Questa mattina ho aperto gli occhi ancor prima che l’alba sorgesse, e sono
rimasta a letto diverso tempo, immersa in una sorta di dormiveglia agitato, una
cosa che mi è capitata spesso nelle ultime notti. Quando poi la sveglia è
suonata mi sono alzata e sono andata in bagno per prepararmi, con l’obbiettivo
di andare alla lezione di yoga della mattina presto, alle sette. Lentamente, nel
ripetere tutte le piccole abitudini mattutine (andare in bagno, lavarmi il viso,
poi fare qualche minuto di meditazione, ad occhi chiusi, in piedi di fronte allo
specchio), mi sono calmata, e ho sentito di entrare in una lenta e fiduciosa
attesa: della luce, del giorno che sarebbe venuto.
Uscita dal portone al piano terreno ho attraversato la corte interna e, superato
il cancello, sono sbucata in Campo Santa Margherita, qui a Venezia. Il cielo era
ancora di un blu intenso notturno, e solo un lieve chiarore rivelava l’imminente
sorgere del giorno. La luna, illuminata e affilata come un’unghia bianchissima,
esibiva in silenzio la sua eleganza, in mezzo a un cielo terso, ancora
tempestato di stelle. Da qualche parte – al di là delle case che s’impongono
sopra le calli, al di là dei canali e del tratto di laguna che separa Venezia
dal Lido – il sole, con la sua maestosità mai invecchiata, stava sorgendo
sull’orizzonte, lungo la linea del mare. Mi dirigevo verso il centro di yoga,
rinvigorita dall’aria pungente che elettrifica l’aria di prima mattina, e mi
figuravo questo spettacolo che silenziosamente avveniva in quei luoghi vicini,
senza che io lo potessi vedere. Camminando cercavo di fare tesoro di quel
profondo raccoglimento in cui già mi ero immersa, e mi riproponevo di custodirlo
anche per il resto del giorno, senza lasciare che si dissipasse.
Mi era prezioso tanto più per il fatto che gli ultimi giorni erano stati segnati
da un’irrequietezza quasi costante, in cui pochi e fragili momenti di pace erano
guadagnati a fatica. La cosa peggiore di quando sono preda di questo stato è il
fatto che mi accorgo immediatamente quando esso insorge, e inizio, per questo,
ad agitarmi; a cercare disperatamente di risalire la china del precipizio in cui
sono caduta, con l’obbiettivo di tornare in “quell’altro stato”. Durante
quest’ultimo mi pare di stare immersa in una sorta di fiduciosa attesa, e sento
che ogni mio gesto, intenzione e pensiero, sorge come spontaneo da dentro il mio
animo: non devo far altro che accoglierlo, in tutta la sua giustezza e bellezza.
In quei momenti mi sento come il generale Pëtr Petròvič Konovnìcyn: un
personaggio che appare solo di sfuggita nella narrazione di Guerra e Pace, ma la
cui descrizione mi aveva colpita profondamente. Tolstoj scrive di lui:
> Nel suo animo c’era una profonda, inespressa convinzione che tutto sarebbe
> andato bene; ma a tale convinzione non bisognava credere, e tantomeno
> bisognava parlarne, ma bisognava fare solo il proprio dovere. Ed egli faceva
> il suo dovere, impegnandovi tutte le sue forze.
È strano: in quei momenti sento di essere certamente io a compiere
le mie azioni; e allo stesso tempo però è come se esse fossero guidate da
qualcosa che è oltre, e molto più, di me. E tuttavia mi accorgo che è solo
quando mi sento all’interno di questo “più di me” che mi sento davvero me
stessa, che sento di aderire veramente a me stessa. Il resto del tempo è come se
non sapessi dove fossi finita, e rimanesse solo una piccolissima parte di me che
rimane agganciata a quell’altro stato, che permane solo sotto la forma di un
ricordo, di una convinzione, a cui sento d’aggrapparmi con tutte le forze.
*
In un libro che ho terminato di leggere poco tempo fa, l’autore, Robin Scroggs,
biblista e teologo statunitense, descrive alla perfezione l’oscillazione di cui
ho parlato. Riprende la distinzione fatta da San Paolo tra i termini “fede” e
“speranza”, e scrive:
> Paolo non è così ingenuo da pensare che le persone vivano sempre nella gioia e
> nell’esuberanza della fede. È certamente consapevole che i membri delle sue
> congregazioni provino ansia, dubbi e mancanza di fiducia. Ciò significa che
> chi crede in una situazione del genere ha di nuovo cambiato mondo, è ricaduto
> nel mondo falso? Non necessariamente, perché il credente può ora aggrapparsi
> ostinatamente alla consapevolezza che il vero Dio esiste, che il vero mondo è
> una realtà, anche se al momento non lo sperimenta. Sì, la fede è
> esperienziale, ma non deve limitarsi alla sola esperienza. Si resta fedeli a
> quel mondo. Il termine usato da Paolo per questo impegno è “speranza.” In
> questo senso la speranza è tanto un’esperienza quanto la fede. Essa è la
> convinzione ostinata, in assenza dell’esperienza della pienezza, che esista
> davvero un mondo restaurato, reso realtà dall’atto di Dio in Cristo.
