Hervé Micolet è tra i poeti più anomali e ‘selvaggi’, oggi, in Europa. La
sua anormalità – testimoniata anche dall’intervista-monstre che ci ha concesso –
consiste nel non adattarsi alle norme della lirica attuale: per lo più minimale
e ombelicale – in Francia, il suo paese – quando non anglofona, cioè narrativa.
Hervé Micolet, un predestinato alla poesia, confida nelle imprese impossibili: i
suoi riferimenti letterari svariano da Lascaux a Finnegans Wake, il genio
del planctus e l’epoca di Luigi IX di Francia si mescolano alla profezia, il
barbarico si fonde con il raffinato.
Nato nel 1965, in provincia, in una Georgica del cuore, Micolet insegna
letteratura all’Università di Lione: i tratti del brigante marchiano il suo
volto. Refrattario al ring degli odierni intellettuali, partecipa alla vita
culturale francese da una distanza siderale – gli interessa l’opera, ha i metodi
del ladrocinio: ruba al mondo ciò che è garanzia della sua vita nascosta. Dopo
l’esordio – nel 1989, con La Lettre d’été – sono seguiti diversi libri che ne
hanno consolidato il talento; il più noto di questi, L’Enterrement du siècle, è
uscito per Gallimard nel 1992.
Questo primo periodo, esuberante, è stato tumulato da un lungo silenzio. Per
diciotto anni, dal 1995, Micolet si rifiuta di pubblicare – sparisce. Nel
frattempo, appunta, divarica, divampa un’opera immane, un’opera-Leviatano. Il
primo tomo di Les Cavales esce nel 2023 per La rumeur libre; il secondo tomo –
uscito nel 2025 per gli stessi tipi – vince l’ultima edizione del Prix Max
Jacob, andato, negli anni, a Jean Grosjean e ad Alain Bosquet, a Georges Perros
e a Bernard Noël. Secondo i piani dell’autore, dovranno uscire, a completare il
ciclo, altri tre tomi. Il titolo, Les Cavales, è tratto dal Perí Physeos di
Parmenide (“Le cavalle che mi portano fin dove giunge il mio desiderio/ mi
scortarono, dopo avermi guidato sulla via/ della Dea, che dice molte cose/ e
porta in ogni contrada l’uomo che sa”; cito dalla traduzione di Angelo Tonelli
in: Parmenide, Dell’Origine, Feltrinelli, 2023), il poema attacca con un Hymne à
Vénus (“Dell’Unica razza la madre, Venere indifferente// infinitamente gravida o
silfide vergine/ che governi ogni cosa della natura…”), ma non cede a toni
antiquati, non rileva miti in formaldeide. Micolet, piuttosto, alterna toni e
modi, tenta un linguaggio da ultimo giorno, ha le movenze liriche del crotalo –
il suo modello remoto, in fondo, è Dante. Uno dei vari frammenti di cui si
compone questo poema difforme, a brandelli, s’intitola Donne ch’avete intelletto
d’amore; un altro delinea la geografia de La France antarctique; un altro si
compone come una Réfutation de Robert Burton, il grande inglese autore
de L’anatomia della malinconia. Una formidabile libertà lirica – o meglio:
ebbrezza – informa il poema, deliberatamente inattuale.
Les Cavales ha colto di sorpresa i critici, avvezzi alla poesia d’oggi, per lo
più liofilizzata. Qualcuno ha detto di forme arcane, di una temperatura
linguistica tra il Rinascimento e l’aldilà dell’uomo, tra il voluttuoso e il
violento. Qualcuno ha citato Tiziano e Botticelli, qualcun altro Le Sacre du
printemps; qualcuno ha detto che Micolet è l’ultimo dei trovieri – altri hanno
parlato di Lucrezio e di Villon. Su tutto grava un intento – mi pare
– sacrificale: Micolet erige un sontuoso altare dove fare a pezzi la lirica. In
questo repertorio, ad ogni modo, si deduce che la grande dote del poeta è l’arte
della fuga dalle convenzioni, il farsi infinito e irraggiungibile. L’ambizione
dell’opera, di per sé, è scandalosa; nell’epoca che ha marginalizzato il poeta a
figura infima, nell’epoca dell’inganno del poetico ecco giungere da una
estremità estenuata il poema-menhir, il poema-Moby Dick.
