Poesia completa di Alejandra Pizarnik, pubblicato da Crocetti, a cura di Matteo
Lefèvre – che traduce senza concessioni all’ambiguità o alla torbidezza ma
portando la lingua a un nitore essenziale – e con uno scritto di Concita De
Gregorio, che sembra familiarizzare in special modo con l’essere inconsciamente
maga e cabalista di Alejandra, con la sua ossessione per la numerologia (il 36,
anno della nascita e i 36 anni, età della sua morte, il 3 e il 6), con il suo
mal di vivere e con l’amore per Silvina Ocampo e per Vittoria Maria Angelica
Marcella Cristina Guerrini, ovvero, Cristina Campo; Poesia completa, contiene le
fasi principali dell’opera di Pizarnik (eccetto i diari e l’epistolario) che
corrispondono all’evoluzione della sua vita anímica, psichica, affettiva. Così
come scrive Alfonso Zuriaga Del Castillo ne La scrittura del vuoto rispetto ai
primi componimenti più classicheggianti della fase de La tierra más ajena, nei
componimenti che consacrano la poetessa alla gloria eterna vediamo uno
slittamento dal principio di realtà a un realesenza scampo dove la possibilità
di entrare e uscire, indossare o deporre una maschera crolla, e il personaggio
alejandrino prende possesso – proprio come la propria ombra – della persona
Flora Pizarnik. Alejandra fu infatti il nome che lei si diede nel tentativo di
destreggiarsi tra le dualità della propria esistenza venute alla luce sin
dall’infanzia quando dovette frequentare due scuole, quella argentina e quella
ebraica.
La prima opera di Alejandra Pizarnik è La tierra más ajena (La terra più
estranea), pubblicata nel 1955, quando aveva appena diciannove anni, ancora
pregna di barocchismi e volta – nel senso di girata indietro – a contemplare
l’imponenza di poeti come Rimbaud o Mallarmé. Nei Diarios e nell’epistolario con
il suo psicoanalista León Ostrov, dice di sentirsi incapace d’amare o non degna
d’amore. Sebbene in seguito lei stessa arrivò a rinnegare in parte questo libro,
considerandolo acerbo rispetto alla sua produzione più matura, vi si intravedono
già le ossessioni che avrebbero segnato tutto il suo percorso: la morte,
l’inadeguatezza del linguaggio e la solitudine radicale della parola –
dell’abitarla e farsene carico – rispetto alla realtà; la ricerca di un mondo
immaginifico in cui le parole siano in grado di creare una realtà autonoma e
semovente. In quest’opera è innegabile l’influenza della poetica surrealista e
di autori come Rimbaud (che cita nell’epigrafe) e Vallejo. La ripetizione di No
querer (Non volere) funge da negazione della realtà imposta, cercando
un’autenticità fiammeggiante che rifiuta l’artificio, “No querer voces
robando/semillosas arquedas aéreas”: “Non volere bersagli che rotolano/su un
piano mobile”. La ripetizione funziona come un ritornello che segna la perdita
dell’innocenza e l’avanzata inesorabile della morte sulla vitalità è un sole che
frantuma.
Nelle opere successive, firmate Alejandra Pizarnik e non Flora, la lingua perde
via via ogni barocchismo per diventare affilata e ripetitiva; nessuna
ridondanza, soltanto i concetti di negazione, avversione al principio di realtà
(però), e sparizione.
