Là dove non ci sono strade
> “È detto infatti “Beati i poveri in spirito, beati i miti, beati i
> misericordiosi, beati gli operatori di pace”. Chi non procede su questa via si
> smarrisce là dove non ci sono strade…”
>
> (Macario, Homélies spirituelles. Le Sait-Esprint et le chrétien, Om. 27,23,
> Abbaye de Bellefontaine, 1984, pp. 270-271)
I discepoli presi nella rete della chiamata del Cristo, trascinati in un esodo
di cui non intravedono ancora il senso profondo, ora sono lasciati liberi dalla
morsa, il pescatore predicatore, il predatore Cristo ora è seduto, sul monte,
luogo evocativo della legge antica, a reti aperte, ora tocca a loro, decidere.
Ora tocca noi, sempre tocca a noi, di decidere se avvicinarci a Lui oppure
tornare alla nostra vita di prima.Quello spazio tra noi e il Cristo non è mai
colmato una volta per sempre, è quello il territorio della nostra libertà,
camminargli incontro o fuggire. La vita del discepolo è tutta qui: avvicinarsi o
allontanarsi, camminare sulle sue tracce oppure pretendere di dettare il
cammino, farsi portare dove non si vuole oppure forzare la Parola trascinandola
dove proliferano i nostri interessi, tornare come il fratello minore o stare a
distanza come il maggiore, farsi scovare come la pecora smarrita o appendersi
come frutto sfinito a un ramo… questa è la nostra fede. Accogliere il rischio
delle beatitudini oppure, come dice Macario con una forza che la nostra
predicazione pare abbia dimenticato, smarrirsi “là dove non ci sono strade”.
> “In quel tempo, vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si
> avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro
> dicendo: Beati i poveri in spirito…” (Mt 5)
I discepoli accettano il rischio, e accettando l’azzardo della vicinanza
scassinano la bocca di Cristo che, come la pietra percossa nel deserto, fa
scaturire acqua: così accadono le Beatitudini.
E continuano ad accadere, a provocare. Fonte inesauribile, dolcissima e
pericolosa, affascinante e terribile, come è Cristo. Non è acqua di
addomesticata, le beatitudini sono gorghi che possono trascinarci a fondo, sono
fratture, tagli, spade a trafiggere il nostro uomo vecchio. Sono sentenze di
morte le beatitudini scagliate contro le nostre innumerevoli paure. Cristo sul
monte, uomo delle beatitudini, sembra già crocifisso, a tentare di attirare ogni
cosa a lui.
*
Beati già fin d’ora
> “Sembrerebbe, insomma, più normale sentirsi dire : «Voi ora siete
> perseguitati, ma verrà il tempo in cui sarete beati, perché vostro sarà il
> regno dei cieli». Ma no: «Beati» già fin d’ora! Per accettare e comprendere
> questo paradosso, bisogna anzitutto guardare a Gesù. Il povero in spirito, il
> mite, l’afflitto, colui che ha fame e sete della giustizia, il misericordioso,
> il puro di cuore, l’operatore di pace, il perseguitato – a morte – per causa
> della giustizia, l’uomo schernito è lui. (…) Quelli, dunque, che hanno parte a
> ciò che egli è stato, quelli che lui si identificano nella loro situazione di
> povertà, sono già fin d’ora associati alla sua gloria: «Beati»”.
>
> (Robert Gantoy e Romain Swaeles, Commento delle letture domenicali, 1993,
> Edizioni San Paolo, pp. 74-75)
Ora il pescatore predatore è fermo sul monte, e le reti rimangono aperte, come
la sua bocca, pericolosa e seducente, a noi deciderci di tuffarci o meno nelle
sue parole, a noi di farci azzannare dalle beatitudini, la promessa è enorme, il
rischio altrettanto, è la grammatica dell’amore. Non si tratta più di parlare di
Cristo, di dotte esegesi, di disquisizioni da intellettuali, qui si tratta di
cedere, di lasciarsi slogare, di farsi mangiare. Non è una dottrina, è una
pratica. Le beatitudini agiscono sul corpo e non sulle idee. Si tratta di farsi
carne, di lasciare che il Verbo prenda tutto di noi e ci trasformi in lui.
