Qualche giorno fa, Gian Ruggero Manzoni mi ha inoltrato ai misteri del delta del
Po. Siamo giunti in luoghi di apostati e di apolidi, tra aironi, ibis, immensi
acquitrini. Un aldilà di strade sterrate – il sole a bulino incide strani
alfabeti sull’acqua. Acqua letale, si direbbe, ottima a fondere, da primo giorno
del mondo. Rarissimi gli umani – ville in abbandono – referti di archeologia
industriale. “Sono lo stalker del delta del Po”, ghigna GRM – un po’ Hannibal
Lecter un po’ Humpty Dumpty – potrebbe uccidermi (‘seccarmi’, come dice lui), e
mollarmi qui, a mollo, tra liquami fecondi di insetti e uccelli carnivori. Il
resto – tutto ciò che riguarda GRM è dantesco, nel senso che pertiene alla
redenzione, a un’assoluzione conferita ai fuggiaschi, ai paria pareggiati nel
sangue – non va detto, ora.
Sono pochi gli uomini che sanno dettagliare – con una gioia che è destino –
il genius loci; occorre un genio altrettanto sottile nel riferire il genio di un
uomo. A un certo punto, indicando quella distesa in cui la terra si deforma in
acqua e l’acqua divora il cielo, GRM mi fa, “Non senti il sussurro dell’En
Sof?”. Secondo la Cabala, En Sof è il nome remoto di Dio, che significa – si va
per riduzioni, a banalizzare l’assoluto – infinito, che è poi infinito tutto e
infinito nulla. GRM, sapiente e satiro, danza e balla ripetendo En Sof, come il
Giudice Holden di Meridiano di sangue.
L’allusione mi fa venire in mente un concetto espresso da Emil Cioran. Il
pensatore rumeno dice che scrivere “è come essere soli di fronte al Nulla”.
Cioran paragona la scrittura a una sfida a Dio – scrivere è un modo di
intrappolare Dio. Lo scrittore è un megalomane che vuole detronizzare Dio.
Questa è una storia che vale la pena raccontare.
Alina Diaconú, nata a Bucarest nel 1945, si è trasferita a Buenos Aires all’età
di quattordici anni: il papà era un accanito antistalinista. Ha scritto diversi
libri – tra cui: Los devorados, 1992; Avatar, 2009; Estrellas voladoras, 2022 –,
ha vissuto a Parigi e negli Stati Uniti; ha scritto del sistema coercitivo del
comunismo, è stata censurato dal regime militare argentino. Donna di flagrante
intelligenza e di immediata bellezza, ha il raro talento di penetrare il genio
di un uomo. Querido Cioran (2019), il resoconto della sua decennale amicizia con
Cioran, è stato tradotto in italiano da Criterion nel 2021. Il libro a cui mi
riferisco, però, s’intitola Preguntas con respuestas: pubblicato nel 1998 da
Editorial Vinciguerra, è il racconto – con interviste – degli incontri di Alina
con – tra gli altri – Borges, Ionesco, Cioran, “maestri di pensiero ma
soprattutto maestri di vita”. È ad Alina che Cioran dice che scrivere “Es como
estar solo delante de la Nada”. Soli di fronte al Nulla. En Sof. È a lei che
rivela il suo sogno, “el sueño de mi vida: no ser nada”.
Nada mi penetra in gola come bolo di fuoco. È il groviglio di linguaggi che mi
affascina. Alina e Cioran sono rumeni, probabilmente – per diktat cioraniano –
hanno in francese, il libro esce a Buenos Aires, la Parigi sudamericana, in
spagnolo.
Alina incontra Cioran durante un viaggio in Francia. Telefonò a Gallimard, le
dissero di lasciare un biglietto, sarebbe stato recapitato a Cioran. “Non ho mai
forzato un incontro, credo nella sapienza del caso, nella cospirazione del
destino”. Cioran, incuriosito dalla compaesana, le telefona in albergo. Lei non
c’è. “L’abisso e l’utopia continuavano a separarci. Un’ansia sottile si era
insinuata in me come un solletico, come una puntura di zanzara”. Il giorno dopo,
Cioran richiama. È esitante – voce poco salda, con troppe porte e troppe
maniglie. La invita a casa. Vecchia palazzina presso il Théâtre de l’Odéon,
sesto piano, il pensatore ha lasciato un cartello davanti al suo appartamento,
“Cioran”.
