A oggi il modo migliore di accostarsi alla poesia di Alberto Vighi resta il
singolo volume di versi edito postumo da Schwarz nel 1957, L’addio. Non deve
ingannarci l’inclusione nell’antologia di Falqui La giovane poesia: inserito
insieme a un’altra quarantina di poeti (fra cui Sanguineti) nella Seconda
edizione aumentata dell’antologia, sempre del 1957; il suo scarno quadro
biografico non ci dà informazioni ulteriori rispetto a quelle che troviamo nella
quarta di copertina di L’addio, il solo volume edito, con prefazione di Fortini,
e sembra suggerire che nemmeno Falqui sia andato molto al di là dello stesso.
Alberto Vighi nasce a Riccione nel 1924; è figlio dell’avvocato Roberto Vighi,
che si distinse durante il Ventennio per la militanza antifascista (viene più
volte preso a bastonate, arrestato, indagato); agli inizi del 1956 muore in un
incidente d’auto, prima di compiere i trentadue anni. Non abbiamo nessun’altra
certezza sul suo conto. Dalla prefazione di Fortini a L’addio sappiamo che aveva
viaggiato a lungo in Inghilterra; sembrerebbe aver scritto dei resoconti dei
suoi viaggi su qualche quotidiano, ma non viene fatta menzione di alcuna
specifica testata.
Troviamo un Alberto Vighi che negli anni ’40 su «Il Setaccio» (la rivista della
Gioventù Italiana del Littorio fondata, tra i vari, da Pasolini) traduce
Baudelaire, scrive di filosofia russa e pubblica una poesia; ma non è nemmeno
detto che si tratti dello stesso Alberto Vighi. Siamo certi del fatto che
esercitò la professione di avvocato e giurista, come ricorda sempre la quarta di
copertina. Alfredo Rocco, titano della giurisprudenza italiana, tra i giuristi
illustri ricorda: «Alberto Vighi, robusto ingegno, troppo presto rapito alla
scienza, che a lui deve notevoli saggi sulla personalità giuridica delle società
commerciali, e sui diritti individuali degli azionisti»; ma questo è sicuramente
un altro Alberto Vighi, dato che il testo di Rocco è del 1911, tredici anni
prima della nascita di Vighi. Bisogna quindi essere decisamente cauti
nell’azzardare qualsiasi ricostruzione su di lui: mancano completamente le basi.
Invece, sul piano dei testi nel volume Schwarz L’addio siamo messi un po’
meglio, ma sempre con qualche incertezza. Da un lato abbiamo 26 poesie ordinate
da lui stesso, che costituiscono un ciclo compiuto; dall’altro, 16 poesie
ripescate dalle carte ultime, non si sa in che stadio di compiutezza (i versi a
volte si ripetono; altre volte la punteggiatura sa essere ingannevole).
Il punto di partenza ideale per parlare della sua poesia è la prima definizione
che ne dà Fortini: «una curiosa, aggrovigliata mitologia». Del resto, il
groviglio lo ritroviamo proprio in una poesia di Vighi, Risveglio:
> Un mai più si accanisce contro il muro
> si ribalta un giocattolo nel cuore
> del bambino che si sorprende a un nodo
> d’ombre vuote e si volta, ed è già sera.
