Marguerite Duras pubblica Moderato cantabile, “il primo libro durassiano di
Duras” (così Rosella Postorino), nel 1958. Sette anni prima Marguerite Yourcenar
aveva pubblicato Memorie di Adriano. La nota non è inutile: le due Marguerite
hanno cambiato la storia della letteratura francese – e continuano, a differenza
di altre donne d’altro stile (Simone de Beauvoir, ad esempio), ad avere
imitatori e moltiplicati lettori che tributano a entrambe una specie di culto.
Qualcosa accomuna Duras a Yourcenar: l’assertività nel dire, una scrittura
‘marziale’. Molto le distanzia: i libri più grandi di Yourcenar sviscerano
personaggi maschili; Duras tratteggia come nessuno la donna e le sue ombre.
Benché questa asserzione abbia il conforto dell’errore – bisognerebbe avvicinare
la Sophie de Il colpo di grazia e l’indimenticabile “Anna, soror…” ad Anne
Desbaresdes, Lol V. Stein e “l’amant” – tutto ruota sullo ‘stile’ – che è poi un
modo di stare al mondo. Yourcenar sta a Duras come Vermeer sta a Morandi – o,
meglio ancora, a Giacometti. Yourcenar vuole costruire un mondo, Duras ci mostra
ciò che resta dopo la distruzione di un mondo. Duras issa il sopravvissuto. Se
Yourcenar descrive il pieno, Duras lavora il vuoto – al buio. Il livello della
predazione – che è al cuore della scrittura – muove su piani inclinati,
all’osso. Una guarda dalla finestra – l’altra quella stessa finestra la
spacca.
Credo che Michel de Certeau abbia ‘visto’ con particolare profondità il genio di
Duras. In Fabula mistica lo studioso gesuita cita India song, affascinato dalla
figura della “mendicante” che “rimane invisibile. Senza nome e senza figura”.
Lì, in quella sparizione, in quell’azzeramento – che è poi la zona franca dove
tutto può accadere –, è il genio di Duras. Quell’innominata donna, innominabile,
è pari alla santa serva che compare nella Storia lausiaca di Palladio, “la
spugna del monastero”, “battuta, ingiuriata, caricata di maledizione e trattata
con ripugnanza” dalle consorelle, che si scoprirà, invece, “la più religiosa”,
l’ammirata dagli angeli.
Ecco cosa fa Duras: di una storia dice l’invisibile – accenna, come fa la Pizia
– fila il verbo fino al punto primo, artico, in cui potrebbe non essere più.
Tra le varie recensioni che uscirono intorno a Moderato cantabile, preferisco
quella di Claude Roy pubblicata il primo marzo del ’58 su “Libération”. Il poeta
francese – espulso dal partito comunista l’anno prima per aver condannato
l’invasione sovietica dell’Ungheria – scrisse che Moderato cantabile “potrebbe
essere definito così: Madame Bovaryriscritto da Béla Bartók”. In quel romanzo,
continua, Duras “scrive, con ragionevolezza, di chi ha ragioni che la ragione
non può comprendere”. Postorino, nella postfazione alla bella traduzione
di Moderato cantabile edita da Feltrinelli, dice qualcosa di simile, spostando
in vertigine il discorso: “Per Duras le donne sono sempre abitate dalla follia,
sono capaci di intuire le forze ignote della natura e del corpo, sono
imprudenti, piegate dalla paura e dalla passione, e soprattutto sono
perseguitate in quanto donne”.
Il talento di Duras, dico io, è dire di una vita lo scavo – anzi, il feto. Un
primordiale che urla – i primordi sott’acqua. Quando, in narrativa, da una vita
trai il feto le soluzioni sono due: il grido – il silenzio. Duras trova la terza
via – la sua.
