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“Io, Tiberio Claudio Druso Nerone Germanico eccetera eccetera”. Memoria di un capolavoro
> “Io, Tiberio Claudio Druso Nerone Germanico eccetera eccetera (perché non > voglio infastidirvi enumerando tutti i miei nomi), che ero una volta, e non > molto tempo addietro, noto a parenti e amici e conoscenti sotto gli > appellativi di Claudio l’idiota, o quel Claudio, o Claudio il Balbuziente, o > Cla-Cla-Claudio, o nel migliore dei casi Povero Zio Claudio, mi accingo a > scrivere la strana storia della mia vita; a partire dalla mia prima > fanciullezza via via anno per anno fino a quella svolta fatale in cui, circa > otto anni fa, mi trovai subitamente impegolato in una crisi che chiamerò > «aurea» e dalla quale non ho mai più potuto districarmi”. > > (Robert Graves, Io, Claudio, Corbaccio, 1995, incipit) Questo incipit, nudo ed esplicito, ci ricorda che il mai abbastanza lodato saggista, critico, poeta e studioso illuminato Robert Graves (1895-1985) – persona cara qui a “Pangea” – è stato anche un eccellente romanziere, i cui libri più celebri non hanno mancato di diventare modello per gran parte della torrenziale fiction storica prodotta nell’ultimo secolo. Parliamo innanzitutto del romanzo I, Claudius (Io, Claudio) del 1934 – al quale è seguito nel 1935 Claudius the God and His Wife Messalina (Il Divo Claudio) –, dove le vicende dell’imperatore romano, pronipote di Augusto, zio del delirante Caligola, marito dell’infedele Messalina e poi di Agrippina minore, nonché padre adottivo e vittima di Nerone, sono narrate da lui stesso in forma di memoria immaginaria, partendo dalla dinastia giulio-claudia e i primi anni dell’Impero fino alla fatale uccisione di Caligola nel 41 d.C., quando Claudio – nascostosi dietro un tendaggio per non esser fatto fuori anche lui – viene preso dai pretoriani e trattenuto nei Castra Praetoria, col Senato che si riunisce in emergenza e il popolo che inneggia a suo favore, fino a essere acclamato imperatore (dietro la promessa di un donativo di 15.000 sesterzi per ogni soldato).  La prima cosa che sorprende in Io, Claudio è la freschezza della traduzione di Carlo Coardi del 1935 per Bompiani, dal buon sapore rétro, che dopo novant’anni rimane rapida, vivace, evocativa, arguta, al punto che non se ne potrebbe fare una migliore: esempio di come la prosa di Graves sappia essere universale ed efficace, e di come questa traduzione si sposi sia col tempo di allora sia col tempo nostro, verso il quale resta ancora un regalo. Gran parte degli eventi storici, incastonati nell’autobiografia immaginaria, si rifanno ai resoconti di Tacito e Svetonio – quest’ultimo forse il più severo, secondo cui durante il suo regno Claudio fece giustiziare trentacinque senatori e trecento cavalieri romani, per gli intrighi delle ultime mogli e per i tentativi di congiura alimentati dalla diffidenza e dal risentimento che la nobiltà senatoria nutriva nei suoi confronti. All’inizio del memoriale, Claudio spiega come per trentacinque anni – prima del rivolgimento fatale che lo gettò al comando dell’Impero a cinquant’anni suonati – la letteratura e la storia erano state la sua unica occupazione e l’unico suo interesse; “è Claudio in persona che scrive questo libro, e non un suo oscuro segretario, né uno di quegli annalisti ufficiali a cui gli uomini che si dedicano alla vita pubblica sogliono comunicare le loro memorie con la speranza che il bello scrivere valga a coprire la nudità della materia e l’adulazione correggere i vizi della forma. In quest’opera, giuro per tutti gli Dei che sono io stesso il mio segretario e il mio annalista; la scrivo di mio pugno, e qual vantaggio potrei derivare incensando me stesso?”