Dunque, ci siamo messi a inseguire Micolet, questa specie di poeta Achab.
Che senso ha la poesia, oggi? Cosa significa “poesia”, poi?
Lo stesso senso di sempre, perché la poesia – il ricorso mnemotecnico a un
linguaggio ritmico, in versi, in grado di placare gli dèi – è al principio del
logos letterario, nato 3mila anni fa in Europa e prima ancora in altri luoghi.
Contrariamente a quanto si crede, la poesia non è l’oggetto di una soddisfazione
disinteressata: è utile, necessaria, prossima a una scienza empiricamente
dimostrata; eppure, è contingente e non può rivendicare alcuna universalità nei
propri risultati. In un certo senso, è vero quanto ha detto Denis Roche intorno
al 1970, modellando un’espressione lacaniana: “la poesia non esiste”. Vale a
dire, non esiste un’essenza universale della poesia, come non esiste di
qualsiasi altra cosa, che permane per particolari e singolarità. Eppure, so
benissimo che questa cosa, “la poesia”, è il mio principale mezzo d’espressione,
forse l’unico, anche quando pratico una scrittura teorico-critica. Non scrivo
romanzi, racconti, opere teatrali; la categoria della poesia, svincolata da
qualsiasi sistema normativo, è tanto indeterminata da poter includere in sé
elementi narrativi o drammaturgici, del pensiero e della contemplazione e
perfino della dimostrazione logica, anche se il suo principio è nell’ordine del
sentire più che del ragionare o del ragionevole; parole prima che discorso,
ellissi più che dilagare del senso e del significato, il perturbante negli
schemi della comunicazione.
La triade epico/lirico/drammatico dimostra ancora il suo potenziale di
fratellanza impura; il mio modello, in particolare, è il coro tragico greco,
pre-classico, ovvero la piena articolazione del lirico e del drammatico con
elementi epici. Questa è la tesi di Nietzsche ne La nascita della tragedia (e in
altri studi filologici). La diversità letteraria non si risolve in una
tassonomia di generi o modalità dell’enunciato; quando si parla di lirico è bene
dire della “tonalità climatica fondamentale”, Stimmung. Poi c’è il ritmo, ciò di
cui è intessuto il verso tradizionale. Restano da considerare le tecniche di
versificazione in seguito alla “crisi del verso”. La definizione di poesia è
stata, per lungo tempo, piuttosto semplice: è l’arte di comporre versi in
sistemi vincolati. L’avvento del verso libero e del poema in prosa, o prosa
poetica, non risolve i problemi relativi ai sistemi metrici che hanno plasmato
la poesia dalle origini, specifici per ogni lingua. Più in generale, al di là
dello “stile”, la poesia consiste in un trattamento specifico del linguaggio: si
verifica un evento linguistico su alcuni assi strutturali (selezione del
lessico, combinazioni sintattiche) e nell’intero insieme fonomorfologico, dacché
il linguaggio non è forma ideale ma sostanza. Anche se mancano definizioni
precise, la poesia è riconoscibile a prima vista, o meglio, all’orecchio,
nell’ambito di una Stimmung che tocca i sensi e ci fa esclamare: è proprio così!
L’incantesimo è tratto, la pozione assunta.
Questo, almeno, è il fascino che accade dopo la lettura della poesia: non leggo
un libro, mi imbatto in un evento. Il resto del fascino è legato alla sua natura
spirituale. Riguardo a questo, così ha scritto Mallarmé a Léo d’Orfer, il 27
giugno del 1884:
> “La poesia è l’espressione, attraverso il linguaggio umano ridotto al suo
> ritmo essenziale, del mistero degli aspetti dell’esistenza: essa conferisce
> autenticità al nostro passaggio e costituisce il nostro solo compito
> spirituale”.
Come scrive, come prepara il suo lavoro? È più efficace l’ispirazione o
l’elaborazione, la ragione o la “mania”?
