Cristo viandante assettato
In quel tempo, Gesù giunse a una città della Samaria chiamata Sicar, vicina al
terreno che Giacobbe aveva dato a Giuseppe suo figlio: qui c’era un pozzo di
Giacobbe. Gesù dunque, affaticato per il viaggio, sedeva presso il pozzo. Era
circa mezzogiorno. (Gv 4,5-6)
> “Di che cosa Gesù ha sete? Il lettore non è ancora in grado di rispondere a
> questa domanda. lo sarà forse quando sentirà Gesù in croce gridare: «Ho sete!»
> (19,28) o ancora prima? (…) Gesù ha certamente chiesto da bere alla
> Samaritana, e ora si intuisce che ciò di cui egli ha sete è proprio sete di
> lei, il desiderio che lei ha dell’acqua viva che solo Gesù può donare. Del
> Padre stesso si dirà che «cerca» adoratori autentici”.
>
> (Xavier Léon-Dufour, Lettura dell’Evangelo secondo Giovanni, San Paolo 1990)
Un Dio che ha sete, un povero cristo, solo, che sta presso un pozzo in attesa
dell’uomo. Poi possiamo addentrarci in tutte le interpretazioni simboliche ed
esegetiche, poi possiamo, ed è doveroso farlo, smarrirci nella proliferazione di
significati, nella stratificazione di senso presente in questa pagina di
Giovanni. Però. Però non può essere smarrita l’immagine di un Dio assetato. Lo
stesso che al compimento della sua vita tra gli uomini ribadirà lo stesso
bisogno. Lo farà dall’alto della croce, dal suo viaggio al termine della notte
umana, lo griderà come sanno gridare gli amanti: ho sete! Un Dio che ha sete
della sua creatura, un Figlio che ha sete del Padre, un uomo che ha sete
d’amore.
Una sete che arriva a causa della fatica di un viaggio, perché la sete è
una kenosi che va cercata, è possibile l’incontro tra uomini solo a partire da
un vuoto, è possibile il dialogo con Dio solo a partire da una mancanza, da un
bisogno. Gesù sembra viaggiare per svuotarsi, il contrario dei nostri itinerari
di illusoria pienezza. In questa pagina, attorno al pozzo, tutti hanno sete ma
non si descrive mai l’atto del bere. Solo quello della sete. Che permane,
aumenta, si purifica, diventa eterna. Ci si trasforma in sorgenti, alla fine, ma
non si riempie mai il bisogno.
Fanno paura le seti che ci abitano, a chi le possiamo confidare? Chi può
ascoltare il nostro grido senza usurpare il nostro bisogno? A chi possiamo
mostrare il nostro desiderio di vita senza correre il rischio di essere
prosciugati? Eppure il rischio bisogna correrlo, il prezzo è morire di sete. Il
rischio di confidarsi con uno straniero, il rischio di mostrarsi vulnerabile, il
rischio di non essere compresi, il rischio di essere fraintesi. Cristo al pozzo
inanella tutti questi pericoli, conosce l’azzardo, lo assume. Cosa dirà la donna
straniera? Cosa penserà la moglie dai cinque uomini? E i suoi discepoli al
ritorno? Cosa capiranno? L’inizio di ogni relazione vera si assume il pericolo
di essere fraintesa, sembra che non possa esserci vita senza rischio. Rischio di
bruciarsi, sicurezza che l’altro ci farà sicuramente male, perché le relazioni
sono tutte pericolose, e l’incomprensione è insita nella parola, e il male, il
male che ci abita, è serpe che distorce anche le intenzioni più pure. Eppure,
proprio nella giungla di queste fatiche, affaticati dal viaggio della vita,
occorre sedersi e accettare che abbiamo bisogno di qualcuno che condivida vita
con noi. La sete di Cristo è il segno del limite invalicabile che ci abita, del
limite che siamo. Del limite che diventa possibilità.
Lazzaro Bastiani, Incontro di Cristo con la Samaritana, XV secolo
*
Il pozzo
Giunge una donna samaritana ad attingere acqua. Le dice Gesù: «Dammi da bere». I
suoi discepoli erano andati in città a fare provvista di cibi. Allora la donna
samaritana gli dice: «Come mai tu, che sei giudeo, chiedi da bere a me, che sono
una donna samaritana?». I Giudei infatti non hanno rapporti con i Samaritani.
Gesù le risponde: «Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice:
“Dammi da bere!”, tu avresti chiesto a lui ed egli ti avrebbe dato acqua viva».
Gli dice la donna: «Signore, non hai un secchio e il pozzo è profondo; da dove
prendi dunque quest’acqua viva? Sei tu forse più grande del nostro padre
Giacobbe, che ci diede il pozzo e ne bevve lui con i suoi figli e il suo
bestiame?». (Gv 4, 7-12)
> “Il pozzo (…) per quelli che hanno familiarità con la Bibbia è anche un tema
> molto legato all’esodo e in particolare alla legge. Un commento ebraico parla
> così del soggiorno degli ebrei nel deserto: lo scopo di quei quarant’anni «fu
> di far mangiar loro la manna e bere l’acqua del pozzo perché così la legge
> fosse assimilata nel loro corpo». (…) un commento di Qumran su questo passo
> dice: «Il pozzo è la legge»”.