Un signo en tu sombra./ Un segno nella tua ombra è un breve intermezzo nel
volume in cui notiamo l’espandersi dell’amore ma nel segno dell’ombra,
dell’orizzonte, della lontananza: “Voglio distruggere il prurito delle tue
ciglia./ Voglio fuggire l’inquietudine delle tue labbra.” Nei frammenti
intitolati Un signo en tu sombra troviamo un altro tema proprio di Alejandra: il
momento in cui l’eros si fonde con l’angoscia e la parola assurge alla
dimensione dello smembramento in quanto impossibilità di riflettere con fedeltà
la perfezione celeste. In questi componimenti, Pizarnik gioca costantemente con
l’opposizione: “cielo” contro “tu”, “io” contro “l’altro”, “ombra” contro
“luce”. Il tentativo di sovrapporre il volto dell’amato al cielo è un’operazione
a tratti sacrilega e disperata. L’immagine del “trozo de algodón enyodado” che
corrisponde a un pezzo di cotone imbevuto di iodio è un’intuizione brutale, è il
corpo che si fa ferita e la ferita feritoia. “Sólo un amor” attraverso la
parola: “Su piel es un mapamundi”, suggella la propria pelle in quanto
mappamondo. “Mis palabras perforan la última señal de su nombre”. La scrittura
diventa un atto teurgico, magico, Pizarnik cerca di perforare l’altro per
conoscerlo, ma il risultato è un territorio anímico da cui nessuno è ancora
riuscito a fuggire. È la prigione del desiderio, quella “mojigatería” (farsa)
che sente di creare rispetto alla magnificenza dell’amato.
L’ultima innocenza (1956) è dedicata a León Ostrov, “Esploderà l’isola del
ricordo/ La vita sarà un atto di candore/ Prigione”. Ne Le avventure
perdute (1958) cresce l’idea di prigionia, di vuoto, di tempo che divora, di
caduta, di notte: un’aderenza all’essenza della notte in quanto rovesciamento.
Osserviamo qui l’ossessione per il tempo e l’idea ripetitiva dell’isolamento del
poeta, in una voce non ancora del tutto levigata. Ossa, fumo, corpo e sangue
rivelano una ricerca del corporeo come unica certezza di fronte all’effimero; è
molto presente nella dimensione del corpo il terrore per la decadenza. La
tensione tra l’essere e il non essere, l’angoscia di fronte alla fugacità del
tempo e il desiderio di trascendenza sono già presenti in quanto semi delle sue
opere successive, come La estracción de la piedra de la locura. Il linguaggio è
concepito come disfacimento.
Quando Alejandra affronta il passaggio da La tierra más ajena (1955) a Las
aventuras perdidas (1958), la sua poetica subisce una cristallizzazione dolorosa
nella direzione della levigatura e sgrossatura che sostituirà sempre più la
scrittura alla persona. Non si sente più soltanto l’urlo o il caos, impera una
lucidità spietata: la consapevolezza che il linguaggio sia una gabbia, e che il
vuoto non sia assenza, ma un abisso abitato infinitesimamente. L’immagine del
Cerbero che sorveglia l’ingresso della notte e della vita è violenta e
inestinguibile. La “ciega furia” che l’attraversa non è solo passione, è
un’energia distruttiva che le impedisce di vivere il presente. La richiesta
“¡Deja, déjame traspasar tu sonrisa!” è un grido di liberazione: vuole
attraversare la soglia dell’inferno per approdare alla superficie umana, alla
vita, ai libri, alla luce. “Afuera hay sol./ Yo no sé del sol”. Il contrasto è
violenza di fuoco: Alejandra non cerca più di “traspasar la sonrisa” del
Cerbero; ha compreso di essere lei stessa la propria prigione. Il mondo esterno
– gli uomini che cantano, le donne desiderate in quanto alterità e medesimezza,
distorsioni del concetto di madre – è un altrove inconoscibile. Il suo mondo è
fatto di “cenizas” (ceneri) e di una “melodía del ángel” che non è salvezza, ma
un presagio di fine. “Yo lloro debajo de mi nombre”: è la sua condizione
ontologica, non c’è un’Alejandra al di fuori della sua poesia; lei è sepolta
sotto la propria identità poetica, sotto il peso di tale scelta: un sacrificio
della persona per la parola. La dedica di molte di queste poesie a Olga Orozco,
per esempio, in Hija del viento non è casuale. Orozco era una figura tutelare
per Pizarnik, una poetessa che condivideva con lei l’esoterismo, l’ossessione
per il tempo e una visione tragica dell’esistenza. Nel paradosso estremo
vita-parola-morte Alejandra descrive il processo della creazione: “las palabras
se suicidan” (le parole si suicidano). È il riconoscimento che il linguaggio,
giunto a un certo grado di intensità, smette di comunicare e si autodistrugge. È
la vetta nichilista dell’io lirico: la scrittura come atto di distruzione di sé.
