Dello scrittore e illustratore Mervyn Peake (1911-1968), piuttosto che il suo
primo libro di poesie Shapes and Sounds (Forme e Suoni) del 1941 (con H.D. e
Huxley come compagni di collana), si ricorda soprattutto la saga incompiuta
di Gormenghast, e il suo protagonista Titus De Lamentis, conte* (earl) di
Gormenghast, con annesso castello. Titus, però, non è che una parte di
quell’organismo che sembra essere fatto di cancrene, «silenzioso come un mostro
impalato», o intorpidito da una notte perenne. Tuttavia, il gotico di Pyke non
è né austero né sepolcrale: Gormenghast è un crogiolo germinante di forme di
vita ributtanti e coloratissime, dove «l’atmosfera è diventata una sensazione
fisica» – non sempre piacevole. Sporgersi dai suoi balconi traballanti, come dal
ponte di una nave pirata, fa girare la testa, e nelle sue cucine soffocano i
Lustrapietre Grigi, divenuti, di generazione in generazione, più simili a rocce
che uomini.
Non è difficile riconoscere in quest’edificio deforme elementi che richiamano la
Londra vista dagli occhi dell’autore, e neppure ritrovare nei suoi primi
componimenti poetici, più trascurati rispetto alla saga di romanzi, quella
stessa ossessione edilizia. Andando infatti a leggere la sua prima raccolta di
poesie, ci si imbatte subito in una architettura sconcertante. Infatti, nella
poesia di apertura, intitolata London (1941), Londra, dopo essere stata ridotta
a macerie dal bombardamento intensivo nazi-fascista fra il 1940 e il 1941, viene
trasfigurata in una gigantesca allegoria, una donna «half masonry, half pain»,
metà muratura e metà dolore; la città resa un enorme edificio antropomorfo. Che
questa visione vada presa alla lettera ce lo conferma un’illustrazione di Peake
che compare nella seconda edizione della raccolta, postuma, nel 1974, dove
possiamo vederla rappresentata compiutamente:
Copertina di Shapes and Sounds, 1974
Ma anche la copertina originale andava nella direzione dell’architettura
fantastica, con un gioco prospettico, tra muri che non sostengono nessun tetto,
in primo piano per le “Forme”, un occhio; per i “Suoni”, un orecchio, mescolati
insieme.
Copertina di Shapes and Sounds, 1941
Anche le due poesie che danno il titolo al libro, The shapes e The sounds, sono
costruite intorno a due immagini architettoniche. Peake sembra ossessionato dai
mattoni: in The shapes, distrutte le forme dal bombardamento, i mattoni
ritornano a dominare la scena, the shapes departing and the brick returning, con
il mattone che è contemporaneamente materiale di costruzione e lascito della
rovina; in The sounds, cinque strade di mattoni convergono e formano the very
focal point of silence, il disco vuoto della morte. In queste poesie, si può già
intravedere la pianta labirintica, o quantomeno un primo abbozzo di quella
lingua aggrovigliata e fantastica che diventerà distintiva dell’autore. Infatti,
alle cinque strade di mattoni è complementare, nella stessa poesia, un’enorme
cattedrale vuota, attorno a cui una serie di personaggi (sempre allegorici: la
donna, il vecchio, il gobbo) compiono i loro gesti enigmatici. Infine, They move
with me, my war-ghosts, un angelo e un centauro si contendono il suo spazio
interiore, raffigurato come una casa troppo piccola per contenere entrambi i
«fantasmi di guerra».
Resta solo da chiedersi cosa ci sia dietro questa fissazione per le architetture
allegoriche in Shapes and Sounds, e che sicuramente non è possibile limitare a
questa sola raccolta; oltre a Gormenghast, che abbiamo ricordato inizialmente,
basta dare un’occhiata al primo libro di cui Peake è autore, il Capitan
Scannatutti, del 1939. Anche se rivolto all’infanzia, bisogna cogliere certi
dettagli nelle sue illustrazioni, come la tigre decorativa di metallo
dall’aspetto cinese, con quelle zanne che le spuntano ai lati della bocca (del
resto, Peake era cresciuto in Cina), o gli improbabili Telamoni che sul ponte
della nave decorano un arco di legno e gli alberi con le vele, anche loro
rivelatori di un’attenzione al dato ornamentale in ambito edilizio.
Illustrazione per Shapes and Sounds, inutilizzata
Ragionando sulle rappresentazioni dei giardini in letteratura, Dmitrij Sergeevič
Lichačëv in La poesia dei giardini (1982: Italia 1996) osservava che la
differenza principale fra il compito del giardiniere e quello dell’architetto
sta nel fatto che il primo nel suo operato fa i conti con l’impossibilità della
simmetria: l’elemento vegetale in ultima istanza sfugge a questa organizzazione,
dal momento che cresce in autonomia, mentre la pietra offre più possibilità in
questa direzione. È quindi significativo che Peake porti gli edifici al punto di
rottura, mettendo in scena le architetture di un ordine che viene meno. mentre
intorno a lui gli edifici vanno a pezzi; soprattutto per il fatto che anche le
sue costruzioni più solide, come la cattedrale e le cinque strade di mattoni
in The sounds,stanno in margine all’abisso. Quanto può avvicinarsi
l’architettura allo strapiombo della morte prima di iniziare a sanguinare? In
questo senso, il castello di Gormenghast è uno sviluppo estremo del problema:
non sta sull’orlo della distruzione, ma piazza invece le proprie fondamenta nel
suo centro.
Mikel Marini e Rebecca Garbin
*
LONDON, 1941
Half masonry, half pain; her head
From which the plaster breaks away
Like flesh from the rough bone, is turned
Upon a neck of stones; her eyes
Are lid-less windows of smashed glass,
Each star-shaped pupil
Giving upon a vault so vast
How can the head contain it?
The raw smoke
Is inter-wreathing through the jaggedness
Of her sly-broken panes, and mirror’d
Fires dance like madmen on the splinters.
All else is stillness save the dancing splinters
And the slow inter-wreathing of the smoke.
Her breasts are crumbling brick where the black ivy
Had clung like a fantastic child for succour
And now hangs draggled with long peels of paper,
Fire-crisp, fire-faded awnings of limp paper
Repeating still their ghosted leaf and lily.
