Pubblichiamo per gentile concessione le pagine di Al vento delle steppe (De
Piante, 2026; prefazione di Antonio Armano) dove Vittorio Beonio
Brocchieri descrive la visita a Jasnaja Poljana, la tenuta dei conti Tolstoj.
Siamo nel 1934, il potere di Stalin è sempre più assoluto. A breve ci sarà
l’omicidio Kirov, pretesto per una deriva autoritaria e avvio delle purghe.
All’ingresso della tenuta una scritta con il giudizio di Lenin su Tolstoj:
grandissimo artista ma cattivo filosofo. Il figlio Sergej vive recluso nella
tenuta con il servitore che ha portato lo scrittore verso il suo ultimo viaggio
in carrozza nell’inverno del 1910. Lo stesso servitore porterà Vittorio Beonio
Brocchieri di notte in carrozza a prendere il treno per riprendere il viaggio.
Quella nella casa di campagna di Tolstoj è una delle ultime tappe di un viaggio
di 17mila chilometri su un biplano Caproni scoperto e senza
copilota. Dall’Ucraina della carestia indotta da Stalin fino alla Siberia dei
deportati, Vittorio Beonio Brocchieri compie una straordinaria esplorazione
dell’universo sovietico. Dei cieli ma soprattutto della terra. La fame ovunque
tranne che nei banchetti ufficiali, l’entusiasmo ingenuo o di maniera per le
conquiste del socialismo, l’onnipresenza dei servizi segreti il cui nome non si
può nemmeno pronunciare, come quello di Dio tra gli ebrei, la miseria e le
meschinità della coabitazione. Il “filosofo volante”, docente di storia delle
dottrine politiche a Pavia, detto anche “el matt”, non concede al nuovo regime
nemmeno il beneficio degli inizi e il giudizio che emerge per quell’esperimento
è senza appello. Nonostante questo, la curiosità soprattutto umana e il gusto
per gli incontri fuori programma per la gente comune testimoniano un’autentica
passione per il popolo russo. I nomi e i toponimi sono traslitterati alla
vecchia maniera (Tolstoi e così via). Ma il racconto è quantomai fresco e
intenso. Finalmente Al vento delle steppe torna in libreria dopo quasi un secolo
di inspiegabile e ingiusta assenza.
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Nella casa di Leone Tolstoi
Il treno che viene da Mosca sulla linea di Karkow ferma a una piccola stazione;
poi sono circa cinque chilometri di strada campestre. La carrozza corre
attraverso il piano erboso, lungo un fascio molle di solchi. Il passo dei
cavalli sul terreno intriso d’umidore è silenzioso, come sopra un tappeto di
sughero. Non ascolti che il tremolio del campanello, il cigolare delle stanghe e
la voce del guidatore.
A destra e a sinistra del passaggio respirano gli abeti dalla scorza fine, si
rizzano gli olmi rabescati di edera vecchia. Quando la stagione cade i rami si
fanno trasparenti e il viandante scorge di là dall’intrico vegetale la fuga
ondosa di altri poderi, e il fumigare del sole rosso incline all’orizzonte. I
campi odorano di foglie e di acquitrino. La carrozza si ferma all’ingresso di un
viale guardato da due pilastri. Qui comincia il parco interno della tenuta che
apparteneva ai Conti Tolstoi. Si chiama Jasnaja Poliana, che in russo vuol dire
“chiara campagna”. Fuori dal recinto è il villaggio dei contadini; in fondo al
viale sorge la casa del poeta.
Un fattore, menandomi a piedi lungo il sentiero ghiaioso sparso di ramuscoli, mi
ha detto che avrei potuto incontrare il figlio Sergio e la nipote. Dalla morte
del Grande, questi relitti dell’antica famiglia vivono appartati fra le mura e
gli alberi, quasi a custodirne i ricordi.