> Airone che s’impazza nei grovigli
> dei glicini più il buio disintesse
> con ombre impure un volto adolescente […]
La crescita, dal bambino all’adolescente, come un incontro coi nodi delle ombre
e della notte da disintessere, districare appunto il groviglio in cui è
incastrato l’airone (a proposito di aironi: l’anno precedente, 1956, era uscito
sempre per Schwarz Calendario, di Antonio Porta ancora firmato Leo Paolazzi, con
un altro airone al suo interno), con l’atto di tessere che inevitabilmente
rimanda al tessuto della lingua, il testo. Ma se questa poesia parte da istanze
apparentemente autobiografiche, ciò non vale per il resto della produzione edita
postuma di Vighi, che ruota davvero intorno a una mitologia personale, cifrata
secondo regole mai pienamente svelate, ma comunque fruibile. Facendo i conti con
esperienze poetiche simili a quelle del primo Luzi o del primo Bigongiari (La
figlia di Babilonia, coi giardini di Babilonia per il giardino di Boboli), Vighi
cerca di arginare la cripticità di quei precedenti costruendo una vicenda epica
che funzioni anche da sola. I passaggi non sono chiari (stiamo parlando di
un’opera postuma e incompleta), ma un intreccio si può riconoscere:
alcuni navigatori raggiungono un’isola attraversando venti e tempeste, e si
preparano a combattere battaglie, spesso sotto la luna, con gli abitanti del
luogo, tra colli e deserti, con uno stampo da Eneide che però passa attraverso
la conoscenza dei cantari epici medievali: il Cid, il Beowulf. Il cuore della
mitologia di Vighi è la sequenza del Re contadino: undici testi (che Falqui
riporta nella sua antologia) fatti di assalti, vittorie e sconfitte, di cui non
è chiaro l’esito ultimo. A essere chiara è la matrice etica: uno schieramento di
forze che vada al di là della lotta del singolo, per non sottrarsi al momento
dello scontro che comporta, inevitabilmente, una distruzione della propria
individualità. Il fatto che i personaggi di Vighi sentano la luna avanzare sul
proprio teschio abbandonato sul campo di battaglia e il fatto che lui stesso
scriva dal loro fittizio punto di vista, e non dal proprio, sono i risultati
dello stesso processo: accettare di rimettere il proprio ego alla battaglia, più
grande di sé, con il rischio altissimo di consegnarsi alla sua spietatezza e di
rientrare nella sua coerenza geometrica «pitagorica traccia di memoria/ dolce
non più che il cerchio della luna»; «per rifare il nulla entro le misure/ del
quadrato del cono e della sfera» che costringe, ma che consente di esistere in
una regola: «riconducemmo la fame e il dolore/ dentro un cerchio di colli e la
misura/ della sorte dell’uomo sotto un tiglio».
Mikel Marini
Da Il re contadino
I
Miei fedeli, nel cardo azzurro io prego
forza dal grembo di giugno dei colli
per voi nei vostri figli usciti al lume
delle stalle e dei grani, quieta forza
che non gioca alla morte ma si attende
nel viluppo del bosco e al ferreo ritmo
dell’aratro finché la vite cada
nel gelo e l’ultimo falò si estenui.
Se un commento di ombre pare il vento
che mi riapre i colli è altro tempo
che si specchia negli occhi e porta il giro
dei nostri campi a frutto di distanza
da lungi sollevata in armi e sangue.
*
III
Dissi: dobbiamo vincere per tutti,
nel costante confronto tra le cose
si fa doppia vittoria che ci eguaglia
l’acquisto arduo del mondo, e il furore
che si stupì di schiette città azzurre
colorate di portici ove in trono
s’offre al re contadino la fanciulla
commentata da musiche, sposata
fra pennoni e bandiere; ma la tregua
si rompe, male intesa nel confronto
fra pace e forza, l’ozio non l’ordine
ci divalla, e simbolo è la bara
della sposa, lasciata esile ai gigli.
*
IV
Caduta su ogni muro, impreparata
nel fuoco del nemico, già aurea e lieta
fu una città dissennata dai morti:
risalirono il filo del lamento
di Abele, si rifecero a congresso
nella mente di chi evitò i corvi
ponendo i nomi a chiave del futuro,
ripensammo le piazze come navi,
su corteggi di scale erbe e pittori,
i morti si allungarono la vita
con tale ordine del giorno: solo
chi sul bene e sul male si misura
di tutto il mondo è forte dentro il mondo.
*
Da Quattro tempi. Il saggio re.