Io, più il tempo passa, più sento crescere in me questa “convinzione ostinata”:
è come se sentissi di non nutrire più alcun dubbio a riguardo. Questo tuttavia
non impedisce affatto il permanere degli altri stati – di dubbio, di rabbia, di
paura – che a volte è come se ricoprissero la mia anima, l’accecassero e
portassero a fondo col loro peso.
Infinite volte mi interrogo sulle ragioni di questo oscillare: sul perché a
tratti si riesca a vivere in una sorta d’estasi fiduciosa, e ci si senta avvolti
da un mistero che, per quanto infinito e insondabile, rimane comunque un mistero
d’amore; e a tratti invece questa realtà si dissolva, e venga sostituita da
tutto quanto le è opposto, e in sua negazione: un mondo forse ben più conosciuto
dell’altro, fatto di arrivismo, di rabbia, di competizione, sopraffazione. In
quei momenti mi pare ci si senta separati da tutto: dagli altri, ma anche, e
forse soprattutto, dalla propria stessa persona, che viene ad esser la prima e
la più disprezzata di tutte le altre creature. È quando ricado di nuovo in
questo stato penoso che inizio a guardare all’altro mondo (quello che Paolo, nel
passo di Scroggs, definisce “vero”) come dall’esterno, desiderando con tutta me
stessa di farvi ritorno, senza però riuscire a trovare, dentro al mio cuore, la
mappa che possa condurvi.
È stato per questo che ormai da moltissimi mesi io ho iniziato a chiedermi,
quasi in continuazione, quale fosse, in questo quadro che dentro al mio animo si
era tracciato, il ruolo di Cristo. Questa domanda è come rimasta sospesa per
mesi sulla mia persona; come un pensiero costante, una richiesta, che aveva
preso ad abitare dolcemente ogni cosa facessi, vedessi, leggessi.
*
Che Cristo avesse assunto, in questo senso, un ruolo importante, che tuttavia
nemmeno io riuscivo a comprendere, credo d’essermelo detto la prima volta un
anno fa, un giorno in cui ero tornata, per un breve periodo, a Rimini, la città
in cui sono nata e cresciuta. Era quel periodo in cui il freddo delle giornate
invernali lascia spazio all’aria tiepida di quelle primaverili, e il parco
improvvisamente s’inonda di nuovi colori, suoni e profumi. Quel giorno avevo
passato il pomeriggio a studiare, leggendo il Vangelo, assorta nel silenzio di
camera mia. A fine giornata ero uscita per fare una passeggiata nel parco.
Camminavo e sentivo come se, alla lettura del testo, la mia anima si fosse
sempre di più spalancata, spogliata in tutta la sua interezza. Mi sembrava quasi
che essa – in tutta la fragilità, il candore, l’audacia con cui la percepivo in
quel preciso momento – si affacciasse fuori dal mio stesso corpo, come standomi
“a fior di pelle”; e che, al suo passaggio, tutto il mondo (gli alti ed eleganti
alberi, i cespugli fioriti col loro profumo, i passanti, il cinguettio degli
uccelli, persino il vento) si voltasse per assistere al suo passaggio, e per
porgerle il suo gentile saluto, che lei a sua volta, quasi ridendo, gli
ricambiava.
Camminando, osservavo il viale del parco, che si estendeva dritto di fronte a
me, incorniciato dagli alberi: osservavo le fronde voluminose dei rami, che
danzavano eleganti, gonfiate dal vento; i passanti, nella diversità dei loro
aspetti e delle loro singole azioni; ascoltavo i grandi e piccoli suoni che si
sprigionavano in ogni angolo di quella natura. Nel mentre in cui il mio sguardo
era come rapito, e incantato, da tutto questo, ripensavo al Vangelo e, più di
tutto, a Cristo, che mi pare esserne il centro assoluto. Nel farlo mi sono detta
(con la stessa arrendevole gioia con cui si constata che il proprio cuore si è
innamorato di quella o quell’altra persona) che quella figura ormai era giunta a
rappresentare quanto di più bello, di più nobile e di prezioso abiti nella mia
anima, e, più in generale, nell’essere umano. Si tratta di quella parte
dell’uomo che ne esprime i desideri più nobili e genuini e che, qualsiasi valore
le si voglia assegnare, rappresenta in tutto e per tutto qualcosa di sacro.
Simone Weil la descrive come l’aspettativa, e la speranza, di ricevere amore.
Io, quando questa parte è scoperta, come quel giorno nel parco, sento quasi
d’esserne, più che custode, custodita: come se mi accovacciassi, e prendessi
vita, dentro di essa. Ma, nel mio caso almeno, nulla, più di Cristo, alimenta
questa speranza. È come se lui avesse dato corpo a tutto ciò che di più intimo
abita dentro al mio cuore; e quel corpo continuasse ad evolvere giorno per
giorno, senza che io ne possa esaurire l’enigmaticità.