Ora un corpo di fabbricato è ridotto a museo; serve anche per la foresteria. Un
viale di tigli corre davanti alla casa. Una iscrizione di data recente
sull’architrave tarlato dice:
> “Tolstoi fu grandissimo artista ma cattivo filosofo. La sua dottrina
> debilitante prova l’impotenza della vecchia classe aristocratica a realizzare
> un ordine nuovo”.
Firmato: “LENIN”.
Entra nella casa un contadino: barba lunga, tunica grigia, gambali di pelle come
usava al tempo antico. Qui dentro nulla è mutato.
Il vestibolo terreno è ingombro di selle, di staffe, di cavezze, di briglie: c’è
un odore diffuso di frutta conservata e di mele autunnali. Il guardiano dice:
“In questa casa abitava Alessandra, la figlia più giovane”. Erano tanti
fratelli; ma quattro sono morti piccini; e fuori di Sergio Lvovic, gli altri
sono andati a vivere nei più diversi paesi del mondo. La camera è rischiarata a
ponente e i materassi hanno aroma di fieno secco; stando seduti sulla sponda del
lettuccio si vede la chioma di un alberello giovane profilato contro il cielo
chiaro. Tra l’uno e l’altro edificio sorgeva un’antica costruzione in legno che
il nonno del poeta aveva fatta erigere sul vecchio stile russo. Poi fu venduta e
trasportata trave a trave quaranta verste lontano. Ora lo spazio è vuoto e da
questa cameretta si scorge il tetto dell’altra casa.
La nipote del poeta vive là dentro con la consegna di guardare i cimeli. Sergio
è musicista.
Qualche volta nelle sere dolci di mezza estate le note del pianoforte si
diffondono nel giardino. Dalla fattoria qualcuno esce in ascolto e siede ai
piedi dell’albero secolare dove un tempo il vegliardo radunava a convegno la
gente sua. I contadini più anziani commentano a bassa voce: “Questa è la musica
che piaceva tanto a lui”.
Sergio Tolstoi, avvertito del mio arrivo, manda ora una ragazzina bionda a dirmi
che sarò ospite accetto. Egli mi attende sull’atrio della palazzina. Una figura
alta e corposa; dal ciglio arruffato, dall’occhio pungente, come il padre suo.
Ma si vede che è stanco, carico di anni. Vicino a Sergio, Elena, canuta sotto
una cuffia nera, con uno zimarrino bianco, le pianelle di fibra, la gonna
pieghettata a volanti, sorride con le guance accese e lustre, stringendo le
pupille miopi dietro gli occhialetti a stanga. Sua madre era sorella del Grande.
Un ritratto è appeso alla parete e la somiglianza fa prova di eredità.
Al mio apparire stanno quasi perplessi. Gente avvezza al silenzio, anime
segregate. Ora vengo introdotto in un salottino, tra mobili dell’Ottocento,
tendaggi verdi sdruciti, fotografie giallastre, scaffali polverosi, gremiti di
vecchi libri. L’uscio a vetri cigolando si richiude. Eccoci risaliti di mezzo
secolo, avvolti nel passato, presi in quest’atmosfera di pace pensosa e di
meditazione vigilante. Una scala ripida conduce al piano di sopra. Qui c’è la
luce, le cose diventano vive. Si trattiene il respiro, si cammina in punta di
piedi. La contessa dice: “In questa casa egli mi ha conosciuta bambina, quando
tornai dalla Francia e dall’Inghilterra. Non pronunciavo parola di russo; fu
proprio lui ad insegnarmi la lingua madre”.
Questa pia gentildonna parla con voce sottile, grandi pause, nessun gesto, un
vago tremito nelle pupille. Non è abituata a con dare memorie con gente
forestiera.