1°. Il Cid
Se l’essere che giace nel tuo cuore
geologica serpe che si arretra
dentro un sonno automatico sottrae
la tua virtù di schiavo più si accende
la vita, se tua forza è la mia gloria,
mio popolo, conducimi all’abbrivio
del nemico, impagliato su un cavallo.
Sono morto di cento anni di gridi
di primavere apprese ai miei capelli
negate ai vinti, fate che riposi,
chiudete con oltraggio la mia tomba.
Luna che dai simulazioni al campo
della battaglia, vedo il tuo candore
sul mio teschio che avanza, e cerca luce…
*
L’assedio
La luna si apre in veste di narciso
sulle mie torri, aspira entro la notte
tale amore guerriero, che si flette
crescendo il mare, attrae fra schiume e danze
regate di delfini e in sé traspare
di una nascita assorta il mutamento.
Questo è dunque il mio figlio che si dona
sull’equilibrio del mare in silenzio,
gigante salvo aldilà della lotta
di una città brucata e arsa dai morti!
L’assedio ci studiò con ogni offesa,
ci corruppe la fame, assiepò i vivi
nelle cantine e li gettò all’amore
come uscita superstite e impazzita,
ma ogni alba smontò i più forti vivi,
li rigettò nel sangue e cadde un buio
per mancanza totale di parole.
Qui per mia fedeltà un popolo muore
dentro sé stesso, stretto in doppio cerchio
mutilato di aria, in un abbraccio
che il male già accatasta, e cresce in fumo.
Qui sono re e nel cielo mi salvo.
Io che fui cattedrale delle vene
di ognuno, azzurra nuvola alla sete,
airone della mia stessa gloria,
cane che porge grazie sui sepolcri,
ora sono l’agnello che si uccide
per vedere i limoni rifiorire.
Vecchi, vedrete crescere più bianca
l’umida barba, io chiederò ai nemici
grazia per tutti e per me cecità
corda, o il falò festoso del mio sangue,
che ora si regge al raggio del narciso
o luna, incanto fisso al nostro male.
Figlio, che ti riveli in un astrale
potere, con lo sforzo di una mano
riprendi le mie torri, urta il nemico,
fanne ossa e sabbia un domani improvviso,
da me vivi, già esteso come l’aria.
Dicembre 1954
*In copertina: Otto Dix, Autoritratto, 1912
L'articolo “Il furore che si stupì di schiette città azzurre”. Vita (incerta) &
testi di Alberto Vighi, il poeta-enigma proviene da Pangea.
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Crow è il libro ossessione di Ted Hughes (poeta laureato del Regno Unito dal
1984 al 1998, antropologo, pescatore), il rovescio delle Birthday letters:
scritte lentamente, in segreto, queste ultime, pubblicate tutte d’un fiato poco
prima della sua morte, a giochi fatti, per mettere i puntini sulle i; l’altro,
invece, dalla prima edizione del 1970 subisce modifiche, ampliamenti,
ritrattazioni fino al 1997, con vuoti incolmabili nell’ultimo terzo del suo
disegno.
Non è semplice nemmeno riassumerne l’intreccio: per afferrare la storia che
cerca di raccontare bisogna per forza aver ascoltato le spiegazioni fra una
poesia e l’altra che Ted Hughes dava in occasione di letture pubbliche o
registrate, poi trascritte e sistematizzate da critici volenterosi con relativo
successo. C’è chi dice che il finale ideale della vicenda vada cercato nelle
ultime sezioni di altri libri; chi dice che quello al massimo ne
rappresenterebbe un abbozzo. Sono rimaste escluse numerose poesie, ne sono state
incluse altre, a seconda delle diverse sedi editoriali, con un approccio che
rispecchia perfettamente la vicenda di Corvo: un punto nero della realtà che è
la distruzione simultanea di se stesso e di tutto ciò che incrocia, che se non
muore mai è solo per continuare ad annientarsi trascinando dietro di sé
l’universo, in attesa di una risalita che non è stata scritta.