Grass for her cold skin’s hair, the grass of cities
Wilted and swaying on her plaster brow
From winds that stream along the street of cities:
Across a world of sudden fear and firelight
She towers erect, the great stones at her throat,
Her rusted ribs like railings round her heart;
A figure of dry wounds – of winter wounds –
O mother of wounds; half masonry, half pain.
*
LONDRA, 1941
Metà muratura, metà dolore: la sua testa,
Da cui l’intonaco si stacca via
Come carne dall’osso scabro, è girata
Su un collo di pietre; i suoi occhi
Sono finestre senza infissi col vetro spaccato,
Ogni pupilla stelliforme
Che dà su una volta così vasta
Che come può la testa contenerla?
Il fumo grezzo
Si sta attorcigliando sugli spuntoni
Delle finestre rotte come il cielo, e rispecchiati
Fuochi ballano come squilibrati sulle schegge.
Tutto il resto è fissità salvo le schegge che ballano
E il lento attorcigliarsi del fumo.
I suoi seni sono mattone che si sgretola, a cui l’edera nera
Si era appesa come un bambino fantastico per soccorso
E ora pende alla rinfusa con lunghe strisce di carta da parati,
Tendoni bruciacchiati dal fuoco, sbiaditi dal fuoco, di carta floscia,
Che ripetono fissi la loro foglia e il loro giglio fantasmizzati.
Erba per il pelo della sua pelle fredda, l’erba di città
Avvizzita e ondeggiante sul suo ciglio di intonaco,
Per i venti che scorrono lungo le strade di città:
In un mondo di paura improvvisa e luci di fuochi
Lei torreggia eretta, le grandi pietre alla sua gola,
Le sue costole arrugginite come ringhiere attorno al cuore;
Una figura di ferite asciutte – di ferite d’inverno –
O madre di ferite: metà muratura e metà dolore.
**
THE SHAPES (LONDON)
What are these shapes that stare where once strong houses
Rose with their sounding halls and rooms of breath?
No, not their skeletons for those have fallen
Dragging to earth
The coloured muscles from a thousand walls,
And all the slow
Articulate organs that are now
The rubble that a cold well of the night
Erects his height
Of re-assembled emptiness upon.
What are these shapes that rise so chill and flat?
These shapes with pieces torn out of their sides?
Jagged from sky to pavement, laying bare
The secrets of a sliced blue nursery
Where painted jungles flake; or some grey room
Of dismal history that only now
Holds traffic with the day. Behind each other
Rank behind rank their wounded faces stare
In silent profile though their skulls have gone.
Like squares of vast and rotten cardboard ripped
Into these contours stiller than the brain
Of him who tore them ever could conceive,
They stare and stare.
They are walls of skin, the skin of brick,
The brick that warded off the sun and moon:
Yet still the ceaseless elements attack them
Though what they guarded from the wind is gone.
The winds can circle now where blood ran warm,
And where the heart once stood the cold mist hovers,
Or gusts that whirl about each vacant womb
In whistling spirals, carry through the darkness
In fitful flight, torn papers that, bespattered,
Flutter their hollow wings.
What of this skin that only yesterday
Enveloped some far architect’s bright boxes?
The coloured boxes that beyond black blinds,
Suffused with their especial emanations,
Were each a ranging world in microcosm,
The tinted projects and the memories,
The tear of sweetness and the blood of anger.
What of this skin that once enclosed all this?
Oh will it fall to darkness, to cold darkness
For it is ichabod and Life had fallen
Down into darkness through its quickened crate,
And it will fall to darkness, to cold darkness,
Where nothing stirs among the dynasties.
The rubble that is rotting in the rain
Exhales the death of Warsaw and Pompei,
Guernica, Troy and Coventry – all cities,
And every breathing building that died burning.
The shapes departing and the brick returning.
*
LE FORME (LONDRA)
Cosa sono queste forme che scrutano dove prima case robuste
Si alzavano con le loro sale sonanti e stanze di di respiro?
No, non i loro scheletri perché quelli sono caduti
Tirando a terra
I muscoli variopinti da un migliaio di mura,
E tutti i lenti
Articolati organi che sono adesso
Le macerie su cui il freddo pozzo della notte
Erige la sua altezza
Di vuoto nuovamente riassemblato.
Cosa sono quelle forme che si alzano così gelide e piatte?
Quelle forme con pezzi strappati via dai lati?
A spuntoni dal cielo al pavimento, svelando i segreti
Di una cameretta blu esposta da un taglio
Dove fioccano giungle dipinte: o una qualche stanza grigia
Dalla storia insulsa che solo adesso
Traffica con il giorno. L’una dietro l’altra
Schiera dopo schiera le loro facce ferite scrutano.
Con un profilo muto anche se i loro teschi sono spariti.
Come quadrati di cartone vasto e marcio strappati
In questi contorni più rigidi di quanto il cervello
Di chi li straccia avrebbe mai potuto concepire,
Scrutano e scrutano.
Sono le mura di pelle, la pelle di mattone,
Il mattone che respingeva il sole e la luna:
Ma gli elementi le attaccano ancora senza sosta
Anche se quanto difendevano dal vento è sparito.
I venti adesso possono circolare dove il sangue scorreva caldo,
E dove prima stava il cuore aleggia nebbia fredda,
O raffiche che turbinano su ogni grembo vuoto
A spirali fischianti, portando in mezzo al buio
Con voli disordinati, fogli strappati che, infangati,
Sbattono le loro ali cave.
Cosa ne sarà di questa pelle che appena ieri
Avvolgeva le scatole brillanti di qualche lontano architetto?
Le scatole variopinte che oltre gli scuri neri,
Soffuse con le proprie speciali emanazioni,
Erano ognuna un variegato mondo in microcosmo,
I progetti abbozzati e i ricordi,
La lacrima della dolcezza e il sangue della rabbia.
Cosa ne sarà questa pelle che racchiudeva tutto questo?
Oh, sprofonderà nel buio, nel freddo buio,
Perché è ichabod e la vita era sprofondata
In fondo al buio attraverso l’inferriata raggiante,
E sprofonderà nel buio, nel freddo buio,
Dove nulla si agita presso le dinastie.