*
Le ragioni per le quali la figura di Cristo è in grado, almeno per me, di far
così potentemente emergere la mia anima, con tutta la bellezza e la
fragilità dei suoi desideri, credo d’averle iniziate a capire una domenica di
ormai un anno fa. Mi trovavo a Rimini, ero andata a messa assieme a mia madre,
nella piccola chiesa del convento delle clarisse in cui andiamo sempre. Era
sera, ricordo che mi sentivo immensamente stanca: stavo seduta, quasi nascosta,
su una panca in fondo alla chiesa, e mi sembrava di stare avvolta in un dolce e
fiducioso abbandono, come se tutto il mio corpo, e il mio cuore, avessero
trovato casa in quel luogo, in cui mi pareva che nessuna pretesa mi fosse
avanzata. Solo la mia presenza era, non pretesa, bensì accolta, come se qualcuno
l’avesse pazientemente attesa, e intensamente desiderata.
Mentre ascoltavo, quasi passivamente, lo svolgersi della messa ho alzato, d’un
tratto, lo sguardo, e l’ho rivolto al grande crocifisso che stava appeso proprio
al mio fianco, sulla parete sinistra di quella piccola chiesa. Gli ero distante
solo di qualche metro, e ne potevo distinguere ogni dettaglio. Infinite versioni
di quella rappresentazione erano capitate sotto i miei occhi nel corso della mia
vita, ma ricordo che mai, come prima di quel giorno, ne sono stata attratta,
come ipnotizzata. Era come se ogni suo dettaglio mi richiamasse, e mi si
imprimesse nell’anima: guardavo le mani trafitte dai chiodi sul legno, le dita
mollemente ripiegate sul palmo; poi le lunghe e sottili braccia, tese a
sorreggere, come cavi in tensione, il corpo nudo, che sembrava volersi
accasciare sempre più su stesso, fino a raggiungere terra. Ho guardato a lungo
la ferita aperta sopra il magro e bianco costato; poi i piedi posti l’uno
sull’altro, anch’essi trafitti dai chiodi, che sembravano l’unica cosa volta a
sorregger quel corpo. Persino il capo, e le ciocche di capelli sopra di lui, si
abbandonava e cadeva ripiegato sulla spalla e sul petto.
La voce del prete in fondo all’altare era diventata solo un fioco e lontano
suono, e a me pareva d’essere stata completamente sottratta a tutto ciò che
accadeva, per esser rapita, per sempre, da quella scena. Era come se ne fossi
addolorata, e innamorata allo stesso tempo. Innamorata di lui soprattutto in
quel suo momento, nel momento in cui stava sopra la croce. E nel provar questo
mi dicevo che ormai per me quella era divenuta la chiave di tutto, che
dell’onnipotenza non m’importava nulla, che niente era in grado di sprigionare e
attirare l’amore su questa terra come chi si lascia trafiggere e crocifiggere,
senza opporre la benché minima resistenza.
*
Per molto tempo ho cercato di riflettere su questo fatto, che nel mio cuore,
ogni volta che si riproduce, risulta essere di un’evidenza travolgente e
dolcissima allo stesso tempo. L’esperienza in effetti mi suggerisce, ogni volta,
che è solo attraverso il quasi corporeo passaggio per questa miseria (cioè
mancanza) che il mio cuore finalmente si apre, e si dispone, docilmente,
all’amore. Senza il passaggio, quasi fisico, che porta il cuore a divenir
consapevole della sua mancanza e del suo desiderio, nulla di tutto ciò si
renderebbe possibile.
Credo che ciò che più di tutto, della figura di Cristo, ha catturato il mio
sguardo, sia stata esattamente questa capacità di fare spazio, dentro di sé, e
che lo ha reso, ai miei occhi, tutto intriso, trasfigurato, dall’amore di Dio.
Nel mio immaginario è come se questo amore attraversasse, e s’irradiasse, da
ogni poro, ogni centimetro di quel suo corpo: nella leggerezza e fierezza dei
gesti, nella morbidità e profondità ipnotica degli sguardi, nel misterioso
tepore delle sue parole.
Tutto ciò lo vedo, soprattutto, nel momento dell’abbassamento più grande, che è
quello sopra la croce. Non per caso infatti, nel Vangelo di Giovanni, ci si
riferisce a quest’ultimo col termine “glorificazione”. Il Gesù del quarto
Vangelo non ha, infatti, le parole di disperazione che si ritrovano nei Vangeli
sinottici:
> Dopo questo, Gesù, sapendo che ogni cosa era stata ormai compiuta, disse per
> adempiere la Scrittura: «Ho sete». Vi era lì un vaso pieno d’aceto; posero
> perciò una spugna imbevuta di aceto in cima a una canna e gliela accostarono
> alla bocca. E dopo aver ricevuto l’aceto, Gesù disse: «Tutto è compiuto!». E,
> chinato il capo, spirò.