>
> (Alain Marchadour, Vangelo di Giovanni, San Paolo 1994)
Ma anche prima c’è un pozzo, anche prima di Esodo, in Genesi, al capitolo 26 c’è
una storia che mi ha sempre colpito, è la descrizione di una prassi, di un
mestiere, una sorta di liturgia pratica, una devozione alla vita. Isacco ne è
protagonista:
> Isacco fece una semina in quella terra e raccolse quell’anno il centuplo. Il
> Signore infatti lo aveva benedetto. E l’uomo divenne ricco e crebbe tanto in
> ricchezze fino a divenire ricchissimo: possedeva greggi e armenti e numerosi
> schiavi, e i Filistei cominciarono a invidiarlo. Tutti i pozzi che avevano
> scavato i servi di suo padre ai tempi di Abramo, suo padre, i Filistei li
> avevano chiusi riempiendoli di terra.
>
> (Genesi 26,12-15)
So che il pozzo nella pagina della Samaritana richiama la legge, però questa
cosa che i pozzi si possano riempire di terra per invidia mi sembra importante
da segnalare. Isacco scava pozzi, i suoi avversari riempiono di terra le
sorgenti. Come cacciare sabbia in gola alla vita. Ma lui, Isacco, nonostante
tutto, continua:
> Isacco riattivò i pozzi d’acqua, che avevano scavato i servi di suo padre,
> Abramo, e che i Filistei avevano chiuso dopo la morte di Abramo, e li chiamò
> come li aveva chiamati suo padre. I servi di Isacco scavarono poi nella valle
> e vi trovarono un pozzo di acqua viva.
>
> (Genesi 26,18-19)
Poi possiamo andare al pozzo della legge, provare a comprendere cosa intenda
Gesù, quali i rischi dei Samaritani, cosa renda il pozzo della legge un’acqua
che non estingue sete. Prima però c’è Isacco che passa la vita a riaprire pozzi
d’acqua viva e a me pare davvero commovente. Mi sembra l’unico mestiere che
valga la pena fare. Mi pare la chiave per abitare il mondo con santa
disciplina. Solo chi cerca di togliere sabbia dal pozzo delle relazioni, solo
chi scava e scopre pozzi d’acqua nelle valli disabitate degli apparenti
fallimenti, solo chi è rabdomante di vita può comprendere davvero l’incontro tra
la Samaritana e Cristo. Incontro tra due deserti che nascondono pozzi.
Serve una costanza incredibile per scavare pozzi, per riaprirne, per opporsi
alla violenza. Serve una caparbietà infinita, serve una fede incrollabile, serve
di ripetere la stessa liturgia di scavo senza lasciarsi prendere dallo
sconforto. Sono convinto che la vita sia mantenuta viva da scavatori di pozzi
nascosti ed anonimi e incrollabili.
> Ma i pastori di Gerar litigarono con i pastori di Isacco, dicendo: “L’acqua è
> nostra!”. Allora egli chiamò il pozzo Esek, perché quelli avevano litigato con
> lui. Scavarono un altro pozzo, ma quelli litigarono anche per questo ed egli
> lo chiamò Sitna. Si mosse di là e scavò un altro pozzo, per il quale non
> litigarono; allora egli lo chiamò Recobòt e disse: “Ora il Signore ci ha dato
> spazio libero, perché noi prosperiamo nella terra”. Di là salì a Bersabea. E
> in quella notte gli apparve il Signore e disse:
>
> “Io sono il Dio di Abramo, tuo padre;
> non temere, perché io sono con te:
> ti benedirò e moltiplicherò la tua discendenza
> a causa di Abramo, mio servo”.
>
> (Genesi 26, 20-24)
Poi è vero il pozzo della Samaritana richiama alla legge.
> “Le leggi, rigorosamente laiche, sono pensate come regole che servono solo a
> separare ciò che è dell’uno da ciò che è dell’altro; Dio non c’entra proprio,
> e neppure la comunione fraterna. Già i farisei erano acceduti a questa
> concezione mercenaria della legge; ancor più i Samaritani. Gesù sollecita la
> Samaritana a passare dalla concezione mercenaria della legge a quella
> spirituale. (…) Come il pozzo è anche la Legge, finché essa sia scritta solo
> sulla pietra e non nei cuori. Dopo aver obbedito a tutte le sue prescrizioni,
> l’uomo deve riconoscere d’essere sempre da capo assetato, s’intende di
> giustizia”.
>
> (Giuseppe Angelini, Se vuoi essere perfetto, Glossa 2007)
> “Una cosa è bere, un’altra è diventare sorgente. L’acqua è lui. È Gesù,
> ricevuto per essere donato”.
>
> (Yves Simoens, Secondo Giovanni, Edizioni Dehoniane Bologna,1997)
La legge chiede carne, chiede di essere scritta nei cuori. Cristo al pozzo
chiede il cuore della Samaritana, Cristo non chiede mai altro. Ma cosa significa
davvero? Come si può chiedere al nostro cuore di tramutarsi in pietra, e poi di
lasciarsi incidere dal dito infuocato dell’Altissimo? Come mettere il cuore
nelle mani di Dio e lasciare che lui ci incida sopra le sue Parole, lasciare che
venga stritolato dalle sue dita, spremuto come cuore sacro a distillare il vino
dell’Alleanza?
