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“Sonnambula e trasparente”. Catabasi nella poesia di Alejandra Pizarnik
Poesia completa di Alejandra Pizarnik, pubblicato da Crocetti, a cura di Matteo Lefèvre – che traduce senza concessioni all’ambiguità o alla torbidezza ma portando la lingua a un nitore essenziale – e con uno scritto di Concita De Gregorio, che sembra familiarizzare in special modo con l’essere inconsciamente maga e cabalista di Alejandra, con la sua ossessione per la numerologia (il 36, anno della nascita e i 36 anni, età della sua morte, il 3 e il 6), con il suo mal di vivere e con l’amore per Silvina Ocampo e per Vittoria Maria Angelica Marcella Cristina Guerrini, ovvero, Cristina Campo; Poesia completa, contiene le fasi principali dell’opera di Pizarnik (eccetto i diari e l’epistolario) che corrispondono all’evoluzione della sua vita anímica, psichica, affettiva. Così come scrive Alfonso Zuriaga Del Castillo ne La scrittura del vuoto rispetto ai primi componimenti più classicheggianti della fase de La tierra más ajena, nei componimenti che consacrano la poetessa alla gloria eterna vediamo uno slittamento dal principio di realtà a un realesenza scampo dove la possibilità di entrare e uscire, indossare o deporre una maschera crolla, e il personaggio alejandrino prende possesso – proprio come la propria ombra – della persona Flora Pizarnik. Alejandra fu infatti il nome che lei si diede nel tentativo di destreggiarsi tra le dualità della propria esistenza venute alla luce sin dall’infanzia quando dovette frequentare due scuole, quella argentina e quella ebraica.  La prima opera di Alejandra Pizarnik è La tierra más ajena (La terra più estranea), pubblicata nel 1955, quando aveva appena diciannove anni, ancora pregna di barocchismi e volta – nel senso di girata indietro – a contemplare l’imponenza di poeti come Rimbaud o Mallarmé. Nei Diarios e nell’epistolario con il suo psicoanalista León Ostrov, dice di sentirsi incapace d’amare o non degna d’amore. Sebbene in seguito lei stessa arrivò a rinnegare in parte questo libro, considerandolo acerbo rispetto alla sua produzione più matura, vi si intravedono già le ossessioni che avrebbero segnato tutto il suo percorso: la morte, l’inadeguatezza del linguaggio e la solitudine radicale della parola – dell’abitarla e farsene carico – rispetto alla realtà; la ricerca di un mondo immaginifico in cui le parole siano in grado di creare una realtà autonoma e semovente. In quest’opera è innegabile l’influenza della poetica surrealista e di autori come Rimbaud (che cita nell’epigrafe) e Vallejo. La ripetizione di No querer (Non volere) funge da negazione della realtà imposta, cercando un’autenticità fiammeggiante che rifiuta l’artificio, “No querer voces robando/semillosas arquedas aéreas”: “Non volere bersagli che rotolano/su un piano mobile”. La ripetizione funziona come un ritornello che segna la perdita dell’innocenza e l’avanzata inesorabile della morte sulla vitalità è un sole che frantuma.  Nelle opere successive, firmate Alejandra Pizarnik e non Flora, la lingua perde via via ogni barocchismo per diventare affilata e ripetitiva; nessuna ridondanza, soltanto i concetti di negazione, avversione al principio di realtà (però), e sparizione.  Un signo en tu sombra./ Un segno nella tua ombra è un breve intermezzo nel volume in cui notiamo l’espandersi dell’amore ma nel segno dell’ombra, dell’orizzonte, della lontananza: “Voglio distruggere il prurito delle tue ciglia./ Voglio fuggire l’inquietudine delle tue labbra.” Nei frammenti intitolati Un signo en tu sombra troviamo un altro tema proprio di Alejandra: il momento in cui l’eros si fonde con l’angoscia e la parola assurge alla dimensione dello smembramento in quanto impossibilità di riflettere con fedeltà la perfezione celeste. In questi componimenti, Pizarnik gioca costantemente con l’opposizione: “cielo” contro “tu”, “io” contro “l’altro”, “ombra” contro “luce”. Il tentativo di sovrapporre il volto dell’amato al cielo è un’operazione a tratti sacrilega e disperata. L’immagine del “trozo de algodón enyodado” che corrisponde a un pezzo di cotone imbevuto di iodio è un’intuizione brutale, è il corpo che si fa ferita e la ferita feritoia. “Sólo un amor” attraverso la parola: “Su piel es un mapamundi”, suggella la propria pelle in quanto mappamondo. “Mis palabras perforan la última señal de su nombre”. La scrittura diventa un atto teurgico, magico, Pizarnik cerca di perforare l’altro per conoscerlo, ma il risultato è un territorio anímico da cui nessuno è ancora riuscito a fuggire. È la prigione del desiderio, quella “mojigatería” (farsa) che sente di creare rispetto alla magnificenza dell’amato.  