>
> (Gv 19,28-30)
È proprio in quel momento, quasi in quello stesso chinare il capo e spirare, che
il mio cuore, più di tutto, se ne innamora.
E, mi pare, se ne innamora proprio perché, come dicevo più sopra, riconosce in
esso qualcosa che già, in qualche modo, gli apparteneva, e di cui forse si era
dimenticato. Accade qualcosa di simile anche per la persona amata: sembra quasi
che ci si innamori perché si riconosce, in lei, qualcosa che anche a noi
appartiene, e che allo stesso tempo desideriamo.
*
È questo innamoramento, e riconoscimento, che porta, naturalmente,
all’imitazione. Per questa ragione, se permetto alla lettura del testo di farsi
strada, carsicamente, dentro al mio animo, io ne esco quasi trasfigurata, come
se tutto il mio animo, per imitazione, vi avesse aderito.
Nei discorsi di addio presenti nel quarto Vangelo, Gesù sembra voler spiegare la
segretezza e la semplicità, di questa dinamica. Nel capitolo quattordicesimo, in
particolare, egli è interrogato dai discepoli su dove si trovino i posti
(monai, in greco, sostantivo cui è correlato il verbo menein, dimorare) ch’egli
dice d’aver preparato per loro nel Regno. I discepoli più volte domandano
sconcertati, senza riuscire a capire cosa Gesù intenda quando dice di essere lui
stesso “la Via, la Verità e la Vita” (Gv 14,6). Ed è solo davanti all’ultima,
stupita domanda di Giuda, che Gesù porta a conclusione il vorticoso, quasi
concentrico ragionamento, con queste parole:
> Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a
> lui e prenderemo dimora (monḗn) presso di lui.
>
> (Gv 14,23)
A leggere queste parole, sento come se tutto il mio animo finalmente cedesse, e
lentamente obbedisse. Da questo innamoramento infatti, l’imitazione e
“l’osservanza della parola” scaturiscono in modo consequenziale, quasi
spontaneo: come un ruscello d’alta montagna, la cui acqua fuoriesce,
gorgogliando dolcemente, da una fessura tra il muschio e le rocce.
Così nel far questo io sento che quello stesso amore del Padre, che il Figlio ha
mostrato e insegnato facendosene portatore, prende dimora presso di me, rendendo
anche me portatrice, anche me testimone. Si tratta, appunto, di una
“imitazione”, o forse ancor meglio del tentativo di una “sequela” – termine che,
come un mio professore mi ha fatto notare, porta con sé, a differenza
dell’altro, l’idea di un movimento continuo, invece che di una staticità da
raggiungere. In effetti è come se, anche quando finalmente riesco a far sorger
di nuovo quella parte di me che era rimasta sopita, acquisissi un osservatorio,
dal quale guardo tutte le altre realtà che continuano, comunque, ad abitare, sia
dentro che fuori dal mio animo.
Infatti, anche nel momento in cui riesco a interiorizzare quello sguardo che è
Cristo, le “altre parti” di me non spariscono affatto: non scompaiono affatto i
pensieri meschini, faticosi, meno nobili. Io continuo, anche quando sento così
accesa la parte sacra, a “portarmi addosso la mia umanità”, la pesantezza della
mia carne. Ma, a differenza di tutto il resto del tempo, è come se quest’ultima
s’alleggerisse, e smettesse d’esser motivo di odio e di giudizio, nei confronti
della mia persona e di quella degli altri, e iniziasse invece ad essere
l’oggetto di un’infinita misericordia, pietà, compassione, da cui io stessa, a
mia volta, mi sono lasciata ferire, ed attraversare. In effetti in quei momenti
sembra quasi che l’universo intero, e Dio stesso, non siano nulla di tanto
diverso da questo amore, che è come una preghiera, la cui melodia risuona senza
sosta dal fondo stesso dell’anima.
*
Accade però che, per qualche ragione (talvolta anche la più banale: un passante
che nella fretta mi urta senza riguardo, le faccende quotidiane che incombono e
i pensieri che si affollano in frotte violente nella mia mente) il mio animo
s’impaurisca ed irrigidisca di nuovo, e che quell’armonia, d’improvviso, si
perda. Ma, ogni volta, io mi accorgo che è solo attraverso la gentile
accoglienza (e quasi il fisico attraversamento) della mia umanità, che io mi
sento, poi, di nuovo avvolgere, quasi risorgere.
Alla fine, più che una questione di grazia, o di volontà, mi sembra una
questione di desiderio, di umile esercizio, e di richiesta. Io spesso,
spessissimo, forse per la maggior parte del tempo, non sono affatto in quello
stato di fiducia e d’amore, in quel “mondo vero” di cui parla Paolo. Ma mi
accorgo che, negli anni, il desiderio che ho di esso è come se s’intensificasse,
e rinvigorisse; come se tutto il mio cuore, la mia volontà, fossero una
preghiera tesa verso di esso, tenuta presente anche durante le pratiche più
quotidiane e banali, come mangiare, fare la spesa, sistemare la stanza, o rider
di cuore assieme agli amici, per qualche sciocchezza che è stata detta. Era
questo, forse, che intendevo, quando tempo fa mi ero detta, osservandomi, che
avevo la sensazione di “pensare a Dio tutto il tempo”, per poi rendermi conto
che, in realtà, non lo stavo affatto “pensando”, bensì cercando, chiamando,
quasi costantemente.