> “Un cristiano non è un libero pensatore. Per lui, al principio, non sta
> l’uomo, il suo pensiero, la sua forza, le sue possibilità. Al principio non
> sta neppure un’idea. Sta la carità di Dio: cioè quel dimostrarsi di Dio
> nell’uomo Gesù, che dice a noi concretamente tutta la verità. Di fronte a ogni
> proposta, o ricerca, o cammino, la preoccupazione dominante di un credente
> cristiano sarà sempre quella di non perdere il riferimento a Cristo, di non
> giudicarlo o “svuotarlo” secondo le sollecitazioni del momento, per lasciarsi
> invece sempre giudicare da lui, assumendo la comunione con lui come criterio
> irrinunciabile di verità e di azione. «Cristo ieri, oggi, per sempre»
> (cfr. Eb 13,8)”.
>
> (Giovanni Moioli, Temi cristiani maggiori, Milano 1992)
Vuol dire che l’uomo rinuncia a essere un libero pensatore! E questa frase è la
prima spremitura violenta. Chi, oggi, ha il coraggio di non considerarsi
pienamente autonomo? Lo sappiamo, nessuno lo è davvero ma ognuno di noi
sbandiera una sorta di libertà conquistata. Poi siamo schiavi delle opportunità,
del sistema, dei mille compromessi, delle meschinità che ci abitano, del denaro,
della fama… ma non possiamo dirlo. Mettere il cuore in mano sua è esplicitarlo:
voglio essere tuo schiavo. Voglio scendere fino alla sorgente del pozzo e
togliere dalla fonte l’uomo, voglio sbarazzarmi dall’egemonia di me stesso, del
mio pensiero, della mia forza, delle mie possibili possibilità. E questo ci fa
orrore, ci fa paura. Alziamo subito scudi, difendiamo la piena libertà
che Cristo ci avrebbe promesso, la pienezza della vita… ma quale è la Sua
libertà? Quale libertà può promettere il Crocifisso che, anche da Risorto, non
chiude il segno dei chiodi? Per incontrare l’acqua viva, per non inquinare la
legge con la nostra miseria, bisogna liberarsi di quel che siamo e giungere,
assetati, come viaggiatori al pozzo, al principio. E al principio del pozzo,
acqua viva in eterno c’è la carità di Dio. Il suo amore. Se non arriviamo lì
lasceremo al cristianesimo di essere sempre e solo un’idea. Nobile. Ma che non
disseta fino in fondo. Solo Cristo deve essere il riferimento, solo lui, per lui
annientarsi, lui a guidarci, a lui incatenarci e lì, paradosso d’amore, scoprire
il nostro vero volto, la nostra intima libertà, l’immagine e somiglianza unica e
irripetibile. Fermarsi prima, accontentarsi, non lasciare che il seme che siamo
muoia renderebbe questa discesa al pozzo un suicidio.
Giovan Battista Caracciolo, Cristo e la Samaritana al pozzo, 1620 ca.
*
La donna
Gesù le risponde: «Chiunque beve di quest’acqua avrà di nuovo sete; ma chi berrà
dell’acqua che io gli darò, non avrà più sete in eterno. Anzi, l’acqua che io
gli darò diventerà in lui una sorgente d’acqua che zampilla per la vita eterna».
«Signore – gli dice la donna –, dammi quest’acqua, perché io non abbia più sete
e non continui a venire qui ad attingere acqua». Le dice: «Va’ a chiamare tuo
marito e ritorna qui». Gli risponde la donna: «Io non ho marito». (Gv 4, 13-17)
> “Domanda da bere e promette di dissetare. È bisognoso come uno che aspetta di
> ricevere, e abbonda come uno che aspetta di saziare. «Se conoscessi, dice, il
> dono di Dio». Il dono di Dio è lo Spirito Santo. Ma Gesù parla alla donna in
> maniera ancora velata, e a poco a poco si apre una via al cuore di lei. Forse
> già la istruisce. (…) Oh se avesse sentito: «Venite a me, voi tutti, che siete
> affaticati e oppressi, e io vi ristorerò»! (Mt 11,28). Infatti Gesù le diceva
> questo, perché non dovesse più faticare, ma la donna non capiva ancora”.
>
> (Agostino, Commento al Vangelo di Giovanni)
Non importa sapere se cinque fossero proprio i mariti della donna oppure se
questa sia un’allusione agli idoli dei Samaritani. Quello che conta davvero è il
passaggio che si compie tra le grandi teorie e la vita vera, tra le domande
generiche e la vita pratica della donna (o di un popolo). Gesù per rispondere
alla sete profonda chiede alla donna di verificare concretamente a quali fonti
cerchi acqua. E la domanda si ripete anche per ognuno di noi. Quali le nostre
fonti? Concrete. Quali i nostri mariti? Quali i pozzi che apriamo e poi, delusi,
riempiamo di terra? Quali le persone che abbiamo usato, da cui ci siamo
abbeverati con avidità e che poi abbiamo lasciato magari con la scusa di una
sete più grande? Anche questo passaggio mi pare notevolmente doloroso. Può
arrivare un certo momento nella vita di un uomo in cui si decide finalmente di
smettere di correre in solitaria predando ogni forma di affetto, arriva un
momento in cui ci si guarda alle spalle e non si è più sicuri di aver agito per
una sete d’Infinito che tutto giustificava, ci si guarda alle spalle e si prova
vergogna per i tanti pozzi abbandonati. Certo, qualcuno si è servito anche di
noi, per fortuna, questo rende forse meno amaro il giudizio sul nostro operato.