Nessuna disciplina, almeno prima delle prime bozze; lavoro per eccessi
improvvisi, impetuosamente, come sotto dettatura dopo un periodo di implosione
interiore; così si afferra qualcosa senza sapere cosa, da chi. Non credo che le
antiche nozioni di furore, mania, entusiasmo siano invalidate. In altre parole,
è la pulsione (Trieb) che comanda la scrittura in modo subconscio, come sapeva
Nietzsche ben prima di Freud, attribuendo questo impulso dinamico al dionisiaco
in opposizione all’apollineo. Lacan traduce Trieb con dérive, deriva: il testo
poetico va in effetti alla deriva, come una specie di miccia in fiamme, che
crepita dal principio alla fine. Il principio, in particolare (il primo verso,
puro dono degli dèi) non è sotto nostro controllo: contiene in potenza tutto ciò
che di lì in poi sarà scritto e che l’autore scopre scrivendo. La svolta, la
scoperta, avviene sotto l’effetto di un delirio, rivela un’economia dell’eccesso
e dell’eccedenza più che del piacere. Questa gioia è manifesta nella sostanza
materica del linguaggio; la sua essenza risiede in un’esperienza vissuta, ma
indefinita, indicibile nell’istante, in attesa del modo di esprimersi. La poesia
che ne risulta è il suo scatenarsi e al contempo il suo assestarsi, sotto
controllo. Questa modalità di creazione si sovrappone alla patologia dell’umore
(depressione/mania): un formidabile reflusso o risacca segue i momenti di
esaltazione.
Gli stadi iniziali, dunque, non derivano dall’intenzione, né dal formalismo:
senza furore, nulla accade; il resto del tempo è attesa. Detto questo, non ho
mai pubblicato una prima bozza nella forma originaria. Poi arriva il dovere
apollineo di riscrivere e di correggere; ciò porta a nuove ondate di
ispirazione, in un lavoro potenzialmente infinito. Per giungere a conclusione,
prima della pubblicazione l’opera dev’essere rivista centinaia di volte.
Sono restio a leggere ciò che ho scritto, evito la “scena” poetica, la
performance non rientra nei miei talenti né nei miei scopi.
Lui è Hervé Micolet
Quali libri o studi influenzano la sua ricerca poetica?
Ho studiato Letteratura moderna e contemporanea: ora la insegno in università.
Per formarmi – e forse per evadere dal presente – mi sono immerso nei
‘classici’. I miei riferimenti sono piuttosto eclettici: Pindaro qui, Joyce
là, Finnegans in particolare. Dante mi affascina, non solo per la Commedia ma
anche per altri testi come il De vulgari eloquentia. Ho imparato la tua lingua
leggendo Dante. Leggo come un pirata, non più per piacere; leggo perché scrivo,
perché ho bisogno di entrare in contatto con materiale linguistico nuovo.
Quindi, leggo soprattutto poesia, in lingua originale, anche se non la conosco,
aiutandomi con il testo a fronte. Quanto al francese, riscopro la straordinaria
ricchezza del francese pre-accademico; evito i neologismi e i barbarismi, avendo
a che fare con un tesoro lessicale per lo più dimenticato.
Questo per dire che non sono troppo contemporaneo. Ciò non vuol dire che non
presti attenzione alle opere recenti. Mi piace il nostro comune amico Tom Buron,
sono stato coinvolto nella rivista “Catastrophes” insieme a Laurent Albarracin,
Guillaume Condello e Pierre Vinclair. Alcuni autori conosciuti in gioventù sono
diventati miei amici: Jaccottet, Bonnefoy, Réda, Michon… quel diavolo di Michon
si è divertito a dirmi “poeta epico” nel suo libro J’écrits l’Iliade (2025): mi
piacerebbe esserlo, ma resto deliberatamente lirico. Naturalmente, distinguo il
“lirismo” ereditato dai Romantici dalla “lirica”, che ha almeno 3mila anni. Non
credendo nel progredire delle ere, nei restauri reazionari come nelle
rivoluzioni tabula rasa, non mi riconosco nei “neolirici” degli anni Novanta;
non vedo, per altro, alcun ragionevole motivo per dire che siamo in un’epoca di
“post-poesia”. Sono sempre le solite convenzioni in combutta: classicista vs.
modernista; lirico vs. formalista; soggettivo vs. oggettivo e via così. La
convenzione dominante del verso libero è inutile se produce meri frammenti di
prosa e paratassi. Un verso degno di questo nome non è semplicemente una frase
che va a capo; Mallarmé lo definiva “parola totale, nuova, estranea alla lingua,
incantatoria”. Una cosa davvero rara.
Come nasce il progetto di “Les Cavales”: che tipo di opera è? Dove la sta
portando?