. Naturalmente, narrare la storia della sua vita dev’essere fatto in forma strettamente privata perché, ormai sposato in quarte nozze con la nipote Agrippina minore – che secondo la tradizione lo avvelenerà per far salire al trono il figlio Nerone, avuto da Gneo Domizio –, Claudio se ne sente odiato e sa che non gradirebbe affatto lo svelamento di misteri e misfatti dei loro parenti, in primis la nonna Livia Drusilla. Il racconto parte dal 38 a.C., quando i nonni di Claudio tenevano le scene di Roma e del mondo, l’anno in cui Livia divorziò dal marito per sposare il futuro divo Augusto; quindi vengono ripercorsi molti decenni dove si avvicendano le figure di numerosi personaggi e parenti, presi e macinati in gran parte nell’inarrestabile vortice del potere. Gustoso è il racconto di quando Claudio, poco più che quarantenne, va a Cuma a visitare la Sibilla nella sua caverna sul monte Gauro, ottenendo la predizione degli eventi con un decennio d’anticipo:  > “Prima di essere ammesso al cospetto della Sibilla dovetti sacrificare un toro > e una capra, rispettivamente ad Apollo e ad Artemide. Era un freddo giorno di > dicembre. La caverna, scavata nel macigno, ha un aspetto terrificante; > l’accesso è ripido, tortuoso, buio, pieno di pipistrelli. Ci andai travestito, > ma la Sibilla mi riconobbe. Forse mi tradì la balbuzie. Penetrai nell’interno > della caverna dopo essermi trascinato penosamente carponi su per le scale, e > mi apparve la Sibilla, simile ad uno scimmione più che a una donna, seduta > entro una gabbia appesa al soffitto, e avvolta in rossi paludamenti; i suoi > occhi dalle palpebre ferme scintillavano rossi nell’unico raggio di luce rossa > che si proiettava dall’alto al basso. La bocca sdentata si atteggiava a un > sogghigno. C’era intorno puzzo di cadavere. Tuttavia mi forzai a proferire il > saluto che avevo preparato. Non ebbi risposta. Fu solo alcun tempo dopo che mi > avvidi che quello era il cadavere mummificato di Deifoba, la Sibilla defunta > in età di centodieci anni; le sue palpebre erano tenute su mediante due > globuli di vetro argentato sul rovescio che riflettevano la luce dando > bagliori. La Sibilla regnante vive sempre in compagnia di quella che l’ha > preceduta”. Alla fine compare Amaltea, la Sibilla viva, che “era per giunta una bella figliola”: svanito il raggio di luce rossa, un altro raggio di luce bianca la illumina sul suo trono d’avorio nelle tenebre. “Aveva una bella faccia da demente, la fronte alta: sedeva assolutamente immobile, come Deifoba. Ma aveva gli occhi chiusi. Mi tremarono le ginocchia e presi a balbettare senza speranza di salvezza: «O Sib…, o Sss-Sib…, o Si-sssib…, Sib… Sib… Sib…». Ella aprì gli occhi, aggrottò la fronte, mi fece il verso: «O Cla-Cla-Clau…». Ebbi onta, e feci uno sforzo per rammentare ciò che ero venuto a chiedere. Dissi: «O Sibilla, sono venuto a consultarti sul fato di Roma e sul mio»”. L’affermazione “Mia nonna Livia fu una dei Claudii più perversi” suona come una dichiarazione programmatica, nell’inaugurare le gesta della longeva terza moglie di Augusto, che “nutriva per la plebe un indicibile disprezzo. «Ciurmaglia infetta!» diceva, «birbonata, la Repubblica! Roma ha bisogno di un Re»”. La perfidia congenita di Livia – che non risparmiava quasi nessun parente – la porta a esprimere alla cognata Ottavia, nonna materna di Claudio, la sua compassione per la tragica infedeltà di Marcantonio: “aveva esagerato fino a dirle che se l’era meritata, vestendo sempre troppo modestamente e comportandosi con troppa austerità. Marcantonio era un uomo di forti passioni, diceva Livia, e per serbarlo una donna doveva saper temperare la castità della matrona con l’arte e le stravaganze sessuali d’una cortigiana orientale; Ottavia avrebbe dovuto, diceva, copiare qualche pagina dal libro di Cleopatra; l’Egiziana, per quanto fosse meno bella di lei e di otto o nove anni più vecchia, dimostrava di saper assai meglio soddisfare gli appetiti del suo uomo”.  