Le macerie putrefatte sotto la pioggia
Esalano la morte di Varsavia e Pompei,
Guernica, Troia e Coventry – tutte le città
e ogni edificio spirante che è morto bruciando.
Le forme se ne vanno e il mattone ritorna.
**
THEY MOVE WITH ME, MY WAR GHOSTS
They move with me, my war-ghosts, my rebeller
And my conceder through the lies of hoarding,
Through gardens and dark rooms of various colour
And over fields of fever;
I move them on the asphalt square at evening,
Across the rugs of pleasure and the boarding
Of rat’s feet and the dust’s voluptuous layer,
They beat
The warring rhythms in the war-filled weather.
Too small a home they share:
An angel’s and a centaur’s body greet
Each fiercely on the narrow stair.
Blood beckons to my hand;
I am
Split tree-wise inly from the zestless morning
To when the fatuous moon pursues
The daft
And obsolete ram.
Split tree-wise; but what alchemy enfolds them?
What potion binds them, they, my ill-assorted?
(Irreconcilable, an april angel
Dazing one half of me and that triumphant
Pagan of thoughtless hooves and violent laughter
Filling the other.) What surrounds and holds them?
Nothing but skin.
Only a list of muscles holds them in.
Have I no strong controller of these forces?
My brain is webbed like water with slow weeds,
These days I cannot trust it. Here within me
A civil war makes idiot of my paltry
Skull-circled arbiter.
The gold nostalgia of the summer sunlight
Is mockery.
I walk the streets on imitation legs
Culled from a diagram, my hands
Hang anatomically at my sides
Reaching mid-femur, while I hold above
This double cargo in a ship, half love,
And half, that rides
The self-same sea-groove with wild laugh
Across these fickle, these infested tides.
*
SI MUOVONO CON ME, I MIEI FANTASMI DI GUERRA
Si muovono con me, i miei fantasmi di guerra, quello ribelle
E quello arrendevole attraverso le bugie della recinzione,
Per giardini e stanze buie di vari colori
E lungo campi di febbre;
Li muovo sulla piazza asfaltata il pomeriggio,
Sopra i tappeti del piacere e il saliscendi
Di zampe di topo e lo strato voluttuoso della polvere,
Battono
I loro ritmi da guerra nel clima colmo di guerra.
Si spartiscono una casa troppo piccola:
Il corpo di un angelo e di un centauro si salutano
Fieramente a vicenda sulla scala stretta.
Il sangue attira la mia mano;
Io sono
Spaccato dentro in due come un albero da un mattino insipido
Fino a quando la luna inane insegue
L’ottuso
E obsoleto ariete.
Spaccato in due come un albero; ma quale alchimia li avvolge?
Quale pozione li lega, loro, i miei mal assortiti?
(Inconciliabili, un angelo di aprile
Che frastorna una mia metà e quel trionfante
Pagano dagli zoccoli avventati e la risata violenta
Che riempie l’altra.) Cos’è che li circonda e li sostiene?
Niente, se non pelle.
Solo una lista di muscoli li sostiene.
Non ho un potente controllore per queste forze?
Il mio cervello è avviluppato come acqua da alghe lente,
Di questi giorni non posso fidarmi di lui. Qui dentro di me
Una guerra civile frastorna il mio misero
Ispettore nel cerchio del cranio.
La nostalgia dorata della luce del sole
È una presa in giro.
Cammino per strada sull’imitazione di gambe
Presa da un diagramma, le mie mani
Mi pendono anatomicamente sui fianchi
Raggiungendo metà femore, mentre di sopra reggo
Questo carico doppio in una nave, metà amore,
E metà, che solca
Lo stesso identico flusso marino con una risata selvaggia
Attraverso queste mutevoli, queste infestate maree.
*
THE SOUNDS
Across the ancient silence of the ear
Meandered the lost sounds as aimlessly
As those that down the aisles of desolate
And cold cathedrals wander when at midnight
A window lost in a high cliff of darkness
Is tapped by branches or the wings of birds
Brush at its leaded panes; or when a great
And gull-winged bible in a sudden draught
Rustles its sacred pages and the naves
Whisper of how a midnight leaf of Amos
Is lifting in the darkness, or a gust
Rattles the sheets of Jonah; from a vase
On the high altar a dead frond falls swaying
Through a black fathom and the flagstones sigh
For a cold second – yet the summer light
Played on our faces, warmed the impersonal flesh
Of neck and wrist and on the dusty ground
Our short, dark shadows anchored us in sunshine,
Five roads converged and where they met it seemed
It was the very focal point of silence,
Though these five radii were not from worlds
Of hypothetic beauty, nor slid in
To the dead, crystal centre of a theory
Nor, though they met in an unearthly silence
Had they through any earthless logic slid
Like icy shafts or strings of lunar light;
Oh no, they were five roads of broken brick
That bred where they converged death’s empty disc,
For grief can cut a circle as exact,
But deeper than the men of geometry
Could ever score in regions of no blood.
How fragile in the emptiness they seem.
I can recall a group of lonely sounds,
Of little sounds that died as they were born.
Nine persons stand beneath a lifeless building
Singing of Jesus; what nostalgia
That far, lit name evokes as for a moment
Companionless, it wanders through the sunshine.
Oh what can be more lonely as it fades
Through sunshine than the naked name of Jesus?
The empty air decays and hangs; the metal
Heel of a soldier’s boot clinks in the same
Hollow of sterile space, and in the same
Hollow of sterile space an old man coughs;
His white beard prods it as he nods his head,
Prods up and down through space in sweet agreement
At what the woman on the box is saying.
A clock has emptied its steel throat of three
Boulders that roll slow globes of cold through sunshine,
And as they die the voice they had interred
In the doomed notes breaks free again and flows
Like water liberated from thick shadows
That brood beneath a tunnel of three arches.
Behind the group against an iron railing
Leans, like a figure from a Hogarth drawing,
A hunchbacked man, and as he strikes a match
The sound speaks gunfire in the sunny darkness.
High cliffs surrounding the warm void are staring
From lines of dead eye-sockets. There are caves
And gulleys where no summer waters flow
And gleam with fish or seaweeds pink and gold;
The walls are dry and no anemones
Cling to the bricks, and though the sun burns on
There is no radiance. Above
There is no moving cloud to prove the sky
Is not a lifeless ceiling of blue plaster
Dead as the cliffs of brick; dead as the sun;
Dead as the space through which the sounds meander;
Dead as the five converging roads that meet
Together at the focal point of silence.