In ciò consiste l’importanza, e la potenza, del fare memoria: ricordare in noi
stessi, e gli uni con gli altri, di quei giorni antichi ed avvolti dentro al
mistero, che hanno riportato alla luce quella parte di noi che anche oggi, nella
diversità degli animi e delle culture, rimane. Non importa che cosa sia in grado
di far fare, agli uomini, memoria di quella parte di sé che consiste nel sacro.
L’importante è che quella parte vi sia, e che vi sia qualcosa, nel singolo, che
sia in grado di farla risorgere.
Su quale sia, poi, il “luogo” in cui l’anima innamorata conduca, questo è, e
rimane, un profondo mistero ai miei occhi. Ma cerco di non far dipendere le mie
scelte dalla risoluzione di questo mistero, e di fare come quel generale
di Guerra e Pace, che si lascia guidare dal cuore, senza troppo interrogarsi a
riguardo. Mi esercito allora ad abbandonarmi, sempre di più, a questo amore, e a
nutrire per esso una crescente fiducia. Essa, in rari ed estasiati momenti di
pace, lascia avvertire con chiarezza la presenza di qualcosa, o di qualcuno, che
sta, già ora, con braccia spalancate, in un luogo senza tempo. È come quella
brezza che, all’alba, spira dolcemente da oltre l’orizzonte, lungo la linea del
mare.
Bianca Cesari
*In copertina e nel testo, disegni di Guercino (1591-1666)
L'articolo “La convinzione ostinata”. Abbandonarsi al bene: tra rapimento e
dolore proviene da Pangea.
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Questa mattina, uscendo di casa, ho notato che c’era un topo, fermo sotto la
pioggia, in mezzo alla corte interna di casa mia. Credo fosse ferito, perché non
è scappato al mio passargli di fianco, e il pelo, fradicio di pioggia, era
sporco di sangue. Stava immobile in mezzo al cortile, solo inclinava la testa su
e giù, davanti a una pozza d’acqua e di sangue; ed era come se con quel
movimento esprimesse un lamento, o una richiesta di aiuto. Al vederlo gli sono
passata di fianco quasi di corsa, inorridita ed impietosita allo stesso tempo.
Ho pensato, come forse è probabile, che qualche gabbiano avesse tentato di
prenderlo, e che lo avesse ferito. I gabbiani, qui a Venezia sono una sorta di
piaga. Sono molto grandi, sempre in cerca di cibo. Più volte mi è capitato
vederli nutrirsi di topi, di pesci presi dalla laguna, o addirittura di
contendersi il corpo senza vita di qualche piccione. In Campo Santa Margherita,
a Venezia, dove abito, ce ne sono sempre moltissimi, soprattutto la mattina,
quando i pescatori allestiscono il banco del pesce. Spessissimo li vedo planare
dall’alto in direzione di qualche malcapitato turista – ignaro di questa assurda
problematica veneziana e strappargli dalle mani una fetta di pizza, o un
panino, o un gelato.
Superato il corpo del topo, uscita dalla corte interna sono sbucata nel campo, e
l’ho attraversato, per dirigermi verso la biblioteca. I gabbiani stavano sempre
lì appostati attorno al banco del pesce. Ce n’erano tre o quattro radunati in un
cerchio, tenevano le ali aperte come in posizione di sfida, e emettevano
quell’orribile e raggelante garrito che in continuazione si sente nel cielo
sopra Venezia. La loro vista e quel suono mi hanno gelata nel sangue, e sono
passata per il campo a testa china, camminando velocemente sotto la pioggia. In
quel momento il mondo mi è sembrato essere di un’ostilità fredda e inquietante,
ed era come se tutto mi fosse nemico, pronto a rapirmi.
