Poesia completa di Alejandra Pizarnik, pubblicato da Crocetti, a cura di Matteo
Lefèvre – che traduce senza concessioni all’ambiguità o alla torbidezza ma
portando la lingua a un nitore essenziale – e con uno scritto di Concita De
Gregorio, che sembra familiarizzare in special modo con l’essere inconsciamente
maga e cabalista di Alejandra, con la sua ossessione per la numerologia (il 36,
anno della nascita e i 36 anni, età della sua morte, il 3 e il 6), con il suo
mal di vivere e con l’amore per Silvina Ocampo e per Vittoria Maria Angelica
Marcella Cristina Guerrini, ovvero, Cristina Campo; Poesia completa, contiene le
fasi principali dell’opera di Pizarnik (eccetto i diari e l’epistolario) che
corrispondono all’evoluzione della sua vita anímica, psichica, affettiva. Così
come scrive Alfonso Zuriaga Del Castillo ne La scrittura del vuoto rispetto ai
primi componimenti più classicheggianti della fase de La tierra más ajena, nei
componimenti che consacrano la poetessa alla gloria eterna vediamo uno
slittamento dal principio di realtà a un realesenza scampo dove la possibilità
di entrare e uscire, indossare o deporre una maschera crolla, e il personaggio
alejandrino prende possesso – proprio come la propria ombra – della persona
Flora Pizarnik. Alejandra fu infatti il nome che lei si diede nel tentativo di
destreggiarsi tra le dualità della propria esistenza venute alla luce sin
dall’infanzia quando dovette frequentare due scuole, quella argentina e quella
ebraica.
La prima opera di Alejandra Pizarnik è La tierra más ajena (La terra più
estranea), pubblicata nel 1955, quando aveva appena diciannove anni, ancora
pregna di barocchismi e volta – nel senso di girata indietro – a contemplare
l’imponenza di poeti come Rimbaud o Mallarmé. Nei Diarios e nell’epistolario con
il suo psicoanalista León Ostrov, dice di sentirsi incapace d’amare o non degna
d’amore. Sebbene in seguito lei stessa arrivò a rinnegare in parte questo libro,
considerandolo acerbo rispetto alla sua produzione più matura, vi si intravedono
già le ossessioni che avrebbero segnato tutto il suo percorso: la morte,
l’inadeguatezza del linguaggio e la solitudine radicale della parola –
dell’abitarla e farsene carico – rispetto alla realtà; la ricerca di un mondo
immaginifico in cui le parole siano in grado di creare una realtà autonoma e
semovente. In quest’opera è innegabile l’influenza della poetica surrealista e
di autori come Rimbaud (che cita nell’epigrafe) e Vallejo. La ripetizione di No
querer (Non volere) funge da negazione della realtà imposta, cercando
un’autenticità fiammeggiante che rifiuta l’artificio, “No querer voces
robando/semillosas arquedas aéreas”: “Non volere bersagli che rotolano/su un
piano mobile”. La ripetizione funziona come un ritornello che segna la perdita
dell’innocenza e l’avanzata inesorabile della morte sulla vitalità è un sole che
frantuma.
Nelle opere successive, firmate Alejandra Pizarnik e non Flora, la lingua perde
via via ogni barocchismo per diventare affilata e ripetitiva; nessuna
ridondanza, soltanto i concetti di negazione, avversione al principio di realtà
(però), e sparizione.
Un signo en tu sombra./ Un segno nella tua ombra è un breve intermezzo nel
volume in cui notiamo l’espandersi dell’amore ma nel segno dell’ombra,
dell’orizzonte, della lontananza: “Voglio distruggere il prurito delle tue
ciglia./ Voglio fuggire l’inquietudine delle tue labbra.” Nei frammenti
intitolati Un signo en tu sombra troviamo un altro tema proprio di Alejandra: il
momento in cui l’eros si fonde con l’angoscia e la parola assurge alla
dimensione dello smembramento in quanto impossibilità di riflettere con fedeltà
la perfezione celeste. In questi componimenti, Pizarnik gioca costantemente con
l’opposizione: “cielo” contro “tu”, “io” contro “l’altro”, “ombra” contro
“luce”. Il tentativo di sovrapporre il volto dell’amato al cielo è un’operazione
a tratti sacrilega e disperata. L’immagine del “trozo de algodón enyodado” che
corrisponde a un pezzo di cotone imbevuto di iodio è un’intuizione brutale, è il
corpo che si fa ferita e la ferita feritoia. “Sólo un amor” attraverso la
parola: “Su piel es un mapamundi”, suggella la propria pelle in quanto
mappamondo. “Mis palabras perforan la última señal de su nombre”. La scrittura
diventa un atto teurgico, magico, Pizarnik cerca di perforare l’altro per
conoscerlo, ma il risultato è un territorio anímico da cui nessuno è ancora
riuscito a fuggire. È la prigione del desiderio, quella “mojigatería” (farsa)
che sente di creare rispetto alla magnificenza dell’amato.
L’ultima innocenza (1956) è dedicata a León Ostrov, “Esploderà l’isola del
ricordo/ La vita sarà un atto di candore/ Prigione”. Ne Le avventure
perdute (1958) cresce l’idea di prigionia, di vuoto, di tempo che divora, di
caduta, di notte: un’aderenza all’essenza della notte in quanto rovesciamento.