Lei è Alina Diaconú
Alina ci mostra, con arcana delicatezza, il Cioran “umano, amabile,
vulnerabile”. Cioran le dice di Susana Soca (“una donna bellissima, molto ricca,
che imparò il russo per andare in Russia e incontrare Boris Pasternak… morì in
un incidente aereo… Henri Michaux era innamorato di lei, voleva sposarla – lei
non voleva saperne”), dell’infanzia nei Carpazi: “l’unico periodo felice della
mia vita, perché vivevo in montagna”:
> “Indelebile è in me l’immagine del momento in cui, a dieci anni, ho dovuto
> lasciare il villaggio per andare a scuola. Era il 1920, non c’erano
> automobili. Prendemmo una carrozza trainata da cavalli; mio padre e il
> conducente, un contadino, stavano davanti. Nei dodici chilometri che mi
> separavano dalla città mi sentivo così male che avrei voluto urlare. Sapevo
> che qualcosa di definitivo stava accadendo nella mia vita, che qualcosa era
> interrotto per sempre. Si hanno tali premonizioni quando si è giovani. La
> felicità era finita”.
Certo, Cioran resta inafferrabile – quando credi di aver instaurato un rapporto,
egli lo consuma. Il pensatore condivide con Alina le bozze dell’ultimo libro.
Non ha ancora un titolo. “Ho due proposte, mi dica quella che preferisce. Aveux
et Anathemes o Ce maudit moi”. Alina sceglie il secondo, “non ci sono paragoni”.
“Non è un po’ presuntuoso ostentare un ‘io’ alla mia età?”. Lei lo placca, “è un
ottimo titolo, è il titolo”. Brindano con il whisky. Il libro esce un anno e
mezzo dopo. Con il primo titolo, Confessioni e anatemi.
Di diversa intensità è il rapporto con Borges, tessuto sull’allusione, il non
detto, l’indicibile, i demoni della letteratura. Alina intervista Borges
nell’aprile del 1979. In ogni intervista, Alina tocca il tema della morte: quasi
che lo scrittore abbia le chiavi per disserrare l’aldilà. En Sof… La
letteratura: straordinaria preparazione alla morte – dunque: atto di
pura vitalità.
In un articolo pubblicato l’11 giugno scorso sul “Clarín”, Alina svela qualcosa
sulle últimas horas de Jorge Luis Borges. Come si sa, Borges muore il 14 giugno
del 1986. Quando scopre di avere un cancro al fegato, incurabile, sceglie di
spostarsi a Ginevra. Avrebbe voluto morire in Giappone, “ma non conosceva la
lingua”, avrebbe voluto morire nella casa ginevrina dei genitori, dove aveva
vissuto da ragazzo, “ma quella casa non esisteva più”. Nada. Niente. Esproprio
di sé. En Sof.
Un dettaglio degli ultimi giorni di Borges mi stupisce.
> “Due settimane prima di morire, in ospedale, gli fece visita Marguerite
> Yourcenar, la grande scrittrice belga che viveva nel Maine. Lei e Borges si
> conoscevano, stavano bene insieme. Trascorsero un intero pomeriggio in
> discussioni. Borges le diede le chiavi dell’appartamento che María Kodoma
> aveva trovato per loro a Ginevra. Le chiese di descriverlo, ‘Voglio vederlo
> con le tue parole, Marguerite’. Marguerite Yourcenar raccontò l’episodio a
> Héctor Bianciotti in questi termini: ‘L’appartamento era molto bello, con le
> pareti rivestite di legno. Lo descrissi a Borges. Fu molto felice di
> ascoltarmi. Non gli svelai un dettaglio piuttosto importante. All’ingresso
> c’era una parete ricoperta di specchi. Ricordo che Borges era terrorizzato
> dagli specchi’”.