“¿Qué bestia caída de pasmo se arrastra por mi sangre/y quiere salvarse?”. Cosa
vogliamo salvare quando scriviamo? La “bestia”: la nostra parte più arcaica, il
trauma, il demone, o l’io che la osserva? La risposta di Pizarnik è gelida: “He
aquí lo difícil:/caminar por las calles/y señalar el cielo o la tierra”. Vivere,
per Alejandra, è un esercizio di inautenticità radicale. Camminare, indicare il
cielo, fingere che il mondo abbia un senso, è lo sforzo sovrumano che la separa
dal senso di vuoto.
L’ingresso in Árbol de Diana/Albero di Diana (1962) segna per lei un momento di
mutazione alchemica. Come sottolinea magnificamente Octavio Paz, nella sua
introduzione al poema, questo libro non è più solo parola poetica, ma un oggetto
che non tutti possono vedere.
> 1.
>
> Ho fatto il salto da me all’alba.
> Ho lasciato il mio corpo accanto alla luce
> e ho cantato la tristezza di ciò che nasce.
È interessante che Léfevre traduca He dado con Ho fatto e de mí con da me invece
che di me. Ogni nuova traduzione aggiunge un tassello nella comprensione di una
scrittura, al di là della solita trita storia del tradurre/tradire, in realtà
tradurre è studiare la psiche dell’autore che s’incontra (e incorpora) talmente
profondamente da poterne illuminare le zone d’ombra; per cui Alejandra qui non
dà solo il salto di sé all’alba, ma fa una separazione o scisma da se stessa per
l’alba, in un momento cardine in cui l’ombra si separa dalla luce e la guarda,
proprio sotto l’albero che non produce ombra.
> 17.
>
> Giorni in cui una parola lontana s’impadronisce di me. Avanzo tra quei giorni
> sonnambula e trasparente.
> 21.
>
> sono nata tanto
> e doppiamente ho sofferto
> nella memoria di qui e di là
Si legge in questo passaggio il riconoscimento e insieme il rifiuto di essere
doppio, è la consapevolezza che l’identità sia una trappola. Pizarnik cerca di
uscire dal quadro, dal linguaggio, dalla rappresentazione, ma scopre che anche
fuori dal quadro continua a offrire se stessa come un oggetto da guardare, da
divorare. Giunge a concepire un “canto arrepentido”: “Questo canto pentito sta
in agguato dietro le mie poesie:/ questo canto mi sconfessa, m’imbavaglia.” Sarà
in seguito la richiesta di un disegno su una pagina bianca, l’unica tregua che
si concede. È il desiderio di una casa in cui la bambolina di carta possa
finalmente smettere di tremare.
Las aventuras perdidas era il libro del conflitto e dell’esilio, Árbol de
Diana è il libro della cristallizzazione. Pizarnik passa dal grido alla
distillazione; l’albero di Diana, nella metafora di Paz, è la poetica della
trasparenza, uno strumento di visione: non un oggetto opaco, ma qualcosa
attraverso cui si guarda, che non produce ombra. La poesia non descrive il
mondo, diventa le cose, calore luminoso capace di dissipare il dubbio degli
increduli. In questa fase la brevità diviene essenziale per la poetica di
Alejandra: il vuoto è toccato e raggiunto senza accumuli di parole, con una
precisione assoluta. Ogni verso diventa cristallo in una tensione metafisica che
sgorga nel sacrificio del corpo donato alla luce dell’alba e separato da sé “He
dejado mi cuerpo junto a la luz/ y he cantado la tristeza de lo que nace”.