Osserviamo qui l’ossessione per il tempo e l’idea ripetitiva dell’isolamento del
poeta, in una voce non ancora del tutto levigata. Ossa, fumo, corpo e sangue
rivelano una ricerca del corporeo come unica certezza di fronte all’effimero; è
molto presente nella dimensione del corpo il terrore per la decadenza. La
tensione tra l’essere e il non essere, l’angoscia di fronte alla fugacità del
tempo e il desiderio di trascendenza sono già presenti in quanto semi delle sue
opere successive, come La estracción de la piedra de la locura. Il linguaggio è
concepito come disfacimento.
Quando Alejandra affronta il passaggio da La tierra más ajena (1955) a Las
aventuras perdidas (1958), la sua poetica subisce una cristallizzazione dolorosa
nella direzione della levigatura e sgrossatura che sostituirà sempre più la
scrittura alla persona. Non si sente più soltanto l’urlo o il caos, impera una
lucidità spietata: la consapevolezza che il linguaggio sia una gabbia, e che il
vuoto non sia assenza, ma un abisso abitato infinitesimamente. L’immagine del
Cerbero che sorveglia l’ingresso della notte e della vita è violenta e
inestinguibile. La “ciega furia” che l’attraversa non è solo passione, è
un’energia distruttiva che le impedisce di vivere il presente. La richiesta
“¡Deja, déjame traspasar tu sonrisa!” è un grido di liberazione: vuole
attraversare la soglia dell’inferno per approdare alla superficie umana, alla
vita, ai libri, alla luce. “Afuera hay sol./ Yo no sé del sol”. Il contrasto è
violenza di fuoco: Alejandra non cerca più di “traspasar la sonrisa” del
Cerbero; ha compreso di essere lei stessa la propria prigione. Il mondo esterno
– gli uomini che cantano, le donne desiderate in quanto alterità e medesimezza,
distorsioni del concetto di madre – è un altrove inconoscibile. Il suo mondo è
fatto di “cenizas” (ceneri) e di una “melodía del ángel” che non è salvezza, ma
un presagio di fine. “Yo lloro debajo de mi nombre”: è la sua condizione
ontologica, non c’è un’Alejandra al di fuori della sua poesia; lei è sepolta
sotto la propria identità poetica, sotto il peso di tale scelta: un sacrificio
della persona per la parola. La dedica di molte di queste poesie a Olga Orozco,
per esempio, in Hija del viento non è casuale. Orozco era una figura tutelare
per Pizarnik, una poetessa che condivideva con lei l’esoterismo, l’ossessione
per il tempo e una visione tragica dell’esistenza. Nel paradosso estremo
vita-parola-morte Alejandra descrive il processo della creazione: “las palabras
se suicidan” (le parole si suicidano). È il riconoscimento che il linguaggio,
giunto a un certo grado di intensità, smette di comunicare e si autodistrugge. È
la vetta nichilista dell’io lirico: la scrittura come atto di distruzione di sé.
“¿Qué bestia caída de pasmo se arrastra por mi sangre/y quiere salvarse?”. Cosa
vogliamo salvare quando scriviamo? La “bestia”: la nostra parte più arcaica, il
trauma, il demone, o l’io che la osserva? La risposta di Pizarnik è gelida: “He
aquí lo difícil:/caminar por las calles/y señalar el cielo o la tierra”. Vivere,
per Alejandra, è un esercizio di inautenticità radicale. Camminare, indicare il
cielo, fingere che il mondo abbia un senso, è lo sforzo sovrumano che la separa
dal senso di vuoto.
L’ingresso in Árbol de Diana/Albero di Diana (1962) segna per lei un momento di
mutazione alchemica. Come sottolinea magnificamente Octavio Paz, nella sua
introduzione al poema, questo libro non è più solo parola poetica, ma un oggetto
che non tutti possono vedere.
> 1.
>
> Ho fatto il salto da me all’alba.
> Ho lasciato il mio corpo accanto alla luce
> e ho cantato la tristezza di ciò che nasce.
È interessante che Léfevre traduca He dado con Ho fatto e de mí con da me invece
che di me. Ogni nuova traduzione aggiunge un tassello nella comprensione di una
scrittura, al di là della solita trita storia del tradurre/tradire, in realtà
tradurre è studiare la psiche dell’autore che s’incontra (e incorpora) talmente
profondamente da poterne illuminare le zone d’ombra; per cui Alejandra qui non
dà solo il salto di sé all’alba, ma fa una separazione o scisma da se stessa per
l’alba, in un momento cardine in cui l’ombra si separa dalla luce e la guarda,
proprio sotto l’albero che non produce ombra.
> 17.
>
> Giorni in cui una parola lontana s’impadronisce di me. Avanzo tra quei giorni
> sonnambula e trasparente.
> 21.
>
> sono nata tanto
> e doppiamente ho sofferto
> nella memoria di qui e di là
Si legge in questo passaggio il riconoscimento e insieme il rifiuto di essere
doppio, è la consapevolezza che l’identità sia una trappola. Pizarnik cerca di
uscire dal quadro, dal linguaggio, dalla rappresentazione, ma scopre che anche
fuori dal quadro continua a offrire se stessa come un oggetto da guardare, da
divorare. Giunge a concepire un “canto arrepentido”: “Questo canto pentito sta
in agguato dietro le mie poesie:/ questo canto mi sconfessa, m’imbavaglia.” Sarà
in seguito la richiesta di un disegno su una pagina bianca, l’unica tregua che
si concede. È il desiderio di una casa in cui la bambolina di carta possa
finalmente smettere di tremare.