Che dettaglio mirabile. Morire, forse, è vincere il proprio rispecchiamento.
L’anti-morte è una stanza piena di specchi. Bisogna spaccarli.
**
Da: Con Cioran, a Parigi
Essere nulla. “Sono un senza patria. Non ho voluto essere altro che questo: un
senza patria. Il sogno della mia vita: essere nulla. È una sensazione di libertà
straordinaria”.
Competere con Dio. “Scrivere è un atto di megalomania. Lo si fa come si scrive
un testamento. In senso assoluto, scrivere è assurdo – come respirare. Quando
scrivi, sei solo con te stesso, non valuti alle conseguenze né alle reazioni
degli altri. Sei solo di fronte al Nulla. Quando si è così soli, si è dio. Per
questo scrivere è così straordinario: si compete con Dio”.
Filosofo vs. pensatore. “Il filosofo è un asettico, un sistematico che
costruisce qualcosa, un mondo, alieno alla vita. Non è un combattente interiore:
impalca un sistema. Il pensatore, al contrario, si scontra contro l’esistenza,
dice la verità, non costruisce un tutto. Un poeta non deve leggere i filosofi –
dovrebbe leggere i pensatori. Pascal, ad esempio, è fondamentalmente un
pensatore perché tutto ciò che ha scritto scaturisce da esperienze concrete, da
tragedie personali. Shakespeare è il più grande pensatore di tutti i tempi…”.
La bomba atomica: un successo. “L’uomo non ha fatto altro che autodistruggersi:
ora ha trovato il modo esatto per farlo. La bomba atomica non è la conseguenza
logica della scienza ma del destino dell’uomo – è il suo più grande successo”.
Geloni monastici. “Ho letto così tanto sui primi cristiani e sulla vita nel
deserto… ma ho capito molto presto che non potrei mai vivere in un monastero: in
monastero non hanno il riscaldamento. In tutta la mia vita, ho trascorso tre
soli giorni in monastero. Poi sono scappato. Faceva molto, molto freddo…”.
Viva le contraddizioni. “Il buddismo ha influenzato la mia vita. Non perché sia
buddista, non sono niente, ma il buddismo mi ha segnato. Intanto, anch’io, nel
corso della vita, sono stato toccato dall’esperienza di vedere un vecchio che
muore. Ho condiviso con il Buddha il processo che porta alla liberazione. Ho
avuto la sua stessa esperienza: sono stato tentato dalla rinuncia – ma non ho
rinunciato. Vivo di contraddizioni”.
*
Da: Jorge Luis Borges. Maipú 994, 6to piso, ascensor…
Morte. “Sono pronto alla morte. Se mi dicessero che morirò tra mezz’ora, mi
direi, che sollievo, che gioia chiudere con tutto questo, soprattutto con
Borges, che ormai non sopporto più…”
Felicità. “Sì, sono stato felice, e lo sono stato molte volte. Ma questo capita
a molti esseri umani. Non esiste un giorno, o due o tre giorni, o una
circostanza specifica… ci sono momenti in cui si è felici – altri in cui non lo
si è. L’infelicità è fugace quanto la felicità. Sono entrambi stati d’animo
intensi, passeggeri – unici. Ho ormai settantadue anni e mi sono innamorato
sempre di donne uniche, insostituibili, passeggere…”
Religione. “Non sono religioso. Spero che la mia morte sia definitiva. Per
questo in una poesia, El suicida, scrivo: ‘Guardo l’ultimo tramonto/ spegnerò
tutte le stelle/ consumerò la notte’”.
Etica. “Credo nell’etica. Credo che si sappia sempre se ci si comporta bene o
male. Non credo nel sistema retributivo di premi e di punizioni. Non credo nel
meccanismo buddista del karma”.
