In coda alla mia ricerca La vita è un paese straniero: Kerouac in Italia
1966 avevo ipotizzato una breve riflessione che potesse, a tratti, mostrare
delle connessioni, alla luce della figura di Cristo, fra lo scrittore americano
e Pier Paolo Pasolini.
La potete leggere ora, in parte aggiornata.
*
> Mentre salivamo, l’aria si faceva più fresca e le ragazze indie sulla strada
> portavano scialli sulla testa e sulle spalle. Ci chiamavano disperatamente;
> noi ci fermammo a vedere. Volevano venderci piccoli frammenti di cristallo di
> rocca. I loro grandi innocenti occhi bruni guardavano nei nostri con tale
> intensità d’animo che nessuno di noi ebbe il minimo pensiero carnale su di
> loro; inoltre erano giovanissime, alcune di undici anni e quasi con l’aspetto
> di trentenni. «Guardate quegli occhi!» ansimava Dean. Parevano quelli della
> Vergine Maria quand’era fanciulla. Vedemmo in essi la tenera e indulgente
> espressione di Gesù.
>
> Jack Kerouac, Sulla strada
Alcuni aspetti chiave accomunano le traiettorie di Kerouac e di Pasolini: una
quota di anticonformismo radicale, una critica che forzò in modo dirompente le
regole dello status quo, un’incessante inquietudine nella ricerca e uno slancio
di drammaticità nell’intendere opere, vita e loro intreccio. Kerouac, in modo
più ‘selvaggio’ e diretto, e Pasolini, con modalità più intricate e complesse,
incarnarono anche la figura di scrittori, poeti e creatori quasi costretti o
tortuosamente autocostretti su una propria croce dalla quale, pagina dopo
pagina, confessare la realtà di sofferenza, desolazione e tensione di espiazione
che percepivano dentro di loro e attorno a loro.
Andiamo per ordine, ora, guardando più da vicino il momento in cui l’italiano
sta immaginando un nuovo film:
> L’idea di tradurre il Vangelo in immagini cinematografiche, che Pasolini dice
> di aver maturato nel ‘62 durante un soggiorno ad Assisi, dopo una lettura
> illuminante di Matteo, ha in realtà origini inconsce molto più lontane. “Nelle
> mie fantasie affiorava espressamente il desiderio di imitare Gesù (…) mi vidi
> appeso alla croce, inchiodato. I miei fianchi erano succintamente avvolti da
> quel lembo leggero e un’immensa folla mi guardava. Quel mio pubblico martirio
> finì col diventare un’immagine voluttuosa e un po’ alla volta fui inchiodato
> con il corpo interamente nudo. Con le braccia aperte, con le mani e i piedi
> inchiodati, io ero perfettamente indifeso, perduto”.[1]
Secondo Enzo Siciliano «un tale coinvolgimento in Gesù – irrazionalmente,
inconsciamente – muoveva dentro di lui da due direzioni. Da un lato,
l’investimento che egli compiva di sé, perseguitato, processato, anche acceso da
un imperscrutabile bisogno di espiazione, nella figura di Cristo. Dall’altro, la
ricreazione filmica, già accennata nella Ricotta, di idee e valori “cristiani”
che lo avevano accompagnato come in sordina, fin dagli anni della adolescenza e
della giovinezza»[2].
Il Vangelo, che fu realizzato dopo Accattone, Mamma Roma e La ricotta, si può
considerare l’opera conclusiva di una tetralogia cristologica.[3] Sempre per
Siciliano, questa traiettoria e questa immersione dà all’italiano «una rinnovata
maschera – la pedagogia pasoliniana si incarna nel mito dei miti mediterranei,
il Cristo»[4].