Non l’abbiamo fatto per fare male, ma abbiamo predato. Non abbiamo compiuto un
viaggio verso la sete. Non siamo stati capaci di reggere il dolore della
mendicanza.
Cristo arriva al pozzo domandando da bere e promettendo di dissetare, le due
promesse non possono essere disgiunte, i due opposti vanno tenuti aperti.
Assettati e donatori d’acqua, guaritori feriti, peccatori riconciliati: questo
ci rende credenti, questo significa mettere il nostro cuore nelle sue mani.
Questo impara la samaritana, forse, lasciando la brocca al pozzo per andare a
dissetare i suoi compaesani.
> “La donna lasciò dunque la sua giara. La giara richiama le ‘sei giare di
> pietra’ per la purificazione dei Giudei citate in 2,6 . Questo particolare
> sembra esprimere simbolicamente la situazione della donna stessa. Ormai
> purificata dalla parola di Gesù, e dissetata dall’acqua viva che Gesù è nel
> suo corpo e in tutta la sua persona, la donna non ha più bisogno del suo
> strumento per attingere l’acqua e si trova libera per la missione”.
>
> (Yves Simoens, Secondo Giovanni, Edizioni Dehoniane Bologna,1997)
*
Sono io che parlo con te
Le dice Gesù: «Hai detto bene: “Io non ho marito”. Infatti hai avuto cinque
mariti e quello che hai ora non è tuo marito; in questo hai detto il vero». Gli
replica la donna: «Signore, vedo che tu sei un profeta! I nostri padri hanno
adorato su questo monte; voi invece dite che è a Gerusalemme il luogo in cui
bisogna adorare». Gesù le dice: «Credimi, donna, viene l’ora in cui né su questo
monte né a Gerusalemme adorerete il Padre. Voi adorate ciò che non conoscete,
noi adoriamo ciò che conosciamo, perché la salvezza viene dai Giudei. Ma viene
l’ora – ed è questa – in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e
verità: così infatti il Padre vuole che siano quelli che lo adorano. Dio è
spirito, e quelli che lo adorano devono adorare in spirito e verità». Gli
rispose la donna: «So che deve venire il Messia, chiamato Cristo: quando egli
verrà, ci annuncerà ogni cosa». Le dice Gesù: «Sono io, che parlo con te». In
quel momento giunsero i suoi discepoli e si meravigliavano che parlasse con una
donna. Nessuno tuttavia disse: «Che cosa cerchi?», o: «Di che cosa parli con
lei?». La donna intanto lasciò la sua anfora, andò in città e disse alla gente:
«Venite a vedere un uomo che mi ha detto tutto quello che ho fatto. Che sia lui
il Cristo?». Uscirono dalla città e andavano da lui. (Gv 4,17-30)
> “La Samaritana, al pozzo del corteggiamento, aveva conosciuto l’incanto di una
> parola che non ti fa cosa, cosa da consumare, che ti contempla teneramente in
> tutta la tua dignità e bellezza”.
>
> (Angelo Casati, Ricordare le sue parole, Centro Ambrosiano, 2002)
“Sono io che parlo con te”, forse questo il centro di questo racconto, forse qui
la descrizione definitiva dell’acqua viva. Sono io, Io sono, teofania intima e
definitiva, bisogni che si incontrano, che si riconoscono, che si riempiono e si
svuotano e ancora si riempiono. Dinamica dell’Amore che si fa infinito.
Non è chiaro se la donna abbia davvero compreso, non è chiaro se fugge verso la
città spinta da ardore missionario o da paura. Paura che si prova quando si è
svelati, guardati fin nel profondo. Spogliati. Non c’è teofania se non quando si
viene raggiunti nella parte più segreta di ciò che siamo, ogni protezione è una
mancanza di fede.Profezia è svelamento, spogliazione, donna scoperta nella sua
più intima intimità, “mi ha detto tutto quello che ho fatto”, verità
sconvolgente ma parziale, “mi ha mostrato tutto quello che sono”, questa sarebbe
stata la traduzione esatta dell’esperienza. Ma a chi confidare tale estremo
d’amore? “Sono io che parlo con te”, frase che rimane nascosta all’origine di
ogni pozzo, parole che possono donare vita solo a chi ha il coraggio e la
costanza di liberare la fonte dai cumuli di terra, dichiarazione d’amore che
alla luce svanisce.
Annibale Carracci, Cristo e la Samaritana, 1605
Anche la legge è pozzo capace di dare vita, non uno iota sarà perduto, ma solo
se diventa prassi per ascoltare la voce del Risorto che dalla vita ci parla.
Ogni nostra azione può diventare sacra, se è fonte di questa epifania.
E liberando pozzi anche noi saremmo trasfigurati in sorgenti d’acqua per i
fratelli. Chissà, forse fede, fede vera, è lasciare che lui ci scavi in
profondità, che lui rimuova detriti, che ci liberi da tutto e da tutti, e dalla
visione distorta che abbiamo di noi stessi, per riportarci ad essere conformi
alla realtà, e finalmente scoprire quel che siamo, la nostra possibilità:
“sorgente d’acqua che zampilla per la vita eterna”.
Alessandro Deho’
*Ogni settimana, ogni volta che ci sarà urgenza, Alessandro Deho’ prenderà
spunto dalla lettura evangelica per avviare una riflessione fuori via, stonata,
forse inutile. Lui dice, “balbettio”, dice “balbuziente”, dice di una
inadeguatezza che fa lava, su cui fare leva; insieme abbiamo detto, come dice la
Bibbia, “impacciato di bocca”: ma è proprio lì, dove la parola depone l’elmo e
ogni verbo è vergine per eccesso di senso, nudo, inappropriato, che vogliamo
stare.