Non stupisce che “Augusto reggeva il mondo, ma Livia reggeva Augusto”: se in quel tempo erano rare le donne che si prefiggevano mete audaci, “Livia, unica fra tutte, non imponeva alcun limite alle sue ambizioni, pur rimanendo perfettamente padrona di sé e ragionando con la massima freddezza su argomenti così fantastici che avrebbero fatto giudicare demente ogni altra donna che li avesse enunciati”. Dal canto suo, Augusto era di gusti semplici: “Aveva un palato così poco sensibile che non distingueva nemmeno l’olio d’oliva vergine da quello spremuto dopo che il frutto sia passato tre volte nel frantoio. Portava panni tessuti in casa”. E dopo la sciagura delle guerre civili, di cui era stato parte, sarebbe riuscito molto difficilmente nell’opera della ricostruzione senza il concorso dell’attività di Livia: “La laboriosità di Augusto copriva quattordici ore della giornata, ma quella di Livia ventiquattro, si diceva”. A un certo punto, Claudio si scusa col lettore se insiste a scrivere di lei: > “è inevitabile; come tutti gli onesti libri romani di storia, anche questo è > scritto dall’antipasto alla frutta, e preferisco il nostro metodo, che non > tralascia alcun particolare, a quello di Omero e dei Greci in generale che, > narrando, balzavano di botto nel pieno dell’azione e poi facevano la spola > avanti e indietro a loro talento”. Il giovane Claudio era sempre malaticcio, “«un vero teatro d’operazioni di ogni sorta di morbi», dicevano i medici, e probabilmente campai solo perché i morbi non s’accordarono tra loro nello stabilire a quali di essi spettasse l’onore di sopprimermi”. Nato di sette mesi, per cominciare – nascita prematura dovuta allo spavento provato dalla madre Antonia durante un banchetto dato in onore d’Augusto a Lione –, il suo stomaco non tollerava il latte della nutrice, causandogli disgustose eruzioni cutanee; “poi contrassi la malaria, e una rosolia che mi lasciò leggermente sordo da un orecchio, e la risipola, e una colite, e finalmente la paralisi infantile, che mi rattrappì la gamba sinistra condannandomi ad andar zoppo. A causa di queste varie malattie, le mie articolazioni furono sempre così deboli che non potevo correre, e, anche nel seguito, non potei mai camminare a lungo, così che in viaggio dovevo per lo più usare la lettiga”. Tralasciando quella bestia del suo precettore Marco Porzio Catone – il cui gran vanto era la discendenza da Catone il Censore – che lo costringe a leggere i libri dove il Censore incensava se stesso “e la sua storia delle guerre di Spagna, durante le quali distrusse città e villaggi in numero superiore a quello dei giorni che trascorse in quel paese”, è il saggio Atenodoro, il precettore che ne ha preso il posto, a guarirlo dalla balbuzie facendolo declamare con la bocca piena di sassolini, che gradualmente riduce di numero fino a quando riesce a farlo parlare normalmente. Una dedizione speciale quella di Atenodoro, che, come premio per aver vinto la balbuzie, porta Claudio alla biblioteca d’Apollo a conoscere Tito Livio, l’uomo curvo e barbuto dall’occhio vivace e la parola incisiva, che non è ancora a metà della sua opera: «Che, vuoi diventare uno storiografo pure tu, giovanotto?». Il racconto dei combattimenti nell’arena a cui Claudio assiste è formidabile. Il primo di questi eventi lo vede dalla tribuna imperiale insieme al fratello: “Germanico provvide a tutto, fingendo solo di consultarmi prima di prendere le decisioni del caso, e diresse lo spettacolo con molto decoro e con la massima sicurezza”. Claudio regge bene alla vista dei primi scontri sanguinosi, con ferite, uccisioni, amputazioni; ma al termine dei rimanenti, dopo che un giovane ufficiale corre sotto la tribuna imperiale per ottenere l’autorizzazione ad affrontare il guerriero germanico alto sei piedi che ha appena affettato un nemico di una tribù