Il pubblico italiano ha dovuto aspettare il 2008 per leggerlo “interamente” (è
scomodo parlare di interezza riferendosi a Corvo) nel ‘Meridiano’ Mondadori a
lui dedicato da Nicola Gardini e Anna Ravano; in Italia ne erano arrivati alcuni
spezzoni, nel 1973 e nel 1985, con rispettivamente Camillo Pennati e Antonio
Porta come traduttori. Anche se sul caso Pennati ce ne sarebbero da raccontare
(tradurre il Littleblood finale come Esserino equivale a defilarsi dalla sfida
di ri-creazione imposta dalla traduzione poetica); più interessante la nota di
accompagnamento alla traduzione di Porta di poesie da Under the north star,
1981:
> “Le poesie di Sotto la stella del nord [che io tradurrei Sotto la stella
> polare, ndr.] sono state scritte per «intrattenere una vivace e precoce
> fanciulla». Ancora una volta un poeta di valore sa trarre profitto dal
> rapporto con l’infanzia. Credo che lo scambio sia veramente tale, cioè
> reciproco e giovevole a entrambi. […] In verità la poesia cosiddetta «per
> bambini» fila in equilibrio teso sopra un crinale, e rischia a ogni momento di
> precipitare nella banalità, da una parte, e nell’oscurità, dall’altra. […]
> Questa è forse la regola del gioco: una poesia scritta per i bambini può
> essere considerata «vera» poesia nel momento in cui espone la propria
> duplicità; quando, come in questo caso, può essere letta almeno su due piani,
> immediatamente oltre quella che ho chiamato «evidenza»”.
>
> (Almanacco dello Specchio, Mondadori, 1983)
Questa raccolta «per i bambini» non è inclusa nel ‘Meridiano’, come gli altri
libri di poesia per l’infanzia di Ted Hughes (The mermaid’s purse, per dirne un
altro). Bisogna stare attenti a queste pubblicazioni che non vanno considerate
“minori” perché rivolte ai minori: il disegno dell’opera di Ted Hughes, e in
questo caso di Crow, passa anche da qui. Infatti, il titolo Under the north
star arriva da una poesia pubblicata in Crow wakes, del 1971:
> “Nella zanna del lupo, la montagna di erica.
> Nella montagna di erica, la pelliccia del lupo.
> Nella pelliccia del lupo, la foresta irsuta.
> Nella foresta irsuta, la zampa del lupo.
> Nella zampa del lupo, l’orizzonte sassoso.
> Nell’orizzonte sassoso, la lingua del lupo.
> Nella lingua del lupo, le lacrime della cerbiatta.
> Nelle lacrime della cerbiatta, la palude ghiacciata.
> Nella palude ghiacciata, il sangue del lupo.
> Nel sangue del lupo, il vento di neve.
> Nel vento di neve, l’occhio del lupo.
> Nell’occhio del lupo, la stella polare.
> Nella stella polare, la zanna del lupo”.
>
> (trad. mia, cfr. p. 417 ‘Meridiano’)
Nel disegno dell’opera, questo dovrebbe corrispondere a uno dei canti totemici
appresi da Corvo per la sua purificazione. Non è l’unica poesia del
labirinto Crow a finire in questa raccolta (troviamo la poesia I see a bear,
sempre del 1971, sotto un titolo diverso: Grizzly bear), ma è nella piccola
variazione tra ultimo verso e titolo del libro del 1981, da «inside (dentro) the
North star (la stella polare)» a «under (sotto) the North star (la stella
polare)», che si gioca l’importanza della letteratura per l’infanzia di Ted
Hughes. La stella è sempre la stessa, ma a cambiare è l’esposizione e la
posizione di chi sta leggendo. Mentre Ted Hughes non risparmia l’adulto e lo
getta subito all’interno della stella polare, al bambino/bambina viene riservato
un momento in più: il titolo di tutta la raccolta li accompagna “sotto” la
stella polare, un respiro profondo prima di tuffarsi poi dentro lo stesso luogo
riservato all’adulto con la stessa poesia.