Identificazione, assimilazione, associazione: perdere tutto per essere nel
tutto.
Le fauci di Cristo rimangono aperte, Cristo leone, Cristo l’amante, accettare di
essere sue prede, consegnarsi al suo bacio cannibale, non c’è altra strada.
Nessuna. Per essere beati fin d’ora. Il tempo è breve, è quello della nostra
vita, serve decidersi, di lasciarci trasformare in lui immolando gli alibi e
affrontando le paure. Non saranno i sapienti a conoscerlo, il cervello è una
trappola, un labirinto, illude e confonde, fornisce tutti le giustificazioni del
mondo. A conoscerlo per primi saranno i poveri, quelli che non hanno più niente
da perdere, nessun ruolo da difendere, quelli che hanno già perso la faccia, i
disperati, i folli, le prostitute, i ladri, i falliti. Credere nelle beatitudini
è cedere, avvicinarsi e immolarsi. Diventare lui. Che pare cibarsi di pietre di
scarto.
Pompeo Cesura, Cristo alla colonna, dopo il 1566
*
Le beatitudini, un giudizio terribile sul mondo
> “Ma forse la beatitudine non ha di mira solo il bene altrui: io credo che sia
> chiamato veramente pacificatore colui che conduce ad una pacifica concordia la
> lotta che è in lui stesso tra la carne e lo spirito. E questo avviene quando
> la legge della carne non impone più il proprio dominio, ma si fa obbediente
> agli ordini di Dio”.
>
> (Gregorio di Nissa, Omelia settima, UTET, Torino, 1992, passim)
Percorrere quei passi che separano dal Cristo delle beatitudini, decidere di
consegnarsi a quelle affilatissime parole, porta in sé un giudizio terribile sul
mondo. Ad ogni passo ci si allontana dalle logiche mondane, non si può credere
senza essere immersi seriamente in questa lotta così, ad ogni passo, aumenta la
solitudine, la paura di aver sbagliato, la sensazione che si stiano chiudendo
tutte le uscite di sicurezza, ad ogni passo la beatitudine chiede mancanza,
lacrime, dolore e povertà, ad ogni passo quello che si credeva indispensabile
perde di valore, ad ogni passo il Beato si scosta dal mondo, un mondo che rimane
bello solo perché porta a Lui ma che diventa sempre più inabitabile. Il Cantico
delle Creature è la mappa del nostro ritorno a Lui, ad ogni passo c’è un po’ di
morte che entra a prendersi pezzi di noi.
Se troppo ci amiamo fuggiremo dalle beatitudini. Se Lui non ci avesse rapinato
il cuore calando la sua rete non avrebbe senso farsi trascinare in questo
Altrove. Ma chi crede, girandosi, vede l’inferno, non può tornare. Chi gli ha
creduto, il Beato, è un disadattato al mondo, non può invertire la rotta come se
nulla fosse accaduto, come se non lo avesse mai incontrato, ecco perché i
discepoli non riescono, dopo la Resurrezione del Maestro, a tornare alle barche.
O se ci tornano, non resistono.
Non si può nemmeno fingere. Tornare al mondo illudendosi di poter rimanere suoi
discepoli significa addomesticare il Vangelo, farne al massimo raffinata
antropologia, perpetuare riti accomodanti, proporre letture socialmente e
politicamente accettabili, tutto questo è negazione della croce, della morte.
Tutto questo rende inutile la resurrezione. Tornare nel mondo senza il Cristo
delle beatitudini è tradirlo. Non ci sono alternative.
Lorenzo Costa, Cristo alla colonna, 1492 ca.
*
Beatitudini ed éschaton
> “I criteri mondani vengono capovolti non appena la realtà è guardata dalla
> giusta prospettiva, ovvero dal punto di vista della scala dei valori di Dio,
> che è diversa dalla scala dei valori del mondo. (…) Se l’uomo comincia a
> guardare e a vivere a partire da Dio, se cammina in compagnia di Gesù, allora
> vive secondo criteri nuovi e allora un po’ di éschaton, di ciò che deve
> venire, è già presente adesso. A partire da Gesù entra gioia nella
> tribolazione”.
