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“Senza parlare mai di felicità”. Sulla poesia di Boris Poplavskij, l’angelo sterminatore
In che lingua sogna un émigré? Quali suoni scortano i suoi ricordi verso il porto incerto della memoria? La fisionomia di Boris Poplavskij ricorda a volte un orso, a volte una docile marmotta. Lo sguardo è sempre un po’ imbronciato, con quell’aria di sfida sottolineata dalla piega del labbro. Lo corteggiano gli angeli e i teppisti. Come il cherubino di Rozanov muove prima al pianto e poi al riso, così il sommesso dialogo di Poplavskij è confessione celeste di un principe decaduto e un omicida astrale. Oh Boris, campione di tenerezza, re degli esiliati, ladro di visioni equatoriali… Come la bellezza si posa mansueta sulle tue lievi ginocchia nell’alba soffusa di Costantinopoli! In quella mattina, tra i barbagli delle scaglie dei pesci e il richiamo del muezzin, hai avvertito il veleno dell’incanto circolare in tutto l’albero del tuo corpo, dai rami nodosi alle fronde cariche di foglie e frutti… C’è qualcosa di celestiale e demoniaco in Poplavskij, arcangelo e sterminatore. È un bambino crudele e senza pietà che non conosce né passato né futuro: vive solo nel perenne lampo del presente. Poplavskij nasce a Mosca nella primavera del 1903. In quegli anni, poderose ondate di freddo ritardavano il disgelo agli inizi di maggio. Forse è per questo che nei versi del poeta russo si sente un misterioso e lento fluire acquatico, forse è per questo che nelle sue quartine la neve si trasforma in fitta nostalgia.  I genitori gli dedicano un affetto svogliato e incostante. L’infanzia e l’adolescenza trascorrono tra occasionali viaggi in Italia e Svizzera e la frequentazione assidua di pittori e musicisti. Figura centrale è la sorella maggiore Natal’ja, poeta dalla sensibilità tormentata che nel 1917 pubblica una raccolta di versi dal titolo Poesie della Dama in Verde. Muore all’improvviso a soli vent’anni per un’overdose di stupefacenti. La sua scomparsa lascia in Poplavskij un vuoto incolmabile: è il primo e decisivo confronto con la morte e l’approfondirsi di una dimensione mistica che da sempre gli infiamma il cuore e i nervi.  La Rivoluzione d’Ottobre coglie i Poplavskij di sorpresa e li costringe a lasciare il paese. Raggiungono la Crimea, uno dei centri di resistenza dell’Armata Bianca. Qui, matura la vocazione poetica di Poplavskij. Nel 1919 legge per la prima volta le sue poesie al circolo letterario “Čechov”. Con la vittoria ormai certa dei Rossi, Poplavskij fugge prima in Germania, poi a Praga e infine a Parigi, dove si stabilisce definitivamente nel 1921.  Boris Poplavskij (1903-1935) La capitale francese è, con Berlino, il centro di aggregazione degli émigrés. Vi fioriscono costellazioni più o meno effimere di giornali, riviste e case editrici di lingua russa. È la Parigi di Chodasevič e Nina Berberova. In un giorno di cielo sereno, la città si dispiega da Montmartre come un mare di flutti dorati. I tetti cerulei si fondono nella sinfonia bianca dei palazzi, i grandi viali sono come le arterie di un leviatano. Poplavskij si aggira di notte per le strade di Montparnasse. Tra eterni dibattiti, manifesti letterari, sbornie e risse, i caffè e le bettole rigurgitano di facili entusiasmi e altrettanto facile ira. Tira di boxe, legge e scrive, tiene un diario su cui appunta le oscillazioni del suo spirito. Apprezza Kandinskij e Magritte. Per anni ha interrogato le linee della sua mano per capire se lo attendeva un destino di pittore o di poeta. La Russia non gli manca, per la Russia non piange. Lo attraggono i luoghi che non si trovano sulle mappe, quelli per cui non esiste un nome, quelli per cui esiste solo il fiore disperso del verso. Non per nulla, tra i suoi idoli c’è Rimbaud. Scrive Nina Berberova:  > “portava sempre gli occhiali scuri, cosicché era senza sguardo. In lui c’era > «la balbuzie divina», la capacità miracolosa di dare forma a ciò che vedeva e > sentiva, eppure una tristezza inspiegabile mi cresceva dentro quando parlavo > con lui: era un uomo senza sguardo, senza gesti, senza voce. Aveva una visione > nebulosa del mondo e sfocata di sé stesso. Nella poesia e più tardi nella > prosa fu più libero che nella vita, ma non veramente libero.” Un uomo puro, senza compromessi. Troppo per un mondo stretto nelle pastoie di ciò che è mediocre, fittizio, di seconda mano. Nel 1931 pubblica l’unica raccolta di versi in vita, Флаги (Bandiere). Per Chodasevič è il poeta più talentuoso dell’emigrazione russa. Un giovane Nabokov ne stronca il talento in un articolo uscito all’indomani della pubblicazione di Bandiere. Di tutto questo, del discreto clamore attorno a lui, Poplavskij pare non abbia sentore. Vive al di fuori di ogni contingenza, al di fuori di ogni apparente nesso di causalità. Una nebbia perpetua pare accompagnarlo. Nei versi del poeta russo senti un tenero nulla impossessarsi a poco a poco dell’esistente: senza schianti, senza rivelazioni, come neve che cade lieve.  