Prima di tutto occorre parlare di tempo – di tempo, alla lettera, come Alla
ricerca del tempo perduto. Dopo un periodo iniziale di scrittura, tra il 1989 e
il 1995, è seguito un lungo periodo di silenzio. Non ho mai smesso di scrivere –
ho smesso di pubblicare. Una prima bozza di Les Cavales ha preso forma nel 2009,
con un titolo diverso, inesatto. È stato Parmenide a suggerirmi il titolo che
mi serviva: da lì è ricominciato tutto. Finora ho pubblicato due volumi
dell’opera, nel 2023 e nel 2025 per La rumeur libre; ne ho in programma cinque,
o meglio, quattro + uno, perché la somma dev’essere dispari, impari. I
precedenti erano in prosa; il mutamento di forma è stato decisivo, così come
l’adozione di un modello di poema ciclico. Inizialmente prevedevo di pubblicare
l’opera intera, nella sua forma ‘mostruosa’, poi ho preferito riorganizzare il
lavoro. Ho abbandonato l’idea di un insieme unitario: ne sono emerse diverse
poesie, vari frammenti interconnessi, tutti all’ombra del titolo, Les Cavales,
che significa cavalle, nel senso parmenideo. Da quel momento, tutto è ripartito.
Ho trovato un editore coraggioso, Andrea Iacovella, che mi sostiene
nell’impresa. Ci sto mettendo ogni mia energia. Credo di conoscere l’origine del
ciclo, non ne conosco le fine. L’origine risiede nei morti: il primo libro è una
specie di tomba poetica. Il tutto è in costante mutamento, è imprevedibile.
Diventerà sempre più sfrenato – una specie di ditirambo. Ogni unità – il poema,
il libro/tomo, il ciclo – è presieduta dal medesimo processo: apollineo
nell’architettura, frenetico nel resto.
Quale relazione intravede tra poesia e storia, tra poesia e politica? La poesia
ha un impatto sulla storia? Su quali livelli temporali ed emotivi agisce?
Non penso che la grande storia (e la piccola) sia lineare, cronologica,
storicista: il dionisiaco è intempestivo e sorge all’improvviso. Non vedo forma
di esperienza o di saggezza accumulata. In politica, le opinioni non hanno alcun
valore; conta solo ciò che viene dimostrato. Ho prodotto alcuni manifesti sul
tema, Varius Héliogabale (“Catastrophes” n°47, 2024) e Petit traité des
Cavales (“Place de la Sorbonne” n°15, 2026). La poesia lirica non contiene alcun
messaggio comunicativo, è antipredicativa: per questo, è evidente che non
fornirà materiale per la propaganda. L’epica mostra un “popolo” che passa per le
mannaie della guerra. il dramma greco giunge a una formula politica per voce del
coro; è così che Antigone, nella tragedia di Sofocle, infine, appare più sensata
del tiranno Creonte.
Il mio rapporto con la politica comincia con la geografia: prima di chiedermi
cosa è accaduto mi faccio domande sui sentieri varcati dai gruppi umani. Non
appena si considera la geostoria di questi passaggi, qualsiasi pretesa si
dissolve ed emerge un gigantesco labirinto che comincia dalle migrazioni della
Preistoria. Uno dei miei motivi principali è il “grande cammino” di Luigi XI,
una “ragnatela universale” che ha stabilito fasce letterarie; non è il cammino
di Dante, né la strada secondaria da percorrere, in fuga, a cavallo. Il fatto
geo-storico si confronta con la mitologia; nella sua gittata più ampia risale
all’arte rupestre. Vago tra epoche e luoghi, documentandomi sul campo. Ad
esempio, sono stato in Etiopia: volevo vedere con i miei occhi i luoghi di
Rimbaud, contare le ossa di Lucy, attraversare i rift. La poesia “si informa”, o
meglio, l’Art brut è saggezza.
Secondo Schiller dovremmo aspirare a essere “ingenui” più che “sentimentali”;
dovremmo tendere alla completezza della condizione creativa, non troppo separata
dalla coscienza critica e dalla nostalgia della perduta unità. Per l’azione
politica immediata, la poesia pare inefficace (insieme al teatro, rappresenta lo
0,3% del mercato librario). Eppure, la poesia, essendo al centro del linguaggio,
è intrisa di politica: ne subisce le conseguenze, a volte la influenza (come
nella polis greca). La poesia è strutturalmente politica perché è prodotta in
modo attivo in una lingua data che non è “naturale” ma eminentemente culturale.