In copertina: Gesù e la Samaritana al pozzo, area tedesca, 1420 ca.
L'articolo “Sono io che parlo con te”. Gesù e la Samaritana, un incontro tra
deserti che nascondono pozzi proviene da Pangea.
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Là dove non ci sono strade
> “È detto infatti “Beati i poveri in spirito, beati i miti, beati i
> misericordiosi, beati gli operatori di pace”. Chi non procede su questa via si
> smarrisce là dove non ci sono strade…”
>
> (Macario, Homélies spirituelles. Le Sait-Esprint et le chrétien, Om. 27,23,
> Abbaye de Bellefontaine, 1984, pp. 270-271)
I discepoli presi nella rete della chiamata del Cristo, trascinati in un esodo
di cui non intravedono ancora il senso profondo, ora sono lasciati liberi dalla
morsa, il pescatore predicatore, il predatore Cristo ora è seduto, sul monte,
luogo evocativo della legge antica, a reti aperte, ora tocca a loro, decidere.
Ora tocca noi, sempre tocca a noi, di decidere se avvicinarci a Lui oppure
tornare alla nostra vita di prima.Quello spazio tra noi e il Cristo non è mai
colmato una volta per sempre, è quello il territorio della nostra libertà,
camminargli incontro o fuggire. La vita del discepolo è tutta qui: avvicinarsi o
allontanarsi, camminare sulle sue tracce oppure pretendere di dettare il
cammino, farsi portare dove non si vuole oppure forzare la Parola trascinandola
dove proliferano i nostri interessi, tornare come il fratello minore o stare a
distanza come il maggiore, farsi scovare come la pecora smarrita o appendersi
come frutto sfinito a un ramo… questa è la nostra fede. Accogliere il rischio
delle beatitudini oppure, come dice Macario con una forza che la nostra
predicazione pare abbia dimenticato, smarrirsi “là dove non ci sono strade”.
> “In quel tempo, vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si
> avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro
> dicendo: Beati i poveri in spirito…” (Mt 5)
I discepoli accettano il rischio, e accettando l’azzardo della vicinanza
scassinano la bocca di Cristo che, come la pietra percossa nel deserto, fa
scaturire acqua: così accadono le Beatitudini.
E continuano ad accadere, a provocare. Fonte inesauribile, dolcissima e
pericolosa, affascinante e terribile, come è Cristo. Non è acqua di
addomesticata, le beatitudini sono gorghi che possono trascinarci a fondo, sono
fratture, tagli, spade a trafiggere il nostro uomo vecchio. Sono sentenze di
morte le beatitudini scagliate contro le nostre innumerevoli paure. Cristo sul
monte, uomo delle beatitudini, sembra già crocifisso, a tentare di attirare ogni
cosa a lui.
*
Beati già fin d’ora
> “Sembrerebbe, insomma, più normale sentirsi dire : «Voi ora siete
> perseguitati, ma verrà il tempo in cui sarete beati, perché vostro sarà il
> regno dei cieli». Ma no: «Beati» già fin d’ora! Per accettare e comprendere
> questo paradosso, bisogna anzitutto guardare a Gesù. Il povero in spirito, il
> mite, l’afflitto, colui che ha fame e sete della giustizia, il misericordioso,
> il puro di cuore, l’operatore di pace, il perseguitato – a morte – per causa
> della giustizia, l’uomo schernito è lui. (…) Quelli, dunque, che hanno parte a
> ciò che egli è stato, quelli che lui si identificano nella loro situazione di
> povertà, sono già fin d’ora associati alla sua gloria: «Beati»”.
>
> (Robert Gantoy e Romain Swaeles, Commento delle letture domenicali, 1993,
> Edizioni San Paolo, pp. 74-75)
Ora il pescatore predatore è fermo sul monte, e le reti rimangono aperte, come
la sua bocca, pericolosa e seducente, a noi deciderci di tuffarci o meno nelle
sue parole, a noi di farci azzannare dalle beatitudini, la promessa è enorme, il
rischio altrettanto, è la grammatica dell’amore. Non si tratta più di parlare di
Cristo, di dotte esegesi, di disquisizioni da intellettuali, qui si tratta di
cedere, di lasciarsi slogare, di farsi mangiare. Non è una dottrina, è una
pratica. Le beatitudini agiscono sul corpo e non sulle idee. Si tratta di farsi
carne, di lasciare che il Verbo prenda tutto di noi e ci trasformi in lui.
Identificazione, assimilazione, associazione: perdere tutto per essere nel
tutto.
Le fauci di Cristo rimangono aperte, Cristo leone, Cristo l’amante, accettare di
essere sue prede, consegnarsi al suo bacio cannibale, non c’è altra strada.
Nessuna. Per essere beati fin d’ora. Il tempo è breve, è quello della nostra
vita, serve decidersi, di lasciarci trasformare in lui immolando gli alibi e
affrontando le paure. Non saranno i sapienti a conoscerlo, il cervello è una
trappola, un labirinto, illude e confonde, fornisce tutti le giustificazioni del
mondo. A conoscerlo per primi saranno i poveri, quelli che non hanno più niente
da perdere, nessun ruolo da difendere, quelli che hanno già perso la faccia, i
disperati, i folli, le prostitute, i ladri, i falliti. Credere nelle beatitudini
è cedere, avvicinarsi e immolarsi. Diventare lui. Che pare cibarsi di pietre di
scarto.