L’ultima innocenza (1956) è dedicata a León Ostrov, “Esploderà l’isola del ricordo/ La vita sarà un atto di candore/ Prigione”. Ne Le avventure perdute (1958) cresce l’idea di prigionia, di vuoto, di tempo che divora, di caduta, di notte: un’aderenza all’essenza della notte in quanto rovesciamento. Osserviamo qui l’ossessione per il tempo e l’idea ripetitiva dell’isolamento del poeta, in una voce non ancora del tutto levigata. Ossa, fumo, corpo e sangue rivelano una ricerca del corporeo come unica certezza di fronte all’effimero; è molto presente nella dimensione del corpo il terrore per la decadenza. La tensione tra l’essere e il non essere, l’angoscia di fronte alla fugacità del tempo e il desiderio di trascendenza sono già presenti in quanto semi delle sue opere successive, come La estracción de la piedra de la locura. Il linguaggio è concepito come disfacimento.  Quando Alejandra affronta il passaggio da La tierra más ajena (1955) a Las aventuras perdidas (1958), la sua poetica subisce una cristallizzazione dolorosa nella direzione della levigatura e sgrossatura che sostituirà sempre più la scrittura alla persona. Non si sente più soltanto l’urlo o il caos, impera una lucidità spietata: la consapevolezza che il linguaggio sia una gabbia, e che il vuoto non sia assenza, ma un abisso abitato infinitesimamente. L’immagine del Cerbero che sorveglia l’ingresso della notte e della vita è violenta e inestinguibile. La “ciega furia” che l’attraversa non è solo passione, è un’energia distruttiva che le impedisce di vivere il presente. La richiesta “¡Deja, déjame traspasar tu sonrisa!” è un grido di liberazione: vuole attraversare la soglia dell’inferno per approdare alla superficie umana, alla vita, ai libri, alla luce. “Afuera hay sol./ Yo no sé del sol”. Il contrasto è violenza di fuoco: Alejandra non cerca più di “traspasar la sonrisa” del Cerbero; ha compreso di essere lei stessa la propria prigione. Il mondo esterno – gli uomini che cantano, le donne desiderate in quanto alterità e medesimezza, distorsioni del concetto di madre – è un altrove inconoscibile. Il suo mondo è fatto di “cenizas” (ceneri) e di una “melodía del ángel” che non è salvezza, ma un presagio di fine. “Yo lloro debajo de mi nombre”: è la sua condizione ontologica, non c’è un’Alejandra al di fuori della sua poesia; lei è sepolta sotto la propria identità poetica, sotto il peso di tale scelta: un sacrificio della persona per la parola. La dedica di molte di queste poesie a Olga Orozco, per esempio, in Hija del viento non è casuale. Orozco era una figura tutelare per Pizarnik, una poetessa che condivideva con lei l’esoterismo, l’ossessione per il tempo e una visione tragica dell’esistenza. Nel paradosso estremo vita-parola-morte Alejandra descrive il processo della creazione: “las palabras se suicidan” (le parole si suicidano). È il riconoscimento che il linguaggio, giunto a un certo grado di intensità, smette di comunicare e si autodistrugge. È la vetta nichilista dell’io lirico: la scrittura come atto di distruzione di sé. “¿Qué bestia caída de pasmo se arrastra por mi sangre/y quiere salvarse?”. Cosa vogliamo salvare quando scriviamo? La “bestia”: la nostra parte più arcaica, il trauma, il demone, o l’io che la osserva? La risposta di Pizarnik è gelida: “He aquí lo difícil:/caminar por las calles/y señalar el cielo o la tierra”. Vivere, per Alejandra, è un esercizio di inautenticità radicale. Camminare, indicare il cielo, fingere che il mondo abbia un senso, è lo sforzo sovrumano che la separa dal senso di vuoto.  L’ingresso in Árbol de Diana/Albero di Diana (1962) segna per lei un momento di mutazione alchemica. Come sottolinea magnificamente Octavio Paz, nella sua introduzione al poema, questo libro non è più solo parola poetica, ma un oggetto che non tutti possono vedere.  > 1. > > Ho fatto il salto da me all’alba. > Ho lasciato il mio corpo accanto alla luce > e ho cantato la tristezza di ciò che nasce. È interessante che Léfevre traduca He dado con Ho fatto e de mí con da me invece che di me. Ogni nuova traduzione aggiunge un tassello nella comprensione di una scrittura, al di là della solita trita storia del tradurre/tradire, in realtà tradurre è studiare la psiche dell’autore che s’incontra (e incorpora) talmente profondamente da poterne illuminare le zone d’ombra; per cui Alejandra qui non dà solo il salto di sé all’alba, ma fa una separazione o scisma da se stessa per l’alba, in un momento cardine in cui l’ombra si separa dalla luce e la guarda, proprio sotto l’albero che non produce ombra. > 17. > > Giorni in cui una parola lontana s’impadronisce di me. Avanzo tra quei giorni > sonnambula e trasparente. > 21. > > sono nata tanto  > e doppiamente ho sofferto  > nella memoria di qui e di là Si legge in questo passaggio il riconoscimento e insieme il rifiuto di essere doppio, è la consapevolezza che l’identità sia una trappola. Pizarnik cerca di uscire dal quadro, dal linguaggio, dalla rappresentazione, ma scopre che anche fuori dal quadro continua a offrire se stessa come un oggetto da guardare, da divorare. Giunge a concepire un “canto arrepentido”: “Questo canto pentito sta in agguato dietro le mie poesie:/ questo canto mi sconfessa, m’imbavaglia.” Sarà in seguito la richiesta di un disegno su una pagina bianca, l’unica tregua che si concede. È il desiderio di una casa in cui la bambolina di carta possa finalmente smettere di tremare.  