*
I SUONI
Attraverso il silenzio antico dell’orecchio
I suoni perduti si aggiravano senza meta
Come quelli che lungo le navate di cattedrali
Fredde e desolate vagano quando a mezzanotte
Una finestra persa in un alto strapiombo di buio
Viene picchiettata dai rami, o le ali di uccelli
Strusciano il suo vetro piombato; o quando una Bibbia
Immensa dalle ali di gabbiano a uno spiffero improvviso
Fa frusciare le sue pagine sacre e le navate
Bisbigliano per come un foglio di Amos
Si solleva nel buio, o una raffica
Fa stormire il libro di Giona; da un vaso
Sull’altare maggiore un ramoscello morto casco ondeggiando
Attraverso due metri di buio e il lastricato geme
Per un freddo secondo – ma la luce estiva
Aveva giocato sui nostri volti, riscaldato la carne impersonale
Di collo e polso e sul terreno impolverato
Le nostre ombre brevi, buie, ci avevano ancorato alla luce del sole,
Cinque strade convergevano e dove si incontravano sembrava
Che fosse il punto focale stesso del silenzio,
Benché questi cinque radii non venissero da mondi
Di ipotetica bellezza, né scivolassero
Fino al centro morto, cristallino di una teoria
Né, benché si incontrassero in un silenzio ultraterreno,
Erano scivolati attraverso qualche logica non terrena
Come aste ghiacciate o corde di luce lunare;
Oh no, erano cinque strade di mattone rotto
Che dove convergevano nasceva il disco vuoto della morte,
Perché il dolore sa ritagliare un cerchio esatto,
Ma più profondo di quanto gli uomini della geometria
Potrebbero mai incidere in regioni senza sangue.
Come sembrano fragili nel vuoto.
Posso ricordare un gruppo di suoni solitari,
Di suoni piccoli che morirono mentre nascevano.
Nove persone stanno sotto un edificio senza vita
Cantando di Gesù; quanta nostalgia
Evoca quel nome lontano e luminoso mentre per un attimo,
Senza compagnia, vaga attraverso la luce del sole.
Oh cosa ci può essere di più solo mentre svanisce
Attraverso la luce del sole che il nome nudo di Gesù?
L’aria vuota decade e pende; il tacco
Metallico dello stivale di un soldato tintinna nello stesso
Vuoto di spazio sterile, e nello stesso
Vuoto di spazio sterile un vecchio tossisce;
La sua barba bianca lo stuzzica mentre annuisce,
Lo stuzzica su e giù attraverso lo spazio in dolce approvazione
Per quello che la donna nella scatola sta dicendo.
Un orologio ha svuotato la sua gola di ferro di tre
Macigni che rotolano come lenti globi di freddo attraverso la luce del sole,
E mentre muoiono la voce che avevano interrato
Nelle note dannate si sprigiona di nuovo e scorre
Come acqua liberata da ombre spesse
Che si annidano sotto un tunnel di tre archi.
Dietro il gruppo contro una ringhiera di ferro
Si appoggia, come una figura da un disegno di Hogarth,
Un gobbo, e non appena accende un fiammifero
Il suono evoca spari nel buio soleggiato.
Alti strapiombi che circondano il vuoto tiepido stanno scrutando
Da file di orbite morte. Ci sono grotte
E canali dove non scorrono acque estive
Né luccicano di pesci o alghe rosa e oro;
Le mura sono asciutte e nessun anemone
Si aggrappa ai mattoni, e benché il sole bruci ancora
Non c’è splendore. Sopra
Non c’è una nuvola in moto che dimostri che il cielo
Non è un soffitto senza vita di intonaco blu
Morto come gli strapiombi di mattone; morto come il sole;
Morto come lo spazio attraverso cui i suoni si aggirano;
Morto come le cinque strade convergenti che si incontrano
Insieme nel punto focale del silenzio.
Traduzione di Mikel Marini e Rebecca Garbin
*In copertina: Mervyn Peake legge, assiso su un albero
L'articolo Tra angelo e centauro: le poesie giovanili di Mervyn Peake proviene
da Pangea.
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A oggi il modo migliore di accostarsi alla poesia di Alberto Vighi resta il
singolo volume di versi edito postumo da Schwarz nel 1957, L’addio. Non deve
ingannarci l’inclusione nell’antologia di Falqui La giovane poesia: inserito
insieme a un’altra quarantina di poeti (fra cui Sanguineti) nella Seconda
edizione aumentata dell’antologia, sempre del 1957; il suo scarno quadro
biografico non ci dà informazioni ulteriori rispetto a quelle che troviamo nella
quarta di copertina di L’addio, il solo volume edito, con prefazione di Fortini,
e sembra suggerire che nemmeno Falqui sia andato molto al di là dello stesso.
Alberto Vighi nasce a Riccione nel 1924; è figlio dell’avvocato Roberto Vighi,
che si distinse durante il Ventennio per la militanza antifascista (viene più
volte preso a bastonate, arrestato, indagato); agli inizi del 1956 muore in un
incidente d’auto, prima di compiere i trentadue anni. Non abbiamo nessun’altra
certezza sul suo conto. Dalla prefazione di Fortini a L’addio sappiamo che aveva
viaggiato a lungo in Inghilterra; sembrerebbe aver scritto dei resoconti dei
suoi viaggi su qualche quotidiano, ma non viene fatta menzione di alcuna
specifica testata.
Troviamo un Alberto Vighi che negli anni ’40 su «Il Setaccio» (la rivista della
Gioventù Italiana del Littorio fondata, tra i vari, da Pasolini) traduce
Baudelaire, scrive di filosofia russa e pubblica una poesia; ma non è nemmeno
detto che si tratti dello stesso Alberto Vighi. Siamo certi del fatto che
esercitò la professione di avvocato e giurista, come ricorda sempre la quarta di
copertina. Alfredo Rocco, titano della giurisprudenza italiana, tra i giuristi
illustri ricorda: «Alberto Vighi, robusto ingegno, troppo presto rapito alla
scienza, che a lui deve notevoli saggi sulla personalità giuridica delle società
commerciali, e sui diritti individuali degli azionisti»; ma questo è sicuramente
un altro Alberto Vighi, dato che il testo di Rocco è del 1911, tredici anni
prima della nascita di Vighi. Bisogna quindi essere decisamente cauti
nell’azzardare qualsiasi ricostruzione su di lui: mancano completamente le basi.