Ieri sera invece, durante una delle mie solite camminate serali, avevo provato
tutto l’opposto. A un certo punto mi ero fermata, come spesso faccio, a bere a
una fontanella che si trova a un crocicchio di calli, subito dopo la basilica
della Madonna della Salute, la cui cupola troneggia sopra le case. Una di queste
calli è, piuttosto, un lungo viale che conduce verso la fondamenta, il cui
centro è occupato da un filare di alberi. Per tutto l’inverno, al passarci
davanti durante le mie passeggiate, li avevo osservati, tanto più perché a
Venezia la natura non si impone con forza, e si deve, mi pare, prestare una
certa attenzione per poterla notare. I rami di quegli alberi erano stati, per
tutto l’inverno, spogli, secchissimi e scuri. Ieri sera invece, dopo aver bevuto
alla fontanella, qualcosa mi ha spinta, chissà perché, ad alzare lo sguardo, e
ho notato che i rami avevano preso colore: erano di un marrone più chiaro, e
come più gonfi. Tutta la loro lunghezza era intessuta di piccoli germogli, di un
verde vivo ed acceso. Ho spostato lo sguardo dall’albero che avevo sopra la
testa, e ho osservato, in un solo colpo, tutti quelli che stavano in fila lungo
viale. Erano tutti così: vivi ed accesi allo stesso modo. Io, immobile e in
piedi di fronte a loro, mi sono immaginata la linfa che vi stava scorrendo
all’interno, la terra umida che li nutriva da sotto, e tutto un processo vitale,
invisibile e sconosciuto ai miei occhi, ma che segretamente si stava svolgendo
in quello stesso momento; e mi è sembrato che tutto l’universo, in quel momento,
lodasse e celebrasse la vita. Un profondo e solenne silenzio si è fatto strada
nell’aria, si sentiva solo lo scroscio lieve dell’acqua che dalla bocca della
fontanella cadeva di sotto. Poi, dalla basilica della Salute, un solo rintocco
di campana è suonato. Erano le otto.
A quel rintocco il mio animo si è ridestato dall’incantesimo in cui era caduto.
Sono tornata in me e ho ripreso la mia camminata. Camminando ripensavo a quel
passaggio di Guerra e pace che avevo letto la sera prima, in cui il principe
Andrèj attraversa in carrozza il bosco di betulle che fioriscono in primavera, e
si riscopre incapace di apprezzare la sua armoniosa e celebrativa
bellezza. Nota, piuttosto, una vecchia ed enorme quercia, la cui oscurità si
impone in modo sgraziato nel mezzo del bosco, e pensa che solo lei, solo quella
quercia, ha capito cosa davvero è reale, e che con la sua bruttezza sembra
schernire l’ingenua gioia celebrativa delle betulle. Scrive Tolstoj:
> Sul ciglio della strada si ergeva la quercia. Era probabilmente dieci volte
> più vecchia delle betulle che costituivano il bosco, dieci volte più grossa e
> due più alta di ogni betulla. Era una quercia gigantesca, ci volevano due
> uomini per abbracciarne il tronco, con dei rami già da tempo spezzati, la
> corteccia strappata in più punti, segnata da antiche ferite. Con le sue rozze,
> enormi braccia e dita che si divaricavano sgraziatamente, asimmetricamente,
> essa si ergeva come un mostro vecchio, sdegnato e sprezzante tra le sorridenti
> betulle. Soltanto lei non voleva cedere alla seduzione della primavera, non
> voleva vedere la primavera, né il sole.
>
> “La primavera, l’amore, la felicità!”, sembrava dire la quercia. “Com’è
> possibile che non vi sia ancora venuto a noia questo sciocco, insensato
> inganno! È sempre la stessa cosa, ed è tutto un inganno! Non esiste la
> primavera, né il sole, né la felicità. Guardate questi morti alberi
> schiacciati, sempre solitari, guardate come anch’io ho disteso queste mie dita
> spezzate, scortecciate, dovunque siano cresciute, sul dorso o sui fianchi. Io
> sto sempre così come mi sono cresciute, e non credo alle vostre speranze ai
> vostri inganni.”
Ora, a scriver di questo, mi vengono in mente quelle parole di Pascal, che nei
suoi Pensieri scrive che nulla, nell’ordine dell’universo, permette di dedurre
l’esistenza o l’inesistenza di Dio. Tutto nella natura, sia umana che non, è
intriso di una rete inestricabile di contraddizioni, di miseria e grandezza. Una
mia professoressa, per spiegarci questo a lezione, ci riportava l’esempio di
Leopardi, il quale diceva che al guardare un bellissimo albero in fiore, nel
mezzo di un bosco, non ci accorgiamo che sul suo tronco magari si muovono e
proliferano migliaia di tarme, che divorano la sua corteccia e lo conducono
verso la morte. Niente del mondo o dell’animo umano garantisce per la
convenienza o meno di aver fede in Dio. Forse, semplicemente, non si deve aver
fede per convenienza, ma per speranza, per passione, e per amore.
Ieri sera però, nel dirmi così, mi sono anche detta che stavo facendo, di nuovo,
il medesimo errore di sempre, e che di nuovo pretendevo che quel sentimento
d’amore potesse bastare a se stesso, e darmi lui solo tutta la linfa vitale di
cui avevo bisogno. La verità però è che la vita costringe sempre alla verità di
una mancanza incolmabile, una malinconia, che si traduce in un nobile anelito di
ricerca, uno slancio verso qualcosa. Quel qualcosa credo sia il corpo. Di questo
credo d’essermene resa conto poco tempo fa, quando ho letto un passaggio de I
fratelli Karamazov in cui “I due fratelli fanno conoscenza”, e Ivan e Aleša
hanno quella lunga e bellissima conversazione, che avevo atteso fin dall’inizio
del libro. Al di là di ciò che vien detto in essa, una frase in particolare, al
termine della conversazione, mi aveva colpita. Sono le parole che Ivan rivolge
ad Aleša, quasi come una provocazione, dicendogli:
> “Ti ho portato alla mia confessione, perché essa serve soltanto a te. Non hai
> bisogno di Dio, hai bisogno soltanto di sapere come vive il fratello al quale
> vuoi tanto bene. E io te l’ho detto.”
