“Questo libro fa schifo”, dice Giovanni Bartolomeo. Siamo alla prima pagina.
“Che ora è? – lui
Sono le undici – lei.
In realtà sono le undici e cinque minuti ma Catrina sa che i minuti hanno poca
importanza prima i diventare dieci o meglio quindici. Caterina sa anche che i
minuti per suo padre hanno poca importanza in generale”.
*
Siamo alla seconda pagina. C’è un padre, un libro che fa schifo, una figlia che
mente sui minuti esatti perché ora per suo padre non hanno importanza in
generale. Questo è l’inizio di Sull’orizzonte degli eventi di Cristò
Chiapparino, edito da TerraRossa edizioni, 2026. Ci sono libri che prendono il
lettore e lo mettono dentro un imbuto, lo centrifugano. Ci sono invece autori,
come Cristò in questo suo libro, che tengono il lettore esattamente
sull’orizzonte degli eventi, con una corda legata alla vita, un po’ tirata.
*
Quando si inizia a leggere questo libro si ha la tentazione di andare avanti, di
leggere in modo vorace per capire cosa succede, per scoprire l’impianto
puramente narrivo. Dove va a finire questa storia? Che cosa accade? Ma molto
presto ci si accorge che questo è il modo sbagliato di leggere questo
romanzo. Sull’orizzonte degli eventi va affrontato esattamente come suggerisce
il titolo, bisogna leggere ogni riga come fosse il confine smangiato del
prepicizio della gravina. Con la polvere che non sai mai se ti trascinerà verso
il basso oppure ti salverà la memoria. La memoria è il buco nero che ingoia
tutto e attorno a cui ci muoviamo, indisturbati e incauti, durante la lettura.
*
Potrei dire che è un libro sulla perdita di memoria, potrei dire che è un libro
su uno scrittore di successo che affetto da demenza senile non ricorda che il
libro che sta leggendo, e che gli fa schifo, è suo ed è il libro del suo
successo, potrei dire che è un libro sul come si sta attorno a un uomo che perde
la memoria. Ma sarebbe francamente tutto molto riduttivo. Cristò gioca
moltissimo con l’impianto narrativo, una storia dentro una storia, e sotto
un’altra storia. Una sorta di matrioska, se guardi bene vedi altre linee da
seguire e che poi non segui.
Questo perché Sull’orizzonte degli eventi va affrontato pagina per pagina, con
calma, come si seguirebbe un sentiero sul limite della scogliera a strapiombo
sul mare. Il rischio di cadere in fondo all’abisso della perdita, del dolore,
della memoria è altissimo. Ma accade proprio così quando si assiste un familiare
che perde la memoria.
*
Il libro parte da un’esperienza personale dell’autore, ce lo svela nella
postfazione, per rispondere all’accusa di una signora che anni indietro a una
presentazione di una precedente edizione gli contesta il fatto che lui parla di
questo libro come “senza cuore”. Ma quando si accudisce un padre che perde la
memoria è esattamente come stare sull’orizzonte degli eventi, sul limite di un
buco nero. Si ha in casa qualcuno che annienta tutte le logiche convenzioni
dentro di sè, il suo cervello diventa un secchio di acqua e cenere, qualche
volta un pezzo più grosso, bruciato e nero, rimane sul fondo o risale a galla.
Qualche volta alza la testa verso di te e lo vedi dallo sguardo, questa volta mi
riconosce – pensi – ed è così ma letteralmente due secondi dopo ritornano
indietro le pupille, rifanno l’altro sguardo, quello obliquo e pieno di brina
sull’iride. Sai che è già altrove, che potrebbe urlare da un momento all’altro
oppure chiederti dolcemente chi sei, perché sei nella sua casa.
Cristò scrive questo libro per chi resta ai bordi di un buco nero che è la
perdita di memoria, per chi è abituato a infilarsi nei cunicoli di intersezione
tra il dovere e la vita.