In una nota lettera che, nel febbraio 1963, Pasolini indirizzò a Lucio Settimio
Caruso della Pro Civitate Christiana di Assisi leggiamo infatti:
> In parole molto semplici e povere: io non credo che Cristo sia figlio di Dio,
> perché non sono credente – almeno nella coscienza. Ma credo che Cristo sia
> divino: credo cioè che in lui l’umanità sia così alta, rigorosa, ideale da
> andare al di là dei comuni termini dell’umanità. Per questo dico “poesia”:
> strumento irrazionale per esprimere questo mio sentimento irrazionale per
> Cristo.[5]
Un’ altra potenziale connessione fra i due fu quella legata al fatto che
l’americano stesso avrebbe potuto essere uno degli attori selezionati proprio
per Il Vangelo secondo Matteo:
> Pasolini aveva pensato in un primo tempo di affidare il ruolo di Gesù a poeti
> e scrittori ribelli all’ordine costituito come Allen Ginsberg, Jack Kerouac,
> Evtušenko, rivelando così l’evidente intenzione ideologico-politica di
> rappresentare il Cristo come un poeta arrabbiato, come un predicatore della
> Rivoluzione, che si rivolge al proletariato degli sfruttati.[6]
Ci ricorda Dina D’Isa però come: «Il personaggio più difficile da trovare fu il
Cristo che Pasolini volle dai lineamenti forti e decisi».[7] Lineamenti che
avrebbero potuto essere proprio quelli di Kerouac. La realtà andò diversamente
anche perché Pasolini «incontrò per caso, poco prima delle riprese, uno studente
spagnolo, Enrique Irazoqui, dal volto fiero e distaccato simile ai cristi
dipinti dal Goya o da El Greco, e comprese di aver trovato la persona
giusta».[8]
In realtà, rispetto alla figura di Kerouac, vi fu un equivoco e cioè il fatto
che Pasolini aveva visto una sua foto di parecchi anni prima «e gli era parso
che l’autore dei Sotterranei avrebbe potuto essere un Cristo credibile. Ma più
tardi, quando Kerouac (un po’ sorpreso ma entusiasta) aveva risposto alle
lettere di Bini accettando e accludendo alcune foto più recenti, Pasolini capì
che Cristo era ancora da trovare».[9]
Come accennato, l’immagine di Cristo crocifisso affascinava Pasolini e fin
dall’infanzia. Sarà poi presente in tutta la sua prima produzione poetica.
Ricorrerà ossessiva soprattutto ne L’usignolo della Chiesa Cattolica, un’opera
nella quale quasi ad apertura di pagina si possono leggere versi come questi:
“Cristo nel corpo/ sente spirare/ odore di morte (…) Cristo, il tuo corpo/ di
giovinetta/ è crocifisso/ da due stranieri (…) Cristo alla pace/ del Tuo
supplizio/ nuda rugiada/ era il Tuo sangue (…) Cristo ferito/ sangue di viola,/
pietà degli occhi / chiari dei cristiani (…)”[10].
E: «Tutte le piaghe sono al sole/ ed Egli muore sotto gli occhi/ di tutti:
perfino la madre/ sotto il petto, il ventre, i ginocchi,/ guarda il Suo corpo
patire. (…) Noi staremo offerti sulla croce,/ scoprendo all’ironia le stille/
del sangue dal petto ai ginocchi,/ miti, ridicoli, tremando/ d’intelletto e
passione nel gioco/ del cuore arso dal suo fuoco,/ per testimoniare lo
scandalo».[11]
Jack Kerouac con il crocefisso al collo
Secondo Antonio Repetto «la figura del Cristo costituiva per il Pasolini giovane
poeta un modello narcisistico nel quale proiettava la sua passione viscerale per
la morte, la sua vocazione compiaciuta al martirio»,[12] tema che lo affianca,
nuovamente, all’americano. Stessa cosa per la pratica, più o meno celata, alla
confessione di sé spesso dai tratti scandalosi per pubblico, critici e lettori.
Non si dimentichi anche che, in alcune occasioni, Kerouac è ricordato attraverso
una sua autodefinizione in cui non si dichiara beat, ma uno “strano solitario
pazzo mistico cattolico” che mi fa venire sempre alla mente, a mo’ di parallelo,
la breve definizione coniata da Paul Claudel per Arthur Rimbaud, “mistico allo
stato selvaggio”.
Ma non divaghiamo. Torniamo allo scrittore di Lowell che, come replica a una
domanda di Ted Berrigan («Perché non ha mai scritto di Gesù?») disse: «Io non
avrei scritto nulla di Gesù? Non fare l’ipocrita… e… tutto ciò che ho scritto è
Gesù».[13]
Ecco qualche dimostrazione.