Las aventuras perdidas era il libro del conflitto e dell’esilio, Árbol de
Diana è il libro della cristallizzazione. Pizarnik passa dal grido alla
distillazione; l’albero di Diana, nella metafora di Paz, è la poetica della
trasparenza, uno strumento di visione: non un oggetto opaco, ma qualcosa
attraverso cui si guarda, che non produce ombra. La poesia non descrive il
mondo, diventa le cose, calore luminoso capace di dissipare il dubbio degli
increduli. In questa fase la brevità diviene essenziale per la poetica di
Alejandra: il vuoto è toccato e raggiunto senza accumuli di parole, con una
precisione assoluta. Ogni verso diventa cristallo in una tensione metafisica che
sgorga nel sacrificio del corpo donato alla luce dell’alba e separato da sé “He
dejado mi cuerpo junto a la luz/ y he cantado la tristeza de lo que nace”.
Alejandra si spoglia della carne; il corpo, che prima era “prigione”, “ferita” o
“mappamondo”, qui viene lasciato indietro per poter accedere a uno stato di pura
coscienza lirica. Con Los trabajos y las noches (1965), entriamo in una fase in
cui Pizarnik, pur restando fedele alla sua ossessione per il vuoto e la morte,
sperimenta una “ceremonia demasiado pura”. Se in Árbol de Diana la poetessa
tendeva alla rarefazione assoluta, dopo la presenza dell’altro — il “tu” —
diventa l’unico ancoraggio possibile, pur restando un ancoraggio precario,
fantasmatico, le poesie raccolte ne Los trabajos y la noches/Le opere e le
notti (1965), rivelano un mutamento nella funzione del linguaggio.
> Tu scegli il luogo della ferita
> dove diciamo il nostro silenzio.
> Tu fai della mia vita
> questa cerimonia troppo pura.
La scrittura si fa rito, un atto liturgico. Il rapporto con l’amore è
trasfigurato: naufragi e morti diventano “pretextos de ceremonias adorables”. È
un tentativo disperato di nobilitare il dolore, trasformando la tragedia in una
favola (“un cuento para niños”), pur sapendo che è una costruzione fragile.
L’altro è insieme rivelazione e minaccia. In Revelaciones e Quién alumbra,
l’amato (o l’amata) ha un potere taumaturgico: “Cuando me miras/ mis ojos son
llaves”. L’altro è colui che permette a Pizarnik di aprire il muro del silenzio.
Tuttavia, tale apertura è rischiosa. In Encuentro, la solitudine smette di
essere solitudine poiché viene abitata da un’ombra: “Ahora la soledad no está
sola”, non è necessariamente una conquista, ma un’intrusione: chi viene amato
parla “como la noche” e si annuncia “como la sed”. La sed: l’eterna,
inappagabile sete di Alejandra. Assistiamo alla labilità o fragilità della
presenza (Presencia), la supplica della parola che curi “que me hables/ siempre”
svela il terrore di fondo: senza la voce dell’altro, il soggetto si disfa. Lei
si sente come un “barco sobre un río de piedras” ovvero una barca su un fiume di
pietre. La sua vita è un navigare su un letto di detriti immoti e taglienti.
Solo la voce di chi ama “scioglie”, “polverizza” gli occhi, ridona la vista,
permette la sopravvivenza. Citando Quevedo – “en besos, no en razones” –
Alejandra dichiara la sua poetica della carne contro quella del logos. Per lei,
le ragioni (il pensiero, la logica) sono nemiche; solo il bacio, la sensazione,
l’impatto fisico “il furor del mio corpo elementale” possono fungere da
protezione contro il combattimento con le parole.
Del 1959 sono le Altre poesie, dove naufraghi al di là dell’ombra cercano
quiete. Del 1965 sono Le opere e le notti, tra cui figura la folgorante, nel
senso di un sacro e abbacinante splendore, dedica a Cristina Campo: Anelli di
cenere.
Anelli di cenere
A Cristina Campo
Sono le mie voci a cantare
perché non cantino loro,
i grigiamente imbavagliati all’alba,
i mascherati da uccello desolato nella pioggia.
C’è nell’attesa,
un rumore di lillà che si spezzano.
e c’è, quando arriva il giorno,
un sole frammentato in piccoli soli neri.
E quando è notte, sempre,
una tribù di parole mutilate
cerca asilo nella mia gola,
perché non cantino loro,
i funesti, i padroni del silenzio.
Non v’è più il “lamento desolato” di un tempo, un’accettazione nichilista e
gelida prende corpo e così prosegue con la luce cattiva di Estrazione della
pietra di follia, ma in questo componimento dedicato a Cristina Campo sentiamo
tutto il contrasto vitale tre le due, e l’attrazione bruciante che trascina
Alejandra a cercare in Cristina una guida, oltre che una nemesi letteraria, non
nel senso della competizione, al contrario, nel senso della profonda ammirazione
di un suo opposto; come se qui volesse raccontarle la propria singolare
vertigine insonne, divoratrice, visionaria, di una sacralità primitiva che
divora sino al sacrificio.
L’avvertimento – “cuídate de la silenciosa en el desierto/ de la viajera con el
vaso vacío” – è un autoritratto in cui Alejandra si riconosce come un pericolo
per chiunque cerchi di amarla. È la consapevolezza che lei stessa è diventata
l’”ombra della propria ombra”.
