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“Senza parlare mai di felicità”. Sulla poesia di Boris Poplavskij, l’angelo sterminatore
In che lingua sogna un émigré? Quali suoni scortano i suoi ricordi verso il porto incerto della memoria? La fisionomia di Boris Poplavskij ricorda a volte un orso, a volte una docile marmotta. Lo sguardo è sempre un po’ imbronciato, con quell’aria di sfida sottolineata dalla piega del labbro. Lo corteggiano gli angeli e i teppisti. Come il cherubino di Rozanov muove prima al pianto e poi al riso, così il sommesso dialogo di Poplavskij è confessione celeste di un principe decaduto e un omicida astrale. Oh Boris, campione di tenerezza, re degli esiliati, ladro di visioni equatoriali… Come la bellezza si posa mansueta sulle tue lievi ginocchia nell’alba soffusa di Costantinopoli! In quella mattina, tra i barbagli delle scaglie dei pesci e il richiamo del muezzin, hai avvertito il veleno dell’incanto circolare in tutto l’albero del tuo corpo, dai rami nodosi alle fronde cariche di foglie e frutti… C’è qualcosa di celestiale e demoniaco in Poplavskij, arcangelo e sterminatore. È un bambino crudele e senza pietà che non conosce né passato né futuro: vive solo nel perenne lampo del presente. Poplavskij nasce a Mosca nella primavera del 1903. In quegli anni, poderose ondate di freddo ritardavano il disgelo agli inizi di maggio. Forse è per questo che nei versi del poeta russo si sente un misterioso e lento fluire acquatico, forse è per questo che nelle sue quartine la neve si trasforma in fitta nostalgia.  I genitori gli dedicano un affetto svogliato e incostante. L’infanzia e l’adolescenza trascorrono tra occasionali viaggi in Italia e Svizzera e la frequentazione assidua di pittori e musicisti. Figura centrale è la sorella maggiore Natal’ja, poeta dalla sensibilità tormentata che nel 1917 pubblica una raccolta di versi dal titolo Poesie della Dama in Verde. Muore all’improvviso a soli vent’anni per un’overdose di stupefacenti. La sua scomparsa lascia in Poplavskij un vuoto incolmabile: è il primo e decisivo confronto con la morte e l’approfondirsi di una dimensione mistica che da sempre gli infiamma il cuore e i nervi.  La Rivoluzione d’Ottobre coglie i Poplavskij di sorpresa e li costringe a lasciare il paese. Raggiungono la Crimea, uno dei centri di resistenza dell’Armata Bianca. Qui, matura la vocazione poetica di Poplavskij. Nel 1919 legge per la prima volta le sue poesie al circolo letterario “Čechov”. Con la vittoria ormai certa dei Rossi, Poplavskij fugge prima in Germania, poi a Praga e infine a Parigi, dove si stabilisce definitivamente nel 1921.  Boris Poplavskij (1903-1935) La capitale francese è, con Berlino, il centro di aggregazione degli émigrés. Vi fioriscono costellazioni più o meno effimere di giornali, riviste e case editrici di lingua russa. È la Parigi di Chodasevič e Nina Berberova. In un giorno di cielo sereno, la città si dispiega da Montmartre come un mare di flutti dorati. I tetti cerulei si fondono nella sinfonia bianca dei palazzi, i grandi viali sono come le arterie di un leviatano. Poplavskij si aggira di notte per le strade di Montparnasse. Tra eterni dibattiti, manifesti letterari, sbornie e risse, i caffè e le bettole rigurgitano di facili entusiasmi e altrettanto facile ira. Tira di boxe, legge e scrive, tiene un diario su cui appunta le oscillazioni del suo spirito. Apprezza Kandinskij e Magritte. Per anni ha interrogato le linee della sua mano per capire se lo attendeva un destino di pittore o di poeta. La Russia non gli manca, per la Russia non piange. Lo attraggono i luoghi che non si trovano sulle mappe, quelli per cui non esiste un nome, quelli per cui esiste solo il fiore disperso del verso. Non per nulla, tra i suoi idoli c’è Rimbaud. Scrive Nina Berberova:  > “portava sempre gli occhiali scuri, cosicché era senza sguardo. In lui c’era > «la balbuzie divina», la capacità miracolosa di dare forma a ciò che vedeva e > sentiva, eppure una tristezza inspiegabile mi cresceva dentro quando parlavo > con lui: era un uomo senza sguardo, senza gesti, senza voce. Aveva una visione > nebulosa del mondo e sfocata di sé stesso. Nella poesia e più tardi nella > prosa fu più libero che nella vita, ma non veramente libero.” Un uomo puro, senza compromessi. Troppo per un mondo stretto nelle pastoie di ciò che è mediocre, fittizio, di seconda mano. Nel 1931 pubblica l’unica raccolta di versi in vita, Флаги (Bandiere). Per Chodasevič è il poeta più talentuoso dell’emigrazione russa. Un giovane Nabokov ne stronca il talento in un articolo uscito all’indomani della pubblicazione di Bandiere. Di tutto questo, del discreto clamore attorno a lui, Poplavskij pare non abbia sentore. Vive al di fuori di ogni contingenza, al di fuori di ogni apparente nesso di causalità. Una nebbia perpetua pare accompagnarlo. Nei versi del poeta russo senti un tenero nulla impossessarsi a poco a poco dell’esistente: senza schianti, senza rivelazioni, come neve che cade lieve.  