Nell’introduzione a Un mondo battuto dal vento, volume postumo che riunisce e
organizza una selezione di pagine dai dell’americano diari relativi al periodo
dal 1947 al 1954, Douglas Brinkley riporta che il volume testimonia la visione
della figura di Gesù Cristo quale principe dei filosofi, in cui Kerouac
scrisse:
> «Gli insegnamenti di Gesù Cristo sono stati una svolta, un modo per
> confrontarsi con il terribile enigma della vita umana e confondersi di fronte
> a esso. Che cosa miracolosa! Quali pensieri deve aver avuto Gesù prima di
> “aprire la sua bocca” e iniziare il Discorso della montagna. Che pensieri
> profondi, oscuri e silenziosi!».[14]
>
> (dalla riflessione che ha per titolo Sugli insegnamenti di Gesù)
Sempre il Brinkley afferma che «non stupisce notare quanto spesso Kerouac
pensasse alla figura di Cristo mentre scriveva La città e la metropoli. Infatti,
lo scrittore teneva il Nuovo Testamento sempre con sé e pregava Gesù prima di
ogni sessione di lavoro. Nei diari relativi a La città e la metropoli sono
scarsi gli elementi di humour e invece rilevanti le riflessioni teologiche e di
mistica cristiana»[15]. Come questo: «Se Gesù sedesse alla mia scrivania questa
notte, guardando fuori dalla finestra tutta quella gente che ride felice per
l’inizio delle vacanze estive, forse sorriderebbe e ringrazierebbe suo Padre.
Non lo so»[16] (26 giugno 1947). O anche: «La gente deve “vivere”, eppure so che
solo Gesù conosce la risposta definitiva. Se riuscirò mai a riconciliare
l’autentico cristianesimo con lo stile di vita americano, lo farò ricordandomi
di mio padre Leo [Kerouac], un uomo che li conosceva entrambi.»[17]
Altre testimonianze le abbiamo da Diario di uno scrittore affamato, anche questo
postumo, dove è contenuta “la preistoria” di Jack Kerouac, il periodo della sua
formazione di scrittore e artista. Risalgono infatti agli anni tra il 1936 e il
1943 gli oltre sessanta testi raccolti: racconti, poesie, saggi, bozzetti, pezzi
teatrali, brani di romanzi.
Nel brano dal titolo Il saggio del banco di sabbia si legge:
> «Ho visto un film sulla vita di Cristo. È stato inchiodato a una croce da una
> mandria di cannibali. Lo sogno tutte le notti. Vorrei che mia madre mi
> lasciasse portare una tunica lunga. Allora sì che sembrerei un profeta»[18].
In Carestia per il cuore:
> Forse la bontà di Cristo splende con la luna e con le lampade tristi? La sua
> voce geme col fischio del treno? Cristo ritorna all’America, di notte. La
> magica notte è il momento in cui la meraviglia si fa strada nei nostri cuori.
> Sappiamo allora, come mai prima, che la vita è un sogno strano e bellissimo, e
> nient’altro. Oh, la vita è una bellezza amara. Oh, la vita è una gloria
> atroce[19].
Kerouac andò anche oltre, interpretando anche alcuni grandi maestri di scrittura
in chiave cristica: «Penso che la grandezza di Dostoevskij stia nel suo
riconoscimento dell’amore umano. Neanche Shakespeare è penetrato così in
profondità sotto il suo orgoglio, che è quello di tutti noi. Dostoevskij è
davvero un ambasciatore di Cristo e per me la sua opera è il moderno
Vangelo»[20].
Si veda anche un testo come Il macchinario radar nel cielo riportato ne Il libro
dei sogni.
Le seduzioni legate ad aspetti cristici, in particolare il fascino e i richiami
alla crocifissione, non si fermano però soltanto a passi di diari e interviste.
Kerouac fu un interessante e ispirato pittore e sviluppò temi direttamente
collegati a quelli toccati qui. A Roma, nel 1966, come ho raccontato nella mia
ricerca, con Franco Angeli completò una Deposizione. Questa tela fu solo una
delle molteplici a carattere religioso. Qualche altro esempio: Cardinal
Montini (1959); Sacred Hearth; una Crocifissione disegnata a matita nel
1958[21]. Per una panoramica ancora più ampia rimando al volume Departed Angels.