Leggere L’estrazione della pietra della follia nella sua interezza è
un’esperienza che oltrepassa la letteratura. In questa nuova edizione abbiamo
una serie di componimenti, prose e poesie, prima del vero e proprio racconto
lirico o poema in prosa, tali componimenti sono dedicati: A mia madre, recano la
data 1968 e 1966. Arrivati in tale soglia non vi è che morte, Alejadra parla di
sé in quanto appartenente al regno dei morti: in Cantatrice notturna: “Colei che
è morta del suo vestito azzurro sta cantando”. In Privilegio: “Ormai ho perso il
nome che mi chiamava,/ il suo volto mi scivola addosso/ come il suono dell’acqua
nella notte,/ dell’acqua che cade nell’acqua./ E il suo sorriso è l’ultimo
superstite,/ non la mia memoria.” In Contemplazione: “Morirono le forme
impaurite e non ci fu più un fuori e un dentro”.
Il poema in prosa Extracción de la piedra de locura, Estrazione della pietra
della follia (1964), è un’immersione in un rituale di spoliazione. In questi
versi, Pizarnik sta tentando di esorcizzare la propria alterità, o ombra, che ha
preso dimora attraverso la parola, sapendo però che la parola è al contempo la
sua ferita e la sua unica possibile testimone. Il corpo è guerra: non rifugio,
materia che le si rivolta contro, oggetto da restaurare tra i cocci di un
incendio. “Escribir es buscar en el tumulto de los quemados el hueso del brazo
que corresponda al hueso de la pierna.” Lefèvre traduce: “Scrivere è cercare nel
tumulto dei morti bruciati l’osso del braccio che corrisponde all’osso della
gamba.” È la brutalità dell’atto poetico senza scampo per la persona: la
scrittura è un tentativo disperato di ricomporre un’identità in frantumi o di
decomporla ulteriormente? La “pietra della follia” rimanda all’antica
iconografia (quella di Bosch), dove si credeva che il folle avesse una pietra
conficcata nel cervello che andava estratta chirurgicamente. Pizarnik rivendica
questa follia come il suo unico privilegio. La sua angoscia non è un malanno da
curare, è la sua stessa essenza, l’unica cosa che le garantisce una verità
profonda, per quanto distruttiva. L’infanzia non è edenica ma carceraria, è il
luogo dove sono state piantate le radici del terrore. Le bambole, le bambine di
carta, le immagini floreali: sono tutti tentativi di fissare una purezza che,
appena viene toccata, si sgretola in polvere dorata e sangue. La morte è una
presenza che canta accanto al fiume, in ogni istante. Il fiume è la soglia tra
la lingua e il silenzio, il luogo dove lei, nel rovesciamento notturno della
non-vita, osserva il proprio nascere e morire nello stesso istante. La notte non
è il passaggio dal giorno alla sera, per Pizarnik è il grembo stesso della
creazione, ma anche il luogo dove l’Io si dissolve. È lo spazio dove il silenzio
diventa così denso da poter essere toccato; la sua unica patria. I lillà
raccontano la bellezza che sfiorisce, la fragilità adolescenziale che Alejandra
associa a una morte prematura o a un desiderio che non trova compimento, è la
delicatezza che si fa ferita nell’impeto di una decreazione. Il giardino appare
più e più volte nei suoi versi come un luogo sacro, un hortus conclusus, ma è un
giardino in rovina o proibito, proibito poiché il giardino è il luogo della
civiltà, e lei non abita la civiltà quanto la soglia del bosco, della selva,
del lucus in cui il sacro si mostra come fuoco bruciante, senza protezione, e
senza mediazione. Il giardino è la ricerca dell’origine, di un’innocenza perduta
che lei sa di non poter ritrovare, e per questo il giardino diventa il luogo
della nostalgia radicale. Le bambole, oggetti ricorrenti, sono specchi
inquietanti, simboli di una vita svuotata, di una disumanizzazione profonda: la
solitudine dell’essere, sentirsi come un oggetto inanimato in un mondo che
sembra non riconoscerle più un’anima. Il fiume, infine, è l’immagine del
divenire. È il tempo che scorre inesorabile, la soglia che separa la veglia dal
sonno o la vita dalla morte. È un elemento fluido che non offre appigli, simbolo
di una transizione costante verso quell'”altrove” che lei ha cercato per tutta
la vita. È una preghiera senza destinatario o, meglio, una preghiera al vuoto.
El infierno musical/L’inferno musicale è del 1971, è desiderio, promessa e
assenza, l’attimo in cui il linguaggio non si accorda più con un corpo umano, ma
solo con altro linguaggio. Testimonia il fallimento della sostituzione radicale
del linguaggio (dell’io lirico) alla realtà; è frammentazione, legione:
> Non posso parlare con la mia voce ma con le mie voci.
Sembra in lei di cogliere il gesto fisico della scrittura: un tentativo di
scavare attraverso l’opacità del mondo.