Non esistono più nord e sud, alto e basso, verticale e orizzontale: tutto si confonde in un unico, candido abbraccio. Nel 1935, Poplavskij si congeda dalla vita terrena per un’overdose di narcotici. Penso a Georg Trakl. Non tutti credono a questa versione. Tra questi, Nina Berberova. Nel suo meraviglioso Parla Ricordo, Nabokov, in una potente quanto rara smentita di una sua affermazione, scrive:  > “Conobbi molti altri autori russi émigré. Non conobbi Poplavskij, che morì > giovane, un violino lontano tra balalaike vicine. > > Dormi, Morella, com’è terribile la vita delle aquile. > > Non dimenticherò mai le sue vibranti tonalità malinconiche né mai mi perdonerò > la recensione stizzosa con cui lo attaccai per alcune manchevolezze > insignificanti nei suoi versi ancora implumi”. I versi di Poplavskij hanno la stessa sospensione temporale dei fiocchi di neve un attimo prima di posarsi. Ecco, una macchia di colore, come un fiore o un frutto, nel bianco abbacinante. Lorenzo Giacinto ** Attentato con mezzi inadeguati A Il’ja Zdanevič Una corona di sonetti mi aiuterà a vivere, scrivo subito, ma non è un aiuto sicuro, come frana in fretta la costa del burrone. Dal gomito un brivido corre sul foglio di carta. È vuota la tana d’orso dell’anima c’è dentro una bottiglia, un foglio di giornale. nel serraglio della città, come l’ebreo errante il padrone cammina avanti e indietro vicino alle sbarre di un carcere. Così la nostra vita, nel diletto del nostro tempo, per potenza superiore all’uomo, è immersa nella prigione del destino. Solo cinque piedi ci sono stati lasciati per correre, cinque giambi, la volontà tormentosa delle parole perché la belva non dimentichi la libertà. 1925 * Lo spirito della musica Sul ballo rilucevano le nuvole della musica, all’ingresso ardeva un verde brillante, là c’era la vita, ma a dieci passi si faceva blu la notte e gli anni scorrevano nell’eternità. Ballavamo la nostra vita al suono di enormi trombe, dove rombava il tempo rideva l’ubriaco vedendo così tante lune addormentate nelle rose e negli abbracci della decomposizione. Al richiamo delle trombe sopra l’abisso degli àuguri, con le ali di accese bandiere sulle spalle, passarono i ballerini con passo brioso, come il bagliore di razzi che vagano nelle notti. Ridevano, piangevano, erano mesti. Lanciavano rose ai riflessi delle stelle, innalzavano libri misteriosi, tacevano in lontananza attraversando il ponte. Ogni cosa spariva, veniva meno, s’interrompeva, e la musica gridava «Avanti il coro», Si torceva le mani nel vicolo la compassione e chiamava la gente a uccidere la musica. Ma gli angeli giocavano placidamente. Loro ascoltavano: l’erba, i fiori, i bambini, turbinando, i ballerini si davano teneri baci E si svegliavano su un altro pianeta. Pareva loro di fiorire all’inferno, in fondo, lontano, l’aria era blu. Lo spirito della musica sognava nel giardino notturno Con un enigmatico sorriso d’usignolo. Là il ballo si spense. Là c’erano l’alba, la quiete soltanto con sottile mano di ferro Intonava il suffragio la morte si levava piano al di là del fiume il sole. 1930 * Romanza La città è buia, i suoi parchi misteriosi, mentre lassù il cielo è un mare cangiante di smeraldi. Salomè – l’anima dimentica come la tua voce somigliasse alla morte. E ora ricordo, tu uscisti dal tramonto, una coppa nera tra le tue mani snelle. Al canto dell’acacia bianca, la sera si allontanò… oltre il fiume e dentro le nuvole. Tutto sembrava inutile e strano. Il cavaliere nero chiuse gli occhi. L’orchestra del ristorante fluttuò sopra la palude, e nell’interminabile lontananza. Spettro dormiente, non c’è modo che io possa svegliarti, io sono il tuo sogno. Salomè ora china il capo per cantare all’unisono con le acque della palude solitaria. Il tempo vola via, lo spettro dalle ali nere della terra è scomparso già da tempo. Ti aspetterò nella torre del castello, dove la stella canta in lontananza. Attraverso i secoli che passano tu rimarrai: dorata, unica e viva. Dormi, mio cavaliere, sopra Roncisvalle, come quei fuochi meravigliosi lassù tra le nuvole. Affinché tu non veda la tristezza e possa vivere felice nel corso di quest’anno, getterò la coppa nera nel mare; camminerò verso quelle paludi radiose. Gli anni si tingono di rosa