*
I nomi e i ruoli, dare un nome agli elementi vivi che ti girano attorno in casa
e a volte non sai chi sono, senti che li conosci ma c’è qualcosa che proprio te
lo impedisce. Quindi quella in cucina pensi che sia tua figlia, si chiama
Caterina, e quello che ha appena suonato al citofono e ora entra – dice tua
figlia – si chiama Davide. Ma deve essere il marito, sicuramente. Però non lo
sai più, dare i nomi per dare i ruoli. I nomi cambiano di posto velocemente
nella testa di coloro a cui la memoria si sfibra come un nastro tagliato male
alla cui estremità i fili si tolgono, uno per uno, si perdono per strada.
Il problema dei nomi è centrale, è forse il vero nucleo oscuro attorno a cui
ruota il libro, il nome che è un ruolo, una assegnazione di posto specifico
sulla scacchiera delle relazioni, l’affetto ha bisogno di definirsi in un nome
perché sia comprensibile, gestibile. Definire i confini e gli accordi delle
relazioni sentimentali è importante per molti, anche per quelli che dicono che
non vogliono incasellare le cose. Perché come fai quando ti devi alzare per
andare in bagno e hai bisogno di essere tirato su, come chiami quella che sta
lavando i piatti nell’altra stanza. È tua figlia o tua moglie… o tua madre?
*
Un libro che si legge come inchiodati alla soglia dell’architrave della cucina,
ci si appoggia con un fianco e con un braccio, un po’ obliqui col corpo e si
guarda l’altra persona, quella che sta con la testa che è un secchio di acqua e
cenere, vagare nei labirinti delle parole senza successo, senza bussola, senza
niente.
> “L’aveva sempre chiamata mamma, ma da quando era morta le veniva più naturale
> chiamarla per nome. Quando il medico le aveva detto ‘la signora Teresa non ce
> l’ha fatta’, il nome aveva preso il sopravvento ed era successo in un attimo.
> Da quel momento in poi Caterina aveva parlato di sua madre pronunciandone il
> nome tutte le volte che era possibile. Non è morta la mamma, è morta Teresa.
> Lo faceva per questo, inconsciamente.”
Dire il ruolo significa esplicitare un legame, la corda stretta alla vita fatta
di carne e sangue, che ti tiene in vita e altre volte invece ti strozza. La
figlia Caterina non voleva dedicare la vita a un uomo, infatti amava le donne, e
si è ritrovata ad accudire suo padre, un uomo, a dargli i giorni e i secondi.
Anche i minuti che non conta più per lui, che non hanno importanza nel tempo di
acqua e cenere che scorre nella testa di lui.
*
Questo è un libro delicato, che scorre lungo la soglia che separa i vivi e i
quasi morti. Quasi morti sono coloro che non ricordano, perché respirano e
urlano, mangiano e vanno in bagno, sono da lavare ma non sono ancora morti, sono
quasi morti e non più quasi vivi.
Per loro le presenze che ruotano in casa sono come fantasmi, fantasmi dall’altra
parte del velo, dove tutto pare avere un qualche significato, una certa precisa
ragione.
> “E i fantasmi ti parlano, ti sfamano, ti fanno la doccia e ti portano a letto
> guardandti con occhi stanchi e amorevoli dietro una faccia che non riesci a
> decifrare.”
*
Una faccia che non riesci a decifrare. Deve essere proprio così.
*
C’è un altro aspetto che scorre come una vena sotterranea di un fiume lungo
tutto il libro: il ruolo della scrittura, lo scrivere, l’essere uno scrittore.
Lo scrittore noto che rilegge il suo libro più famoso e che lo trova orribile.
La scrittura come linea di ossessione, una linea marcata di nero da seguire fino
alla fine del burrone, fin dentro al buco nero. Un libro, questo di Cristò,
adatto per chi ama la lettura, per chi vorrebbe sapere cosa succede dentro e
attorno a chi perde la memoria, un testo per chi vuole provare a stare sulla
soglia.
> “Donatello si sta rendendo conto che la scrittura si può fare reale, può
> interferire con la vita”.
Clery Celeste
*In copertina: un disegno di Johann Heinrich Füssli
L'articolo “I fantasmi ti parlano, ti sfamano, ti fanno la doccia”. Con Cristò
nel buco nero della letteratura proviene da Pangea.