Non esistono più nord e sud, alto e basso, verticale e orizzontale: tutto si confonde in un unico, candido abbraccio. Nel 1935, Poplavskij si congeda dalla vita terrena per un’overdose di narcotici. Penso a Georg Trakl. Non tutti credono a questa versione. Tra questi, Nina Berberova. Nel suo meraviglioso Parla Ricordo, Nabokov, in una potente quanto rara smentita di una sua affermazione, scrive:  > “Conobbi molti altri autori russi émigré. Non conobbi Poplavskij, che morì > giovane, un violino lontano tra balalaike vicine. > > Dormi, Morella, com’è terribile la vita delle aquile. > > Non dimenticherò mai le sue vibranti tonalità malinconiche né mai mi perdonerò > la recensione stizzosa con cui lo attaccai per alcune manchevolezze > insignificanti nei suoi versi ancora implumi”. I versi di Poplavskij hanno la stessa sospensione temporale dei fiocchi di neve un attimo prima di posarsi. Ecco, una macchia di colore, come un fiore o un frutto, nel bianco abbacinante. Lorenzo Giacinto ** Attentato con mezzi inadeguati A Il’ja Zdanevič Una corona di sonetti mi aiuterà a vivere, scrivo subito, ma non è un aiuto sicuro, come frana in fretta la costa del burrone. Dal gomito un brivido corre sul foglio di carta. È vuota la tana d’orso dell’anima c’è dentro una bottiglia, un foglio di giornale. nel serraglio della città, come l’ebreo errante il padrone cammina avanti e indietro vicino alle sbarre di un carcere. Così la nostra vita, nel diletto del nostro tempo, per potenza superiore all’uomo, è immersa nella prigione del destino. Solo cinque piedi ci sono stati lasciati per correre, cinque giambi, la volontà tormentosa delle parole perché la belva non dimentichi la libertà. 1925 * Lo spirito della musica Sul ballo rilucevano le nuvole della musica, all’ingresso ardeva un verde brillante, là c’era la vita, ma a dieci passi si faceva blu la notte e gli anni scorrevano nell’eternità. Ballavamo la nostra vita al suono di enormi trombe, dove rombava il tempo rideva l’ubriaco vedendo così tante lune addormentate nelle rose e negli abbracci della decomposizione. Al richiamo delle trombe sopra l’abisso degli àuguri, con le ali di accese bandiere sulle spalle, passarono i ballerini con passo brioso, come il bagliore di razzi che vagano nelle notti. Ridevano, piangevano, erano mesti. Lanciavano rose ai riflessi delle stelle, innalzavano libri misteriosi, tacevano in lontananza attraversando il ponte. Ogni cosa spariva, veniva meno, s’interrompeva, e la musica gridava «Avanti il coro», Si torceva le mani nel vicolo la compassione e chiamava la gente a uccidere la musica. Ma gli angeli giocavano placidamente. Loro ascoltavano: l’erba, i fiori, i bambini, turbinando, i ballerini si davano teneri baci E si svegliavano su un altro pianeta. Pareva loro di fiorire all’inferno, in fondo, lontano, l’aria era blu. Lo spirito della musica sognava nel giardino notturno Con un enigmatico sorriso d’usignolo. Là il ballo si spense. Là c’erano l’alba, la quiete soltanto con sottile mano di ferro Intonava il suffragio la morte si levava piano al di là del fiume il sole. 1930 * Romanza La città è buia, i suoi parchi misteriosi, mentre lassù il cielo è un mare cangiante di smeraldi. Salomè – l’anima dimentica come la tua voce somigliasse alla morte. E ora ricordo, tu uscisti dal tramonto, una coppa nera tra le tue mani snelle. Al canto dell’acacia bianca, la sera si allontanò… oltre il fiume e dentro le nuvole. Tutto sembrava inutile e strano. Il cavaliere nero chiuse gli occhi. L’orchestra del ristorante fluttuò sopra la palude, e nell’interminabile lontananza. Spettro dormiente, non c’è modo che io possa svegliarti, io sono il tuo sogno. Salomè ora china il capo per cantare all’unisono con le acque della palude solitaria. Il tempo vola via, lo spettro dalle ali nere della terra è scomparso già da tempo. Ti aspetterò nella torre del castello, dove la stella canta in lontananza. Attraverso i secoli che passano tu rimarrai: dorata, unica e viva. Dormi, mio cavaliere, sopra Roncisvalle, come quei fuochi meravigliosi lassù tra le nuvole. Affinché tu non veda la tristezza e possa vivere felice nel corso di quest’anno, getterò la coppa nera nel mare; camminerò verso quelle paludi radiose. Gli anni si tingono