>
> (Joseph Ratzinger, Gesù di Nazaret, 2007, Rizzoli, p. 95)
Camminare verso il Cristo delle beatitudini, farlo con tutto noi stessi, con la
nostra carne, con la nostra debolezza, con il coraggio che pervade solo i cuori
davvero innamorati, camminare verso di lui, lasciarci alle spalle il mondo è
possibile solo se sappiamo anche ridere di noi, se abbiamo conosciuto che siamo
solo un soffio, un quasi niente, ma che siamo un niente prezioso ai suoi occhi.
Siamo soffio ma Cristo vuole respiraci, questo è il vero miracolo, la vera
salvezza.
Ci si allontana dal mondo e da noi stessi, solo quando la compagnia di Gesù
diventa indispensabile, totalizzante. Ci si affida alle beatitudini, ci si fa
sbranare dal Vangelo solo se nella battaglia della vita abbiamo sperimentato che
l’Amore è più forte della morte, che Lui è l’Amore, e che l’Amore è eterno. Una
fede senza escatologia non è fede, è un corpo morto, dissanguato, è la vittoria
del male sulla vita.
Incamminarsi verso il Cristo delle beatitudini è immergersi nell’éschaton, è
itinerario mistico, è individuare nella cruna lo spiraglio di luce e sentire che
siamo fatti per passarci attraverso. “A partire da Gesù entra gioia nella
tribolazione”: ma non c’è gioia che possa chiamarsi tale, non c’è beatitudine
che possa reggere l’urto della vita senza resurrezione.
Incamminarsi verso il Cristo delle beatitudini è lo stesso gesto che sarà
richiesto ai discepoli dopo la sepoltura di Cristo, lo stesso itinerario
richiesto a ciascuno di noi: entrare nel sepolcro per comprendere che tutto è
beato perché tutto è creato per risorgere a vita eterna.
Alessandro Deho’
*Ogni settimana, ogni volta che ci sarà urgenza, Alessandro Deho’ prenderà
spunto dalla lettura evangelica per avviare una riflessione fuori via, stonata,
forse inutile. Lui dice, “balbettio”, dice “balbuziente”, dice di una
inadeguatezza che fa lava, su cui fare leva; insieme abbiamo detto, come dice la
Bibbia, “impacciato di bocca”: ma è proprio lì, dove la parola depone l’elmo e
ogni verbo è vergine per eccesso di senso, nudo, inappropriato, che vogliamo
stare.
In copertina: Antonello da Messina, “Cristo alla colonna”, 1476-78
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> “Il regno di Dio, pur essendo superiore a qualsiasi valutazione, in pratica
> costa tanto quanto uno ha. A Pietro e Andrea costò le reti e la barca; alla
> vedova costò due spiccioli; a un altro costò un bicchiere d’acqua fresca”.
>
> Gregorio Magno, Omelie sui vangeli
A Giovanni il Battista, il regno di Dio, in pratica, costa la sua libertà. Un
prezzo altissimo. Tutto. Cristo inizia la sua predicazione e il Battista viene
arrestato, più ancora, viene “consegnato”, passo definitivo prima del martirio.
Questo è il regno di Dio, non altro, la consegna di ogni cosa, la consegna della
propria vita. Non si comprende il Vangelo se non si passa da qui. Una vita
intera a predicare, voce nel deserto, una vita ad aspettare, ad intimidire, a
battezzare, una vita orientata totalmente a quella verità che, una volta
manifestata, chiede di perdere tutto. Cristo è la scure a colpire le nostre
radici.
Chiede tutto Cristo, chiede di morire consegnati al solito potere terreno che
mai verrà sconfitto. Eppure, Cristo, sempre e solo Cristo, a dire che il regno
dei cieli è vicino. Mentre moriamo, è vicino. E in questo paradosso c’è tutto
l’incendio appiccato dal Vangelo.
Il regno dei cieli è vicino quando la perdita totale di sé stessi è totale, il
regno dei cieli è vicino quando la notte del dubbio assale, quando pensiamo di
aver atteso invano, quando affoghiamo nel dubbio che forse Gesù non sia davvero
il Messia. Il regno dei cieli è vicino ogni volta che invidiamo il potere e le
sue liturgie, è vicino mentre una lama ci taglia la gola. Il regno dei cieli è
la nostra testa, il nostro orgoglio, la nostra identità apparente, posata su un
vassoio, a fare mostra mostruosa di sé, a diventare brandello di carne per belve
accecate d’odio, o solamente di noia. Il regno dei cieli è la morte che viene a
liberarci dal fardello più pesante, quello che ci impedisce di abbandonarci in
Dio: l’illusione di poterci salvare da soli.