Ed erano state queste parole, queste parole che ho segnato in corsivo, a
colpirmi violentemente, come una folgorazione. In quel momento ho avuto la
sensazione di capire ciò di cui forse, più di tutto, avevo sofferto per tutta la
vita. E quel qualcosa era la mancanza, nello sguardo degli altri, di Dio, e
dell’amore. È stato nel dirmi questo che ho capito, allora, l’importanza del
corpo, che non è altro che l’importanza degli altri, del loro amore, e della
storia; non è altro che la speranza che i propri desideri e speranze possano
prendere corpo all’esterno, e che non siano invece destinati a rimaner chiusi
nel proprio cuore. Forse, più semplicemente (ma non banalmente), è la speranza
d’essere amati, e non solo d’amare.
Cima da Conegliano, Incredulità di san Tommaso col vescovo Magno, 1505 ca.
Dicendomi questo, a quel punto, ero anche riuscita a spiegarmi un fatto che nei
mesi precedenti avevo notato, che mi aveva molto stupita, e che tuttavia non
riuscivo a comprendere. Notavo infatti che nell’approfondire lo studio del
quarto Vangelo (il Vangelo di Giovanni), come stavo facendo, la mia attenzione
si soffermava su certi passaggi, o su certi episodi, che avevano tutti in comune
una stessa caratteristica, ossia il fatto di essere potenziali indizi circa la
veridicità storica dei fatti narrati. Mi ero stupita, ai tempi, di notare in me
questa cosa, e mi dicevo: perché insistere sulla questione storica? Se venisse
fuori che Cristo non è mai nemmeno esistito, che il Vangelo di Giovanni è il
vangelo di un ciarlatano, continuerei ad avere fede? Continuerei ad amare Cristo
pur sapendo che si tratta in realtà di una figura inventata? Di un personaggio
di finzione? Leggendo Il signore degli anelli, L’idiota, o I fratelli Karamazov,
mi sono innamorata profondamente delle figure di Gandalf, di Frodo, del Principe
Myskin, di Alëša. Queste figure hanno edificato in me l’amore e la fede, con
estrema efficacia (anche pratica), e non ha avuto per me alcuna importanza che
queste siano state il prodotto della mente del loro autore. Ma perché allora con
Cristo io sento che qualcosa è diverso, che a questo dettaglio il mio animo non
è in grado di rinunciare; che se venisse fuori che egli non è mai esistito il
mio cuore e tutte le sue speranze sarebbero ridotte in frantumi? Solo
successivamente, leggendo quel passo de I fratelli Karamazov, ho capito che il
punto di Cristo era proprio questo: che il Verbo si facesse carne.
Quando ho riportato tutti questi pensieri a un mio professore lui mi ha fatto
notare che, al centro di tutto questo, c’era l’evento della resurrezione; che è
forse l’unico e reale aspetto irrinunciabile del cristianesimo. E, nel dirmi
questo, mi ha riportato le parole del suo maestro, che mi sono così tanto
rimaste in mente, secondo il quale, se si venisse a sapere, con assoluta
certezza, che in realtà la tomba non era vuota, e che per davvero al suo interno
giaceva il corpo di Cristo morto, allora certamente il cristianesimo avrebbe
fine.
Per settimane, dopo quella nostra conversazione, mi sono tormentata
all’inverosimile. Leggevo con avidità il libro che mi era stato dato, La
tradizione storica nel quarto Vangelo, di Harold Dodd, e mi pareva d’esser
caduta dentro una rete infinita di indizi e dettagli, al cui centro stava un
mistero impossibile da districare, e che io mai, mai assolutamente sarei giunta
a toccarne e comprenderne la natura. Mi pareva di star precipitando in un vicolo
cieco, ed era come se tutta la terra mi venisse sottratta da sotto i piedi. In
continuazione, in quei giorni, ho pensato a Tommaso, e alla scena descritta nel
Vangelo di Giovanni, in cui il discepolo è invitato a metter la mano nel costato
ferito di Gesù risorto. Nel leggere per l’ennesima volta quel passaggio del
testo avevo pensato, con sconforto, che io non ero affatto Giovanni, bensì ero
Tommaso, e che, senza la prova del corpo, non avrei mai ceduto.
Poi, nei giorni seguenti, è accaduto qualcosa. Mi è capitato infatti, di avere
una lunga conversazione con un altro dei miei professori, e di parlargli di
questi miei ragionamenti. Parlando stavamo seduti su una panchina del cortile
interno della biblioteca di Padova, subito fuori dal roseto che gli è stato
posto nel mezzo. Sopra di noi il cielo di marzo, dal terso azzurro di quella
mattina, iniziava a diventar grigio, e una brezza profumata e frizzante iniziava
a farsi strada nell’aria. Gli uccelli, in sottofondo, continuavano il loro
docile ed ipnotico cinguettio.