di rosa sulle montagne. Tutto ciò che è passato è vicino alla primavera. Là, sotto questa lucente stella di libertà, la memoria dorme, sorridendo nei suoi sogni. * Madonna nera Giorni che s’azzurravano, si facevano lilla, oscuri, magnifici, vuoti. Sui tram la gente s’addormentava, chinando le teste sante, Dormiva l’asfalto, dove il mezzogiorno aveva lasciato impronte. E sembrava che nell’aria, nella tristezza, ogni minuto un treno partisse. Inizierà a schiamazzare la festa popolare, lanterne da pochi soldi appese a fili, e sulla povera radura calpestata inizieranno a morire il clarinetto e il violino. E ancora una volta, proprio davanti alla bara, emetteranno, partoriranno un suono magico, e i musicisti piangeranno a dirotto birra scura da mani sudate. E allora passerà indifferente, accaldata e per nulla lieta della festa, la cavalleria, in rosse uniformi, l’artiglieria che ritorna dalla parata. E alla polvere, alla colonia, al sudore, al ronzio dell’arco voltaico sulla testa, si unirà l’odore del vomito, il fumo di polvere da sparo dei fuochi d’artificio. E udrà d’un tratto un giovane superbo, con l’immenso fondo a zampa dei pantaloni, il breve sparo della felicità, l’istante fuggiasco dell’estate, la rossa luna dell’estate sulle onde. D’un tratto risuonerà sulle labbra del trombone lo stridio di sfere che ruotano nelle tenebre. Un grido selvaggio lancerà la Madonna nera, le braccia spalancate in un sonno mortale. E attraverso l’arsura notturna, sacra, infernale, attraverso il fumo viola dove cantava il clarinetto, comincerà a volteggiare la bianca, spietata, neve che cade da milioni di anni. * Partenza da Jalta Piovve tutta la notte. La tempesta durava già da un mese. All’ingresso del bosco umido il cancelletto sbatteva sui cardini sfasciati. Scuro e vorticoso, il fiume dei cieli correva verso sud. Quel fiume era trafficato come un’autostrada. Il cartellone pubblicitario sferzava sopra il padiglione bagnato. Il passante, con la testa ben china, svoltava nel vicolo dove tutto è ancora verde. Oltre l’alto molo la nebbia bianca volava alta vorticando, per poi ricadere nell’oceano. Là, sopra le rocce, il globo nero della torre preannuncia l’uragano imminente. Arrivano le taccole gridando sulle carogne; la loro lotta contro il tempo prefigura l’inverno. L’onda in fuga dalla spiaggia di ciottoli si scaglia carica di polvere sulle vetrine dei negozi. Tutto è stato serrato, le panchine svuotate. Solo il giornalaio lancia il suo grido lacerante. Lassù nel freddo i comignoli sussurrano le solite assurdità, e un colpo lontano risuona dalle montagne. Tutto dorme. L’alba non è lontana. E allora bevi, caro amico, spacchiamo i nostri bicchieri. Carichiamo questo vecchio, glorioso grammofono e cantiamoci insieme, senza pensarci. Abbiamo capito, abbiamo sconfitto il male, abbiamo fatto tutto ciò che brilla nel freddo. Abbiamo rifiutato tutto, la neve ci ha sbarrato il cammino, quindi bevi amico mio, spacchiamo i nostri bicchieri. E per quanto riguarda la Russia, non piangeremo per lei! Le candele si spegneranno sugli alberi di Natale, e dormiremo. Le candele moriranno e ci sarà buio sopra gli alberi, ed essi bruceranno di stelle e di eternità. Per tutta la notte i soldati cantarono fino all’alba, finché alla fine rimasero freddi, silenziosi e abbattuti. Senza più nulla da bere non potevano che aspettare il giorno… il suo volto cupo appare e il vento soffia interminabile. Ora non è il momento di sprecare le tue forze! Là, in un sonno profondo, sorge la patria segreta. Anche se è inverno senza di noi, gli anni sono come bianca neve, i cumuli crescono e crescono per potersi un giorno sciogliere. E solo tu potrai raccontare ai giovani di ciò che essi cantarono e piansero fino all’alba, e solo tu canterai la pietà per i caduti, l’eterno amore che non attende risposta. Per l’ultima volta il sacerdote sulla montagna ha celebrato la messa. Il mattino è sorto e nel piccolo monastero vicino un’altra anima malata è partita per l’eternità. Lo scafo della nave brilla, immenso e severo: chi è questo osservatore solitario con le mani infilate nel cappotto? Come lentamente si tinge di rosso l’oriente notturno! Chi può credere che vi siano così tanti anni di distacco… Chi avrebbe potuto sapere allora… che era quello, o la morte? In pace il vecchio ha sollevato l’Eucaristia… perché potessimo credere, piangere e bruciare di nostalgia, ma senza parlare mai di felicità. Boris Poplavskij *In copertina: Boris Poplavskij boxa a Parigi negli anni Venti L'articolo “Senza parlare mai di felicità”. Sulla poesia di Boris Poplavskij, l’angelo sterminatore proviene da Pangea.