Pompeo Cesura, Cristo alla colonna, dopo il 1566
*
Le beatitudini, un giudizio terribile sul mondo
> “Ma forse la beatitudine non ha di mira solo il bene altrui: io credo che sia
> chiamato veramente pacificatore colui che conduce ad una pacifica concordia la
> lotta che è in lui stesso tra la carne e lo spirito. E questo avviene quando
> la legge della carne non impone più il proprio dominio, ma si fa obbediente
> agli ordini di Dio”.
>
> (Gregorio di Nissa, Omelia settima, UTET, Torino, 1992, passim)
Percorrere quei passi che separano dal Cristo delle beatitudini, decidere di
consegnarsi a quelle affilatissime parole, porta in sé un giudizio terribile sul
mondo. Ad ogni passo ci si allontana dalle logiche mondane, non si può credere
senza essere immersi seriamente in questa lotta così, ad ogni passo, aumenta la
solitudine, la paura di aver sbagliato, la sensazione che si stiano chiudendo
tutte le uscite di sicurezza, ad ogni passo la beatitudine chiede mancanza,
lacrime, dolore e povertà, ad ogni passo quello che si credeva indispensabile
perde di valore, ad ogni passo il Beato si scosta dal mondo, un mondo che rimane
bello solo perché porta a Lui ma che diventa sempre più inabitabile. Il Cantico
delle Creature è la mappa del nostro ritorno a Lui, ad ogni passo c’è un po’ di
morte che entra a prendersi pezzi di noi.
Se troppo ci amiamo fuggiremo dalle beatitudini. Se Lui non ci avesse rapinato
il cuore calando la sua rete non avrebbe senso farsi trascinare in questo
Altrove. Ma chi crede, girandosi, vede l’inferno, non può tornare. Chi gli ha
creduto, il Beato, è un disadattato al mondo, non può invertire la rotta come se
nulla fosse accaduto, come se non lo avesse mai incontrato, ecco perché i
discepoli non riescono, dopo la Resurrezione del Maestro, a tornare alle barche.
O se ci tornano, non resistono.
Non si può nemmeno fingere. Tornare al mondo illudendosi di poter rimanere suoi
discepoli significa addomesticare il Vangelo, farne al massimo raffinata
antropologia, perpetuare riti accomodanti, proporre letture socialmente e
politicamente accettabili, tutto questo è negazione della croce, della morte.
Tutto questo rende inutile la resurrezione. Tornare nel mondo senza il Cristo
delle beatitudini è tradirlo. Non ci sono alternative.
Lorenzo Costa, Cristo alla colonna, 1492 ca.
*
Beatitudini ed éschaton
> “I criteri mondani vengono capovolti non appena la realtà è guardata dalla
> giusta prospettiva, ovvero dal punto di vista della scala dei valori di Dio,
> che è diversa dalla scala dei valori del mondo. (…) Se l’uomo comincia a
> guardare e a vivere a partire da Dio, se cammina in compagnia di Gesù, allora
> vive secondo criteri nuovi e allora un po’ di éschaton, di ciò che deve
> venire, è già presente adesso. A partire da Gesù entra gioia nella
> tribolazione”.
>
> (Joseph Ratzinger, Gesù di Nazaret, 2007, Rizzoli, p. 95)
Camminare verso il Cristo delle beatitudini, farlo con tutto noi stessi, con la
nostra carne, con la nostra debolezza, con il coraggio che pervade solo i cuori
davvero innamorati, camminare verso di lui, lasciarci alle spalle il mondo è
possibile solo se sappiamo anche ridere di noi, se abbiamo conosciuto che siamo
solo un soffio, un quasi niente, ma che siamo un niente prezioso ai suoi occhi.
Siamo soffio ma Cristo vuole respiraci, questo è il vero miracolo, la vera
salvezza.
Ci si allontana dal mondo e da noi stessi, solo quando la compagnia di Gesù
diventa indispensabile, totalizzante. Ci si affida alle beatitudini, ci si fa
sbranare dal Vangelo solo se nella battaglia della vita abbiamo sperimentato che
l’Amore è più forte della morte, che Lui è l’Amore, e che l’Amore è eterno. Una
fede senza escatologia non è fede, è un corpo morto, dissanguato, è la vittoria
del male sulla vita.
Incamminarsi verso il Cristo delle beatitudini è immergersi nell’éschaton, è
itinerario mistico, è individuare nella cruna lo spiraglio di luce e sentire che
siamo fatti per passarci attraverso. “A partire da Gesù entra gioia nella
tribolazione”: ma non c’è gioia che possa chiamarsi tale, non c’è beatitudine
che possa reggere l’urto della vita senza resurrezione.
Incamminarsi verso il Cristo delle beatitudini è lo stesso gesto che sarà
richiesto ai discepoli dopo la sepoltura di Cristo, lo stesso itinerario
richiesto a ciascuno di noi: entrare nel sepolcro per comprendere che tutto è
beato perché tutto è creato per risorgere a vita eterna.