Nel De vulgari eloquentia Dante, su questo tema, raggiunge un alto grado di
complessità, rispetto, ad esempio, a La Défense et illustration de la langue
française di Joachum Du Bellay, che esce nel 1549. Il francese ha almeno tre
fasi: medievale/dialettale, classica standardizzata, repubblicana
ultra-standardizzata. Quest’ultima non è così libera come parrebbe. Nel mio
contesto universitario, io faccio la parte di un ussaro durante la Terza
Repubblica. Provenendo da un ambiente privo di letteratura, dove nessuno aveva
un diploma superiore, “non potevo”, come disse Pierre Bergounioux, “che
diventare professore”. Allo stesso modo, non ho potuto fare a meno di ammirare
la bella lingua, o lingua ‘complessa’. Auspico un’anarchica polifonia che
assembli tutti i registri e tutte le più diverse lingue. Il monolinguismo
ufficiale maschera un multilinguismo costitutivo cominciato nel IX secolo. La
lingua è simile all’anatomia, ma ogni linguaggio, soprattutto se strutturato, è
politico – dunque, anche la poesia è politica.
Qual è il rapporto tra la poesia e la morte, tra la poesia e la vita?
Il profondo senso tragico, che culmina nel dramma greco primordiale di Eschilo e
di Sofocle, è uno dei più antichi modelli di Logos. Eraclito scrive: “Dell’arco
il nome è vita, l’opera è morte”. Questa sensibilità scompare nel coro di
Euripide. Il primo tomo di Les Cavales è un libro sul lutto, una meditatio
mortis. È soprattutto per questo che sono rimasto in silenzio così a lungo: mi
era impossibile pubblicare prima di rendere omaggio ai morti, senza erigere per
loro una tomba. La poesia ha come funzione primaria quella di soddisfare i
morti. In L’Iliade ou Le Poème de la force, Simone Weil osserva che l’epica
omerica si occupa in modo singolare del modo in cui vengono trattati i cadaveri.
Il rito funebre è un principio fondamentale della cultura e della
civilizzazione: oggi stiamo assistendo a una considerevole sconfitta di tale
assunto. Questo è un fatto antropologico-politico: la perdita dei propri cari,
la morte industrializzata, la messa a margine del cimitero, la cremazione
derisoria: insomma, l’oltraggio del cadavere. Vale a dire: in una società
tecnocratica, il reale della morte viene negato, e questo non è un bene per i
morti e non lo è per i vivi. Il ‘Reale’, che per Lacan non è soltanto la realtà
consensuale, si manifesta in modo violento nella forma del cadavere, una cosa
terribile di cui occorre prendersi cura, altrimenti tornerà a noi in forma
spettrale. Le culture antiche, medievali e barocche, hanno saputo gestire il
corpo morto all’interno di un ordine simbolico: figura tutt’altro che orrida, il
cadavere operava in favore del vivente. Forse altre culture, oggi, sono meglio
attrezzate a esperire e a gestire la morte. Per noi, oggi, la morte è il male, è
causa di profonda malinconia. Nessun individuo può essere sostituito da un
altro, il dolore non ha guarigione; se la malinconia non ci uccide, essa
‘agisce’ in qualche modo per preservare le forze vitali, per ricostruire
l’amore. La malinconia è legata ai temi del rito funebre, del lutto, dell’amore
fedele. Les Cavales è, in larga parte, una “anatomia della malinconia”. Se il
libro fosse una danza macabra, come quelle che si osservano ancora in alcune
chiese, si vedrebbero il Lutto e la Malinconia ballare assieme. Non sempre c’è
tristezza: l’intreccio di tragedia e forza vitale è gioioso, a tratti, comico,
clownesco.
Quale visione del mondo informa il suo lavoro?
Più che altro, spero che nessuna ideologia (cioè una cultura abusivamente
presentata come natura) penetri la mia opera letteraria e il mio lavoro di
insegnante. Salvo circostanze eccezionali (eccoci qui, in Francia come altrove)
l’Università dovrebbe mantenere una neutralità valoriale. Nel corso della mia
carriera – in particolare dopo la “Loi relative aux libertés et responsabilités
des universités” del 2009 – ho assistito a un crollo senza precedenti dei
principi fondanti dell’Università; un preciso indicatore sociale. Non appartengo
al mondo accademico borghese; la mia posizione sociale è precaria. In breve: nel
mezzo del cammin di nostra vita ho percorso ottanta chilometri per giungere da
un remoto borgo di campagna alla città universitaria più vicina, Lione.