Las aventuras perdidas era il libro del conflitto e dell’esilio, Árbol de Diana è il libro della cristallizzazione. Pizarnik passa dal grido alla distillazione; l’albero di Diana, nella metafora di Paz, è la poetica della trasparenza, uno strumento di visione: non un oggetto opaco, ma qualcosa attraverso cui si guarda, che non produce ombra. La poesia non descrive il mondo, diventa le cose, calore luminoso capace di dissipare il dubbio degli increduli. In questa fase la brevità diviene essenziale per la poetica di Alejandra: il vuoto è toccato e raggiunto senza accumuli di parole, con una precisione assoluta. Ogni verso diventa cristallo in una tensione metafisica che sgorga nel sacrificio del corpo donato alla luce dell’alba e separato da sé “He dejado mi cuerpo junto a la luz/ y he cantado la tristeza de lo que nace”. Alejandra si spoglia della carne; il corpo, che prima era “prigione”, “ferita” o “mappamondo”, qui viene lasciato indietro per poter accedere a uno stato di pura coscienza lirica. Con Los trabajos y las noches (1965), entriamo in una fase in cui Pizarnik, pur restando fedele alla sua ossessione per il vuoto e la morte, sperimenta una “ceremonia demasiado pura”. Se in Árbol de Diana la poetessa tendeva alla rarefazione assoluta, dopo la presenza dell’altro — il “tu” — diventa l’unico ancoraggio possibile, pur restando un ancoraggio precario, fantasmatico, le poesie raccolte ne Los trabajos y la noches/Le opere e le notti (1965), rivelano un mutamento nella funzione del linguaggio. > Tu scegli il luogo della ferita  > dove diciamo il nostro silenzio. > Tu fai della mia vita  > questa cerimonia troppo pura. La scrittura si fa rito, un atto liturgico. Il rapporto con l’amore è trasfigurato: naufragi e morti diventano “pretextos de ceremonias adorables”. È un tentativo disperato di nobilitare il dolore, trasformando la tragedia in una favola (“un cuento para niños”), pur sapendo che è una costruzione fragile. L’altro è insieme rivelazione e minaccia. In Revelaciones e Quién alumbra, l’amato (o l’amata) ha un potere taumaturgico: “Cuando me miras/ mis ojos son llaves”. L’altro è colui che permette a Pizarnik di aprire il muro del silenzio. Tuttavia, tale apertura è rischiosa. In Encuentro, la solitudine smette di essere solitudine poiché viene abitata da un’ombra: “Ahora la soledad no está sola”, non è necessariamente una conquista, ma un’intrusione: chi viene amato parla “como la noche” e si annuncia “como la sed”. La sed: l’eterna, inappagabile sete di Alejandra. Assistiamo alla labilità o fragilità della presenza (Presencia), la supplica della parola che curi “que me hables/ siempre” svela il terrore di fondo: senza la voce dell’altro, il soggetto si disfa. Lei si sente come un “barco sobre un río de piedras” ovvero una barca su un fiume di pietre. La sua vita è un navigare su un letto di detriti immoti e taglienti. Solo la voce di chi ama “scioglie”, “polverizza” gli occhi, ridona la vista, permette la sopravvivenza. Citando Quevedo – “en besos, no en razones” – Alejandra dichiara la sua poetica della carne contro quella del logos. Per lei, le ragioni (il pensiero, la logica) sono nemiche; solo il bacio, la sensazione, l’impatto fisico “il furor del mio corpo elementale” possono fungere da protezione contro il combattimento con le parole.  Del 1959 sono le Altre poesie, dove naufraghi al di là dell’ombra cercano quiete. Del 1965 sono Le opere e le notti, tra cui figura la folgorante, nel senso di un sacro e abbacinante splendore, dedica a Cristina Campo: Anelli di cenere. Anelli di cenere A Cristina Campo Sono le mie voci a cantare perché non cantino loro, i grigiamente imbavagliati all’alba, i mascherati da uccello desolato nella pioggia. C’è nell’attesa, un rumore di lillà che si spezzano. e c’è, quando arriva il giorno, un sole frammentato in piccoli soli neri. E quando è notte, sempre,  una tribù di parole mutilate cerca asilo nella mia gola, perché non cantino loro, i funesti, i padroni del silenzio. Non v’è più il “lamento desolato” di un tempo, un’accettazione nichilista e gelida prende corpo e così prosegue con la luce cattiva di Estrazione della pietra di follia, ma in questo componimento dedicato a Cristina Campo sentiamo tutto il contrasto vitale tre le due, e l’attrazione bruciante che trascina Alejandra a cercare in Cristina una guida, oltre che una nemesi letteraria, non nel senso della competizione, al contrario, nel senso della profonda ammirazione di un suo opposto; come se qui volesse raccontarle la propria singolare vertigine insonne, divoratrice, visionaria, di una sacralità primitiva che divora sino al sacrificio.  