A oggi il modo migliore di accostarsi alla poesia di Alberto Vighi resta il
singolo volume di versi edito postumo da Schwarz nel 1957, L’addio. Non deve
ingannarci l’inclusione nell’antologia di Falqui La giovane poesia: inserito
insieme a un’altra quarantina di poeti (fra cui Sanguineti) nella Seconda
edizione aumentata dell’antologia, sempre del 1957; il suo scarno quadro
biografico non ci dà informazioni ulteriori rispetto a quelle che troviamo nella
quarta di copertina di L’addio, il solo volume edito, con prefazione di Fortini,
e sembra suggerire che nemmeno Falqui sia andato molto al di là dello stesso.
Alberto Vighi nasce a Riccione nel 1924; è figlio dell’avvocato Roberto Vighi,
che si distinse durante il Ventennio per la militanza antifascista (viene più
volte preso a bastonate, arrestato, indagato); agli inizi del 1956 muore in un
incidente d’auto, prima di compiere i trentadue anni. Non abbiamo nessun’altra
certezza sul suo conto. Dalla prefazione di Fortini a L’addio sappiamo che aveva
viaggiato a lungo in Inghilterra; sembrerebbe aver scritto dei resoconti dei
suoi viaggi su qualche quotidiano, ma non viene fatta menzione di alcuna
specifica testata.
Troviamo un Alberto Vighi che negli anni ’40 su «Il Setaccio» (la rivista della
Gioventù Italiana del Littorio fondata, tra i vari, da Pasolini) traduce
Baudelaire, scrive di filosofia russa e pubblica una poesia; ma non è nemmeno
detto che si tratti dello stesso Alberto Vighi. Siamo certi del fatto che
esercitò la professione di avvocato e giurista, come ricorda sempre la quarta di
copertina. Alfredo Rocco, titano della giurisprudenza italiana, tra i giuristi
illustri ricorda: «Alberto Vighi, robusto ingegno, troppo presto rapito alla
scienza, che a lui deve notevoli saggi sulla personalità giuridica delle società
commerciali, e sui diritti individuali degli azionisti»; ma questo è sicuramente
un altro Alberto Vighi, dato che il testo di Rocco è del 1911, tredici anni
prima della nascita di Vighi. Bisogna quindi essere decisamente cauti
nell’azzardare qualsiasi ricostruzione su di lui: mancano completamente le basi.
Invece, sul piano dei testi nel volume Schwarz L’addio siamo messi un po’
meglio, ma sempre con qualche incertezza. Da un lato abbiamo 26 poesie ordinate
da lui stesso, che costituiscono un ciclo compiuto; dall’altro, 16 poesie
ripescate dalle carte ultime, non si sa in che stadio di compiutezza (i versi a
volte si ripetono; altre volte la punteggiatura sa essere ingannevole).
Il punto di partenza ideale per parlare della sua poesia è la prima definizione
che ne dà Fortini: «una curiosa, aggrovigliata mitologia». Del resto, il
groviglio lo ritroviamo proprio in una poesia di Vighi, Risveglio:
> Un mai più si accanisce contro il muro
> si ribalta un giocattolo nel cuore
> del bambino che si sorprende a un nodo
> d’ombre vuote e si volta, ed è già sera.
> Airone che s’impazza nei grovigli
> dei glicini più il buio disintesse
> con ombre impure un volto adolescente […]
La crescita, dal bambino all’adolescente, come un incontro coi nodi delle ombre
e della notte da disintessere, districare appunto il groviglio in cui è
incastrato l’airone (a proposito di aironi: l’anno precedente, 1956, era uscito
sempre per Schwarz Calendario, di Antonio Porta ancora firmato Leo Paolazzi, con
un altro airone al suo interno), con l’atto di tessere che inevitabilmente
rimanda al tessuto della lingua, il testo. Ma se questa poesia parte da istanze
apparentemente autobiografiche, ciò non vale per il resto della produzione edita
postuma di Vighi, che ruota davvero intorno a una mitologia personale, cifrata
secondo regole mai pienamente svelate, ma comunque fruibile. Facendo i conti con
esperienze poetiche simili a quelle del primo Luzi o del primo Bigongiari (La
figlia di Babilonia, coi giardini di Babilonia per il giardino di Boboli), Vighi
cerca di arginare la cripticità di quei precedenti costruendo una vicenda epica
che funzioni anche da sola. I passaggi non sono chiari (stiamo parlando di
un’opera postuma e incompleta), ma un intreccio si può riconoscere:
alcuni navigatori raggiungono un’isola attraversando venti e tempeste, e si
preparano a combattere battaglie, spesso sotto la luna, con gli abitanti del
luogo, tra colli e deserti, con uno stampo da Eneide che però passa attraverso
la conoscenza dei cantari epici medievali: il Cid, il Beowulf. Il cuore della
mitologia di Vighi è la sequenza del Re contadino: undici testi (che Falqui
riporta nella sua antologia) fatti di assalti, vittorie e sconfitte, di cui non
è chiaro l’esito ultimo. A essere chiara è la matrice etica: uno schieramento di
forze che vada al di là della lotta del singolo, per non sottrarsi al momento
dello scontro che comporta, inevitabilmente, una distruzione della propria
individualità. Il fatto che i personaggi di Vighi sentano la luna avanzare sul
proprio teschio abbandonato sul campo di battaglia e il fatto che lui stesso
scriva dal loro fittizio punto di vista, e non dal proprio, sono i risultati
dello stesso processo: accettare di rimettere il proprio ego alla battaglia, più
grande di sé, con il rischio altissimo di consegnarsi alla sua spietatezza e di
rientrare nella sua coerenza geometrica «pitagorica traccia di memoria/ dolce
non più che il cerchio della luna»; «per rifare il nulla entro le misure/ del
quadrato del cono e della sfera» che costringe, ma che consente di esistere in
una regola: «riconducemmo la fame e il dolore/ dentro un cerchio di colli e la
misura/ della sorte dell’uomo sotto un tiglio».