July 7, 2026 / Pangea
“Detesto la morte”. Dialogo filosofico (via WhatsApp) con Cristiano Godano, tra Nabokov, Marlene Kuntz e l’insensatezza di tutto il resto
Poi – giorni dopo – sono, per lo più, due occhi verdi, verbosi, per sempre fanciulli, occhi da bimbo con la cerbottana. Occhi d’erba. Cristiano Godano, per lo più, è lì, negli occhi: occhi che scalpitano. Occhi con le unghie. Occhi tra l’altalena e la fame, tra azzurro e azzardo.  Siamo ancora qui, mi dirà, dopo. Beve Red Bull. Ha ordinato una quantità di piatti. Mangia poco. Sono di una lentezza esasperante, dice. Ride. Poi, ancora. Siamo ancora qui, dice. Dice dei Marlene Kuntz. Cita i Verdena. Parliamo di Gianni Maroccolo e di Ferretti, dei CSI e del Consorzio Produttori Indipendenti. Tenacia nell’occhio destro, malinconia in quello sinistro. Cristiano ha occhi da Alessandro. Catartica esce nel 1994 – dovevi essere nella brutale periferia torinese, in quegli anni anodini, ad ascoltarlo. Cesare Pavese ha intravisto, in un celebre saggio, il Middle West in Piemonte, ha tentato un gemellaggio tra le Langhe e l’Ohio, mitica terra narrata da Sherwood Anderson. Sono cresciuto a Orbassano, gattopardesco ghetto degli operai della Fiat: quel luogo, nei neri e nubiformi anni Novanta, pareva paragonabile, semmai, agli slums scozzesi di Trainspotting; pensavo alle brughiere di Emily Brontë, a tratti, per uno slancio di sentimentalismo esistenziale. Per salvarmi, rubavo Dylan Thomas e Julio Cortázar nelle librerie di Torino (a Orbassano non esistevano); il mio amico Jonathan suonava Eric Clapton, Mark Knopfler e Jeff Beck. Ascoltavamo, annegando, Nuotando nell’aria: > “Intanto > l’aria intorno è più nebbia che altro… > Mi piacerebbe sai, sentirti piangere > anche una lacrima, per pochi attimi”. Imperava la droga – Roberto Baggio, imperiale, negli Usa – il podio del Festival di Sanremo diceva la piagnona disumanità italica: Aleandro Baldi, Giorgio Faletti, Laura Pausini – in maggio, si insediava il Governo Berlusconi I.  Intorno a Orbassano: chilometri di terre infeconde – il marrone addosso come un bastone, il marrone in faccia. In fondo, a Sfinge, le montagne, bianche, inaccesse – cupa mascella di Dio, pari alle nostre montagne interiori.  * Più tardi suonerà Osja, amore mio, il pezzo dedicato a Osip Mandel’štam, il grande poeta russo straziato da Stalin, morto di stenti nei Gulag sovietici, poco dopo il Natale del 1938. La canzone trae spunto dall’ultima, memorabile lettera di Nadežda al marito – una lettera rimasticata dagli spettri, che Osip non leggerà mai. Osja, amore mio esce nel 2013, l’album dei Marlene Kuntz s’intitola Nella tua luce. “Se mi senti dimmi dove sei…”. Amo le memorie di Nadežda, bellissime e tremende: c’era quel libro, L’epoca e i lupi, ora so che l’hanno ristampato come Speranza contro speranza, mi dice Godano. Poi parliamo di Iosif Brodskij. Fondamenta degli Incurabili.  Come se fosse un abbecedario minimo – Godano indossa gli occhiali da sole come fossero un elmo. All’inizio, però, era Oblomov. Incupito, Cristiano Godano costretto ad ascoltare le prediche di Brullo * Sono a letto, scusami, non si addice alla nostra conversazione: ora mi alzo. Mi dice Godano, giorni fa – giorni che potremmo chiamare Alpi, giorni in rampicata. Come Oblomov, faccio io.  Insieme a Roberta Rocelli, donna di indocile lucidità, che alterna la tenerezza al cazzotto, abbiamo deciso di invitare Cristiano Godano a suonare al Festival Biblico e a parlare del “Salterio dei Poeti”. Così, gli telefono. Che mi dici di Dio? Andavo a Messa da bambino – potrei dirmi ateo, preferisco agnostico: non è nel mio orizzonte, fa lui. E i poeti? Non li leggo. Non è vero, lo incalzo. In Poeti – brano installato in Bianco sporco, album dei Marlene del 2005 – citi Guido Gozzano, “il gran poeta”: Un mio gioco di sillabe ti illuse, da L’onesto rifiuto, gran bella poesia. È vero…, fa lui, intendevo dire che non sono un buon lettore di poesia. Più tardi si attarderà su Montale, “è sempre disponibile a farsi leggere e rileggere”; poi va a Borges, “una sua poesia mi ha ispirato”.  Comincia così un dialogo in ascesa. Come corda, piccozza e artigli usiamo WhatsApp. Facciamo un esperimento, gli dico: ti faccio una domanda al giorno. Sondiamo gli insondati, gli indicibili. Con rapace generosità – sbandato tra un concerto e l’altro – Godano ci sta.  * Parto dal campo base. Ci accomuna l’amore per Nick Cave e Vladimir Nabokov. Il primo è semplice. Mentre io andavo in delirio per No More Shall We Part – ipnotico brano di apertura, As I Sat Sadly by Her Side, mandato a ripetizione in una casa-catafalco a Milano – i Marlene avevano pubblicato da poco Che cosa vedi. Più tardi, sul palco, Godano sradicherà da quel disco il pezzo-Houdini, quello che scatena i cuori ammanettati degli astanti, La canzone che scrivo per te. Manca Skin, non ho il physique. “Di Nick Cave amo tutto. I miei tre dischi preferiti? Forse The Good Son, The Boatman’s Call, Kicking Against the Pricks”.  Poi c’è Nabokov. Ovunque. Cosa c’entri Nabokov con Nick Cave, a parte l’ecumene di N e di K, lo faccio dire a lui, copio-incollo da Il suono della rabbia (il Saggiatore, 2024): > “Due dei miei eroi di riferimento nel campo artistico, Nick Cave e Vladimir > Nabokov, un cantante e uno scrittore, hanno vissuto una vita dedita in maniera > spontaneamente totalizzante all’arte. Immuni a qualsiasi ingerenza del sociale > nei loro lavori artistici, mi hanno sempre dato la sensazione, influente e > ispiratrice, di una esistenza eccitante nella ben nota (e da molti > disprezzata) torre d’avorio dell’artista”.  Godano cita Nabokov come un amuleto. Entrambi siamo affascinati dall’uomo; quando gli parlo di Intransigenze, raccolta nabokoviana di interviste rette dal carisma della crudeltà (in Italia: Adelphi, 1994; l’anno di Catartica…), Godano va in brodo, cita a memoria alcuni giudizi del sommo, “l’asinina Morte a Venezia di Mann… le pannocchiesche cronache di Faulkner”. Ride. L’austerità dell’arte incline a tirannica ascesi. Lo scrittore: al contempo demone e crocefisso all’asse del proprio mondo. Godano preferisce La vera vita di Sebastian Knight; parliamo di Fuoco pallido; quando scopre che ho scritto un romanzo, Nabokov, su Nabokov, mi piglia per matto.  Credo che a Godano piaccia distruggere le maschere. Eleva la maschera a idolo, poi la abolisce, ne fa abominio. Si leva la maschera e la offre come trogolo al pubblico. Condanna di chi vive sul palco, perpetuo pasto dei fan, costretto a essere sigillo di memorie altrui, che non gli appartengono, di cui è ignaro. Nell’ultimo disco, Stammi accanto, un lotto di testi – Lode all’istante, Cerco il nulla, Vacuità – costituisce una specie di sentiero dello spirito, rasenta una poetica dell’esistere.  Vuol farmi credere che “nel Cristiano solista c’è meno frattura – o zero proprio – fra l’io narrante e il sottoscritto”. Fosse così, l’artista morirebbe a ogni pezzo. Spaccare lo specchio, esercitarsi coi vetri finché il sangue non è che una variante del cielo. * Un giorno lo scambio si infuoca. Gli piace Cioran, lo stringo sulla morte, sull’aldilà.  > “Adoro il black humour di Cioran: la penso come lui sul senso della vita, che > per me non c’è. Dunque, detesto profondamente la morte che considero > tremendamente ingiusta. Non ho alcun rapporto ‘foscoliano’ particolare con i > morti: un cimitero mi dice poco in merito al dialogo con loro, nonostante > camminarvi dentro mi consegni una fantastica pace. Una volta ho fatto footing > in un cimitero: inverno, otto e trenta del mattino, tentavo di trovare una > routine salvifica dagli stati ansiogeni che mi assillavano. Sforzo vano: > detesto correre”.  …ma ti rendi conto la noia di essere eterni? “Oh, no, siamo in totale disaccordo. Penso che si tenda a parlare di noia dell’eternità perché la si immagina in connessione con il mortificante accadimento della senescenza, ma se si potesse essere eterni senza invecchiare sfido chiunque a ritrovarsi a un certo punto annoiati della vita…” …eppure la bellezza esiste perché sfiorisce e gli uomini si amano, fino a morirne, proprio perché muoiono… altrimenti, crepino nel crepitio eterno. “Farei a meno dell’amore (ah, l’amore, il mio mistero per eccellenza: l’unica crepa nella mia apparentemente radicale convinzione che tutto sia illusione e che i vari nostri valori – bellezza inclusa – non siano altro che nostre inevitabili costruzioni) se in cambio avessi l’eternità”. Ad ogni modo, hai un figlio. Per lui, sei tu il senso. Al suo cospetto, la vita torna vita, non più tenue insensatezza.  “Sono il senso per mio figlio perché la vita (e l’evoluzione) ci ha tirato questo brutto scherzo: a tutti gli esseri viventi la condanna a cercare di vivere a tutti i costi, affannandoci costantemente e costringendoci a legarci ai più prossimi (genitori in primis) per non soccombere, e a noi esseri umani, in più, la sfiga della coscienza (siamo costretti a essere coscienti) che ci porta e riflettere e speculare e inventare illusioni. (Sono così, ahinoi, soverchiato dal raziocinio)”.  …ma l’arte è mania, mantica, insorgenza dell’irrazionale. La ragione, il logos, è la quintessenza dell’illusione. Se non esistesse la morte (il pensiero della morte, dunque l’amore che ci lega a questo ferito e fetido mondo e non ci fa suicidi), non avrebbe peso né presa l’arte. Un figlio non è generato dal caos, ma dal fato: un dono più che una condanna, da preservare, come il fuoco e il suo fuco. Che si spegnerà è ovvio: intanto, scalda, è luce. Si vive per dare la vita a un altro (anche se l’altro la rifiuta). Da gettati. “Ahimè, per me la vita è condanna. Questione di tempra. ‘Si vive per dare la vita a un alto’ è un altro brutto tiro della vita e dell’evoluzione, questa insensatezza rivolta in avanti (anche se il tempo, come dicono, non esiste). Vedi che è la cazzo di morte (violenta, ingiusta) che definisce tutto? È la sua protervia che ci costringe a ogni tipo di sotterfugi, arte inclusa (che fra tutte le illusioni è l’unica con qualche potenziale, illusorio anch’esso, salvifico)”.  Se è grazie alla morte che ho potuto leggere Trakl e Rilke, vedere Bellini e ascoltare… Godano e Nick Cave, beh, sono felice di morire. Il sotterfugio è il vero gioco da illusionisti. Amo questa terra grave di morte, ma non così tanto. Levarsi di torno senza tema di memoria, di lacrime, di arpie pettegole sarebbe saggio. Sparire più che morire. La morte fa da sprone – la vita, mai nostra, sia restituita. Il resto, chissà… troppo chiasso fanno i pensatori, i poeti impastano l’impensato. “Io amo la vita, ma solo nel senso che è mia con tutto il corredo di sentimenti emozioni affetti che a lei mi lega tenacemente. Odio la morte, che temo ardentemente. Per me ci si può con tranquillità chiedere se fosse meglio non nascere, e propendo più per il sì, con qualche circostanziata remora”. * Un giorno gli dico che è lui il grande illusionista.  I cantautori scrivono pezzi che inchiodano chi li ascolta a quel particolare ricordo, frainteso, acido d’anni: una rosa che si rivela iena, che ti si rivolta addosso. Schiavizzano, e sono schiavi. Mi risponde poco dopo:  > “Credo di poter dire che alla fin fine i miei scopi artistici sono > principalmente estetici. Nell’ambito della scrittura questo vuol dire che > gioisco in particolare di una qualche forma di eleganza connessa all’idea > dello stile, come se avesse un piccolo vantaggio sul significato”.  La forma è il significato (scarceriamo le parole dalla condanna di significare qualcosa, lasciamole essere falchi, ungulati, a unghiate); la chiarezza: idolatria da geometri, da vetusti cardinali del vocabolario. Su questo siamo (quasi) d’accordo. Più tardi costringo Godano al ‘sacro’; si smarca: “non avendo fede e non riuscendo a immaginare credibile l’esistenza di una deità che ci abbia a cuore non penso di nutrire una qualche riverenza altrettanto credibile nei confronti del sacro. Sacri al limite, per me, possono essere alcuni nostri valori (nostri in quanto creati da noi esseri umani), come la compassione”. Parliamo dell’anima, ma so che è fare Arlecchino con il fumo. “Ragionerei più in termini di coscienza”, fa lui, e fiancheggia altre vie, l’arsura del no, “ammetto di non essere particolarmente attratto o consolato dall’idea che la nostra ‘energetica coscienza’ confluisca in un gigantesco ricettacolo universale… anche ’sti cazzi”. Potrebbe essere il motto di una nuova formula teologica.  * Più che altro, va tenuta sull’ambone questa nostra vita da sfracellati. Forse “Cristiano Godano”, votato alla musica, obbligato a concelebrare sul palco, non ha avuto lo spazio per poter essere Cristiano Godano. Da qui gli occhi: perpetuamente famelici. Felici.  Ogni parola, con le sue botole, i botoli, le trappole, semina disorientamenti.   Poi è il concerto, nel giardino del palazzo vescovile di Vicenza, tra fantesche gelsomini. Il canto annienta ogni concetto e tutto torna come è, per sempre primo, rupestre. La vita, allora, è questa immemore caccia di comete felidi, questa luce tra le mani, i volti come stelle filanti.  Quando mi chiama – Davide, Davide – siamo già all’Ade di noi, in un altro mondo di ombre.  *In copertina: Cristiano Godano in un ritratto fotografico di Gabriella Vaghini; nel servizio le fotografie sono di Nicola Zolin L'articolo “Detesto la morte”. Dialogo filosofico (via WhatsApp) con Cristiano Godano, tra Nabokov, Marlene Kuntz e l’insensatezza di tutto il resto proviene da Pangea.