L’avvertimento – “cuídate de la silenciosa en el desierto/ de la viajera con el vaso vacío” – è un autoritratto in cui Alejandra si riconosce come un pericolo per chiunque cerchi di amarla. È la consapevolezza che lei stessa è diventata l’”ombra della propria ombra”. Leggere L’estrazione della pietra della follia nella sua interezza è un’esperienza che oltrepassa la letteratura. In questa nuova edizione abbiamo una serie di componimenti, prose e poesie, prima del vero e proprio racconto lirico o poema in prosa, tali componimenti sono dedicati: A mia madre, recano la data 1968 e 1966. Arrivati in tale soglia non vi è che morte, Alejadra parla di sé in quanto appartenente al regno dei morti: in Cantatrice notturna: “Colei che è morta del suo vestito azzurro sta cantando”. In Privilegio: “Ormai ho perso il nome che mi chiamava,/ il suo volto mi scivola addosso/ come il suono dell’acqua nella notte,/ dell’acqua che cade nell’acqua./ E il suo sorriso è l’ultimo superstite,/ non la mia memoria.” In Contemplazione: “Morirono le forme impaurite e non ci fu più un fuori e un dentro”. Il poema in prosa Extracción de la piedra de locura, Estrazione della pietra della follia (1964), è un’immersione in un rituale di spoliazione. In questi versi, Pizarnik sta tentando di esorcizzare la propria alterità, o ombra, che ha preso dimora attraverso la parola, sapendo però che la parola è al contempo la sua ferita e la sua unica possibile testimone. Il corpo è guerra: non rifugio, materia che le si rivolta contro, oggetto da restaurare tra i cocci di un incendio. “Escribir es buscar en el tumulto de los quemados el hueso del brazo que corresponda al hueso de la pierna.” Lefèvre traduce: “Scrivere è cercare nel tumulto dei morti bruciati l’osso del braccio che corrisponde all’osso della gamba.” È la brutalità dell’atto poetico senza scampo per la persona: la scrittura è un tentativo disperato di ricomporre un’identità in frantumi o di decomporla ulteriormente? La “pietra della follia” rimanda all’antica iconografia (quella di Bosch), dove si credeva che il folle avesse una pietra conficcata nel cervello che andava estratta chirurgicamente. Pizarnik rivendica questa follia come il suo unico privilegio. La sua angoscia non è un malanno da curare, è la sua stessa essenza, l’unica cosa che le garantisce una verità profonda, per quanto distruttiva. L’infanzia non è edenica ma carceraria, è il luogo dove sono state piantate le radici del terrore. Le bambole, le bambine di carta, le immagini floreali: sono tutti tentativi di fissare una purezza che, appena viene toccata, si sgretola in polvere dorata e sangue. La morte è una presenza che canta accanto al fiume, in ogni istante. Il fiume è la soglia tra la lingua e il silenzio, il luogo dove lei, nel rovesciamento notturno della non-vita, osserva il proprio nascere e morire nello stesso istante. La notte non è il passaggio dal giorno alla sera, per Pizarnik è il grembo stesso della creazione, ma anche il luogo dove l’Io si dissolve. È lo spazio dove il silenzio diventa così denso da poter essere toccato; la sua unica patria. I lillà raccontano la bellezza che sfiorisce, la fragilità adolescenziale che Alejandra associa a una morte prematura o a un desiderio che non trova compimento, è la delicatezza che si fa ferita nell’impeto di una decreazione. Il giardino appare più e più volte nei suoi versi come un luogo sacro, un hortus conclusus, ma è un giardino in rovina o proibito, proibito poiché il giardino è il luogo della civiltà, e lei non abita la civiltà quanto la soglia del bosco, della selva, del lucus in cui il sacro si mostra come fuoco bruciante, senza protezione, e senza mediazione. Il giardino è la ricerca dell’origine, di un’innocenza perduta che lei sa di non poter ritrovare, e per questo il giardino diventa il luogo della nostalgia radicale. Le bambole, oggetti ricorrenti, sono specchi inquietanti, simboli di una vita svuotata, di una disumanizzazione profonda: la solitudine dell’essere, sentirsi come un oggetto inanimato in un mondo che sembra non riconoscerle più un’anima. Il fiume, infine, è l’immagine del divenire. È il tempo che scorre inesorabile, la soglia che separa la veglia dal sonno o la vita dalla morte. È un elemento fluido che non offre appigli, simbolo di una transizione costante verso quell'”altrove” che lei ha cercato per tutta la vita. È una preghiera senza destinatario o, meglio, una preghiera al vuoto. El infierno musical/L’inferno musicale è del 1971, è desiderio, promessa e assenza, l’attimo in cui il linguaggio non si accorda più con un corpo umano, ma solo con altro linguaggio. Testimonia il fallimento della sostituzione radicale del linguaggio (dell’io lirico) alla realtà; è frammentazione, legione: > Non posso parlare con la mia voce ma con le mie voci. Sembra in lei di cogliere il gesto fisico della scrittura: un tentativo di scavare attraverso l’opacità del mondo.  