Il regno di Dio cosa quanto uno ha, ma in quella perdita totale c’è qualcosa di
superiore a qualsiasi valutazione: la libertà da noi stessi.
Mentre il Battista viene arrestato Gesù abbandona la sua patria per cercare la
“via del mare”:
> …per Matteo la “via del mare” è quella che passa da Cafarnao. Zabulon e
> Neftali sono due tribù settentrionali deportate in Assiria dopo l’occupazione
> dell’VIII secolo, al tempo di Isaia. Questa aveva determinato nella regione un
> tale rimescolamento etnico da meritarle appunto il nome di “curva delle genti”
> (ghelil ha-gojim), ossia Galilea.
>
> Alberto Mello, Evangelo secondo Matteo, Qiqajon,1995
La curva delle genti, un rimescolamento etnico, Matteo sembra volerci dire, da
subito, che il regno dei cieli è per tutte le genti, messaggio universale. Gesù
si immerge, battesimo, in una umanità che non si protegge dietro tradizioni,
elezioni, sacre profezie, istituzioni. Quello che conta è solo la profezia,
quello che conta davvero è che lui è la profezia: “il popolo che abitava nelle
tenebre vide una grande luce”. Così tutto crolla sotto i suoi colpi luminosi,
incandescenti. Così anche il buio, come il Battista, è costretto a consegnare
quello che è, tutto di sé: deve disintegrarsi in giorno. Anche la notte deve
cedere sotto i colpi decisi di questo Cristo lucente che avanza e che tutto
divora. Come un’alba violentissima, “per quelli che abitavano in regione e ombra
di morte una luce è sorta”, buona notizia, senza dubbio, ma anche dolorosa
constatazione: ci viene tolta, in Cristo, la possibilità dell’ombra. Buona
notizia che ci espone a una luce spaventosa, luce che non ci permette più di
nascondere parte di noi in zone d’ombra, in spazi di morte, in regioni oscure
dove occultare le nostre miserie.
Cosmè Tura, Pietà, 1460 ca.
Lui cammina, svela, chiede una consegna luminosa a una luce che ustiona le
pupille. Sarà ammazzato per questo, in fondo, sarà ammazzato da chi tenterà fino
alla fine di apparire giusto nascondendo le proprie ombre di morte sotto i
paramenti sacri della legge o della tradizione. Invece, la luce che esplode
nelle tenebre, costringe alla verità, e la verità “costa tanto quanto uno ha”.
Cioè la vita.
> “Vi farò diventare pescatori di uomini”: un’espressione di Gesù che (…) non
> può non stupire, e persino urtare. Soprattutto se ci si immedesima in coloro
> che, come pesci, sono destinati a essere presi e trascinati via da quella
> rete, catturati senza gloria, forse del tutto senza volerlo. Essere pescati
> come pesci significa essere presi di sorpresa, all’improvviso, sentire la rete
> che si chiude quando non si vorrebbe, accanirsi contro le sue maglie, invano,
> prima di constatare che non ci sono più scappatoie: si è dentro, è l’inizio
> della fine.
>
> André Louf, E Gesù disse: “Ma non capite ancora?”, Qiqajon, 2023
Gesù cammina e chiama, Gesù parla e prende, prende quello che vuole, l’amore è
importuno, totale, coglie ciò che desidera. La libertà maturerà dopo, e sarà
indispensabile, ma qui e ora c’è solo spazio per la caduta nel baratro di una
luce accecante. Si è costretti a lasciare tutto, perfino il padre, un rapimento,
“il regno di Dio, pur essendo superiore a qualsiasi valutazione, in pratica
costa tanto quanto uno ha”.
Tantissimi anni fa, prete giovanissimo, ricordo il mio smarrimento davanti a un
gruppo di giovani a cui stavo cercando di commentare questo brano di Vangelo.