Probabilmente, sono giunto ai miei limiti: è urgente rintracciare una Vita nova.
Il resto rientra nella categoria dei Misteri antichi, per quel che ancora ne
sappiamo, con un legame con Mallarmé che colloca il Mistero nella Letteratura.
In questo è tutta la poesia. Non troppo diversa, tale idea, dall’amor fati,
dalla dottrina dell’Eterno ritorno come valore di una vita degna di essere
vissuta, il dionisiaco che esige la doppia affermazione all’orecchio di Arianna:
dire due volte sì alla vita. Per sfuggire alla fin troppo dialettica relazione
dionisiaco/apollineo, non guasta un po’ di alcolismo (come suggerisce Nietzsche,
pur senza sviluppare il concetto) perché il carattere furioso è estenuante,
infine pericoloso per la salute. La speranza di misura da ciò che resta. Credo
come Pindaro che “gli dèi siano qui”, sulla terra: bisogna saperli riconoscere.
Il Molteplice a volte si raduna in gioiosa assemblea: questa è la dottrina
dell’Univocità dell’Essere secondo Duns Scoto, con la differenza che l’Essere è
una creatura. Propendo per un creazionismo teorico che ci permetta di stabilire
un criterio semplice, in grado di valutare ciò che facciamo, letteratura
compresa: la cosa creata è a favore della vita? Dovremmo esplicare meglio. La
parola che giunge dai Misteri si pronuncia con un dito sulle labbra: shhh.
A cosa sta lavorando?
Dovrei riposarmi, per poi tornare al lavoro duro… Confinato in casa, lavoro con
estenuante dedizione al ciclo de Les Cavales: è la mia priorità, ostacolata
dalle necessità economiche e dal contesto attuale. Schiller consigliava di
attraversare la propria epoca di corsa, come un contrabbandiere. In Les Filles
du feu e Chimères, Nerval scrive: “L’ultima follia che mi resterà sarà quella di
credermi un poeta”. Hegel parla di ostinazione, che significa vivere da alienati
tra i libri, come Don Chisciotte. Mi sforzo di svolgere il lavoro nel modo più
meticoloso possibile; raccolgo le forze per fare contemporaneamente più cose,
incompatibili tra loro. Dunque, eccomi alle prese con il terzo tomo de Les
Cavales: devo sbrigarmi.
Insieme a Hubert Voignier ho creato un’opera fotografica intorno a un luogo
sacro, Le Puy-en-Velay. Vicino a Lione esiste una piccola regione, Forez, centro
nevralgico e letterario de L’Astrée di Honoré d’Urfé: quello è il mio punto di
partenza; sarà la mia destinazione finale. In buona comunione coi miei morti,
vorrei trovare le condizioni propizie (alcionie) quasi scomparse da un’esistenza
piena di troppi vincoli. So che ciò è possibile: la memoria dell’antica felicità
mi è di aiuto nei momenti infelici. Sto elaborando un trattato di poetica. Priva
di definizioni, indefinibile, la poesia, in fondo, non è che una testimonianza
solitaria formulata in modo stravagante, fuori di sé: è un atto di caparbietà,
una chimera… è l’estrema follia.