Alejandra si spoglia della carne; il corpo, che prima era “prigione”, “ferita” o
“mappamondo”, qui viene lasciato indietro per poter accedere a uno stato di pura
coscienza lirica. Con Los trabajos y las noches (1965), entriamo in una fase in
cui Pizarnik, pur restando fedele alla sua ossessione per il vuoto e la morte,
sperimenta una “ceremonia demasiado pura”. Se in Árbol de Diana la poetessa
tendeva alla rarefazione assoluta, dopo la presenza dell’altro — il “tu” —
diventa l’unico ancoraggio possibile, pur restando un ancoraggio precario,
fantasmatico, le poesie raccolte ne Los trabajos y la noches/Le opere e le
notti (1965), rivelano un mutamento nella funzione del linguaggio.
> Tu scegli il luogo della ferita
> dove diciamo il nostro silenzio.
> Tu fai della mia vita
> questa cerimonia troppo pura.
La scrittura si fa rito, un atto liturgico. Il rapporto con l’amore è
trasfigurato: naufragi e morti diventano “pretextos de ceremonias adorables”. È
un tentativo disperato di nobilitare il dolore, trasformando la tragedia in una
favola (“un cuento para niños”), pur sapendo che è una costruzione fragile.
L’altro è insieme rivelazione e minaccia. In Revelaciones e Quién alumbra,
l’amato (o l’amata) ha un potere taumaturgico: “Cuando me miras/ mis ojos son
llaves”. L’altro è colui che permette a Pizarnik di aprire il muro del silenzio.
Tuttavia, tale apertura è rischiosa. In Encuentro, la solitudine smette di
essere solitudine poiché viene abitata da un’ombra: “Ahora la soledad no está
sola”, non è necessariamente una conquista, ma un’intrusione: chi viene amato
parla “como la noche” e si annuncia “como la sed”. La sed: l’eterna,
inappagabile sete di Alejandra. Assistiamo alla labilità o fragilità della
presenza (Presencia), la supplica della parola che curi “que me hables/ siempre”
svela il terrore di fondo: senza la voce dell’altro, il soggetto si disfa. Lei
si sente come un “barco sobre un río de piedras” ovvero una barca su un fiume di
pietre. La sua vita è un navigare su un letto di detriti immoti e taglienti.
Solo la voce di chi ama “scioglie”, “polverizza” gli occhi, ridona la vista,
permette la sopravvivenza. Citando Quevedo – “en besos, no en razones” –
Alejandra dichiara la sua poetica della carne contro quella del logos. Per lei,
le ragioni (il pensiero, la logica) sono nemiche; solo il bacio, la sensazione,
l’impatto fisico “il furor del mio corpo elementale” possono fungere da
protezione contro il combattimento con le parole.
Del 1959 sono le Altre poesie, dove naufraghi al di là dell’ombra cercano
quiete. Del 1965 sono Le opere e le notti, tra cui figura la folgorante, nel
senso di un sacro e abbacinante splendore, dedica a Cristina Campo: Anelli di
cenere.
Anelli di cenere
A Cristina Campo
Sono le mie voci a cantare
perché non cantino loro,
i grigiamente imbavagliati all’alba,
i mascherati da uccello desolato nella pioggia.
C’è nell’attesa,
un rumore di lillà che si spezzano.
e c’è, quando arriva il giorno,
un sole frammentato in piccoli soli neri.
E quando è notte, sempre,
una tribù di parole mutilate
cerca asilo nella mia gola,
perché non cantino loro,
i funesti, i padroni del silenzio.
Non v’è più il “lamento desolato” di un tempo, un’accettazione nichilista e
gelida prende corpo e così prosegue con la luce cattiva di Estrazione della
pietra di follia, ma in questo componimento dedicato a Cristina Campo sentiamo
tutto il contrasto vitale tre le due, e l’attrazione bruciante che trascina
Alejandra a cercare in Cristina una guida, oltre che una nemesi letteraria, non
nel senso della competizione, al contrario, nel senso della profonda ammirazione
di un suo opposto; come se qui volesse raccontarle la propria singolare
vertigine insonne, divoratrice, visionaria, di una sacralità primitiva che
divora sino al sacrificio.