Le ultime parti di Poesia completa presentano le Poesie non raccolte in
volume/Poemas no recogidos en libros, raccolte in due gruppi: 1956/1960 e
1962-1972; infine Los pequenos cantos/I piccoli canti e i Textos de sombra/Testi
d’ombra, in cui vi è l’estrema richiesta di silenzio, l’annuncio della
frantumazione definitiva dell’identità, il momento in cui la parola – giunta al
confine della sua impossibilità di dire e riferire la cosa – diviene frammento
assoluto eppure invalicabile. È il momento in cui il personaggio alejandrino,
mediante l’irruzione di una versificazione massimamente destrutturata, che
contiene anche dialoghi tra varie parti di sé o delle sue personalità
letterarie, spossessa e divora la persona Alejandra, ovvero, Flora Pizarnik. E
abbiamo questi ultimi struggenti versi: “No quiero ir/ nada más/ que hasta el
fondo”, l’ultimo sussurro prima del suicidio, l’annientamento di ogni possibile
risposta, l’accettazione dell’impossibilità di ogni conciliazione con il mondo,
la resa all’abisso: sua dimora. Il fondo è il luogo dove il linguaggio si rompe
e, finalmente, forse, la sofferenza trova una forma pura, priva di mediazioni.
“Rabia contra la niebla/ escrito contra/ la opacidad”. La sua scrittura non è un
atto di creazione, ma di resistenza nella dissoluzione sino al momento della
cancellazione per frammentazioni successive dell’io, una morte che fu l’esito di
un dono senza riparo, quasi fosse, quella morte violenta, suicida, l’unica
verità possibile per il genio che si divide da sé per farsi scrittura, nessun
corpo, nessun essere, il nulla sovrano della persona. La niebla (la nebbia) e
l’opacidad sono l’ostacolo che la realtà pone al suo desiderio di trasparenza
assoluta. Scrivere diventa un atto violento, una “rabia” necessaria per tentare
di squarciare il velo del reale. “Oh vida/ oh lenguaje/ oh Isidoro”.
L’accostamento è straziante; Isidoro, in riferimento a Isidoro Ducasse, il Conte
di Lautréamont, figura chiave per Pizarnik, viene invocato al pari della vita e
della lingua, in quanto divinità tutelare del proprio martirio estatico. La
triade chiude il cerchio: la vita è l’esperienza, il linguaggio lo strumento che
tradisce, e Isidoro il compagno di sventura nell’inferno dell’esserci e del
creare.
È il testo finale, in quel 25 settembre del 1972, la fine di un viaggio fisico e
l’inizio di un altro viaggio, senza corpo, ormai senza alcuna maschera, nessuna
persona.
Ilaria Palomba
L'articolo “Sonnambula e trasparente”. Catabasi nella poesia di Alejandra
Pizarnik proviene da Pangea.
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Ho sempre amato i traduttori che sono anche dei poeti, perché c’è spesso molta
poesia – molta fame di poesia – in chi traghetta la parola da una lingua
all’altra dovendo dire “quasi la stessa cosa”. Penso alle grandi versioni dei
nostri poeti migliori, fra i quali Cesare Pavese, Franco Fortini, Amelia
Rosselli, Patrizia Cavalli, Silvio Raffo. Così mi capita spesso di cercare fra i
poeti stranieri coloro che hanno anche tradotto, occasionalmente o meno. In
questo modo ho scoperto le poesie dell’argentina Mirta Rosenberg.
Mirta Rosenberg nasce a Rosario nel 1951, il 7 ottobre, data della morte di
Edgar Allan Poe, poeta che – appunto – fu tradotto da un altro grande poeta
dell’Ottocento, Charles Baudelaire. Gli echi dei poeti che più amiamo si
rincorrono attraverso i secoli e rincorrendosi si fanno strada e aprono nuove
vie ai poeti che verranno. Mirta Rosenberg è morta nell’estate del 2019. Ha
pubblicato diverse raccolte di poesie ma ha anche tradotto versi di Katherine
Mansfield, di William Blake, di Walt Whitman, di Emily Dickinson, di Anne
Sexton, di Dereck Walcott, di Marianne Moore, di Hilda Doolittle, di W.H. Auden,
di James Laughlin, di Seamous Heaney, di Anne Talvaz e di Louise Glück. Data la
mole del suo lavoro di traduzione, ho pensato di tradurre a mia volta qualche
sua poesia per i lettori italiani. Spero che le mie versioni siano un passaggio
di testimone per altri poeti e traduttori appassionati.
(Edoardo Pisani)
Mirta Rosenberg (1951-2019)
**
Materia eterea (da Marginados, 2006)
I bambini sono di gran lunga la mia rivoluzione maggiore.
Ho orbitato due volte interamente
come un gravido pianeta
intorno al sole. Ho scritto nuovi nomi
su una riga celeste, con inquietudine,
furia e sedizione.
Ho brindato in loro onore con altre donne,
con del whisky e della birra,
sul pianeta in cui le donne brindano
per le cose che crescono e malgrado esse.
Felice e sventurata, feci della mia rivoluzione
una conquista e una ferita aperta
di quelle volte in cui avevo completato la mia orbita.
La tengo in fresco perché entri in me,
una certa irriconoscibile aria familiare,
che ora i miei figli emanano
con la più grande naturalezza.
*
L’origine dell’azione (da Pasajes, 1984)
La passione più forte
della mia vita
è stata la paura.
Credo nella parola
(dillo)
e tremo.
*
Poca pazienza (da Marginados, 2006)
Il mio primo amante
aveva il doppio dei miei anni.
Piccolo di statura,
parlava con dei diminutivi
e preferiva i verbi al condizionale,
le imminenze differite.
Diceva potremmo stasera,
piccolina, e non lo facevamo mai,
neppure quella sera,
mi ha costretto a essere paziente
e ad aspettarmi dal futuro
cose diverse, piccole e tardive
invece di intonare litanie
per ciò che mai
saremmo stati.