Alessandro Deho’
*Ogni settimana, ogni volta che ci sarà urgenza, Alessandro Deho’ prenderà
spunto dalla lettura evangelica per avviare una riflessione fuori via, stonata,
forse inutile. Lui dice, “balbettio”, dice “balbuziente”, dice di una
inadeguatezza che fa lava, su cui fare leva; insieme abbiamo detto, come dice la
Bibbia, “impacciato di bocca”: ma è proprio lì, dove la parola depone l’elmo e
ogni verbo è vergine per eccesso di senso, nudo, inappropriato, che vogliamo
stare.
In copertina: Antonello da Messina, “Cristo alla colonna”, 1476-78
L'articolo Consegniamoci al Suo bacio cannibale, lasciamoci divorare da Cristo
proviene da Pangea.
> “Il regno di Dio, pur essendo superiore a qualsiasi valutazione, in pratica
> costa tanto quanto uno ha. A Pietro e Andrea costò le reti e la barca; alla
> vedova costò due spiccioli; a un altro costò un bicchiere d’acqua fresca”.
>
> Gregorio Magno, Omelie sui vangeli
A Giovanni il Battista, il regno di Dio, in pratica, costa la sua libertà. Un
prezzo altissimo. Tutto. Cristo inizia la sua predicazione e il Battista viene
arrestato, più ancora, viene “consegnato”, passo definitivo prima del martirio.
Questo è il regno di Dio, non altro, la consegna di ogni cosa, la consegna della
propria vita. Non si comprende il Vangelo se non si passa da qui. Una vita
intera a predicare, voce nel deserto, una vita ad aspettare, ad intimidire, a
battezzare, una vita orientata totalmente a quella verità che, una volta
manifestata, chiede di perdere tutto. Cristo è la scure a colpire le nostre
radici.
Chiede tutto Cristo, chiede di morire consegnati al solito potere terreno che
mai verrà sconfitto. Eppure, Cristo, sempre e solo Cristo, a dire che il regno
dei cieli è vicino. Mentre moriamo, è vicino. E in questo paradosso c’è tutto
l’incendio appiccato dal Vangelo.
Il regno dei cieli è vicino quando la perdita totale di sé stessi è totale, il
regno dei cieli è vicino quando la notte del dubbio assale, quando pensiamo di
aver atteso invano, quando affoghiamo nel dubbio che forse Gesù non sia davvero
il Messia. Il regno dei cieli è vicino ogni volta che invidiamo il potere e le
sue liturgie, è vicino mentre una lama ci taglia la gola. Il regno dei cieli è
la nostra testa, il nostro orgoglio, la nostra identità apparente, posata su un
vassoio, a fare mostra mostruosa di sé, a diventare brandello di carne per belve
accecate d’odio, o solamente di noia. Il regno dei cieli è la morte che viene a
liberarci dal fardello più pesante, quello che ci impedisce di abbandonarci in
Dio: l’illusione di poterci salvare da soli.
Il regno di Dio cosa quanto uno ha, ma in quella perdita totale c’è qualcosa di
superiore a qualsiasi valutazione: la libertà da noi stessi.
Mentre il Battista viene arrestato Gesù abbandona la sua patria per cercare la
“via del mare”:
> …per Matteo la “via del mare” è quella che passa da Cafarnao. Zabulon e
> Neftali sono due tribù settentrionali deportate in Assiria dopo l’occupazione
> dell’VIII secolo, al tempo di Isaia. Questa aveva determinato nella regione un
> tale rimescolamento etnico da meritarle appunto il nome di “curva delle genti”
> (ghelil ha-gojim), ossia Galilea.
>
> Alberto Mello, Evangelo secondo Matteo, Qiqajon,1995
La curva delle genti, un rimescolamento etnico, Matteo sembra volerci dire, da
subito, che il regno dei cieli è per tutte le genti, messaggio universale. Gesù
si immerge, battesimo, in una umanità che non si protegge dietro tradizioni,
elezioni, sacre profezie, istituzioni. Quello che conta è solo la profezia,
quello che conta davvero è che lui è la profezia: “il popolo che abitava nelle
tenebre vide una grande luce”. Così tutto crolla sotto i suoi colpi luminosi,
incandescenti. Così anche il buio, come il Battista, è costretto a consegnare
quello che è, tutto di sé: deve disintegrarsi in giorno. Anche la notte deve
cedere sotto i colpi decisi di questo Cristo lucente che avanza e che tutto
divora. Come un’alba violentissima, “per quelli che abitavano in regione e ombra
di morte una luce è sorta”, buona notizia, senza dubbio, ma anche dolorosa
constatazione: ci viene tolta, in Cristo, la possibilità dell’ombra. Buona
notizia che ci espone a una luce spaventosa, luce che non ci permette più di
nascondere parte di noi in zone d’ombra, in spazi di morte, in regioni oscure
dove occultare le nostre miserie.
Cosmè Tura, Pietà, 1460 ca.
Lui cammina, svela, chiede una consegna luminosa a una luce che ustiona le
pupille. Sarà ammazzato per questo, in fondo, sarà ammazzato da chi tenterà fino
alla fine di apparire giusto nascondendo le proprie ombre di morte sotto i
paramenti sacri della legge o della tradizione. Invece, la luce che esplode
nelle tenebre, costringe alla verità, e la verità “costa tanto quanto uno ha”.
Cioè la vita.