Io, lacrime commosse agli occhi, a descrivere la dolcezza del lago, il profumo
di una vita finalmente chiamata, la gioia di lasciare tutto per seguire un
sogno, io commosso, loro muti, persi, non capivano. Avevano ragione loro. La
chiamata è violenta, totalizzante, definitiva. Avevano ragione loro, è una delle
pagine più violente del Vangelo. Ha ragione André Louf, è l’inizio della
fine. Un inizio che diventa ancora più violento quando, dentro le fatiche della
sequela, nel cuore delle nostre crisi, dei nostri dubbi, qualcuno puntualmente
viene a dirci che abbiamo scelto noi di seguire Cristo, che nessuno ci ha
obbligato. Parole insulse di chi non conosce la violenza dell’amore.
No, non si sceglie Cristo, è lui che sceglie noi, lui il pescatore della nostra
umanità, lui il predatore noi la sua preda. Lui solo sa il dolore che prende
quando ci si accorge che dalla rete non si può più uscire se non appendendosi ad
un ramo, come un traditore qualsiasi. (Ma anche lì la sua luminosa misericordia
predatrice arriva inesorabile ad affondare nella carne di Giuda i suoi artigli!)
Ma arriverà un giorno, e sarà il giorno più importante della nostra vita anche
se nessuno, da fuori, se ne accorgerà. Non si darà nessuna liturgia, nessuna
pubblica promessa, nessuna ordinazione, nessuna istituzione presente, sarà il
momento esatto in cui, nella nostra solitudine, guardando la vita passata nel
tentativo di seguire Cristo, nel tentativo di scappargli, di urlargli in faccia
che abbiamo sbagliato tutto, ma anche nel tentativo di innamorarci di lui… sarà
il giorno, dolorosissima illuminazione, in cui finalmente comprenderemo che per
fortuna è andata esattamente così. Che non cambieremmo nulla di ciò che è
stato.
Lorenzo di Pietro detto il Vecchietta, Pietà, 1445 ca.
Sarà il giorno in cui ringrazieremo Cristo per averci strappato dalle nostre
illusioni di sterili felicità. Sarà il giorno in cui ringrazieremo, perfetta
letizia, per il carcere condiviso con il Battista, per chi ci ha permesso di
essere strappati dal deserto della convinzione di essere i migliori tra i
profeti. Ringrazieremo per la lama a dissanguare le nostre parole diventate ora
finalmente fragili e bisognose di essere salvate. Ringrazieremo per il potere
che ci ha concesso di decapitare l’orgoglio. Ringrazieremo per la verità, quella
che ci ha abbagliato, luce nelle nostre tenebre, quella che ci ha fatto vedere
finalmente la nostra miseria, il nostro peccato, il nostro male, ringrazieremo
perché finalmente avremo provato il bisogno di farci salvare. Ringrazieremo
perfino per quelle reti lasciate, per quella vita che poteva essere e non è
stata, per la sterilità di certe scelte, per i sogni infranti, per i progetti
falliti, perfino per il male vergognosamente operato dalle nostre mani nel
momento esatto in cui ci illudevamo di essere perfetti, ringrazieremo per essere
stati liberati dalla tirannia di noi stessi. Ringrazieremo di essere stati presi
nella rete, perché fuori ci saremmo persi. E in quel momento, ma solo in quel
momento, attimo che sarà finalmente la fine, al termine del nostro cammino
potremo dire il nostro definitivo sì. Avremo donato tutto di noi, saremo
finalmente libertà venuta alla luce.
Alessandro Deho’
*Ogni settimana, ogni volta che ci sarà urgenza, Alessandro Deho’ prenderà
spunto dalla lettura evangelica per avviare una riflessione fuori via, stonata,
forse inutile. Lui dice, “balbettio”, dice “balbuziente”, dice di una
inadeguatezza che fa lava, su cui fare leva; insieme abbiamo detto, come dice la
Bibbia, “impacciato di bocca”: ma è proprio lì, dove la parola depone l’elmo e
ogni verbo è vergine per eccesso di senso, nudo, inappropriato, che vogliamo
stare.
*In copertina: Rosso Fiorentino, Pietà, tra il 1537 e il 1540
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sé stessi è totale proviene da Pangea.