Invece, sul piano dei testi nel volume Schwarz L’addio siamo messi un po’
meglio, ma sempre con qualche incertezza. Da un lato abbiamo 26 poesie ordinate
da lui stesso, che costituiscono un ciclo compiuto; dall’altro, 16 poesie
ripescate dalle carte ultime, non si sa in che stadio di compiutezza (i versi a
volte si ripetono; altre volte la punteggiatura sa essere ingannevole).
Il punto di partenza ideale per parlare della sua poesia è la prima definizione
che ne dà Fortini: «una curiosa, aggrovigliata mitologia». Del resto, il
groviglio lo ritroviamo proprio in una poesia di Vighi, Risveglio:
> Un mai più si accanisce contro il muro
> si ribalta un giocattolo nel cuore
> del bambino che si sorprende a un nodo
> d’ombre vuote e si volta, ed è già sera.
> Airone che s’impazza nei grovigli
> dei glicini più il buio disintesse
> con ombre impure un volto adolescente […]
La crescita, dal bambino all’adolescente, come un incontro coi nodi delle ombre
e della notte da disintessere, districare appunto il groviglio in cui è
incastrato l’airone (a proposito di aironi: l’anno precedente, 1956, era uscito
sempre per Schwarz Calendario, di Antonio Porta ancora firmato Leo Paolazzi, con
un altro airone al suo interno), con l’atto di tessere che inevitabilmente
rimanda al tessuto della lingua, il testo. Ma se questa poesia parte da istanze
apparentemente autobiografiche, ciò non vale per il resto della produzione edita
postuma di Vighi, che ruota davvero intorno a una mitologia personale, cifrata
secondo regole mai pienamente svelate, ma comunque fruibile. Facendo i conti con
esperienze poetiche simili a quelle del primo Luzi o del primo Bigongiari (La
figlia di Babilonia, coi giardini di Babilonia per il giardino di Boboli), Vighi
cerca di arginare la cripticità di quei precedenti costruendo una vicenda epica
che funzioni anche da sola. I passaggi non sono chiari (stiamo parlando di
un’opera postuma e incompleta), ma un intreccio si può riconoscere:
alcuni navigatori raggiungono un’isola attraversando venti e tempeste, e si
preparano a combattere battaglie, spesso sotto la luna, con gli abitanti del
luogo, tra colli e deserti, con uno stampo da Eneide che però passa attraverso
la conoscenza dei cantari epici medievali: il Cid, il Beowulf. Il cuore della
mitologia di Vighi è la sequenza del Re contadino: undici testi (che Falqui
riporta nella sua antologia) fatti di assalti, vittorie e sconfitte, di cui non
è chiaro l’esito ultimo. A essere chiara è la matrice etica: uno schieramento di
forze che vada al di là della lotta del singolo, per non sottrarsi al momento
dello scontro che comporta, inevitabilmente, una distruzione della propria
individualità. Il fatto che i personaggi di Vighi sentano la luna avanzare sul
proprio teschio abbandonato sul campo di battaglia e il fatto che lui stesso
scriva dal loro fittizio punto di vista, e non dal proprio, sono i risultati
dello stesso processo: accettare di rimettere il proprio ego alla battaglia, più
grande di sé, con il rischio altissimo di consegnarsi alla sua spietatezza e di
rientrare nella sua coerenza geometrica «pitagorica traccia di memoria/ dolce
non più che il cerchio della luna»; «per rifare il nulla entro le misure/ del
quadrato del cono e della sfera» che costringe, ma che consente di esistere in
una regola: «riconducemmo la fame e il dolore/ dentro un cerchio di colli e la
misura/ della sorte dell’uomo sotto un tiglio».
Mikel Marini
Da Il re contadino
I
Miei fedeli, nel cardo azzurro io prego
forza dal grembo di giugno dei colli
per voi nei vostri figli usciti al lume
delle stalle e dei grani, quieta forza
che non gioca alla morte ma si attende
nel viluppo del bosco e al ferreo ritmo
dell’aratro finché la vite cada
nel gelo e l’ultimo falò si estenui.
Se un commento di ombre pare il vento
che mi riapre i colli è altro tempo
che si specchia negli occhi e porta il giro
dei nostri campi a frutto di distanza
da lungi sollevata in armi e sangue.
*
III
Dissi: dobbiamo vincere per tutti,
nel costante confronto tra le cose
si fa doppia vittoria che ci eguaglia
l’acquisto arduo del mondo, e il furore
che si stupì di schiette città azzurre
colorate di portici ove in trono
s’offre al re contadino la fanciulla
commentata da musiche, sposata
fra pennoni e bandiere; ma la tregua
si rompe, male intesa nel confronto
fra pace e forza, l’ozio non l’ordine
ci divalla, e simbolo è la bara
della sposa, lasciata esile ai gigli.
*
IV
Caduta su ogni muro, impreparata
nel fuoco del nemico, già aurea e lieta
fu una città dissennata dai morti:
risalirono il filo del lamento
di Abele, si rifecero a congresso
nella mente di chi evitò i corvi
ponendo i nomi a chiave del futuro,
ripensammo le piazze come navi,
su corteggi di scale erbe e pittori,
i morti si allungarono la vita
con tale ordine del giorno: solo
chi sul bene e sul male si misura
di tutto il mondo è forte dentro il mondo.
*
Da Quattro tempi. Il saggio re.
1°. Il Cid
Se l’essere che giace nel tuo cuore
geologica serpe che si arretra
dentro un sonno automatico sottrae
la tua virtù di schiavo più si accende
la vita, se tua forza è la mia gloria,
mio popolo, conducimi all’abbrivio
del nemico, impagliato su un cavallo.
Sono morto di cento anni di gridi
di primavere apprese ai miei capelli
negate ai vinti, fate che riposi,
chiudete con oltraggio la mia tomba.