Mikel Marini
Da Il re contadino
I
Miei fedeli, nel cardo azzurro io prego
forza dal grembo di giugno dei colli
per voi nei vostri figli usciti al lume
delle stalle e dei grani, quieta forza
che non gioca alla morte ma si attende
nel viluppo del bosco e al ferreo ritmo
dell’aratro finché la vite cada
nel gelo e l’ultimo falò si estenui.
Se un commento di ombre pare il vento
che mi riapre i colli è altro tempo
che si specchia negli occhi e porta il giro
dei nostri campi a frutto di distanza
da lungi sollevata in armi e sangue.
*
III
Dissi: dobbiamo vincere per tutti,
nel costante confronto tra le cose
si fa doppia vittoria che ci eguaglia
l’acquisto arduo del mondo, e il furore
che si stupì di schiette città azzurre
colorate di portici ove in trono
s’offre al re contadino la fanciulla
commentata da musiche, sposata
fra pennoni e bandiere; ma la tregua
si rompe, male intesa nel confronto
fra pace e forza, l’ozio non l’ordine
ci divalla, e simbolo è la bara
della sposa, lasciata esile ai gigli.
*
IV
Caduta su ogni muro, impreparata
nel fuoco del nemico, già aurea e lieta
fu una città dissennata dai morti:
risalirono il filo del lamento
di Abele, si rifecero a congresso
nella mente di chi evitò i corvi
ponendo i nomi a chiave del futuro,
ripensammo le piazze come navi,
su corteggi di scale erbe e pittori,
i morti si allungarono la vita
con tale ordine del giorno: solo
chi sul bene e sul male si misura
di tutto il mondo è forte dentro il mondo.
*
Da Quattro tempi. Il saggio re.
1°. Il Cid
Se l’essere che giace nel tuo cuore
geologica serpe che si arretra
dentro un sonno automatico sottrae
la tua virtù di schiavo più si accende
la vita, se tua forza è la mia gloria,
mio popolo, conducimi all’abbrivio
del nemico, impagliato su un cavallo.
Sono morto di cento anni di gridi
di primavere apprese ai miei capelli
negate ai vinti, fate che riposi,
chiudete con oltraggio la mia tomba.
Luna che dai simulazioni al campo
della battaglia, vedo il tuo candore
sul mio teschio che avanza, e cerca luce…
*
L’assedio
La luna si apre in veste di narciso
sulle mie torri, aspira entro la notte
tale amore guerriero, che si flette
crescendo il mare, attrae fra schiume e danze
regate di delfini e in sé traspare
di una nascita assorta il mutamento.
Questo è dunque il mio figlio che si dona
sull’equilibrio del mare in silenzio,
gigante salvo aldilà della lotta
di una città brucata e arsa dai morti!
L’assedio ci studiò con ogni offesa,
ci corruppe la fame, assiepò i vivi
nelle cantine e li gettò all’amore
come uscita superstite e impazzita,
ma ogni alba smontò i più forti vivi,
li rigettò nel sangue e cadde un buio
per mancanza totale di parole.
Qui per mia fedeltà un popolo muore
dentro sé stesso, stretto in doppio cerchio
mutilato di aria, in un abbraccio
che il male già accatasta, e cresce in fumo.
Qui sono re e nel cielo mi salvo.
Io che fui cattedrale delle vene
di ognuno, azzurra nuvola alla sete,
airone della mia stessa gloria,
cane che porge grazie sui sepolcri,
ora sono l’agnello che si uccide
per vedere i limoni rifiorire.
Vecchi, vedrete crescere più bianca
l’umida barba, io chiederò ai nemici
grazia per tutti e per me cecità
corda, o il falò festoso del mio sangue,
che ora si regge al raggio del narciso
o luna, incanto fisso al nostro male.
Figlio, che ti riveli in un astrale
potere, con lo sforzo di una mano
riprendi le mie torri, urta il nemico,
fanne ossa e sabbia un domani improvviso,
da me vivi, già esteso come l’aria.
Dicembre 1954
*In copertina: Otto Dix, Autoritratto, 1912
L'articolo “Il furore che si stupì di schiette città azzurre”. Vita (incerta) &
testi di Alberto Vighi, il poeta-enigma proviene da Pangea.