L’avvertimento – “cuídate de la silenciosa en el desierto/ de la viajera con el
vaso vacío” – è un autoritratto in cui Alejandra si riconosce come un pericolo
per chiunque cerchi di amarla. È la consapevolezza che lei stessa è diventata
l’”ombra della propria ombra”.
Leggere L’estrazione della pietra della follia nella sua interezza è
un’esperienza che oltrepassa la letteratura. In questa nuova edizione abbiamo
una serie di componimenti, prose e poesie, prima del vero e proprio racconto
lirico o poema in prosa, tali componimenti sono dedicati: A mia madre, recano la
data 1968 e 1966. Arrivati in tale soglia non vi è che morte, Alejadra parla di
sé in quanto appartenente al regno dei morti: in Cantatrice notturna: “Colei che
è morta del suo vestito azzurro sta cantando”. In Privilegio: “Ormai ho perso il
nome che mi chiamava,/ il suo volto mi scivola addosso/ come il suono dell’acqua
nella notte,/ dell’acqua che cade nell’acqua./ E il suo sorriso è l’ultimo
superstite,/ non la mia memoria.” In Contemplazione: “Morirono le forme
impaurite e non ci fu più un fuori e un dentro”.
Il poema in prosa Extracción de la piedra de locura, Estrazione della pietra
della follia (1964), è un’immersione in un rituale di spoliazione. In questi
versi, Pizarnik sta tentando di esorcizzare la propria alterità, o ombra, che ha
preso dimora attraverso la parola, sapendo però che la parola è al contempo la
sua ferita e la sua unica possibile testimone. Il corpo è guerra: non rifugio,
materia che le si rivolta contro, oggetto da restaurare tra i cocci di un
incendio. “Escribir es buscar en el tumulto de los quemados el hueso del brazo
que corresponda al hueso de la pierna.” Lefèvre traduce: “Scrivere è cercare nel
tumulto dei morti bruciati l’osso del braccio che corrisponde all’osso della
gamba.” È la brutalità dell’atto poetico senza scampo per la persona: la
scrittura è un tentativo disperato di ricomporre un’identità in frantumi o di
decomporla ulteriormente? La “pietra della follia” rimanda all’antica
iconografia (quella di Bosch), dove si credeva che il folle avesse una pietra
conficcata nel cervello che andava estratta chirurgicamente. Pizarnik rivendica
questa follia come il suo unico privilegio. La sua angoscia non è un malanno da
curare, è la sua stessa essenza, l’unica cosa che le garantisce una verità
profonda, per quanto distruttiva. L’infanzia non è edenica ma carceraria, è il
luogo dove sono state piantate le radici del terrore. Le bambole, le bambine di
carta, le immagini floreali: sono tutti tentativi di fissare una purezza che,
appena viene toccata, si sgretola in polvere dorata e sangue. La morte è una
presenza che canta accanto al fiume, in ogni istante. Il fiume è la soglia tra
la lingua e il silenzio, il luogo dove lei, nel rovesciamento notturno della
non-vita, osserva il proprio nascere e morire nello stesso istante. La notte non
è il passaggio dal giorno alla sera, per Pizarnik è il grembo stesso della
creazione, ma anche il luogo dove l’Io si dissolve. È lo spazio dove il silenzio
diventa così denso da poter essere toccato; la sua unica patria. I lillà
raccontano la bellezza che sfiorisce, la fragilità adolescenziale che Alejandra
associa a una morte prematura o a un desiderio che non trova compimento, è la
delicatezza che si fa ferita nell’impeto di una decreazione. Il giardino appare
più e più volte nei suoi versi come un luogo sacro, un hortus conclusus, ma è un
giardino in rovina o proibito, proibito poiché il giardino è il luogo della
civiltà, e lei non abita la civiltà quanto la soglia del bosco, della selva,
del lucus in cui il sacro si mostra come fuoco bruciante, senza protezione, e
senza mediazione. Il giardino è la ricerca dell’origine, di un’innocenza perduta
che lei sa di non poter ritrovare, e per questo il giardino diventa il luogo
della nostalgia radicale. Le bambole, oggetti ricorrenti, sono specchi
inquietanti, simboli di una vita svuotata, di una disumanizzazione profonda: la
solitudine dell’essere, sentirsi come un oggetto inanimato in un mondo che
sembra non riconoscerle più un’anima. Il fiume, infine, è l’immagine del
divenire. È il tempo che scorre inesorabile, la soglia che separa la veglia dal
sonno o la vita dalla morte. È un elemento fluido che non offre appigli, simbolo
di una transizione costante verso quell'”altrove” che lei ha cercato per tutta
la vita. È una preghiera senza destinatario o, meglio, una preghiera al vuoto.