Luna che dai simulazioni al campo
della battaglia, vedo il tuo candore
sul mio teschio che avanza, e cerca luce…
*
L’assedio
La luna si apre in veste di narciso
sulle mie torri, aspira entro la notte
tale amore guerriero, che si flette
crescendo il mare, attrae fra schiume e danze
regate di delfini e in sé traspare
di una nascita assorta il mutamento.
Questo è dunque il mio figlio che si dona
sull’equilibrio del mare in silenzio,
gigante salvo aldilà della lotta
di una città brucata e arsa dai morti!
L’assedio ci studiò con ogni offesa,
ci corruppe la fame, assiepò i vivi
nelle cantine e li gettò all’amore
come uscita superstite e impazzita,
ma ogni alba smontò i più forti vivi,
li rigettò nel sangue e cadde un buio
per mancanza totale di parole.
Qui per mia fedeltà un popolo muore
dentro sé stesso, stretto in doppio cerchio
mutilato di aria, in un abbraccio
che il male già accatasta, e cresce in fumo.
Qui sono re e nel cielo mi salvo.
Io che fui cattedrale delle vene
di ognuno, azzurra nuvola alla sete,
airone della mia stessa gloria,
cane che porge grazie sui sepolcri,
ora sono l’agnello che si uccide
per vedere i limoni rifiorire.
Vecchi, vedrete crescere più bianca
l’umida barba, io chiederò ai nemici
grazia per tutti e per me cecità
corda, o il falò festoso del mio sangue,
che ora si regge al raggio del narciso
o luna, incanto fisso al nostro male.
Figlio, che ti riveli in un astrale
potere, con lo sforzo di una mano
riprendi le mie torri, urta il nemico,
fanne ossa e sabbia un domani improvviso,
da me vivi, già esteso come l’aria.
Dicembre 1954
*In copertina: Otto Dix, Autoritratto, 1912
L'articolo “Il furore che si stupì di schiette città azzurre”. Vita (incerta) &
testi di Alberto Vighi, il poeta-enigma proviene da Pangea.
Crow è il libro ossessione di Ted Hughes (poeta laureato del Regno Unito dal
1984 al 1998, antropologo, pescatore), il rovescio delle Birthday letters:
scritte lentamente, in segreto, queste ultime, pubblicate tutte d’un fiato poco
prima della sua morte, a giochi fatti, per mettere i puntini sulle i; l’altro,
invece, dalla prima edizione del 1970 subisce modifiche, ampliamenti,
ritrattazioni fino al 1997, con vuoti incolmabili nell’ultimo terzo del suo
disegno.
Non è semplice nemmeno riassumerne l’intreccio: per afferrare la storia che
cerca di raccontare bisogna per forza aver ascoltato le spiegazioni fra una
poesia e l’altra che Ted Hughes dava in occasione di letture pubbliche o
registrate, poi trascritte e sistematizzate da critici volenterosi con relativo
successo. C’è chi dice che il finale ideale della vicenda vada cercato nelle
ultime sezioni di altri libri; chi dice che quello al massimo ne
rappresenterebbe un abbozzo. Sono rimaste escluse numerose poesie, ne sono state
incluse altre, a seconda delle diverse sedi editoriali, con un approccio che
rispecchia perfettamente la vicenda di Corvo: un punto nero della realtà che è
la distruzione simultanea di se stesso e di tutto ciò che incrocia, che se non
muore mai è solo per continuare ad annientarsi trascinando dietro di sé
l’universo, in attesa di una risalita che non è stata scritta.
Il pubblico italiano ha dovuto aspettare il 2008 per leggerlo “interamente” (è
scomodo parlare di interezza riferendosi a Corvo) nel ‘Meridiano’ Mondadori a
lui dedicato da Nicola Gardini e Anna Ravano; in Italia ne erano arrivati alcuni
spezzoni, nel 1973 e nel 1985, con rispettivamente Camillo Pennati e Antonio
Porta come traduttori. Anche se sul caso Pennati ce ne sarebbero da raccontare
(tradurre il Littleblood finale come Esserino equivale a defilarsi dalla sfida
di ri-creazione imposta dalla traduzione poetica); più interessante la nota di
accompagnamento alla traduzione di Porta di poesie da Under the north star,
1981:
> “Le poesie di Sotto la stella del nord [che io tradurrei Sotto la stella
> polare, ndr.] sono state scritte per «intrattenere una vivace e precoce
> fanciulla». Ancora una volta un poeta di valore sa trarre profitto dal
> rapporto con l’infanzia. Credo che lo scambio sia veramente tale, cioè
> reciproco e giovevole a entrambi. […] In verità la poesia cosiddetta «per
> bambini» fila in equilibrio teso sopra un crinale, e rischia a ogni momento di
> precipitare nella banalità, da una parte, e nell’oscurità, dall’altra. […]
> Questa è forse la regola del gioco: una poesia scritta per i bambini può
> essere considerata «vera» poesia nel momento in cui espone la propria
> duplicità; quando, come in questo caso, può essere letta almeno su due piani,
> immediatamente oltre quella che ho chiamato «evidenza»”.
>
> (Almanacco dello Specchio, Mondadori, 1983)
Questa raccolta «per i bambini» non è inclusa nel ‘Meridiano’, come gli altri
libri di poesia per l’infanzia di Ted Hughes (The mermaid’s purse, per dirne un
altro). Bisogna stare attenti a queste pubblicazioni che non vanno considerate
“minori” perché rivolte ai minori: il disegno dell’opera di Ted Hughes, e in
questo caso di Crow, passa anche da qui. Infatti, il titolo Under the north
star arriva da una poesia pubblicata in Crow wakes, del 1971:
> “Nella zanna del lupo, la montagna di erica.
> Nella montagna di erica, la pelliccia del lupo.
> Nella pelliccia del lupo, la foresta irsuta.
> Nella foresta irsuta, la zampa del lupo.
> Nella zampa del lupo, l’orizzonte sassoso.
> Nell’orizzonte sassoso, la lingua del lupo.
> Nella lingua del lupo, le lacrime della cerbiatta.
> Nelle lacrime della cerbiatta, la palude ghiacciata.
> Nella palude ghiacciata, il sangue del lupo.
> Nel sangue del lupo, il vento di neve.
> Nel vento di neve, l’occhio del lupo.
> Nell’occhio del lupo, la stella polare.
> Nella stella polare, la zanna del lupo”.