Passiamo in una grande sala rischiarata dalle pareti opposte; il riflesso degli
alberi e del cielo la inonda di luce verde e azzurrina. Una tavola rettangolare
occupa il centro; mobili, pianoforte e divani sono conservati come allora: la
posizione delle seggiole, dei vasi, delle lampade è immutata. A capo tavola era
il suo posto: questi i suoi piatti, questa la sua scodella e la posata che
adoperò fino all’ultimo giorno.
Una grande metodicità caratterizzava la vita del Maestro.
> “Egli mangiava separatamente da noi”, dice il figlio. “Fino a mezzogiorno si
> tratteneva nel suo studio a lavorare. Poi lo vedevamo comparire da quell’uscio
> con la sua veste da camera lunga, un libro in mano; girava lento intorno alla
> tavola, si interessava alla salute nostra, si affacciava qualche istante alle
> finestre e poi sedeva qui”.
I due fissano il posto vuoto e restano alcuni istanti con gli occhi fermi. Alla
parete sono appesi diversi ritratti: il vecchio conte che edificò la villa
ampliando i poderi, il padre del poeta e poi la moglie sua; da un lato è
riprodotto a tinte vivacissime il busto di una giovinetta dalle grandi trecce
nere arrotolate sulla nuca. La contessa Elena alza lo sguardo verso di lei e
indicandomela esclama:
> “Questa è Natascia che ha tanta parte nella vicenda di Guerra e pace. Infatti
> aveva una voce bellissima e due occhi splendenti, come sta scritto nel libro.
> Quest’altro che avete osservato è pure un personaggio del maggiore romanzo: il
> padre del Principe Andrea, colui che in punto di morte fa ammenda dell’aspro
> suo carattere e piega a mitezza. Era un avo di Tolstoi. E lo ha dipinto con
> cruda verità. Al contrario osservate qui: è il ritratto della moglie: colei
> che appare in Anna Karenina sotto il nome e la veste di Kitty: la sposa
> fedele. Non vi sembra che anche fisicamente le somigli?”.
È uno stranissimo discorso. Gli intimi famigliari chiedono a me, estraneo, una
conferma di somiglianza e di identità. Quei personaggi, quei volti sembrano
staccarsi e prendere vita al richiamo di tanta evocazione. Ed io mi rendo conto
che i rapporti si invertono. Le immagini restano vive nel ricordo di questi
medesimi superstiti non perché riproducono persone di carne, ma perché diedero
suggerimento alla fantasia di quell’immenso artefice. È il romanzo che li ha
resuscitati e che li conserva in piena forza di anima e di passione. La seconda
vita prevale sulla prima. La finzione poetica li ha resi più reali della stessa
realtà. Mi sento chiedere se io rammento la bella voce di questa fanciulla e il
suo temperamento irriflesso, e la sua personalità inquietante, o se tengo a
memoria l’incidente del ritardo che scompigliò le nozze del poeta. Anche questo
è narrato nelle pagine immortali di un libro suo, e l’episodio cessa di
appartenere alla cronaca intima di una famiglia per diventare patrimonio
dell’umanità. Mai come ora ho sentito la forza miracolosa della creazione
artistica. Così i frammenti di questa casa ridanno vivo ad ogni istante l’uomo
grandissimo che toccando le cose caduche dell’esistenza le ha rese eterne ed
universali.
> “Questo è lo studio. Anna Karenina fu terminata lì, sullo scrittoio. Qui venne
> anche composto il racconto dell’epopea napoleonica: il poema santo del popolo
> russo”.
Io mi siedo sullo scanno bassissimo. I gomiti, scrivendo, restano alzati e il
mento quasi urta contro il margine della tavola. “Ha voluto così”, dice Sergio
Tolstoi, “perché la miopia l’obbligava a tenere l’occhio vicinissimo al foglio”.
C’è una stampa di Raffaello alla parete e sotto la stampa un divano assai
largo.
Sono venuti al mondo su quel divano quattro figli del poeta. Per questo egli lo
volle sempre accanto a sé: di quando in quando, alzandosi dallo scrittoio, vi si
andava a riposare. Mi si mostra in un angolo dello studio un tavolino più
piccolo.