Jack Kerouac. The Lost Paintings[22] in cui compaiono, tra gli altri, una
quantità di Crocifissioni o Pietà, scene archetipiche per l’americano: una
Pietà, dipinta nello studio di Twardowicz nel 1962; Androgynous figures,
sormontata da una piccola croce; Old angel midnight over Lowell; Descent from
the cross; Pietà with bolt of lightning; Crucifixion drawing in blue ink; Pietà
in black and gray (questo disegno ad inchiostro è probabilmente quello che
ricorda più da vicino il lavoro fatto con Angeli. L’impianto sembra davvero lo
stesso). E ancora Graffiti sulla porta dello studio di Twardowicz raffiguranti
anche una croce; The crucifix clothesline; Untitled (crucifix) riportata a
pagina 97. Anche questa tela ricorda molto da vicino alcuni elementi della
Deposizione fatta a Roma.
Franco Angeli e Jack Kerouac, Deposizione, 1966
Torniamo a Pasolini. E ad un’altra connessione con Kerouac: «Il Vangelo di
Pasolini non intendeva mettere in discussione dogmatismi o miti, ma voleva
soprattutto far emergere l’idea della morte, uno dei temi fondamentali della sua
poetica».[23] Secondo Repetto «Nei suoi primi film poi (…) la morte degli eroi
sottoproletari veniva contemplata e rappresentata come una versione moderna
della crocifissione: figurativamente sempre più vicina, da Accattone a Ettore a
Stracci, all’archetipo cristologico».[24]
E, come Kerouac, lavora a rendere sempre più propria la materia e le tematiche
trattate: «Nel Vangelo Pasolini, affrontando direttamente la figura del Cristo,
così radicata nel suo immaginario poetico e cinematografico, la rielabora ancora
in modo profondamente autobiografico».[25]
In una lettera Allen Ginsberg scrisse che:
> Man mano che Jack diventava vecchio, disperato e privo dei mezzi per calmare
> la mente e lasciar andare la sofferenza, tendeva sempre di più ad aggrapparsi
> alla Croce. E così, negli ultimi anni, fece molti dipinti della Croce, di
> cardinali, papi, di Cristo crocifisso, di Maria; vedendosi sulla Croce, e
> infine concependosi come crocifisso. Stava subendo la crocifissione nella
> mortificazione del suo corpo mentre era alcolizzato.[26]
Ecco ora una lettera di Pasolini al produttore Alfredo Bini del giugno 1963:
> (…) Dal punto di vista religioso, per me, che ho sempre tentato di recuperare
> al mio laicismo i caratteri della religiosità, valgono due dati ingenuamente
> ontologici: l’umanità di Cristo è spinta da una tale forza interiore, da una
> tale irriducibile sete di sapere e di verificare il sapere, senza timore per
> nessuno scandalo e nessuna contraddizione, che per essa la metafora «divina» è
> ai limiti della metaforicità, fino a essere idealmente una realtà. Inoltre:
> per me la bellezza è sempre una «bellezza morale»: ma questa bellezza giunge
> sempre a noi mediata: attraverso la poesia, o la filosofia, o la pratica.
>
> (…) Quanto al mio rapporto «artistico» col Vangelo, esso è abbastanza curioso:
> tu forse sai che, come scrittore nato idealmente dalla Resistenza, come
> marxista ecc., per tutti gli anni Cinquanta il mio lavoro ideologico è stato
> verso la razionalità, in polemica coll’irrazionalismo della letteratura
> decadente (su cui mi ero fermato e che tanto amavo). L’idea di fare un film
> sul Vangelo, e la sua intuizione tecnica, è invece, devo confessarlo, frutto
> di una furiosa ondata irrazionalistica. Voglio fare pura opera di poesia,
> rischiando magari i pericoli dell’esteticità (Bach e in parte Mozart, come
> commento musicale: Piero della Francesca e in parte Duccio per l’ispirazione
> figurativa; la realtà, in fondo preistorica ed esotica del mondo arabo, come
> fondo e ambiente). Tutto questo rimette pericolosamente in ballo tutta la mia
> carriera di scrittore, lo so. Ma sarebbe bella che, amando così visceralmente
> il Cristo di Matteo, temessi poi di rimettere in ballo qualcosa.[27]
La misura finale a Kerouac, da Un mondo battuto dal vento: «(…) Gesù Cristo è in
terra? Abbiamo bisogno di Gesù? Si sta avvicinando quel momento? E questo
Agnello di Dio rivelerà la verità ultima? Svelerà i segreti della gioia sulla
terra e nella morte? Perché tutto questo è troppo ingarbugliato per me e già
prevedo quello che accadrà, prevedo…»[28].
