casa.
Ecco perché sono con me
i nostri cari e i figli, attorno alla tavola,
abbastanza grandi per antenati e nipoti.
il futuro ci mostra il volto
se alzo la mano, cinque
raggi dimoreranno in mezzo a voi.
Ogni giorno usavo le clavicole
come tronchi per puntellare il passato –
misuravo il tempo a cubiti e a spanne
per attraversarne la catena montuosa.
III
Ho plasmato l’età sul mio corpo
poi ci siamo diretti a sud, sollevando polvere
nella steppa. Le alte erbe fumavano. La cavalletta
giocava, appoggiando le antenne su un ferro
di cavallo: come un monaco, profetizzò distruzione.
Ho legato il mio destino alla sella.
Anche ora, nel tempo a venire,
resto in piedi sulle staffe, come un ragazzo.
L’immortalità mi si addice –
il mio sangue scorre di era in era.
Avrei pagato con la vita, con voluttà,
per un angolo caldo e sicuro –
se l’ago volante non mi avesse
trascinato come un filo nell’universo.
*
La vista era tutto il mio potere ma ora
scema: due lance invisibili di diamante;
l’udito si fa debole, pieno di antichi tuoni
e del respiro della casa di mio padre.
I muscoli, un tempo bene annodati,
si riposano come grigi tori assisi
su un campo arato; le ali sulle mie spalle
non splendono più quando cala la sera.
Sono una candela. Bruciavo al banchetto.
Raccogli la mia cera al mattino
affinché questa pagina ti ricordi
l’orgoglio e il pianto, ti dica come donare
l’ultimo terzo della felicità e morire
felici sotto un rifugio di fortuna
per bruciare postumi, come una parola.
Arsenij Tarkovsij
*In copertina: Arsenij Tarkovskij (1907-1989)
L'articolo “E le stelle palpitavano, precipitando verso le mie mani”. La poesia
di Arsenij Tarkovskij proviene da Pangea.