Le ultime parti di Poesia completa presentano le Poesie non raccolte in volume/Poemas no recogidos en libros, raccolte in due gruppi: 1956/1960 e 1962-1972; infine Los pequenos cantos/I piccoli canti e i Textos de sombra/Testi d’ombra, in cui vi è l’estrema richiesta di silenzio, l’annuncio della frantumazione definitiva dell’identità, il momento in cui la parola – giunta al confine della sua impossibilità di dire e riferire la cosa – diviene frammento assoluto eppure invalicabile. È il momento in cui il personaggio alejandrino, mediante l’irruzione di una versificazione massimamente destrutturata, che contiene anche dialoghi tra varie parti di sé o delle sue personalità letterarie, spossessa e divora la persona Alejandra, ovvero, Flora Pizarnik. E abbiamo questi ultimi struggenti versi: “No quiero ir/ nada más/ que hasta el fondo”, l’ultimo sussurro prima del suicidio, l’annientamento di ogni possibile risposta, l’accettazione dell’impossibilità di ogni conciliazione con il mondo, la resa all’abisso: sua dimora. Il fondo è il luogo dove il linguaggio si rompe e, finalmente, forse, la sofferenza trova una forma pura, priva di mediazioni. “Rabia contra la niebla/ escrito contra/ la opacidad”. La sua scrittura non è un atto di creazione, ma di resistenza nella dissoluzione sino al momento della cancellazione per frammentazioni successive dell’io, una morte che fu l’esito di un dono senza riparo, quasi fosse, quella morte violenta, suicida, l’unica verità possibile per il genio che si divide da sé per farsi scrittura, nessun corpo, nessun essere, il nulla sovrano della persona. La niebla (la nebbia) e l’opacidad sono l’ostacolo che la realtà pone al suo desiderio di trasparenza assoluta. Scrivere diventa un atto violento, una “rabia” necessaria per tentare di squarciare il velo del reale. “Oh vida/ oh lenguaje/ oh Isidoro”. L’accostamento è straziante; Isidoro, in riferimento a Isidoro Ducasse, il Conte di Lautréamont, figura chiave per Pizarnik, viene invocato al pari della vita e della lingua, in quanto divinità tutelare del proprio martirio estatico. La triade chiude il cerchio: la vita è l’esperienza, il linguaggio lo strumento che tradisce, e Isidoro il compagno di sventura nell’inferno dell’esserci e del creare.  È il testo finale, in quel 25 settembre del 1972, la fine di un viaggio fisico e l’inizio di un altro viaggio, senza corpo, ormai senza alcuna maschera, nessuna persona. Ilaria Palomba L'articolo “Sonnambula e trasparente”. Catabasi nella poesia di Alejandra Pizarnik proviene da Pangea.
July 8, 2026 / Pangea
“La poesia non serve a nulla. Questo è il suo valore più grande”. Scoprendo Mirta Rosenberg
Ho sempre amato i traduttori che sono anche dei poeti, perché c’è spesso molta poesia – molta fame di poesia – in chi traghetta la parola da una lingua all’altra dovendo dire “quasi la stessa cosa”. Penso alle grandi versioni dei nostri poeti migliori, fra i quali Cesare Pavese, Franco Fortini, Amelia Rosselli, Patrizia Cavalli, Silvio Raffo. Così mi capita spesso di cercare fra i poeti stranieri coloro che hanno anche tradotto, occasionalmente o meno. In questo modo ho scoperto le poesie dell’argentina Mirta Rosenberg.  Mirta Rosenberg nasce a Rosario nel 1951, il 7 ottobre, data della morte di Edgar Allan Poe, poeta che – appunto – fu tradotto da un altro grande poeta dell’Ottocento, Charles Baudelaire. Gli echi dei poeti che più amiamo si rincorrono attraverso i secoli e rincorrendosi si fanno strada e aprono nuove vie ai poeti che verranno. Mirta Rosenberg è morta nell’estate del 2019. Ha pubblicato diverse raccolte di poesie ma ha anche tradotto versi di Katherine Mansfield, di William Blake, di Walt Whitman, di Emily Dickinson, di Anne Sexton, di Dereck Walcott, di Marianne Moore, di Hilda Doolittle, di W.H. Auden, di James Laughlin, di Seamous Heaney, di Anne Talvaz e di Louise Glück. Data la mole del suo lavoro di traduzione, ho pensato di tradurre a mia volta qualche sua poesia per i lettori italiani. Spero che le mie versioni siano un passaggio di testimone per altri poeti e traduttori appassionati.  (Edoardo Pisani) Mirta Rosenberg (1951-2019) ** Materia eterea (da Marginados, 2006)  I bambini sono di gran lunga la mia rivoluzione maggiore.  Ho orbitato due volte interamente  come un gravido pianeta  intorno al sole. Ho scritto nuovi nomi  su una riga celeste, con inquietudine,  furia e sedizione.  Ho brindato in loro onore con altre donne,  con del whisky e della birra,  sul pianeta in cui le donne brindano per le cose che crescono e malgrado esse.  Felice e sventurata, feci della mia rivoluzione  una conquista e una ferita aperta  di quelle volte in cui avevo completato la mia orbita.  La tengo in fresco perché entri in me, una certa irriconoscibile aria familiare, che ora i miei figli emanano con la più grande naturalezza.  * L’origine dell’azione (da Pasajes, 1984) La passione più forte                     della mia vita è stata la paura.  Credo nella parola                (dillo) e tremo. * Poca pazienza (da Marginados, 2006) Il mio primo amante aveva il doppio dei miei anni.  Piccolo di statura, parlava con dei diminutivi e preferiva i verbi al condizionale, le imminenze differite.  