> “Qui, dalla mano di mia madre, il manoscritto di Guerra e pace fu ricopiato
> sei volte”.
La contessa dormiva in un’altra camera: grande, tutta sparsa di fotografie
com’era in uso al finire del secolo. Amava circondarsi delle immagini di tutti i
suoi figlioli. Il segreto di quella tormentatissima vita coniugale fu reso noto
dalla pubblicazione di un diario postumo. Sergio rammenta la malattia della
madre, rammenta la chiusa disperazione del padre. I due si amavano e non si
intendevano. Ciascuno urtava contro i limiti della personalità dell’altro; ne
soffriva il peso e la resistenza. Destinati a incontrarsi oltre i limiti della
vita. Entrambi credevano all’eternità.
Passiamo alla camera dove Tolstoi si ridusse negli anni estremi. Qui egli
scrisse certe parole potenti e vertiginose del diario suo, quando abbandonati i
campi dell’arte si cimentava sugli strapiombi nudi della meditazione tendendo le
braccia a Dio.
> “Il corpo mi pesa, bisogna guardare con gioia alla sua distruzione”, oppure:
> “La morte è certamente un prender sonno e probabilmente un risveglio”.
Il figlio lo ricorda vivo e parlante nel travaglio arroventato di quell’epoca.
Insofferente davanti ai medici, insofferente degli ospiti che profanavano la
solitudine sua. Lunghe assenze nei boschi, cavalcate invernali sotto la neve.
Poi l’infermità del corpo si inasprisce e rende più viva la fiamma dello
spirito. Non nasce in lui pensiero che non porti scolpita dentro la morte.
Perché egli guarda e giudica le cose del mondo cogli occhi avvezzi a contemplare
l’infinito.
> “Io ricordo”, mi dice Sergio posando una mano sul guanciale, “i giorni della
> prima rivoluzione, 1905. Egli soffriva in tutte le fibre. Cercava di non
> incontrare anima viva. Seduto non poteva rimanere. Scriveva durante la notte e
> non mangiava che pochissimo. Non rispondeva agli appelli dei famigliari. Un
> giorno gli chiesi che cosa egli pensasse dei cruenti moti operai: se a
> giudizio suo le masse lavoratrici avevano o non avevano diritto di combattere
> per la conquista di una maggiore giustizia sociale. Mio padre fatto pensoso
> rispose a me con una parabola, che non dimenticherò mai…”.
Qui Sergio si interrompe un attimo, passando la mano sulla fronte altissima. La
nipote Elena, aggiustata la cuffietta sulle trecce bianche, lo guarda fisso.
Silenzio intorno a noi: nella piccola camera, sul letto deserto la sera riflette
un bagliore di nubi erranti. Allora il figlio evoca direttamente le parole del
genitore: “Nel tempo che ero giovane mi accadde di compiere un viaggio con un
compagno ufficiale cadetto: un temperamento iroso e prepotente. Ci mettemmo
sulla slitta. Dopo la prima tappa la strada apparve subitamente sbarrata; il
transito era interrotto. Il mio compagno irritato scese dalla slitta e ingaggiò
un aspro diverbio contro coloro che apparivano responsabili del guaio. Poi
passando alle vie di fatto distribuì tale scarica di legnate che tutti ne
presero spavento. Fu tolto lo sbarramento e la slitta passò. Allora il cadetto
mi chiese con aria trionfante se io fossi contento del risultato. Io ero
contento di proseguire il viaggio… ma il mezzo adoperato dall’altro non finì di
piacermi e la coscienza mi ammoniva che sarebbe forse stato meglio portare
pazienza ed aspettare il nostro turno, anziché ricorrere alla violenza e alla
brutalità”. Così ha risposto senza aggiungere altro. Una parabola di stile
evangelico: colui che può capire, capisca. E soggiunge:
> “È ben meglio che il mio povero padre sia morto prima della grande
> rivoluzione. Dio gli ha risparmiato un nuovo tormento”.