June 5, 2025 / Pangea
“Su un vassoio, la testa pallida del poeta”. Tradurre poesia, un crimine linguistico
Per spiegare se un testo sia traducibile sono stati scritti centinaia di libri e di saggi di traduttologia, sono state spese milioni parole in decine di lingue, tradotte a loro volta in altre decine di lingue. Quello che resta, di questo profluvio verbale, di questo scialo teoretico, sono alcune affermazioni apodittiche e contraddittorie, che spesso sconfinano nel paradosso o nella boutade, e che fanno il giro del mondo nei convegni sulla traduzione. Il repertorio è infinito: dal precetto di Cicerone di non tradurre verbum pro verbo alle polemiche di San Gerolamo, dalle considerazioni di Lutero alle argomentazioni di Du Bellay, Montaigne e Chapman, a quelle di Ben Jonson sull’imitazione, fino alle considerazioni filosofiche di Von Humboldt e ai resoconti di Goethe, Schopenhauer, Arnold, Valéry, alle teorizzazioni di Pound, Benjamin e Ortega y Gasset. In Italia domina la battuta, citatissima e un po’ misogina – attribuita a Croce ma in realtà di Carl Bertrand, il traduttore tedesco di Dante, che riprese una definizione di Gilles Ménage –, secondo cui le traduzioni sarebbero come le donne, “brutte e fedeli o belle e infedeli”. Come anche quella, attribuita a Robert Frost, secondo cui “poesia è ciò che si perde nella traduzione”. Per Ortega y Gasset, la traduzione, semplicemente, “non è possibile”; per Jakobson “la poesia è intraducibile per definizione”. Walter Benjamin, pur nel suo pessimismo, sostiene che “la traduzione è necessaria”. Secondo Novalis e Humboldt, tutta la comunicazione è traduzione. C’è poi la celebre quartina di Nabokov:  > “Cos’è la traduzione? Su un vassoio  > La testa pallida e fiammante di un poeta,  > Uno stridìo di pappagallo, una ciancia di scimmia,  > E una profanazione dei morti”. Come afferma George Steiner in Dopo Babele, “per circa duemila anni di discussioni e di precetti, le convinzioni e i contrasti manifestati sulla natura della traduzione sono stati quasi gli stessi. Tesi identiche, mosse e confutazioni familiari ricorrono nelle dispute, quasi senza eccezioni, da Cicerone e Quintiliano ai giorni nostri”. Il postulato dell’intraducibilità “poggia sulla convinzione, formale e pragmatica, che non vi possa essere autentica simmetria, rispecchiamento adeguato, tra due sistemi semantici differenti”. Il punto, conclude ancora Steiner, è sempre il medesimo: la cenere non è la traduzione del fuoco. Scuola spagnola, Testa di Giovanni il Battista, XVII secolo Se, come sostiene Croce, “l’intraducibilità è la vita della parola”, resta nondimeno il dato incontrovertibile che centinaia di migliaia di biblioteche straripano di libri tradotti. E restano i milioni di libri tradotti da un’infinità di lingue: molti egregiamente, altri mediocremente, altri ancora pessimamente. Perché è vero che in nome della traduzione – della sua necessità, e del suo culto – sono stati commessi i delitti più infami e i più gloriosi atti di eroismo. Sepolti negli scaffali delle biblioteche, esposti sui banconi dei librai di tutto il mondo, giacciono crimini linguistici efferati, compiuti spesso da persone, come si dice, al di sopra di ogni sospetto, che le logiche editoriali impongono, o tollerano o incoraggiano, che spesso i lettori subiscono impotenti, e che nessuno punisce mai. In questa necessaria, indispensabile quanto spesso inutile attività dell’ingegno umano, si sono esercitate schiere di inetti, ignari spesso della lingua di partenza come di quella d’arrivo, consegnando agli editori o alle stampe aborti mostruosi; e imperano legioni di scrittori mancati e di scribacchini frustrati che cercano, come uccelli usurpatori, confortevole riparo in nidi altrui. Ma a tale attività offrono il loro contributo anche legioni di onesti mestieranti, che pur dietro compensi offensivi nobilitano la professione; per non dire dei non pochi geni che la elevano da attività funambolica a sublime forma d’arte. Con ciò non si vuole infierire sulle traduzioni letterarie malfatte, ma semplicemente porre l’accento su quanto sia arduo riuscire a fare una buona traduzione. Com’è noto, una delle attività preferite di moltissimi critici e traduttori è la caccia all’errore nelle traduzioni altrui: sport che ha prodotto qualche libro divertente e molte gogne umilianti, come l’americano Glorious Mistakes. Il che equivale, comunque, a sparare ai passeri. I francesi hanno un’espressione deliziosa per definire questi perditempo frustrati che cercano un po’ di gloria dando la caccia all’errore in traduzioni di onesti professionisti che per pochi soldi si sono consumati gli occhi su testi a volte difficilissimi al limite dell’intraducibilità: li chiamano (excuse my French) le enculeurs des mouches, i sodomizzatori delle mosche. Giovanni Bellini, Testa di Giovanni il Battista, 1470 ca. Come diceva Pound, i critici dovrebbero ricordarsi che scopo della traduzione poetica è appunto la “poesia”, non le definizioni verbali dei dizionari; e che a volte una traduzione è brutta proprio perché non sbaglia mai. Il fondamento della traduzione poetica, infatti, è la trasposizione, non