Diceva potremmo stasera,  piccolina, e non lo facevamo mai, neppure quella sera,  mi ha costretto a essere paziente e ad aspettarmi dal futuro  cose diverse, piccole e tardive invece di intonare litanie per ciò che mai  saremmo stati.  * Una lettera trasformata in cosa (da El arte de perder, 1998) Sopporto sempre meno, amica mia, le emozioni e so che a volte ho un’espressione capace di fare notte a mezzogiorno.  A ragione credo di ricordare altri giorni  in cui la sola ombra era  quella proiettata dagli alberi, e poi ricordo altre cose.  Ma in fin dei conti i ricordi sono delle sciocchezze.  Sono come delle fasciature, mummificano, e io sono come una mummia personale: ultimamente prendo la vita come viene, come il nocciolo di cui tutto sappiamo appesantisce l’oliva e le dà un’anima laboriosamente amara.  Negli ultimi tempi è morta mia madre, ma era vecchia.  Ha cominciato a pensare alla vecchiaia come chi vaga nella sua personale catacomba in cui giace la sua mummia personale  e vede ogni cosa che passa come è.  Negli ultimi tempi non sono più del tutto me stessa, certo,  e vedo passare le cose  e talvolta ne finisco con esse  come un riflesso di me stessa  che si blocca nello specchio. Quasi tutte le cose.  Sei talmente lontana che ho pensato di fare un movimento di fondo  per scrivere una lettera a un’amica.  Ma in questa tenebra dell’io non posso chiudere un occhio  per timore di non vedere il cambiamento nella forma delle cose e a poco a poco sono diventata una di queste, una di queste cose.  Ho pensato di scrivere una lettera a un’amica che fosse materia solida fra altre cose  più inafferrabili o fumose,  ombre più serie di ciò che ho perso.  Meno una lettera che una cosa.  E invece di spedirla ricordarmene come un cambiamento della cosa, perché diventi fra noi due,  la mia amica e io, materia di metafora.  * Da El árbol de palabras (2018) La poesia fiorisce quando la storia è avversa all’umanità. Massacri, campi di concentramento, regimi totalitari le danno un significato più profondo. La vediamo come una risorsa naturale, parole che sono lì, a portata di mano, per consolarci dell’inconsolabile.  La poesia non serve a nulla. Questo è il suo valore più grande. Se ha un motivo occulto, un disegno, l’obiettivo di convincere, diventa un pamphlet.  Il protagonista è il linguaggio, è questo che ci unisce e che ci separa. Animali parlanti, pensanti. La poesia è anche pensiero.  (traduzioni di Edoardo Pisani) *In copertina: Magnus Enckell, Ragazzo con teschio, 1893 L'articolo “La poesia non serve a nulla. Questo è il suo valore più grande”. Scoprendo Mirta Rosenberg  proviene da Pangea.
January 13, 2026 / Pangea
Intorno a Santiago Dabove, lo scrittore invidiato da Borges che decise di diventare albero
La mia edizione dei Racconti brevi e straordinari è stata stampata da Franco Maria Ricci nel 1973, nella collana “La biblioteca blu”. La copertina – azzurra, elegantissima, verticale – reca un centauro come stemma. È un centauro particolare: ha due zampe e le braccia incrociate; è un centauro-Pan, un centauro fenicottero. Ho ricevuto il libro – insieme ad altri di Franco Maria Ricci –, tempo fa, da Nicola Crocetti, l’editore, “un titano dietro la sua immagine pubblica inesistente”, come scrive Aldo Nove in Inabissarsi (il Saggiatore, 2025), tanto per restare in ambito mitologico.  In origine, Racconti brevi e straordinari esce nel 1953, a Buenos Aires: compito degli autori, Jorge Luis Borges e Adolfo Bioy Casares, è quello di riassumere il genio della letteratura universale in poco più di cento pagine.  > “Osiamo pensare che l’essenziale della narrazione si trovi in questi brani; il > resto è episodio illustrativo, analisi psicologica, felice o inopportuno > ricamo verbale”. JLB e ABC antologizzano una novantina di racconti: sono pochi quelli che superano la pagina. I due aggettivi che onorano la raccolta – brevi, straordinari – non sono esornativi: segnalano lo stigma di una poetica. Nella brevità – che non vuol dire concisione bensì: solleticare l’ambiguo, ambire all’oracolo – si celebra uno stile; lo straordinario esplicita il tema. La letteratura si occupi di stordire l’ordinario, di disarmare il noto.  Tra i racconti lì antologizzati – con la fantomatica idea di creare, come sempre, il “libro dei libri” – ce ne sono alcuni di autori notissimi (Kafka, Hawthorne, Poe, Stevenson, Paul Valéry), altri di autori meno noti o inattesi (Arthur Machen, Henri Michaux, Max Jacob, Virgilio Piñera); certuni non sono nemmeno scrittori, dacché la vera letteratura alligna dove non credi che possa essere. Come sempre, Borges guarda, col suo fare rabdomantico, a Oriente e tra mistiche fumisterie; così, sono incardinati in questa raccolta scatenata, gli apoftegmi di Chuang Tzu, le storielle ebraiche riferite da Martin Buber, certe favole tratte dal Pañcatantra, celebre novelliere indiano. Non mancano testi dalle Mille e una notte e dall’oceano della tradizione islamica. Uno degli sketch più affascinanti, Un mito di Alessandro – che racconta la vita oscura di Alessandro Magno, tra il magma mongolo, nelle distese dell’Asia – è ascritto ad Adrienne Bordenave, uno scrittore inesistente.  