*
Una lettera trasformata in cosa (da El arte de perder, 1998)
Sopporto sempre meno, amica mia,
le emozioni e so che a volte ho un’espressione
capace di fare notte a mezzogiorno.
A ragione credo di ricordare altri giorni
in cui la sola ombra era
quella proiettata dagli alberi,
e poi ricordo altre cose.
Ma in fin dei conti i ricordi sono delle sciocchezze.
Sono come delle fasciature, mummificano,
e io sono come una mummia
personale: ultimamente prendo
la vita come viene, come il nocciolo
di cui tutto sappiamo appesantisce l’oliva
e le dà un’anima
laboriosamente amara.
Negli ultimi tempi è morta mia madre,
ma era vecchia.
Ha cominciato a pensare alla vecchiaia
come chi vaga nella sua personale catacomba
in cui giace la sua mummia personale
e vede ogni cosa che passa come è.
Negli ultimi tempi non sono più del tutto me stessa, certo,
e vedo passare le cose
e talvolta ne finisco con esse
come un riflesso di me stessa
che si blocca nello specchio.
Quasi tutte le cose.
Sei talmente lontana che ho pensato
di fare un movimento di fondo
per scrivere una lettera a un’amica.
Ma in questa tenebra dell’io
non posso chiudere un occhio
per timore di non vedere il cambiamento
nella forma delle cose
e a poco a poco sono diventata una di queste,
una di queste cose.
Ho pensato di scrivere una lettera a un’amica
che fosse materia solida fra altre cose
più inafferrabili o fumose,
ombre più serie di ciò che ho perso.
Meno una lettera che una cosa.
E invece di spedirla ricordarmene
come un cambiamento della cosa,
perché diventi fra noi due,
la mia amica e io,
materia di metafora.
*
Da El árbol de palabras (2018)
La poesia fiorisce quando la storia è avversa all’umanità. Massacri, campi di
concentramento, regimi totalitari le danno un significato più profondo. La
vediamo come una risorsa naturale, parole che sono lì, a portata di mano, per
consolarci dell’inconsolabile.
La poesia non serve a nulla. Questo è il suo valore più grande. Se ha un motivo
occulto, un disegno, l’obiettivo di convincere, diventa un pamphlet.
Il protagonista è il linguaggio, è questo che ci unisce e che ci separa. Animali
parlanti, pensanti. La poesia è anche pensiero.
(traduzioni di Edoardo Pisani)
*In copertina: Magnus Enckell, Ragazzo con teschio, 1893
L'articolo “La poesia non serve a nulla. Questo è il suo valore più grande”.
Scoprendo Mirta Rosenberg proviene da Pangea.
La mia edizione dei Racconti brevi e straordinari è stata stampata da Franco
Maria Ricci nel 1973, nella collana “La biblioteca blu”. La copertina – azzurra,
elegantissima, verticale – reca un centauro come stemma. È un centauro
particolare: ha due zampe e le braccia incrociate; è un centauro-Pan, un
centauro fenicottero. Ho ricevuto il libro – insieme ad altri di Franco Maria
Ricci –, tempo fa, da Nicola Crocetti, l’editore, “un titano dietro la sua
immagine pubblica inesistente”, come scrive Aldo Nove in Inabissarsi (il
Saggiatore, 2025), tanto per restare in ambito mitologico.
In origine, Racconti brevi e straordinari esce nel 1953, a Buenos Aires: compito
degli autori, Jorge Luis Borges e Adolfo Bioy Casares, è quello di riassumere il
genio della letteratura universale in poco più di cento pagine.
> “Osiamo pensare che l’essenziale della narrazione si trovi in questi brani; il
> resto è episodio illustrativo, analisi psicologica, felice o inopportuno
> ricamo verbale”.
JLB e ABC antologizzano una novantina di racconti: sono pochi quelli che
superano la pagina. I due aggettivi che onorano la raccolta
– brevi, straordinari – non sono esornativi: segnalano lo stigma di una poetica.
Nella brevità – che non vuol dire concisione bensì: solleticare l’ambiguo,
ambire all’oracolo – si celebra uno stile; lo straordinario esplicita il tema.
La letteratura si occupi di stordire l’ordinario, di disarmare il noto.
Tra i racconti lì antologizzati – con la fantomatica idea di creare, come
sempre, il “libro dei libri” – ce ne sono alcuni di autori notissimi (Kafka,
Hawthorne, Poe, Stevenson, Paul Valéry), altri di autori meno noti o inattesi
(Arthur Machen, Henri Michaux, Max Jacob, Virgilio Piñera); certuni non sono
nemmeno scrittori, dacché la vera letteratura alligna dove non credi che possa
essere. Come sempre, Borges guarda, col suo fare rabdomantico, a Oriente e tra
mistiche fumisterie; così, sono incardinati in questa raccolta scatenata, gli
apoftegmi di Chuang Tzu, le storielle ebraiche riferite da Martin Buber, certe
favole tratte dal Pañcatantra, celebre novelliere indiano. Non mancano testi
dalle Mille e una notte e dall’oceano della tradizione islamica. Uno degli
sketch più affascinanti, Un mito di Alessandro – che racconta la vita oscura di
Alessandro Magno, tra il magma mongolo, nelle distese dell’Asia – è ascritto ad
Adrienne Bordenave, uno scrittore inesistente.
Il libro, naturalmente, esiste in una versione più recente, stampata da Adelphi
nel 2020, a cura di Tommaso Scarano; io, ostinatamente, mi riferisco a quella di
Franco Maria Ricci – stampata più di cinquant’anni fa pare uscita dai
torchi oggi – tradotta da Gianni Guadalupi.