Anche Grizzly bear segue l’identica strategia: nel 1971, titolo e primo verso
coincidono (I see a bear); nel 1981, il primo verso è sempre lo stesso, ma c’è
il nuovo titolo Grizzly bear, come se venisse aggiunto un gradino in più
(accattivante, rischioso: non un orso qualunque, ma il Grizzly, una parola che
pronunciata fa tremare la bocca) per leggere la poesia; nello specifico, quella
di Crow. Sappiamo inoltre che per questo folk-tale epico Ted Hughes aveva
immaginato anche segmenti in prosa con cui collegare le poesie, senza però
realizzarli mai in forma scritta, ma solo affidandoli all’oralità; il che, più
che a una sua mancanza autoriale, sembra corrispondere all’idea di un’epica
radicata nella parola pronunciata, nel telling a tale, raccontare un
racconto. Senza dimenticarsi che Ted Hughes ha effettivamente scritto una serie
di tales ancestrali: Tales of the early world, del 1988 (pubblicato un anno dopo
in Italia col titolo Storie del ondo primitivo, per Mondadori). Si tratta di una
serie di racconti ambientati alle origini del mondo, nel contesto di una lunga
creazione che sembra non finire mai (Dio crea animale dopo animale combinando un
pasticcio dopo l’altro, con qualche favoritismo di troppo): protagonisti sono
animali dei primordi come l’Elefante, il Passero, l’Anguilla, e le inquietanti
storie eziologiche: l’Anguilla vede l’Uomo mangiarsi sua moglie e i suoi figli
elogiandone la dolcezza; l’Avanzo dal tavolo di Dio diventa il Leone affamato di
salsicce (e di animali che potrebbero diventarle) perché Dio gli ha soffiato la
vita mentre sua madre arrostiva le salsicce con l’acquolina in gola; il fatto
stesso che Dio abbia una madre di cui si dimentica tra i rifiuti, «un grosso
groviglio di braccia e gambe ripiegate su stesse, simile a un grosso ragno
polveroso e rinsecchito, quasi senza peso». Chi ha presente la poesia di Ted
Hughes avrà riconosciuto certi aspetti “totemici” della sua poetica in questi
riassunti; ma in Tales of the early world (non possiamo ignorare il parallelismo
con il titolo che Hughes darà alla sua raccolta di riscritture/traduzioni dalle
Metamorfosi di Ovidio, altro libro su un mondo “primitivo”: Tales from Ovid)
sembra essere operante al massimo il Ted Hughes di Crow in tutte le sue fasi. Il
Dio in azione nelle Storie del mondo primitivo è lo stesso con cui si confronta
Corvo: per confermarlo basta leggere uno dopo l’altro un passo in prosa dal
primo racconto del libro, Come il Passero salvò gli uccelli, (in cui il Passero
va da Dio per chiedergli dei figli) tradotto da Francesca Lazzarato, e subito
dopo la poesia Il corteggiamento di Corvo:
“A un tratto [il passero] si ricordo dov’era. Si fece coraggio ed entrò nel
laboratorio, dove Dio stava curvo sul banco di lavoro.
Salve, Dio!, fece il Passero, e rimase là, fermo. Dio continuò a lavorare, con
profonda concentrazione. Era intento a un’operazione delicatissima: teneva tra
le mani il primo Chiurlo e stava tentando di regolarne le corde vocali, in modo
che il canto si concludesse con una nota più alta.
Il Passero grattò il pavimento con la zampetta, e tossì. Poi gridò di nuovo:
Salve, Dio! Sono io, il tuo vecchio Passero!
Dio lanciò un urlo e alzò le mani di scatto, come se si fosse punto. Poi se le
mise tra i capelli.
No!, ruggì. No!