Il libro, naturalmente, esiste in una versione più recente, stampata da Adelphi nel 2020, a cura di Tommaso Scarano; io, ostinatamente, mi riferisco a quella di Franco Maria Ricci – stampata più di cinquant’anni fa pare uscita dai torchi oggi – tradotta da Gianni Guadalupi.  Uno dei Racconti brevi e straordinari più lunghi e inquietanti s’intitola Il treno. Racconta di un bambino sul “solito treno del tardo pomeriggio”, che, fermata dopo fermata, vede letteralmente scorrere la sua vita. Nel viaggio, il bimbo cresce, si sposa, fa figli, seppellisce la moglie, invecchia. È un racconto assurdo, circolare; infine, l’uomo – il protagonista del racconto e colui che lo racconta – scopre che il palazzo della “Compagnia Assicurativa” per cui lavorava è stato “demolito da tempo”: al suo posto spicca “un edificio di venticinque piani”. L’uomo sceglie di gettarsi dall’ultimo piano di quell’edificio: “caddi sulla chioma di un albero frondoso, che aveva foglie e rami di fico ovattato. La mia carne, che stava per sfracellarsi, si disperse in ricordi”. L’ultimo ricordo ritrae l’uomo, ancora bimbo, che deve “far compere per incarico di mia madre”: è il punto dove il racconto inizia. Dunque, si può narrare una vita in un paio di pagine, è possibile inscatolarla in un vagone.  Il racconto è stato scritto nel 1946 da un tale che si chiama Santiago Dabove. Le notizie riguardo a Santiago Dabove sono talmente scarse che si potrebbe supporre sia una creatura fittizia, inventata lì per lì da Borges. Da ciò che si sa, Dabove è nato nel 1889 – dieci anni prima di Borges, a Morón, alla periferia di Buenos Aires; lì è morto nel 1951. Si ignorano il giorno e il mese di nascita di Dabove. Egli pare in effetti un uomo immobile, come un cannone astronomico puntato sempre sulla stessa stella. In un’intervista rilasciata a “Cabalgata” nel novembre del 1946, Borges dice, tra l’altro, che “la pubblicazione in un unico volume degli straordinari racconti fantastici di Santiago Dabove, fino ad ora dispersi, sarà un evento memorabile per la letteratura argentina”. È interessante che ricorra, con altri effetti, l’aggettivo straordinario.  Il volume uscirà diversi anni dopo, dieci anni dopo la morte di Dabove, nel 1961. S’intitola La muerte y su traje, edito da Alcándara: nella lunga introduzione Borges racconta di quando lui, il suo amico Macedonio Fernández e Santiago Dabove progettarono un libro scritto a sei mani; si sarebbe intitolato L’uomo che diventerà presidente, raccontava di un gruppo di sefirotici ribelli che vogliono prendere la Casa Rosada, rovesciando il governo argentino. Si rievocano, un poco, le atmosfere de I demoni di Dostoevskij e de L’agente segreto che dei romanzi di Joseph Conrad è il più eccentrico e forse il meno riuscito. Naturalmente, di quel libro catastrofico non fu scritta neppure una riga: fu ideato dai tre alla Perla del Once, dov’erano soliti trovarsi, uno dei mitici café di Buenos Aires; nel nono capitolo del romanzo, così dettava lo schema, Borges doveva essere ucciso.  Perché Santiago Dabove non ha mai voluto pubblicare i propri racconti in vita? Perché ha scritto così poco (una manciata di testi che occupa a mala pena centoventi pagine)? Chi era davvero Santiago Dabove? Non può che affascinarci la vita di un uomo che ha, con costanza militare, cancellato le tracce di sé: che ha vissuto per scomparire. “Dare frutto”, forse, è un monito che vale per la vita interiore, per la vita invisibile: è dentro di noi che devono crescere giardini, boschi, foreste; l’applauso, la fama, l’ostinata ostentazione fanno avvizzire chi siamo. Forse Borges mirava in Santiago Dabove ciò che intimamente avrebbe voluto essere. Un uomo che ha il coraggio di annientarsi, lasciando ad altri le esigue tracce di un’opera minima, tesa alla lama e al sussurro.  Tra i racconti di Dabove, il più noto è senza dubbio Ser polvo, “Essere polvere”. La trama è semplice: un uomo, afflitto da implacabile nevralgia del trigemino, roso da diversi medicinali, è a cavallo, “come sempre, percorrendo i quaranta chilometri che separavano i paesi che visitavo con maggior frequenza”. Nei pressi di un cimitero abbandonato, cade. Segue la drammatica, lenta, lunga, letale trasformazione dell’uomo in un fico d’India. Potremmo descrivere Ser polvo come un racconto ‘kafkiano’, peccando in didascalia. C’è qualcosa di trionfante e di atroce nella descrizione di un uomo che viene inglobato dalla terra, fino a farsi radice – qualcosa di funesto che continua ad agire nei nostri incubi. Come uno che per scacciare un’ape, ne attiri, per irradiazione d’ira, l’intero sciame. Ciò che pare luce, in verità, è lo scintillio dello stiletto.  > “…non importa quanto valore diamo all’azione, alle scelte, all’andare degli > esseri umani; nella maggior parte dei casi, essi si muovono, camminano, > vengono, vanno in un’infinita filiforme prigione. Chi ha come orizzonte le > quattro sperimentate mura della propria casa non è diverso da chi percorre > ogni giorno certi sentieri per svolgere gli stessi compiti, in circostanze > diverse. Tutta questa fatica non vale il bacio pattuito tra il vegetale e il > sole”.  