>
> (trad. mia, cfr. p. 417 ‘Meridiano’)
Nel disegno dell’opera, questo dovrebbe corrispondere a uno dei canti totemici
appresi da Corvo per la sua purificazione. Non è l’unica poesia del
labirinto Crow a finire in questa raccolta (troviamo la poesia I see a bear,
sempre del 1971, sotto un titolo diverso: Grizzly bear), ma è nella piccola
variazione tra ultimo verso e titolo del libro del 1981, da «inside (dentro) the
North star (la stella polare)» a «under (sotto) the North star (la stella
polare)», che si gioca l’importanza della letteratura per l’infanzia di Ted
Hughes. La stella è sempre la stessa, ma a cambiare è l’esposizione e la
posizione di chi sta leggendo. Mentre Ted Hughes non risparmia l’adulto e lo
getta subito all’interno della stella polare, al bambino/bambina viene riservato
un momento in più: il titolo di tutta la raccolta li accompagna “sotto” la
stella polare, un respiro profondo prima di tuffarsi poi dentro lo stesso luogo
riservato all’adulto con la stessa poesia.
Anche Grizzly bear segue l’identica strategia: nel 1971, titolo e primo verso
coincidono (I see a bear); nel 1981, il primo verso è sempre lo stesso, ma c’è
il nuovo titolo Grizzly bear, come se venisse aggiunto un gradino in più
(accattivante, rischioso: non un orso qualunque, ma il Grizzly, una parola che
pronunciata fa tremare la bocca) per leggere la poesia; nello specifico, quella
di Crow. Sappiamo inoltre che per questo folk-tale epico Ted Hughes aveva
immaginato anche segmenti in prosa con cui collegare le poesie, senza però
realizzarli mai in forma scritta, ma solo affidandoli all’oralità; il che, più
che a una sua mancanza autoriale, sembra corrispondere all’idea di un’epica
radicata nella parola pronunciata, nel telling a tale, raccontare un
racconto. Senza dimenticarsi che Ted Hughes ha effettivamente scritto una serie
di tales ancestrali: Tales of the early world, del 1988 (pubblicato un anno dopo
in Italia col titolo Storie del ondo primitivo, per Mondadori). Si tratta di una
serie di racconti ambientati alle origini del mondo, nel contesto di una lunga
creazione che sembra non finire mai (Dio crea animale dopo animale combinando un
pasticcio dopo l’altro, con qualche favoritismo di troppo): protagonisti sono
animali dei primordi come l’Elefante, il Passero, l’Anguilla, e le inquietanti
storie eziologiche: l’Anguilla vede l’Uomo mangiarsi sua moglie e i suoi figli
elogiandone la dolcezza; l’Avanzo dal tavolo di Dio diventa il Leone affamato di
salsicce (e di animali che potrebbero diventarle) perché Dio gli ha soffiato la
vita mentre sua madre arrostiva le salsicce con l’acquolina in gola; il fatto
stesso che Dio abbia una madre di cui si dimentica tra i rifiuti, «un grosso
groviglio di braccia e gambe ripiegate su stesse, simile a un grosso ragno
polveroso e rinsecchito, quasi senza peso». Chi ha presente la poesia di Ted
Hughes avrà riconosciuto certi aspetti “totemici” della sua poetica in questi
riassunti; ma in Tales of the early world (non possiamo ignorare il parallelismo
con il titolo che Hughes darà alla sua raccolta di riscritture/traduzioni dalle
Metamorfosi di Ovidio, altro libro su un mondo “primitivo”: Tales from Ovid)
sembra essere operante al massimo il Ted Hughes di Crow in tutte le sue fasi. Il
Dio in azione nelle Storie del mondo primitivo è lo stesso con cui si confronta
Corvo: per confermarlo basta leggere uno dopo l’altro un passo in prosa dal
primo racconto del libro, Come il Passero salvò gli uccelli, (in cui il Passero
va da Dio per chiedergli dei figli) tradotto da Francesca Lazzarato, e subito
dopo la poesia Il corteggiamento di Corvo:
“A un tratto [il passero] si ricordo dov’era. Si fece coraggio ed entrò nel
laboratorio, dove Dio stava curvo sul banco di lavoro.
Salve, Dio!, fece il Passero, e rimase là, fermo. Dio continuò a lavorare, con
profonda concentrazione. Era intento a un’operazione delicatissima: teneva tra
le mani il primo Chiurlo e stava tentando di regolarne le corde vocali, in modo
che il canto si concludesse con una nota più alta.
Il Passero grattò il pavimento con la zampetta, e tossì. Poi gridò di nuovo:
Salve, Dio! Sono io, il tuo vecchio Passero!
Dio lanciò un urlo e alzò le mani di scatto, come se si fosse punto. Poi se le
mise tra i capelli.
No!, ruggì. No!
Il Passero tossì e gridò di nuovo: Dio!
Allora Dio si voltò a guardarlo.
Tu!, tuonò. Sei stato tu a farmi sbagliare. Credevo di aver sentito una voce, e
invece eri tu! Si sono rotte. E non riuscirò mai ad aggiustarle!
E si voltò per guardare in fondo alla gola del Chiurlo.
Dio, gridò ancora il Passero, sono venuto per…
Che cosa vuoi?, chiese Dio con uno sguardo incollerito.
Il Passero fece un respiro profondo. Ecco, Dio, non siamo che due passerotti, ma
io e mia moglie vorremmo un uccellino, o anche due o tre, se fosse possibile,
perché…
Vattene!, gridò Dio. Magari un altro giorno. Passeri! Non ho tempo di pensare ai
Passeri. Sto creando i Chiurli! E tra poco toccherà ai Piovanelli!
Poi si chinò sul Chiurlo con le corde vocali danneggiate”.
*
Il corteggiamento di Corvo
Corvo si fece impaziente bussando alla porta di Dio.
“Datti una mossa con la mia sposa” gridava “Che gli anni stanno passando!”
Poteva vedere vecchie entrare a carrellate
poteva sentire la fornace tuonare
nelle canne fumarie del Cielo
mentre Dio forgiava il corpo della sua sposa
dalle carcasse di vecchiacce.
“Silenzio,” urlò Dio, “Stai interrompendo
la Grande Opera. Vattene e basta, e pazienta.”