El infierno musical/L’inferno musicale è del 1971, è desiderio, promessa e
assenza, l’attimo in cui il linguaggio non si accorda più con un corpo umano, ma
solo con altro linguaggio. Testimonia il fallimento della sostituzione radicale
del linguaggio (dell’io lirico) alla realtà; è frammentazione, legione:
> Non posso parlare con la mia voce ma con le mie voci.
Sembra in lei di cogliere il gesto fisico della scrittura: un tentativo di
scavare attraverso l’opacità del mondo.
Le ultime parti di Poesia completa presentano le Poesie non raccolte in
volume/Poemas no recogidos en libros, raccolte in due gruppi: 1956/1960 e
1962-1972; infine Los pequenos cantos/I piccoli canti e i Textos de sombra/Testi
d’ombra, in cui vi è l’estrema richiesta di silenzio, l’annuncio della
frantumazione definitiva dell’identità, il momento in cui la parola – giunta al
confine della sua impossibilità di dire e riferire la cosa – diviene frammento
assoluto eppure invalicabile. È il momento in cui il personaggio alejandrino,
mediante l’irruzione di una versificazione massimamente destrutturata, che
contiene anche dialoghi tra varie parti di sé o delle sue personalità
letterarie, spossessa e divora la persona Alejandra, ovvero, Flora Pizarnik. E
abbiamo questi ultimi struggenti versi: “No quiero ir/ nada más/ que hasta el
fondo”, l’ultimo sussurro prima del suicidio, l’annientamento di ogni possibile
risposta, l’accettazione dell’impossibilità di ogni conciliazione con il mondo,
la resa all’abisso: sua dimora. Il fondo è il luogo dove il linguaggio si rompe
e, finalmente, forse, la sofferenza trova una forma pura, priva di mediazioni.
“Rabia contra la niebla/ escrito contra/ la opacidad”. La sua scrittura non è un
atto di creazione, ma di resistenza nella dissoluzione sino al momento della
cancellazione per frammentazioni successive dell’io, una morte che fu l’esito di
un dono senza riparo, quasi fosse, quella morte violenta, suicida, l’unica
verità possibile per il genio che si divide da sé per farsi scrittura, nessun
corpo, nessun essere, il nulla sovrano della persona. La niebla (la nebbia) e
l’opacidad sono l’ostacolo che la realtà pone al suo desiderio di trasparenza
assoluta. Scrivere diventa un atto violento, una “rabia” necessaria per tentare
di squarciare il velo del reale. “Oh vida/ oh lenguaje/ oh Isidoro”.
L’accostamento è straziante; Isidoro, in riferimento a Isidoro Ducasse, il Conte
di Lautréamont, figura chiave per Pizarnik, viene invocato al pari della vita e
della lingua, in quanto divinità tutelare del proprio martirio estatico. La
triade chiude il cerchio: la vita è l’esperienza, il linguaggio lo strumento che
tradisce, e Isidoro il compagno di sventura nell’inferno dell’esserci e del
creare.
È il testo finale, in quel 25 settembre del 1972, la fine di un viaggio fisico e
l’inizio di un altro viaggio, senza corpo, ormai senza alcuna maschera, nessuna
persona.
Ilaria Palomba
L'articolo “Sonnambula e trasparente”. Catabasi nella poesia di Alejandra
Pizarnik proviene da Pangea.