sulle montagne. Tutto ciò che è passato è vicino alla primavera. Là, sotto questa lucente stella di libertà, la memoria dorme, sorridendo nei suoi sogni. * Madonna nera Giorni che s’azzurravano, si facevano lilla, oscuri, magnifici, vuoti. Sui tram la gente s’addormentava, chinando le teste sante, Dormiva l’asfalto, dove il mezzogiorno aveva lasciato impronte. E sembrava che nell’aria, nella tristezza, ogni minuto un treno partisse. Inizierà a schiamazzare la festa popolare, lanterne da pochi soldi appese a fili, e sulla povera radura calpestata inizieranno a morire il clarinetto e il violino. E ancora una volta, proprio davanti alla bara, emetteranno, partoriranno un suono magico, e i musicisti piangeranno a dirotto birra scura da mani sudate. E allora passerà indifferente, accaldata e per nulla lieta della festa, la cavalleria, in rosse uniformi, l’artiglieria che ritorna dalla parata. E alla polvere, alla colonia, al sudore, al ronzio dell’arco voltaico sulla testa, si unirà l’odore del vomito, il fumo di polvere da sparo dei fuochi d’artificio. E udrà d’un tratto un giovane superbo, con l’immenso fondo a zampa dei pantaloni, il breve sparo della felicità, l’istante fuggiasco dell’estate, la rossa luna dell’estate sulle onde. D’un tratto risuonerà sulle labbra del trombone lo stridio di sfere che ruotano nelle tenebre. Un grido selvaggio lancerà la Madonna nera, le braccia spalancate in un sonno mortale. E attraverso l’arsura notturna, sacra, infernale, attraverso il fumo viola dove cantava il clarinetto, comincerà a volteggiare la bianca, spietata, neve che cade da milioni di anni. * Partenza da Jalta Piovve tutta la notte. La tempesta durava già da un mese. All’ingresso del bosco umido il cancelletto sbatteva sui cardini sfasciati. Scuro e vorticoso, il fiume dei cieli correva verso sud. Quel fiume era trafficato come un’autostrada. Il cartellone pubblicitario sferzava sopra il padiglione bagnato. Il passante, con la testa ben china, svoltava nel vicolo dove tutto è ancora verde. Oltre l’alto molo la nebbia bianca volava alta vorticando, per poi ricadere nell’oceano. Là, sopra le rocce, il globo nero della torre preannuncia l’uragano imminente. Arrivano le taccole gridando sulle carogne; la loro lotta contro il tempo prefigura l’inverno. L’onda in fuga dalla spiaggia di ciottoli si scaglia carica di polvere sulle vetrine dei negozi. Tutto è stato serrato, le panchine svuotate. Solo il giornalaio lancia il suo grido lacerante. Lassù nel freddo i comignoli sussurrano le solite assurdità, e un colpo lontano risuona dalle montagne. Tutto dorme. L’alba non è lontana. E allora bevi, caro amico, spacchiamo i nostri bicchieri. Carichiamo questo vecchio, glorioso grammofono e cantiamoci insieme, senza pensarci. Abbiamo capito, abbiamo sconfitto il male, abbiamo fatto tutto ciò che brilla nel freddo. Abbiamo rifiutato tutto, la neve ci ha sbarrato il cammino, quindi bevi amico mio, spacchiamo i nostri bicchieri. E per quanto riguarda la Russia, non piangeremo per lei! Le candele si spegneranno sugli alberi di Natale, e dormiremo. Le candele moriranno e ci sarà buio sopra gli alberi, ed essi bruceranno di stelle e di eternità. Per tutta la notte i soldati cantarono fino all’alba, finché alla fine rimasero freddi, silenziosi e abbattuti. Senza più nulla da bere non potevano che aspettare il giorno… il suo volto cupo appare e il vento soffia interminabile. Ora non è il momento di sprecare le tue forze! Là, in un sonno profondo, sorge la patria segreta. Anche se è inverno senza di noi, gli anni sono come bianca neve, i cumuli crescono e crescono per potersi un giorno sciogliere. E solo tu potrai raccontare ai giovani di ciò che essi cantarono e piansero fino all’alba, e solo tu canterai la pietà per i caduti, l’eterno amore che non attende risposta. Per l’ultima volta il sacerdote sulla montagna ha celebrato la messa. Il mattino è sorto e nel piccolo monastero vicino un’altra anima malata è partita per l’eternità. Lo scafo della nave brilla, immenso e severo: chi è questo osservatore solitario con le mani infilate nel cappotto? Come lentamente si tinge di rosso l’oriente notturno! Chi può credere che vi siano così tanti anni di distacco… Chi avrebbe potuto sapere allora… che era quello, o la morte? In pace il vecchio ha sollevato l’Eucaristia… perché potessimo credere, piangere e bruciare di nostalgia, ma senza parlare mai di felicità. Boris Poplavskij *In copertina: Boris Poplavskij boxa a Parigi negli anni Venti L'articolo “Senza parlare mai di felicità”. Sulla poesia di Boris Poplavskij, l’angelo sterminatore proviene da Pangea.
July 7, 2026 / Pangea