Credo che ogni scrittore abbia i suoi lari – che è un modo arcano per dire: le
proprie ossessioni. Rosella Postorino – autrice di Le
assaggiatrici (Feltrinelli, 2018); l’ultimo romanzo, Mi limitavo ad amare
te (Feltrinelli, 2023) è ritornato quest’anno in economica – ha un rapporto
esclusivo con Marguerite Duras: oltre a Moderato cantabile ha tradotto Testi
segreti (Nonostante, 2015); non intende darsi ad altri autori. La coincidenza
quasi ‘medianica’ con alcuni scrittori – chi pratica l’arte ha il proprio
‘zodiaco’ di prediletti – non significa riprodurne l’irriproducibile voce. Ogni
scrittore traduce per chiarire – a contrario – la propria origine. Il resto è la
forma naturale dell’essere: il tradimento.
Cosa ci dice oggi, ancora Duras?
Che il desiderio è un gesto politico, perché è una rivendicazione di esistenza.
Che l’oscenità non resta sempre fuori scena. Che la letteratura è etica perché è
il contrario del moralismo. Che uomo e donna sono inconciliabili, per questo
l’amore tra uomo e donna è condanna e splendore. Che venire al mondo è una
violenza. Che la scrittura è un’affollata solitudine.
Scrittura ‘cantabile’ di Duras. Come la sua scrittura penetra la tua? Come l’hai
conosciuta, quando hai iniziato a leggerla? Perché tradurla?
La lessi per la prima volta da adolescente, tra i quindici e i sedici anni.
Avevo visto in seconda serata L’amante di Jean-Jacques Annaud, che lei aveva
detestato. Non conoscevo il romanzo, Prix Goncourt nel 1984 (io allora avevo sei
anni), né l’autrice. Nel film la voice over pronuncia intere frasi del libro: mi
folgorarono. Era una storia di potere, in cui l’esercizio del potere era
chiastico. La protagonista quindicenne, povera ma bianca, ha il potere della
propria desiderabilità e della propria etnia, di fronte al cinese ricco, ma ai
margini della società coloniale perché non è bianco. Era una storia di
emancipazione dalla famiglia. Una storia di soprusi, privati e istituzionali.
Era la storia di una ragazza che, pur non essendo cresciuta in una famiglia di
letterati, voleva diventare scrittrice. Lo sapeva a dodici anni, come lo sapevo
io. Andai nella biblioteca di Imperia a cercare il romanzo, ma non c’era.
Trovai La vita materiale, un libro di frammenti, tuttora uno dei miei preferiti:
l’ho riletto talmente tante volte che alcune pagine si sono staccate. Poi girai
altre biblioteche della provincia, Sanremo, Diano Marina, e lessi tutto quel che
era disponibile. Per il mio compleanno alcune amiche mi regalarono quattro suoi
romanzi usciti nell’Universale Economica Feltrinelli. Infine, sapendo della mia
passione, la prof di francese assegnò Moderato cantabile come lettura estiva a
tutta la classe. Alcuni compagni mi odiarono, altri mi ringraziarono.
All’università, mi regalavo un libro di Duras dopo ogni esame. Nella biblioteca
di Lettere a Siena lessi molti suoi testi in lingua originale. Cominciai a
leggere anche saggi critici su di lei. Vidi i suoi film. La mia prima
pubblicazione in assoluto è un breve saggio in un’antologia di saggi italiani
dedicati a lei (si intitola Malati di intelligenzaed è dentro la raccolta Duras
mon amour 3). È senza dubbio la scrittrice della mia vita. Perché racconta
dell’ingiustizia radicale della Terra – il colonialismo, la Shoah, la guerra, la
bomba atomica, lo sfruttamento degli esseri umani, la sopraffazione maschile, la
morte, l’indifferenza di Dio – e lo fa attraverso i corpi, attraverso
l’attrazione fra i corpi. Tradurla era un sogno che si è realizzato. Non sono
propriamente una traduttrice, credo di potere e volere tradurre solo Duras. Per
me è una missione farla leggere nel nostro Paese, dove purtroppo è letta poco.
In Francia è una scrittrice di culto, di quelle studiate in tutte le università
del mondo, ma anche entrata – per la sua esposizione mediatica – in un
immaginario che potrei definire pop.
C’è anche l’aspetto ‘politico’ dell’attività artistica di Duras. Che dimensione
ha il ‘politico’ nella tua scrittura?