Uno dei Racconti brevi e straordinari più lunghi e inquietanti s’intitola Il
treno. Racconta di un bambino sul “solito treno del tardo pomeriggio”, che,
fermata dopo fermata, vede letteralmente scorrere la sua vita. Nel viaggio, il
bimbo cresce, si sposa, fa figli, seppellisce la moglie, invecchia. È un
racconto assurdo, circolare; infine, l’uomo – il protagonista del racconto e
colui che lo racconta – scopre che il palazzo della “Compagnia Assicurativa” per
cui lavorava è stato “demolito da tempo”: al suo posto spicca “un edificio di
venticinque piani”. L’uomo sceglie di gettarsi dall’ultimo piano di
quell’edificio: “caddi sulla chioma di un albero frondoso, che aveva foglie e
rami di fico ovattato. La mia carne, che stava per sfracellarsi, si disperse in
ricordi”. L’ultimo ricordo ritrae l’uomo, ancora bimbo, che deve “far compere
per incarico di mia madre”: è il punto dove il racconto inizia. Dunque, si può
narrare una vita in un paio di pagine, è possibile inscatolarla in un vagone.
Il racconto è stato scritto nel 1946 da un tale che si chiama Santiago Dabove.
Le notizie riguardo a Santiago Dabove sono talmente scarse che si potrebbe
supporre sia una creatura fittizia, inventata lì per lì da Borges. Da ciò che si
sa, Dabove è nato nel 1889 – dieci anni prima di Borges, a Morón, alla periferia
di Buenos Aires; lì è morto nel 1951. Si ignorano il giorno e il mese di nascita
di Dabove. Egli pare in effetti un uomo immobile, come un cannone astronomico
puntato sempre sulla stessa stella. In un’intervista rilasciata a “Cabalgata”
nel novembre del 1946, Borges dice, tra l’altro, che “la pubblicazione in un
unico volume degli straordinari racconti fantastici di Santiago Dabove, fino ad
ora dispersi, sarà un evento memorabile per la letteratura argentina”. È
interessante che ricorra, con altri effetti, l’aggettivo straordinario.
Il volume uscirà diversi anni dopo, dieci anni dopo la morte di Dabove, nel
1961. S’intitola La muerte y su traje, edito da Alcándara: nella lunga
introduzione Borges racconta di quando lui, il suo amico Macedonio Fernández e
Santiago Dabove progettarono un libro scritto a sei mani; si sarebbe
intitolato L’uomo che diventerà presidente, raccontava di un gruppo di
sefirotici ribelli che vogliono prendere la Casa Rosada, rovesciando il governo
argentino. Si rievocano, un poco, le atmosfere de I demoni di Dostoevskij e
de L’agente segreto che dei romanzi di Joseph Conrad è il più eccentrico e forse
il meno riuscito. Naturalmente, di quel libro catastrofico non fu scritta
neppure una riga: fu ideato dai tre alla Perla del Once, dov’erano soliti
trovarsi, uno dei mitici café di Buenos Aires; nel nono capitolo del romanzo,
così dettava lo schema, Borges doveva essere ucciso.
Perché Santiago Dabove non ha mai voluto pubblicare i propri racconti in vita?
Perché ha scritto così poco (una manciata di testi che occupa a mala pena
centoventi pagine)? Chi era davvero Santiago Dabove? Non può che affascinarci la
vita di un uomo che ha, con costanza militare, cancellato le tracce di sé: che
ha vissuto per scomparire. “Dare frutto”, forse, è un monito che vale per la
vita interiore, per la vita invisibile: è dentro di noi che devono crescere
giardini, boschi, foreste; l’applauso, la fama, l’ostinata ostentazione fanno
avvizzire chi siamo. Forse Borges mirava in Santiago Dabove ciò che intimamente
avrebbe voluto essere. Un uomo che ha il coraggio di annientarsi, lasciando ad
altri le esigue tracce di un’opera minima, tesa alla lama e al sussurro.
Tra i racconti di Dabove, il più noto è senza dubbio Ser polvo, “Essere
polvere”. La trama è semplice: un uomo, afflitto da implacabile nevralgia del
trigemino, roso da diversi medicinali, è a cavallo, “come sempre, percorrendo i
quaranta chilometri che separavano i paesi che visitavo con maggior frequenza”.
Nei pressi di un cimitero abbandonato, cade. Segue la drammatica, lenta, lunga,
letale trasformazione dell’uomo in un fico d’India. Potremmo descrivere Ser
polvo come un racconto ‘kafkiano’, peccando in didascalia. C’è qualcosa di
trionfante e di atroce nella descrizione di un uomo che viene inglobato dalla
terra, fino a farsi radice – qualcosa di funesto che continua ad agire nei
nostri incubi. Come uno che per scacciare un’ape, ne attiri, per irradiazione
d’ira, l’intero sciame. Ciò che pare luce, in verità, è lo scintillio dello
stiletto.
> “…non importa quanto valore diamo all’azione, alle scelte, all’andare degli
> esseri umani; nella maggior parte dei casi, essi si muovono, camminano,
> vengono, vanno in un’infinita filiforme prigione. Chi ha come orizzonte le
> quattro sperimentate mura della propria casa non è diverso da chi percorre
> ogni giorno certi sentieri per svolgere gli stessi compiti, in circostanze
> diverse. Tutta questa fatica non vale il bacio pattuito tra il vegetale e il
> sole”.