Nella “vita immobile, egoista” del vegetale Santiago Dabove ravvisava la propria – in vita, decise di diventare un vegetale. Essere polvere è incorporato da Borges, Silvina Ocampo e dal solito Bioy Casares, nella strepitosa Antologia della letteratura fantastica, che assembla testi di Ryunosuke Akutagawa e di Gilbert Keith Chesterton, di Léon Bloy e di Julio Cortázar, di Lord Dunsany e di Elena Garro, di James Joyce e di Maupassant. Secondo Borges, Dabove era uno scrittore eccezionale.  Introducendo una nuova edizione de La muerte y su traje, Horacio Salas, poeta e saggista argentino tra i più riconosciuti del suo tempo, morto nel 2020, ci offre, tra le ombre, qualche squarcio sulla vita nascosta di Dabove.  > “Alla scrittura preferiva – almeno, così dice chi lo ha frequentato – le gioie > della conversazione, un genere letterario (o semi-letterario) che ricorda la > costruzione di castelli di ghiaccio o di sabbia, lavorati per ore con > artigiana pazienza, che iniziano a crollare non appena li si è compiuti. > L’ormai mitico Macedonio Fernández, Santiago Dabove e il fratello, Julio > César, formarono un gruppo denominatosi ‘Triquia’ che si riuniva (come > raccontò Hugo Loyácono al “Cronista Comercial” il 29 novembre del 1975) in una > stanza sul retro della casa dei Dabove, a Morón. Lì, alla luce tremolante di > una candela, quasi che le ombre potessero facilitare i meccanismi della mente > a muoversi tra labirinti metafisici, i tre chiacchieravano per ore su certe > frasi di Schopenhauer, sull’idealismo di Berkeley, a cui Macedonio aderiva con > fervore, sull’empirismo di Hume”.  Di questa testimonianza – che incolla testimonianze di testimonianze – dobbiamo conservare due dettagli: Dabove aveva un fratello; Borges era escluso da questo circolo esclusivo. Naturalmente, l’unico libro di Dabove non è ristampato da anni – mira a svanire.  Tutti i racconti di Dabove afferiscono – scrive Salas – alla morte, conferiscono a chi li legge una sorta di sinistra immortalità. In El experimento de Varinsky, Dabove sembra riscrivere Poe: si racconta di un giovane medico che tenta di riportare in vita un assassino suicida, per estorcergli l’estrema confessione.  Forse Borges invidiava Dabove tanto quanto lo amava. Alla voce di Santiago Dabove, infatti, Borges fa risalire il più atroce dei suoi racconti. L’intrusa, il racconto che apre Il manoscritto di Brodie, racconta di due fratelli, i Nilsen, probabilmente di origine danese o irlandese, che si dividono una donna, Juliana Burgos. “Carnagione scura, occhi a mandorla”, questa donna, di efficace bellezza, è trattata come “una cosa”: un giorno uno dei fratelli, Cristián, vende Juliana a un bordello; salvo riprenderla, perché “quel mostruoso amore” non può estinguersi. Infine, questa donna che senza far niente se non cedersi a entrambi sta radicando separazione tra i fratelli, viene uccisa. Cristián e l’altro, Eduardo, “si abbracciarono, quasi piangendo. Adesso li univa un altro legame: la donna tristemente sacrificata e l’obbligo di dimenticarla”. La storia di questi due opposti di Caino e Abele si svolge “nel distretto di Morón”, il paese di Dabove, e da “Santiago Dabove, l’ho saputa”. Forse in questo racconto, dall’epigrafe enigmatica – si accenna a un “Secondo libro dei Re, 1, 26”, ma il primo capitolo del secondo libro dei Re ha soltanto sedici versetti – Borges fa riferimento a un segreto celato dai fratelli Dabove, forse la nostra mente maligna perversioni dov’è soltanto dedizione, forse siamo fatti per torcere l’innocenza in indecenza, tale è l’incuria chiamata uomo.   Nel Prologo al Manoscritto di Brodie, Borges, con inedita facondia, denuncia le proprie opinioni politiche:  > “mi sono iscritto al partito conservatore, il che è una forma di scetticismo, > e nessuno mi ha mai chiamato comunista, nazionalista, antisemita, partigiano > di questo bandito o di quel tiranno. Credo che un giorno meriteremo che non ci > siano governi”.  Ottimo proposito in tempi di riarmo: decine di migliaia di anni di Sapiens e siamo ancora qui a giocare a chi lo ha più lungo.  Il manoscritto di Brodie, così denuncia il suo geniale autore, è stato scritto in onore di alcuni racconti giovanili di Rudyard Kipling: “ho pensato che ciò che ha concepito e eseguito un ragazzo geniale possa essere imitato senza immodestia da un uomo sulla soglia della vecchiaia, che conosce il mestiere”. Il mio amato Kipling… Dopo tanto peregrinare tra le ombre, non mi resta che inseguire Shere Khan, la regina delle tigri, o farmi da lei inseguire, a patto di farmi succulenta preda – che tutto termini per azzanno e per azzardo, nell’alloro di un morso.  L'articolo Intorno a Santiago Dabove, lo scrittore invidiato da Borges che decise di diventare albero proviene da Pangea.
March 17, 2025 / Pangea