> “Vi farò diventare pescatori di uomini”: un’espressione di Gesù che (…) non
> può non stupire, e persino urtare. Soprattutto se ci si immedesima in coloro
> che, come pesci, sono destinati a essere presi e trascinati via da quella
> rete, catturati senza gloria, forse del tutto senza volerlo. Essere pescati
> come pesci significa essere presi di sorpresa, all’improvviso, sentire la rete
> che si chiude quando non si vorrebbe, accanirsi contro le sue maglie, invano,
> prima di constatare che non ci sono più scappatoie: si è dentro, è l’inizio
> della fine.
>
> André Louf, E Gesù disse: “Ma non capite ancora?”, Qiqajon, 2023
Gesù cammina e chiama, Gesù parla e prende, prende quello che vuole, l’amore è
importuno, totale, coglie ciò che desidera. La libertà maturerà dopo, e sarà
indispensabile, ma qui e ora c’è solo spazio per la caduta nel baratro di una
luce accecante. Si è costretti a lasciare tutto, perfino il padre, un rapimento,
“il regno di Dio, pur essendo superiore a qualsiasi valutazione, in pratica
costa tanto quanto uno ha”.
Tantissimi anni fa, prete giovanissimo, ricordo il mio smarrimento davanti a un
gruppo di giovani a cui stavo cercando di commentare questo brano di Vangelo.
Io, lacrime commosse agli occhi, a descrivere la dolcezza del lago, il profumo
di una vita finalmente chiamata, la gioia di lasciare tutto per seguire un
sogno, io commosso, loro muti, persi, non capivano. Avevano ragione loro. La
chiamata è violenta, totalizzante, definitiva. Avevano ragione loro, è una delle
pagine più violente del Vangelo. Ha ragione André Louf, è l’inizio della
fine. Un inizio che diventa ancora più violento quando, dentro le fatiche della
sequela, nel cuore delle nostre crisi, dei nostri dubbi, qualcuno puntualmente
viene a dirci che abbiamo scelto noi di seguire Cristo, che nessuno ci ha
obbligato. Parole insulse di chi non conosce la violenza dell’amore.
No, non si sceglie Cristo, è lui che sceglie noi, lui il pescatore della nostra
umanità, lui il predatore noi la sua preda. Lui solo sa il dolore che prende
quando ci si accorge che dalla rete non si può più uscire se non appendendosi ad
un ramo, come un traditore qualsiasi. (Ma anche lì la sua luminosa misericordia
predatrice arriva inesorabile ad affondare nella carne di Giuda i suoi artigli!)
Ma arriverà un giorno, e sarà il giorno più importante della nostra vita anche
se nessuno, da fuori, se ne accorgerà. Non si darà nessuna liturgia, nessuna
pubblica promessa, nessuna ordinazione, nessuna istituzione presente, sarà il
momento esatto in cui, nella nostra solitudine, guardando la vita passata nel
tentativo di seguire Cristo, nel tentativo di scappargli, di urlargli in faccia
che abbiamo sbagliato tutto, ma anche nel tentativo di innamorarci di lui… sarà
il giorno, dolorosissima illuminazione, in cui finalmente comprenderemo che per
fortuna è andata esattamente così. Che non cambieremmo nulla di ciò che è
stato.
Lorenzo di Pietro detto il Vecchietta, Pietà, 1445 ca.
Sarà il giorno in cui ringrazieremo Cristo per averci strappato dalle nostre
illusioni di sterili felicità. Sarà il giorno in cui ringrazieremo, perfetta
letizia, per il carcere condiviso con il Battista, per chi ci ha permesso di
essere strappati dal deserto della convinzione di essere i migliori tra i
profeti. Ringrazieremo per la lama a dissanguare le nostre parole diventate ora
finalmente fragili e bisognose di essere salvate. Ringrazieremo per il potere
che ci ha concesso di decapitare l’orgoglio. Ringrazieremo per la verità, quella
che ci ha abbagliato, luce nelle nostre tenebre, quella che ci ha fatto vedere
finalmente la nostra miseria, il nostro peccato, il nostro male, ringrazieremo
perché finalmente avremo provato il bisogno di farci salvare. Ringrazieremo
perfino per quelle reti lasciate, per quella vita che poteva essere e non è
stata, per la sterilità di certe scelte, per i sogni infranti, per i progetti
falliti, perfino per il male vergognosamente operato dalle nostre mani nel
momento esatto in cui ci illudevamo di essere perfetti, ringrazieremo per essere
stati liberati dalla tirannia di noi stessi. Ringrazieremo di essere stati presi
nella rete, perché fuori ci saremmo persi. E in quel momento, ma solo in quel
momento, attimo che sarà finalmente la fine, al termine del nostro cammino
potremo dire il nostro definitivo sì. Avremo donato tutto di noi, saremo
finalmente libertà venuta alla luce.
Alessandro Deho’
*Ogni settimana, ogni volta che ci sarà urgenza, Alessandro Deho’ prenderà
spunto dalla lettura evangelica per avviare una riflessione fuori via, stonata,
forse inutile. Lui dice, “balbettio”, dice “balbuziente”, dice di una
inadeguatezza che fa lava, su cui fare leva; insieme abbiamo detto, come dice la
Bibbia, “impacciato di bocca”: ma è proprio lì, dove la parola depone l’elmo e
ogni verbo è vergine per eccesso di senso, nudo, inappropriato, che vogliamo
stare.
*In copertina: Rosso Fiorentino, Pietà, tra il 1537 e il 1540
L'articolo Donare tutto di noi. Il regno dei cieli è vicino quando la perdita di
sé stessi è totale proviene da Pangea.