il rispecchiamento, vale a dire la restituzione fedele del senso poetico, e la necessità di compiere, nella lingua d’arrivo, lo stesso percorso creativo che ha condotto l’autore originale a dare al suo testo, tra tutte le forme possibili, quella storicamente proposta e non altre. In questo senso, allora, ogni testo diventa traducibile, con buona pace di Croce (che del resto non era poeta) e di tutti i pudichi glottologi che con reverenza quasi superstiziosa ritengono sacro e inviolabile il testo originale. Prendiamo il caso del greco-alessandrino Costantino Kavafis, che mentre in Grecia (dove lui non è mai vissuto) infuriava asperrima la questione della lingua, se cioè si dovesse usare la lingua popolare (dimotikì) o quella riformata (l’aulica katharèvusa), lui, “alla periferia dell’impero”, ad Alessandria d’Egitto, usava nella sua poesia un amalgama delle due lingue, creando uno stile personalissimo, unico e inimitabile. Se il neogreco è dunque l’unico caso di diglossia praticata in un Paese moderno, com’è possibile tradurre un poeta, che tra l’altro occasionalmente usa metrica e rima, e una lingua “schizofrenica”, in qualsiasi altra lingua a cui sia estraneo il fenomeno della diglossia? Eppure lo hanno fatto in moltissimi. Secondo una recente ricerca dell’Università di Salonicco, Kavafis è in assoluto il poeta moderno più tradotto e imitato al mondo (seguito a diverse lunghezze da Pessoa). Che cosa sarà mai rimasto della “intraducibile” poesia di Kavafis nelle innumerevoli versioni fatte nelle lingue più ignote, compresa la lingua dei maori? Di certo, come nel caso di molti altri poeti, qualche inevitabile scempio metafrastico. Ma forse non solo. Io credo che resti dell’altro, che se si perde molta “filologia” rimanga però anche un po’ di buona “poesia”. Diversamente non si spiegherebbe il paradosso che uno dei poeti moderni “più intraducibili” come Kavafis abbia influenzato forse più di chiunque altro buona parte della poesia contemporanea moderna. Personalmente credo che la traduzione vada intesa secondo il principio dell’equivalenza, e che il traduttore dovrebbe sforzarsi di pensare a come sarebbe l’opera originale se fosse stata scritta nella propria lingua. E mi torna alla mente Novalis, secondo cui la traduzione è “poesia della poesia”, giacché il traduttore, nel suo sforzo di dare una nuova veste linguistica all’originale, deve prima enuclearne la “poeticità”. Questo è il principio di equivalenza su cui dovrebbe fondarsi l’atto del tradurre. Atto che è garantito solo se il traduttore è un poeta o ha alle spalle una solida cultura poetica. Se poi il traduttore-poeta condivide con l’autore che traduce principî estetici e artistici comuni, e ha con quest’ultimo affinità ideali, allora il testo tradotto riuscirà davvero a costituirsi come un’opera nuova e originale. Credo che l’obiettivo finale di ogni traduzione, infatti, sia quello di trascendere l’originale, in un certo senso ucciderlo per trasformarlo in un nuovo originale. Giovan Francesco Maineri, Testa di Giovanni il Battista, 1502 Ma questa è una situazione ideale, quasi sempre difficile da verificarsi. Le necessità dell’editoria moderna sembrano far prevalere le esigenze delle traduzioni di servizio su quelle artistiche, e d’altro canto non sempre i buoni traduttori sono anche poeti, e viceversa. Ma anche quando una stessa persona riesca a coniugare in sé le qualità del poeta e del traduttore, i pericoli non mancano. Il testo originale rischia di essere dimenticato e sostituito completamente da un altro testo (a volte persino migliore, come per esempio è capitato al Cinque maggio di Alessandro Manzoni tradotto da Goethe), che reca in sé le tracce dell’ideologia e delle esperienze di colui che pertanto dovrà considerarsi il nuovo autore, e le specificità proprie dell’ambito linguistico e culturale d’arrivo. Tradurre, dunque, non è né possibile né impossibile: è semplicemente necessario. Per dirla con Benjamin, la traduzione è un luogo d’incontro tra lingue e culture diverse, un luogo utopico di raccordo tra le divergenze. È un mezzo di circolazione, di crescita e di arricchimento culturale prezioso e indispensabile.  Forse la miglior traduzione letteraria possibile è quella della poesia tradotta dai poeti, cioè la poesia tradotta in “poesia”. Nicola Crocetti *Questo testo è stato scritto per una conferenza sulla traduzione tenutasi a Parigi nel 2000. Fortunosamente ritrovato dall’autore, ci è parso bello pubblicarlo, non come l’ennesimo documento su un tema per sua natura infinito – come lo è il linguaggio, come lo è il suo umile tedoforo: l’uomo – ma per la sua smaliziata ‘luccicanza’, per la sua inesausta fede nel ‘fatto’ poetico. Al poeta, in effetti, non interessano gli applausi del pubblico pagante (o fraudolento), ma che la sua poesia ‘agisca’ davvero: che faccia piovere sul deserto, che faccia muovere le montagne, che muova a compassione gli induriti cuori.  In copertina: Albrecht Bouts, Testa di Giovanni il Battista, XV secolo L'articolo “Su un vassoio, la testa pallida del poeta”. Tradurre poesia, un crimine linguistico proviene da Pangea.
May 27, 2025 / Pangea