**
Da Les Cavales, I
Il quindici d’agosto
Mille morti per riportarci
davanti al letto della Morta. Vinta
da morte, la Morta
in maestà sorge talvolta
da sotto la sua pietra,
è il giorno del quindici d’agosto, Agosto
spesso porta il lutto dappertutto
nel tempo turbato
o inaridito, Vergine
del quindici d’agosto aggiusta
o disfa tutto. E lei stessa
senza crederlo ma senza pesare
al pensiero che la suscita, la morta regna
ingenuamente, qualche ora,
nella volta aperta d’un chiaro di stelle
in cui indugia l’intonaco blu,
e tutto il vecchio drappo nero dei cortei
che vanno per l’erba melmosa, ed è anche
come un fremito di schiene
nella vetrata infranta, e Lei
nel suo vestito giallo d’oro sgualcito
da una lotta atroce, dardeggia
su di noi il barbaglio blu del suo occhio
che dispera, perché non vuole
essere morta, ed è vinta. Poi
altro non resta che la vostra cappella
ardente (come dite), in luogo
di quella breve, spuntata dai campi,
l’avevano riaperta per un giorno,
e la tempesta dalla finestra spoglia
ne spegne i ceri. Non c’è nulla
di buono, né pietà né misericordia
di sorta, né il semplice
e non più vero fuoco
nel forno immondo. Non più
un luogo buono che sia di mano d’uomo
per trattare i morti ormai e,
fraudolentemente, per esserci clemente,
come quei telai, spezzati & praticabili
che crollano come si deve
con dei tesori di pietà pari
a quelli degli scoiattoli. Nulla che sia scambiato
dalla terra al cielo se non questi mirabili,
questi violenti sforzi degli usignoli senza che mai
li si scorga nel folto degli alberi
ai quali la verde vallata fa eco,
e il bel Maggio crudele. Mille primavere
senza pena e il soffio già dell’estate
quando rinasce la stagione
sono corrotti nella pianta appesantita,
nella terra e nei muri. Quando
la Stagione ripianta il suo maggio
nell’agro della terra e commette
questi eccessi di delizie, il corpo pure si fa pesante
e si sveglia sgomento come avendo goduto
di vermi. Tanto la carne morta
era stinta come pergamena,
tanto il fiore affastellato che ti cinge
fino alle tempie puzza così contagioso
che cade altrove
sulla carne viva. E dunque anziché
raccapezzarsi dal capezzale
fin dentro la terra, e rimettere Morte
al suo posto, a nulla si giunge,
eppure è verso tutto il cielo
che conduce la cosa immonda
come lo è l’offesa, e causa per sempre
di morte errante. Prima che
tu non sia più altro che fumo nero,
finché sei stata
di carne e ossa eri
intera capace di prodigi,
santa vera colma di desiderio.
Poiché un uomo di colpo perduto
alla sua radice s’innalza e s’inarca
preso da violenza, e dona ogni suo sforzo,
ostile a che quel corpo sia fatto
cadavere, quando ricade in sé stesso
e vi si acquieta un istante, rassegna
la sua anima alla nube che passa
e si è tormentata, ciò che il dio
fa per lo meno in luogo del puro azzurro,
campo d’inanità. Il suo sforzo perdutamente
unito a quello spasimo è come
un’alleanza con una potenza disfatta
che giace in sé stessa e per grazia
rinviene. Così, al cielo senza stagno
che si credeva morto si erano adunate
lungo il lato buono nuvole
fuggenti sotto il vento di ponente,
e certo per una casa dei morti
sembrano tegole d’ardesia che s’impilano
le une sulle altre, con del giallo d’argento
nello stagno, e sfilano nella pupilla
di lei, il cui sfolgorio blu schizza
come una scheggia e si conficca in lui.
Madri apparse in gioventù così buone
in così piena armonia di due respiri, poi
così belle che subito ci fate
vostri amanti, malgrado la fatica
restate in vita per i nipoti,
e ancora restate quando sono cresciuti,
così almeno sembra. Giovani donne
che vi abbellirete piuttosto di vecchiaia,
non come la Vergine bella, non andate
a regnare altrove se non sulla terra
e siate sempre nel tempo opportuno,
senza il quale non c’è più terra che sembri tale.
Voi in nessun luogo, pensate che la specie
finirà. E da voi non nascerà nessun altro,
come a me non nascerà mai dunque
né sorella né fratello, e ho perduto
l’unica sposa possibile nei giorni
di mia madre ancora viva, e ogni occasione
di fare una figlia più bella
in sua presenza. Chi vorrebbe,
adesso, un figlio prete
tornato così piccolo che ignora quasi
il bere e il mangiare, e così arduo
che è sordo ad ogni consolazione. Anche
l’amore della donna gli è supplizio.
Hervé Micolet
Traduzione di Annalisa Crea
*In copertina: dettaglio dall’“Adorazione dei Magi” di Sandro Botticelli, 1475
ca. (presunto autoritratto dell’artista)
L'articolo “Per placare gli dèi”. Dialogo-monstre con Hervé Micolet, il poeta
Achab proviene da Pangea.