Ma l’epilogo fu terribile. Per questa porta è disceso l’ultima sera. Temeva di
svegliare la moglie, di suscitare l’allarme, di essere inseguito. È passato di
qui: un pertugio conduce alla scala di servizio. Noi scendiamo: i passi fanno
rumore sordo. Pareti intonacate di grigio, odore di vecchio ripostiglio. In una
camera terrena dormiva il dottore. Egli lo ha svegliato dicendogli: “Bisogna
partire”. Il resto è noto. Ordine di apprestare la carrozza. Una corsa sulla
neve verso la stazione ferroviaria, l’arrivo a convento dove la sorella badessa
lo accoglie sfatto nell’anima e nel corpo.
“Vostra madre non vi ha mai con dato particolari di quell’incontro?”. Elena un
po’ curva poggiando il gomito allo stipite della porta annuisce col capo,
abbassa lo sguardo, come chi fruga dentro le viscere della memoria.
> “Mia madre mi disse che vedendolo entrare nel parlatorio del convento ebbe al
> primo istante timore che egli procombesse sfinito. Poi si accorse che
> un’immensa, disperata energia spirituale sorreggeva il corpo fragile. Non fece
> a tempo a offrirgli ospitalità che egli manifestò il proposito di ripartire
> subito. Temeva di essere inseguito. Voleva morire in povertà, solo. Nessuno
> riuscì a trattenerlo. Sorretto dal medico riprese poco dopo in ferrovia il
> cammino del sud. Il male lo arrestò a mezzo…”.
Giunsero più tardi i figli attorno al suo capezzale in quel ricovero
improvvisato nell’ora estrema.
“Voi ricordate quei momenti?”, chiedo a Sergio Tolstoi, mentre usciamo dalla
camera terrena verso il giardino. È quasi notte: il bosco stormisce, la terra
odora, la voce dei campi è spenta, un contadino passeggia sotto l’albero gigante
dinanzi alla casa antica.
> “Nell’ultima ora egli era sereno”, dice a me il figlio, “completamente
> pacificato con la coscienza propria, con gli uomini, con la vita. Rammento che
> egli mi riconobbe chiaramente all’atto in cui passai la soglia. Mi fece un
> cenno debole della testa. Poi disse: ‘Perché vi occupate tanto di Leone
> Tolstoi? Occupatevi di coloro che hanno più bisogno di me’. In questo modo
> morì”.
Ora il contadino si avvicina a noi, domanda a che ora voglio ripartire questa
notte da Jasnaja Poliana.
“Verso le due”, rispondo, “per giungere in tempo al treno del mattino”.
“Sarà pronta la vettura”.
“Quest’uomo”, esclama Sergio, “è il medesimo che portò il padre mio nell’ultimo
viaggio. Ora il governo gli ha passato un assegno modesto; egli vive con noi di
ricordanza”.
Pioviggina; i due ospiti si trattengono salutandomi sulla soglia di casa. Ma un
desiderio mi punge ancora, e lo confido al vecchio servo; con lui entro nella
foresta. È notte, biancheggia soltanto la scorza dei platani. L’uomo regge la
lanterna ed apre il cammino dentro il groviglio di arbusti. La pioggia fu
suonare il bosco. Un viottolo conduce in un luogo solitario sul limite di un
burroncello tra piante d’alto fusto. D’un tratto il contadino si arresta, toglie
il berretto e mostra un monticolo di terra bruna, sparsa di foglie morte e
intrisa di rugiada. Abbassando la voce esclama: “Sta sepolto qui”.
Vittorio Beonio Brocchieri
L'articolo “Scriveva durante la notte e non mangiava che pochissimo”. Gita a
casa Tolstoj proviene da Pangea.