Per me politico, o meglio ancora etico, significa non oscurare l’ambivalenza
umana, renderne conto, al di là di ogni pensiero preconfezionato, al di là di
ogni senso comune, di ogni polarizzazione. Significa non aver paura di
riconoscere le pulsioni umane più vergognose, e raccontare il mondo come fosse
sempre la prima volta. Questa ricerca (quasi ottusa, ingenua, perché
fallimentare) di verità è un gesto politico. Per me, come per Duras.
Mi è sempre parso che Duras sia all’opposto dell’altra Marguerite, Yourcenar.
Che rapporto hai con quest’ultima?
Non so se siano opposte, e non so perché queste due scrittrici dovrebbero essere
confrontate: perché hanno lo stesso prénom? Sono diversissime, ma lo sono anche
Duras e de Beauvoir, per dire, che potrebbero essere associate e confrontate,
volendo, perché nello stesso periodo abitavano nello stesso quartiere di Parigi.
Mi parrebbe un criterio altrettanto poco significativo. In ogni caso, non ho
amato nessun’autrice francese come Duras. Credo che per certi versi Ernaux le
somigli, ma Duras ha sperimentato di più, ha scritto testi molto diversi tra
loro, in fasi diverse del suo percorso, ha scritto tanto teatro, ha scritto e
girato molti film, ed è un’autrice impossibile da incasellare.
A che pro la scrittura, oggi? A che serve?
Non credo debba servire a qualcosa. Se non a chi scrive: per sopravvivere. Non
intendo economicamente.
C’è sempre qualcosa di ‘perturbante’ in ciò che scrive – o dice – Duras. C’è lo
‘scandalo’, cioè il ridurre tutto alla sua suprema purezza, di cristallo e di
foglia. Tu: cosa cerchi scrivendo? Cos’è per te lo ‘scandaloso’?
Scandaloso è addentrarsi in un territorio senza riparo prendendosi il rischio di
essere fraintesa o giudicata o accusata. Per esempio assumere il punto di vista
di una donna che ha lavorato per il regime nazista, che con il suo stesso corpo,
con i suoi organi digestivi, ha salvaguardato la vita di Hitler, costringere il
lettore in quel corpo per fargliene sentire ragioni e desideri, bisogni e paure,
può essere scandaloso. È scandaloso raccontare il desidero fisico come una forma
di sovversione – l’unica possibile – dentro quel regime. Non per il sesso,
ovviamente, che è anzi sdoganatissimo. Ma perché il rischio che gli altri
leggano con la loro griglia di stereotipi è molto alto. Tra Rosa e Ziegler ne Le
assaggiatrici ci sono tenerezza e gioco, come banalmente fra tutti gli amanti,
ma qualcuno, inconsapevole degli stereotipi che ha interiorizzato, ha detto
(senza giudizio, in modo neutrale): rapporto sadomaso – benché di sadomaso non
ci sia nulla. È l’eredità di una certa narrazione del nazismo sedimentata e
incancrenita. Qualcun altro ha visto nella presenza di una relazione erotica in
un romanzo che si potrebbe anche definire storico, scritto da una donna,
qualcosa che probabilmente non lo avrebbe infastidito se lo stesso romanzo fosse
stato scritto da un uomo: la relazione privata dentro il meccanismo feroce della
Storia. Come se la Storia fosse un’astrazione, come se non riguardasse i corpi.
Quando Duras scelse, nella sua sceneggiatura per Alain Resnais che sarebbe stata
candidata all’Oscar, di sovrapporre i corpi sudati di un amplesso alle scorie
della bomba di Hiroshima, fu scandalosa. Non è scandaloso soltanto mettere la
Storia sullo stesso piano dei corpi – la Storia, lo ripeto, è fatta di corpi che
nascono, interagiscono e muoiono, da millenni, è fatta delle storie degli esseri
umani. È scandaloso esporsi alla lettura stereotipata, al perbenismo, al
moralismo, al cinismo, allo snobismo, cioè a varie forme di disumanizzazione che
deformano la lettura stessa. Assumersi il rischio di essere senza difese, eppure
credere che sia inevitabile farlo. È scandalosa la fiducia nel lettore, insomma,
la fede nella letteratura.
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Marguerite Duras proviene da Pangea.