Il Passero tossì e gridò di nuovo: Dio!
Allora Dio si voltò a guardarlo.
Tu!, tuonò. Sei stato tu a farmi sbagliare. Credevo di aver sentito una voce, e
invece eri tu! Si sono rotte. E non riuscirò mai ad aggiustarle!
E si voltò per guardare in fondo alla gola del Chiurlo.
Dio, gridò ancora il Passero, sono venuto per…
Che cosa vuoi?, chiese Dio con uno sguardo incollerito.
Il Passero fece un respiro profondo. Ecco, Dio, non siamo che due passerotti, ma
io e mia moglie vorremmo un uccellino, o anche due o tre, se fosse possibile,
perché…
Vattene!, gridò Dio. Magari un altro giorno. Passeri! Non ho tempo di pensare ai
Passeri. Sto creando i Chiurli! E tra poco toccherà ai Piovanelli!
Poi si chinò sul Chiurlo con le corde vocali danneggiate”.
*
Il corteggiamento di Corvo
Corvo si fece impaziente bussando alla porta di Dio.
“Datti una mossa con la mia sposa” gridava “Che gli anni stanno passando!”
Poteva vedere vecchie entrare a carrellate
poteva sentire la fornace tuonare
nelle canne fumarie del Cielo
mentre Dio forgiava il corpo della sua sposa
dalle carcasse di vecchiacce.
“Silenzio,” urlò Dio, “Stai interrompendo
la Grande Opera. Vattene e basta, e pazienta.”
Corvo si strascicò fino alla porta, canticchiò per un po’.
Guardò giù verso le colline e i frutteti –
poi si piantò sudato, trafitto dalla fantasia.
Prima di rendersene conto stava picchiando alla porta di Dio,
“Datti una mossa con la mia sposa, che gli anni stanno passando!”
I corpi delle vecchiacce benché morti e incandescenti
strillavano sotto i martelli di Dio,
laminazioni di vecchiacce –
a milioni nella lama del corpo della sposa.
“Vattene,” urlò Dio, “Stai rovinando l’opera.
Vattene una volta buona e pazienta.”
Corvo intrecciò le braccia, il suo petto era un bollore soffocante
del dolore dell’impazienza –
Spalancò a calci la porta. Dio ruggì fra le lacrime.
Corvo fissò con gli occhi di stucco il mucchio di ceneri.
“Il momento peggiore!” Dio piangeva “Il momento peggiore!”
(trad. mia, cfr. ‘Meridiano’ p. 442)
La differenza sostanziale della vicenda sta nel fatto che Passero vuole dei
figli, Corvo una sposa; per il resto, la trama essenziale (la richiesta
nell’atelier di Dio, l’impazienza, il lavoro guastato, le urla) è la stessa. Il
bambino che legge del passero che vuole i figli pensa a se stesso nei figli, e
ai propri genitori. È un’altra prospettiva da cui guardare a quell’incontro,
sempre con un gradino in più: non direttamente alla loro unione (come nel caso
di Corvo che vuole una sposa), ma alle conseguenze della loro unione.
Potremmo cercare altre concordanze fra Corvo e Storie del mondo primitivo, anche
minime: un pappagallo prova a cantare per il matrimonio fra Adamo ed Eva, ma
«mentre cercava di cantare dal suo becco usciva una Mosca dopo l’altra, finché
la ringhiera ne fu coperta». Invece, in una poesia che si intitola La prima
lezione di Corvo, quando Corvo prova a dire «Amore» come Dio tenta di
insegnargli, «Corvo boccheggiò e un moscone, una mosca tse-tse, una zanzara/
sfrecciarono qua e là/ ai vari piaceri carnali», e subito dopo, rimanendo
comunque in contesto di matrimonio e unione, «Corvo convulsò, boccheggiò,
sboccò e/ la prodigiosa testa dell’uomo senza corpo/ sbocciò sulla terra, con
occhi roteanti,/ blaterando proteste –// E Corvo sboccò di nuovo prima che Dio
lo potesse fermare,/ E la vulva della donna cadde sul collo dell’uomo e si
strinse./ I due lottarono insieme sull’erba».