Alessandro Manca
*In copertina: Pasolini con Enrique Irazoqui/Gesù durante una pausa dalla
lavorazione del “Vangelo secondo Matteo”, a Matera
--------------------------------------------------------------------------------
[1] Antonio Repetto, Invito al cinema di Pasolini, Mursia, Milano, 1998, pag.
75.
[2] Enzo Siciliano, Vita di Pasolini, Rizzoli, Milano, 1978, pag. 270
[3] Antonio Repetto, cit., pag. 78.
[4] Enzo Siciliano, cit., pag. 266
[5] Citato in Enzo Siciliano, cit., pag. 269
[6] Antonio Repetto, cit., pag. 76.
[7] Da La religiosità di Pasolini e il Cristo Umano nel Vangelo secondo Matteo,
di Dina D’Isa, in «Non sono venuto a portare la pace ma la spada». Il Vangelo
secondo Matteo di Pier Paolo Pasolini, cinquant’anni dopo in Basilicata, a cura
di Maura Locantore, Sinestesie, Avellino, 2015, pag. 44.
[8] ivi.
[9] I dodici apostoli al Premio Strega, 21 giugno 1964, L’Espresso, consultabile
dal sito www.cittapasolini.com/post/kerouac-cristo-nel-vangelo-pasoliniano
[10] Pier Paolo Pasolini, La Passione, in L’usignolo della Chiesa Cattolica,
in Bestemmia I. Tutte le poesie, a cura di G. Chiarcossi e W. Siti, Garzanti,
Milano, 1993, pagg. 291-293.
[11] P. P. Pasolini, La Crocifissione, ibidem, pagg. 376-377.
[12] Antonio Repetto, cit., pagg. 75-76
[13] Antonio Spadaro, E Kerouac disse: «Tutto ciò che scrivo è Gesù Cristo»,
in Avvenire, 20 novembre 2008, p.
29. https://www.benecomune.net/archivio/cultura-e-societa/il-vangelo-come-arte/
[14] Jack Kerouac, Un mondo battuto dal vento. I diari di Jack Kerouac
1947-1954, Mondadori, Milano 2006, pag. 16
[15] Jack Kerouac, Un mondo battuto dal vento, cit., pag. 21
[16] Jack Kerouac, Un mondo battuto dal vento, cit., pag. 62
[17] ivi
[18] Jack Kerouac, Diario di uno scrittore affamato. Racconti, articoli, saggi,
Mondadori, Milano, 2000, pag. 156
[19] Jack Kerouac, Diario di uno scrittore affamato, cit., pag. 277
[20] Jack Kerouac, Diario di uno scrittore affamato, cit., pag. 346
[21] Aa. Vv., Kerouac. Beat painting, Skira, Milano, 2017
[22] Jack Kerouac. Departed Angels: The Lost Paintings, testi di Ed Adler,
Thunder’s Mouth Press, New York, 2004
[23] Da La religiosità di Pasolini e il Cristo Umano nel Vangelo secondo Matteo,
cit., pag. 43.
[24] Antonio Repetto, cit., pag. 76.
[25] Ivi.
[26] Originale contenuto in Un Homme Grand: Jack Kerouac at the Crossroads of
Many Cultures, a cura di P. Anctil, L. Dupont, R. Ferland e E. Waddell, Ottawa,
1995, pag. 56.
[27] Da Il Vangelo secondo Matteo. Un film di Pier Paolo Pasolini, a cura di
Giacomo Gambetti, Garzanti, Milano, 1964, pag. 20.
[28] Jack Kerouac, Un mondo battuto dal vento, cit., pag. 252
L'articolo “Il desiderio di imitare Gesù”. Pasolini & Kerouac, una storia di
anticonformismo e di fede proviene da Pangea.