Nella “vita immobile, egoista” del vegetale Santiago Dabove ravvisava la propria
– in vita, decise di diventare un vegetale. Essere polvere è incorporato da
Borges, Silvina Ocampo e dal solito Bioy Casares, nella strepitosa Antologia
della letteratura fantastica, che assembla testi di Ryunosuke Akutagawa e di
Gilbert Keith Chesterton, di Léon Bloy e di Julio Cortázar, di Lord Dunsany e di
Elena Garro, di James Joyce e di Maupassant. Secondo Borges, Dabove era uno
scrittore eccezionale.
Introducendo una nuova edizione de La muerte y su traje, Horacio Salas, poeta e
saggista argentino tra i più riconosciuti del suo tempo, morto nel 2020, ci
offre, tra le ombre, qualche squarcio sulla vita nascosta di Dabove.
> “Alla scrittura preferiva – almeno, così dice chi lo ha frequentato – le gioie
> della conversazione, un genere letterario (o semi-letterario) che ricorda la
> costruzione di castelli di ghiaccio o di sabbia, lavorati per ore con
> artigiana pazienza, che iniziano a crollare non appena li si è compiuti.
> L’ormai mitico Macedonio Fernández, Santiago Dabove e il fratello, Julio
> César, formarono un gruppo denominatosi ‘Triquia’ che si riuniva (come
> raccontò Hugo Loyácono al “Cronista Comercial” il 29 novembre del 1975) in una
> stanza sul retro della casa dei Dabove, a Morón. Lì, alla luce tremolante di
> una candela, quasi che le ombre potessero facilitare i meccanismi della mente
> a muoversi tra labirinti metafisici, i tre chiacchieravano per ore su certe
> frasi di Schopenhauer, sull’idealismo di Berkeley, a cui Macedonio aderiva con
> fervore, sull’empirismo di Hume”.
Di questa testimonianza – che incolla testimonianze di testimonianze – dobbiamo
conservare due dettagli: Dabove aveva un fratello; Borges era escluso da questo
circolo esclusivo. Naturalmente, l’unico libro di Dabove non è ristampato da
anni – mira a svanire.
Tutti i racconti di Dabove afferiscono – scrive Salas – alla morte, conferiscono
a chi li legge una sorta di sinistra immortalità. In El experimento de Varinsky,
Dabove sembra riscrivere Poe: si racconta di un giovane medico che tenta di
riportare in vita un assassino suicida, per estorcergli l’estrema confessione.
Forse Borges invidiava Dabove tanto quanto lo amava. Alla voce di Santiago
Dabove, infatti, Borges fa risalire il più atroce dei suoi racconti. L’intrusa,
il racconto che apre Il manoscritto di Brodie, racconta di due fratelli, i
Nilsen, probabilmente di origine danese o irlandese, che si dividono una donna,
Juliana Burgos. “Carnagione scura, occhi a mandorla”, questa donna, di efficace
bellezza, è trattata come “una cosa”: un giorno uno dei fratelli, Cristián,
vende Juliana a un bordello; salvo riprenderla, perché “quel mostruoso amore”
non può estinguersi. Infine, questa donna che senza far niente se non cedersi a
entrambi sta radicando separazione tra i fratelli, viene uccisa. Cristián e
l’altro, Eduardo, “si abbracciarono, quasi piangendo. Adesso li univa un altro
legame: la donna tristemente sacrificata e l’obbligo di dimenticarla”. La storia
di questi due opposti di Caino e Abele si svolge “nel distretto di Morón”, il
paese di Dabove, e da “Santiago Dabove, l’ho saputa”. Forse in questo racconto,
dall’epigrafe enigmatica – si accenna a un “Secondo libro dei Re, 1, 26”, ma il
primo capitolo del secondo libro dei Re ha soltanto sedici versetti – Borges fa
riferimento a un segreto celato dai fratelli Dabove, forse la nostra mente
maligna perversioni dov’è soltanto dedizione, forse siamo fatti per torcere
l’innocenza in indecenza, tale è l’incuria chiamata uomo.
Nel Prologo al Manoscritto di Brodie, Borges, con inedita facondia, denuncia le
proprie opinioni politiche:
> “mi sono iscritto al partito conservatore, il che è una forma di scetticismo,
> e nessuno mi ha mai chiamato comunista, nazionalista, antisemita, partigiano
> di questo bandito o di quel tiranno. Credo che un giorno meriteremo che non ci
> siano governi”.
Ottimo proposito in tempi di riarmo: decine di migliaia di anni di Sapiens e
siamo ancora qui a giocare a chi lo ha più lungo.
Il manoscritto di Brodie, così denuncia il suo geniale autore, è stato scritto
in onore di alcuni racconti giovanili di Rudyard Kipling: “ho pensato che ciò
che ha concepito e eseguito un ragazzo geniale possa essere imitato senza
immodestia da un uomo sulla soglia della vecchiaia, che conosce il mestiere”. Il
mio amato Kipling… Dopo tanto peregrinare tra le ombre, non mi resta che
inseguire Shere Khan, la regina delle tigri, o farmi da lei inseguire, a patto
di farmi succulenta preda – che tutto termini per azzanno e per azzardo,
nell’alloro di un morso.
L'articolo Intorno a Santiago Dabove, lo scrittore invidiato da Borges che
decise di diventare albero proviene da Pangea.