Cecità. “A volte mi chiedono se sono cieco, allora rispondo ‘Sì, ma lo siete un
po’ anche voi…’. ‘Cieco’ è parola nobile e antica. Oscar Wilde aveva una sua
teoria sulla cecità di Omero. Diceva che i greci si erano immaginati che il
grande poeta fosse cieco per uno scopo esemplare. Volevano insegnarci che la
poesia è prima di tutto ‘musicale’, e poi, in secondo luogo, ‘visiva’. Può
esistere un verso molto bello che non contiene alcuna immagine – non esiste un
verso privo di musica, di tono. È curioso che questa intuizione sia venuta a
Wilde, un poeta estremamente visivo”.
Sogni. “Sogno fondamentalmente, sempre, due o tre cose. La prima ha i tratti
dell’incubo. Sogno il labirinto. Mi trovo sempre in un luogo preciso di Buenos
Aires, and esempio all’angolo tra Santiago del Estero e Chile. Oppure tra
Riobamba e Arenales. Ma questi luoghi, che conosco molto bene, sono
completamente alterati: ci sono paludi, montagne… a volte corridoi e gallerie.
Benché conosca quei luoghi, mi perdo”.
Stupore. “Tutto mi stupisce. In una poesia – perdonatemi se devo citarmi –, El
ingenuo, scrivo di un uomo che si stupisce che siamo arrivati sulla Luna e che
abbiamo inventato la bomba atomica, che razza di progresso… Quanto a me, mi
stupisco che una chiave possa aprire una porta. Mi stupisce – perché non lo
capisco – l’aeroplano; mi stupisce il telefono, lo uso ma non so cosa sia né
come funzioni…”.
Paradossi. “Quando scrivo, cerco di non scrivere come Borges – ce ne sono altri,
tanti, che lo fanno meglio di me, anche se non ricordo di avere discepoli”.
Cosmopolita. “Il nazionalismo è un errore perché esistono le differenze. Che
siamo argentini è importante – non è importante sottolinearlo. Se parlo con un
colombiano non gli dico: beh tu, in quanto colombiano, la pensi così e io, che
vengo dall’Argentina, la penso in quest’altro modo. Piuttosto, mi concentro sul
fatto che condividiamo la stessa lingua spagnola, che significa condividere una
comunità. Gli Stoici dicevano che l’uomo è un ‘cosmopolita’, un cittadino del
mondo, ma ormai questa parola si è corrotta. Di solito si pensa al turismo: ma
io credo, come Melville, nell’essere un ‘patriota del cielo’, patriot to heaven.
Essere patriota del cielo significa non essere leali a una patria ma al ‘cielo’,
cioè alla giustizia, all’altezza”.
Vendetta. “La più grande vendetta possibile è l’oblio. L’unico modo per
vendicarsi è dimenticare – l’unico modo per perdonare è dimenticare. Chi vuole
vendicarsi è costretto continuamente a pensare a ciò che è accaduto. È una
prospettiva sbagliata, infernale. Devo liberarmi dalla vendetta”.
Fantastica. “Mi è piaciuto leggere I demoni di Dostoevskij, ho letto diverse
volte Delitto e castigo, mi annoia a morte I fratelli Karamazov. Ammetto di aver
letto pochissimi romanzi: non sono la mia passione – e i romanzi psicologici lo
sono ancor meno. Amo la letteratura fantastica. Quando ne parlai con un
professore americano, lui mi disse: ‘Il fantasy è un fenomeno di evasione tipico
del nostro tempo’. Gli piaceva molto la parola evasione, se la passava spesso in
bocca. Gli risposi che non era esattamente un fenomeno del nostro tempo. Gli
dissi de Le mille e una notte, mi fissò ribattendo che non conosceva l’arabo…”.
Dante. “Non ho una goccia di sangue italiano, ma se dovessi indicare il
capolavoro assoluto della letteratura direi la Divina Commedia di Dante. Non
sono cattolico e non condivido la teologia riassunta in quel libro, ma ne
apprezzo l’estetica e dunque la verità letteraria”.
L'articolo “Essere nulla: che libertà straordinaria!”. Cioran & Borges al
cospetto di Alina Diaconú proviene da Pangea.