Il mio professore parlava, e già in quel momento, ascoltandolo, mi rendevo conto
che nulla di quelle sue parole sarei riuscita in alcun modo a ripetere
successivamente, e che avrei dovuto solo lasciarmi trasportare dalla loro forza
gentile e segreta, e dalla loro limpidezza. Nell’ascoltarlo infatti, per quanto
intendessi ogni cosa, avevo allo stesso tempo la sensazione che dietro le sue
parole vi fosse una chiarezza ben più profonda, e una verità indicibile che in
quel momento l’attraversava, e attraverso di lui si faceva strada verso di me,
come alitandomi addosso. D’un tratto, mentre lui continuava a parlare, sono
stata invasa dalla fortissima sensazione di trovarmi dentro alla verità, e che
per quanto io non fossi davvero capace d’afferrarla completamente lei comunque
stava avvolgendo, e abbracciando, la mia intera persona. È stato in quel momento
che mi sono tornate in mente le parole che il principe Andrèj sente sorgere nel
suo animo, all’udire le convinzioni dell’amico Pierre riguardo a Dio, all’amore,
e alla verità della vita. Tolstoj scrive in quel passo:
> Il principe Andrèj stava in piedi appoggiato al parapetto della chiatta e,
> ascoltando Pierre, guardava, senza staccarne gli occhi, i rossi riflessi del
> sole sull’acqua azzurrastra. Pierre tacque. Regnava un completo silenzio. La
> chiatta era stata attraccata da un pezzo e si udiva soltanto il fievole
> sciabordio della risacca che batteva contro il fondo del battello. Al principe
> Andrèj parve che lo sciabordio della risacca si unisse alle parole di Pierre
> nel dirgli: ‘è la verità, prestagli fede’.
È stato a quel punto che il mio professore ha concluso il suo ragionamento
dicendo, d’un tratto, che se io mi ero innamorata, e sentivo che quella era la
verità, allora quella era l’unica strada che avrei dovuto seguire, perché a Dio
in nessun altro modo sarei arrivata, se non per quella via che è l’amore. Dopo
tutto questo, ieri, sono tornata a casa con un profondo senso di gratitudine
addosso, e con la profonda sensazione che di nuovo qualcosa fosse
irreversibilmente cambiato dentro al mio animo, che un altro strato della
corazza fosse andato in frantumi, e che io fossi ancor più vicina a qualcosa di
enorme, infinito, che sta nascosto dentro al mio cuore.
Matthias Stomer, Incredulità di San Tommaso, 1645 ca.
Appunto, però, quest’amore non può bastare a se stesso: ha bisogno di un corpo,
ha bisogno dell’altro, ed è, in quanto tale, strutturalmente segnato da una
mancanza. Questa mancanza può essere, tuttavia, ciò che attiva il desiderio e
l’amore o ciò che ne segna la condanna e l’impedimento. Questo vale con Dio,
così come nelle relazioni tra le persone.
Questa mattina presto pensavo a tutto questo. Mi trovavo ancora nel letto, la
sveglia non era ancora suonata ma io avevo già perso sonno. Fuori il sole
sorgeva alle spalle di un muro di nuvole grigie, dalle quali cadeva una sottile
pioggia di marzo. Ancora avvolta dal torpore del sonno mi lasciavo trasportare,
per l’ennesima volta, da questi pensieri; e avevo la sensazione che anche nel
corso dell’intera nottata mi avessero occupato la mente: era come se li avessi
sognati. In quel momento pensavo di nuovo a Tommaso, e mi sentivo sempre più in
sovrapposizione con questa figura. Questa sovrapposizione però non mi pareva
più, come mi era sembrato all’inizio, una tragica e disperata condanna, bensì
era come se segretamente, come con gentilezza, cercasse di suggerirmi qualcosa.
Ho pensato, infatti, che, nonostante le numerose rappresentazioni pittoriche di
questa scena (forse la più nota è quella di Caravaggio), Tommaso, stando
all’andamento narrativo del passo, non mette il dito dentro al costato, è solo
invitato a farlo, ed è come se, solo grazie a questo invito, egli cedesse, e
credesse. Ed io, al risveglio di questa mattina, mi sono sentita esattamente
così, e ho pensato che, per quanto fosse importante quel corpo risorto, toccarlo
non sarebbe stato decisivo per la mia fede. Decisivo è solo l’invito, una
chiamata, fatta immemorabile tempo fa, in un tempo antico e avvolto dentro al
mistero; e con lei la risposata, che credo ciascuno, nell’intimità segreta di
ogni mattina, è chiamato a dare.
Bianca Cesari
*In copertina: Caravaggio, Incredulità di san Tommaso, 1600-1601
L'articolo Tra malinconia e inganno. Pensieri sul corpo, l’incarnazione e il
costato. Ovvero: sulla disperata vitalità di Cristo proviene da Pangea.