Corvo si strascicò fino alla porta, canticchiò per un po’.
Guardò giù verso le colline e i frutteti –
poi si piantò sudato, trafitto dalla fantasia.
Prima di rendersene conto stava picchiando alla porta di Dio,
“Datti una mossa con la mia sposa, che gli anni stanno passando!”
I corpi delle vecchiacce benché morti e incandescenti
strillavano sotto i martelli di Dio,
laminazioni di vecchiacce –
a milioni nella lama del corpo della sposa.
“Vattene,” urlò Dio, “Stai rovinando l’opera.
Vattene una volta buona e pazienta.”
Corvo intrecciò le braccia, il suo petto era un bollore soffocante
del dolore dell’impazienza –
Spalancò a calci la porta. Dio ruggì fra le lacrime.
Corvo fissò con gli occhi di stucco il mucchio di ceneri.
“Il momento peggiore!” Dio piangeva “Il momento peggiore!”
(trad. mia, cfr. ‘Meridiano’ p. 442)
La differenza sostanziale della vicenda sta nel fatto che Passero vuole dei
figli, Corvo una sposa; per il resto, la trama essenziale (la richiesta
nell’atelier di Dio, l’impazienza, il lavoro guastato, le urla) è la stessa. Il
bambino che legge del passero che vuole i figli pensa a se stesso nei figli, e
ai propri genitori. È un’altra prospettiva da cui guardare a quell’incontro,
sempre con un gradino in più: non direttamente alla loro unione (come nel caso
di Corvo che vuole una sposa), ma alle conseguenze della loro unione.
Potremmo cercare altre concordanze fra Corvo e Storie del mondo primitivo, anche
minime: un pappagallo prova a cantare per il matrimonio fra Adamo ed Eva, ma
«mentre cercava di cantare dal suo becco usciva una Mosca dopo l’altra, finché
la ringhiera ne fu coperta». Invece, in una poesia che si intitola La prima
lezione di Corvo, quando Corvo prova a dire «Amore» come Dio tenta di
insegnargli, «Corvo boccheggiò e un moscone, una mosca tse-tse, una zanzara/
sfrecciarono qua e là/ ai vari piaceri carnali», e subito dopo, rimanendo
comunque in contesto di matrimonio e unione, «Corvo convulsò, boccheggiò,
sboccò e/ la prodigiosa testa dell’uomo senza corpo/ sbocciò sulla terra, con
occhi roteanti,/ blaterando proteste –// E Corvo sboccò di nuovo prima che Dio
lo potesse fermare,/ E la vulva della donna cadde sul collo dell’uomo e si
strinse./ I due lottarono insieme sull’erba».
Oppure potremmo notare la presenza ricorrente del Corvo nelle Storie del mondo
primitivo, che prende la parola sospettosamente spesso rispetto agli altri
animali, soprattutto nell’ultimo racconto del libro, I ballerini, dove le
montagne prendono improvvisamente a tremare. Tra tutti gli animali è proprio il
Corvo a rendersi conto di quello che sta succedendo veramente:
> «Il Corvo le osservò. Credo, disse poi [a Dio], che stiano cercando di danzare
> […] Il Corvo aveva proprio ragione. Le montagne stavano davvero danzando, o
> così sembrava».
Dalle montagne infatti uscirà, una volta che si saranno aperte, un piccolo Topo
che balla[1]. Il Corvo, le montagne, gli elefanti che a un certo punto ne
sbucano fuori e il Topo ballerino dovrebbero farci venire in mente Littleblood,
la poesia che chiude la prima edizione di Crow del 1970:
O sanguicello, nascosto dalle montagne nelle montagne
ferito dalle stelle e che essudi ombra
e che mangi la terra medica.
O sanguicello, disossaticello spellatello
che ari con la carcassa di un passero
che falci il vento e trebbi le pietre.
O sanguicello, che tamburelli in un teschio di mucca
che balli con zampe di moscerino
con proboscide d’elefante con coda di coccodrillo.
Diventato così saggio diventato così terribile
succhiando le tette ammuffite della morte.
Siediti sul mio dito, cantami nell’orecchio, O sanguicello.
(trad. nostra)
Nel racconto, non appena Topo è uscito dalle montagne leggiamo che «Dio lo
guardava estasiato, senza parole. Il Topo si diresse verso di lui, danzando, e
saltellò sulla sua mano. Dio lo sollevò tenendolo sul palmo». Dovrebbe essere
ormai chiaro che il progetto del folk-tale epico ideato da Ted Hughes
per Crow non si lascia arginare dai confini di un solo libro. Tales from the
early world è una realizzazione inconsueta del viaggio di Corvo, forse la cosa
più vicina alle famose prose di interconnessione ricordate prima; sicuramente
parte di una visione artistica totale, rivolta a ogni fase della vita di chi la
legge. Infatti, nonostante Ted Hughes abbia scritto e pubblicato le poesie prima
e i racconti dopo, è quasi garantito che chi legge ne farà esperienza in senso
inverso: prima i racconti destinati principalmente all’infanzia, poi Crow.
Allora è quasi come se il libro di racconti facesse da introduzione al libro di
poesie tracciando piste e seminando indizi e provocazioni con cui preparare il
piccolo lettore o la piccola lettrice al futuro incontro con Crow, disponendo in
loro l’immaginario dell’opera che forse leggeranno più avanti. In questo modo
una parte del lavoro è stata già fatta: la letteratura per l’infanzia di Ted
Hughes gioca sul lungo termine, comincia a proiettare da lontano l’ombra di
Crow, disposta a farsi dimenticare, ma pronta a riattivarsi dopo anni al momento
giusto.
Mikel Marini
*In copertina: Ted Hughes disegnato nel 1956 da Sylvia Plath
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[1] (con una variazione del detto oraziano: «parturient montes, nascetur
ridiculus mus» (i monti avranno le doglie del parto, nascerà un topo ridicolo),
allusione di Orazio a una favola di Esopo con cui critica i proemi altisonanti
per poemi miseri, esteso in generale alle aspettative deluse. Qui Ted Hughes
riconduce il proverbio alla dimensione della favola, riazzera i conti)
L'articolo “Diventato così terribile”. Il Corvo di Ted Hughes e la letteratura
per l’infanzia proviene da Pangea.