Oppure potremmo notare la presenza ricorrente del Corvo nelle Storie del mondo
primitivo, che prende la parola sospettosamente spesso rispetto agli altri
animali, soprattutto nell’ultimo racconto del libro, I ballerini, dove le
montagne prendono improvvisamente a tremare. Tra tutti gli animali è proprio il
Corvo a rendersi conto di quello che sta succedendo veramente:
> «Il Corvo le osservò. Credo, disse poi [a Dio], che stiano cercando di danzare
> […] Il Corvo aveva proprio ragione. Le montagne stavano davvero danzando, o
> così sembrava».
Dalle montagne infatti uscirà, una volta che si saranno aperte, un piccolo Topo
che balla[1]. Il Corvo, le montagne, gli elefanti che a un certo punto ne
sbucano fuori e il Topo ballerino dovrebbero farci venire in mente Littleblood,
la poesia che chiude la prima edizione di Crow del 1970:
O sanguicello, nascosto dalle montagne nelle montagne
ferito dalle stelle e che essudi ombra
e che mangi la terra medica.
O sanguicello, disossaticello spellatello
che ari con la carcassa di un passero
che falci il vento e trebbi le pietre.
O sanguicello, che tamburelli in un teschio di mucca
che balli con zampe di moscerino
con proboscide d’elefante con coda di coccodrillo.
Diventato così saggio diventato così terribile
succhiando le tette ammuffite della morte.
Siediti sul mio dito, cantami nell’orecchio, O sanguicello.
(trad. nostra)
Nel racconto, non appena Topo è uscito dalle montagne leggiamo che «Dio lo
guardava estasiato, senza parole. Il Topo si diresse verso di lui, danzando, e
saltellò sulla sua mano. Dio lo sollevò tenendolo sul palmo». Dovrebbe essere
ormai chiaro che il progetto del folk-tale epico ideato da Ted Hughes
per Crow non si lascia arginare dai confini di un solo libro. Tales from the
early world è una realizzazione inconsueta del viaggio di Corvo, forse la cosa
più vicina alle famose prose di interconnessione ricordate prima; sicuramente
parte di una visione artistica totale, rivolta a ogni fase della vita di chi la
legge. Infatti, nonostante Ted Hughes abbia scritto e pubblicato le poesie prima
e i racconti dopo, è quasi garantito che chi legge ne farà esperienza in senso
inverso: prima i racconti destinati principalmente all’infanzia, poi Crow.
Allora è quasi come se il libro di racconti facesse da introduzione al libro di
poesie tracciando piste e seminando indizi e provocazioni con cui preparare il
piccolo lettore o la piccola lettrice al futuro incontro con Crow, disponendo in
loro l’immaginario dell’opera che forse leggeranno più avanti. In questo modo
una parte del lavoro è stata già fatta: la letteratura per l’infanzia di Ted
Hughes gioca sul lungo termine, comincia a proiettare da lontano l’ombra di
Crow, disposta a farsi dimenticare, ma pronta a riattivarsi dopo anni al momento
giusto.
Mikel Marini
*In copertina: Ted Hughes disegnato nel 1956 da Sylvia Plath
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[1] (con una variazione del detto oraziano: «parturient montes, nascetur
ridiculus mus» (i monti avranno le doglie del parto, nascerà un topo ridicolo),
allusione di Orazio a una favola di Esopo con cui critica i proemi altisonanti
per poemi miseri, esteso in generale alle aspettative deluse. Qui Ted Hughes
riconduce il proverbio alla dimensione della favola, riazzera i conti)
L'articolo “Diventato così terribile”. Il Corvo di Ted Hughes e la letteratura
per l’infanzia proviene da Pangea.