rivale e ora si vanta gridando di aver ucciso sei Romani sul campo di battaglia tra cui un ufficiale e sfida qualunque patrizio a misurarsi con lui, dinanzi al truce macello che ne segue (dove vince il Romano) Claudio perde i sensi. La sera stessa, la perfida Livia scrive ad Augusto:  > “… Il contegno di Claudio, ieri, in una solennità in cui si commemoravano le > eroiche gesta di suo padre, il suo ridicolo svenimento alla vista di due > uomini in lotta, senza menzionare i grotteschi contorcimenti delle sue mani e > il suo tic nervoso con la testa, hanno almeno conseguito questo vantaggio, che > possiamo d’ora innanzi dichiararlo assolutamente inetto a comparire in > pubblico, salvo che nelle sue funzioni sacerdotali, perché è ovvio che > dobbiamo in qualche modo riempire i vuoti che si verificano nelle file dei > sacerdoti, e Plauzio è riuscito abbastanza bene a istruirlo nei suoi doveri”. La narrazione di Graves procede spedita, incalzante, con il canovaccio cronologico che si espande in rizomi formando mappe dettagliatissime e coerenti, coi personaggi storici che si susseguono e s’incrociano instancabilmente, ora per abbozzi, ora per ritratti, ora come protagonisti di vicende fatte di intrecci e collegamenti, circostanze che avvengono, escono e ritornano, a determinare la costruzione d’insieme di questo formidabile memoriale romanzesco. Una tecnica che sembra prefigurare un ipertesto ante litteram, quel navigare stupefacente che oggi maneggiamo con disinvoltura, ma che allora non era affatto scontato. Livia, Augusto e la figlia Giulia, coi suoi figli Gaio, Lucio, Postumo e le sue figlie Giulilla e Agrippina; le vicende del tetragono Tiberio e quelle del folle Caligola, rispettivamente zio e nipote di Claudio; e quelle dell’amato fratello Germanico, il generale pieno di carisma che da ragazzo giura al padre morente di amare e proteggere il debole fratellino in fasce, e che per sei anni guida con successo le campagne punitive contro le tribù germaniche dopo la disfatta di Teutoburgo, recuperando due delle insegne perdute, sebbene poi Tiberio – eletto imperatore nel 14 d.C. – gli freni l’espansione territoriale oltre il Reno, dove la terra selvaggia e primitiva appare inospitale, dunque non appetibile, con paludi e foreste in cui non si conoscono risorse naturali. A quel punto la popolarità di Germanico, fra la plebe e le truppe, era tale da consentirgli, se avesse voluto, di prendere il potere scacciando dal trono il padre adottivo (tempo addietro Augusto aveva ordinato a Tiberio di adottarlo per figlio, trasferendolo dalla famiglia Claudia alla famiglia Giulia), tanto più che in certi ambienti Tiberio era già malvisto, poiché la sua ascesa al principato era stata segnata dalla morte di tutti gli altri parenti che Augusto aveva indicato come eredi. Il sospettoso Tiberio, dunque, si tutela da questo rischio affidando a Germanico un comando speciale in Oriente, come Governatore Generale di tutte le province, così da allontanarlo nuovamente da Roma: dopo avergli concesso il trionfo il 26 maggio del 17, nel 18 lo fa partire con Agrippina e il bambino Caligola, insieme all’uomo di fiducia Gneo Calpurnio Pisone, aspro e inflessibile – nonché disonesto – nemico in fieri di Germanico, col compito di sorvegliarlo. Ma Tiberio ha anche un agente interno, Lucio Elio Seiano, suo ambizioso amico e confidente con la carica di Prefetto del Pretorio, che Graves etichetta bene: “Seiano era un bugiardo, il generale di tutti i bugiardi, ma così accorto da saper far marciare le bugie in formazioni compatte ed elastiche insieme, così da uscir sempre vittorioso sia da ogni scaramuccia coi sospetti sia dal più terribile conflitto con la verità”. Ogni volta che viene a Roma, Claudio non riesce a evitare di imbattersi in Seiano.  > “Non mi capacitavo che un uomo, con la sua faccia e i suoi modi, di oscuri > natali e destituito di censo o d’ogni lustro personale, avesse potuto elevarsi > fino all’altezza della posizione che aveva pur raggiunta; perché bisognava > riconoscere che, dopo Tiberio, era il personaggio più importante di Roma, e > godeva di molta popolarità tra i pretoriani”.  Mentre a Roma Seiano sobilla Tiberio contro Germanico, con insinuazioni e falsità, Pisone fa il lavoro sporco dopo esser stato nominato Governatore della provincia di Siria, con l’intesa di poter contare sull’appoggio di Tiberio e Livia “nel caso che Germanico dimostrasse di voler intralciare le disposizioni di ordine politico o militare che egli avrebbe ritenuto opportuno di emanare”. E le disposizioni di ordine politico o militare di Pisone non si fanno attendere: i contadini e i negozianti delle città “furono costretti a pagare segretamente ai capicenturia di guarnigione certe prebende a scopo di protezione; se rifiutavano, si vedevano assalire di notte da uomini mascherati, che appiccavano il fuoco alle case e trucidavano i membri delle loro famiglie”. Ai pressanti appelli delle vittime contro questo terrorismo, Pisone risponde promettendo inchieste che non eseguirà mai, e continua a mandare messaggi a Roma in cui confuta e squalifica i rapporti indignati che Germanico invia all’Imperatore sulla mala gestione di quel farabutto e sugli ostacoli che deve subire; tornato in Siria dopo un giro di ispezioni nelle province, infatti, Germanico “constatò che tutti i suoi ordini erano stati sistematicamente o ignorati o sostituiti da altri antitetici emanati da Pisone. Allora, per la prima volta, manifestò pubblicamente la sua contrarietà dettando un proclama col quale cancellò tutte le disposizioni prese da Pisone durante la sua assenza in Egitto, precisando che d’ora innanzi, e fino a nuovo ordine, nessun decreto promulgato da Pisone nella provincia avrebbe avuto valore se non avesse recato la firma di Germanico”. Il guaio è che, subito dopo la pubblicazione del proclama, Germanico cade misteriosamente ammalato: il livello dello scontro s’è alzato, diventando guerra. Siccome non digerisce niente, sospetta che il cibo gli venga avvelenato, e si premura di far preparare i pasti dalla moglie Agrippina, vigilando che nessuna persona di servizio si avvicini agli alimenti. “La fame gli aveva acutizzato l’olfatto in un grado così anormale che gli pareva avvertire puzzo di cadavere in tutta la casa. Poiché nessun’altra persona lo avvertiva, Agrippina sulle prime attribuì le sue lagnanze ad un capriccio di malato. Ma egli persisteva a dire che il puzzo gli riusciva sempre più intollerabile. Finalmente lo percepì anche Agrippina; pareva appestare tutte le stanze. Bruciò incenso per purificare l’aria, ma il fetore permaneva. La servitù cominciò ad inquietarsi. Si bisbigliò che la casa era in balìa delle streghe”. Temendo che Plancina, la moglie di Pisone, gli abbia fatto una stregoneria, Germanico offre a Ecate un sacrificio propiziatorio di nove cuccioli neri, secondo le norme prescritte per quei casi.  > “L’indomani una schiava riferì, con una faccia sconvolta dal terrore, che > mentre stava lavando il pavimento del vestibolo aveva notato una lastra smossa > e, sollevatala, aveva scoperto il cadaverino nudo e decomposto d’un bimbo col > ventre tinto di rosso e due cornetti che gli spuntavano dalla fronte. > Immediatamente fu fatta un’ispezione in tutte le stanze e si trovò una dozzina > di cadaverini altrettanto spaventevoli nascosti o sotto le lastre del > pavimento o in nicchie praticate nei muri e dissimulati dietro cortine; fra > essi, la carogna di un gatto munito di ali informi da pipistrello, e la testa > mozza di un negro, dalla cui bocca pendeva la mano bianca d’un bambino. Presso > ciascuna di queste orribili reliquie stava una tavoletta di piombo con sopra > inciso il nome di Germanico”.  La casa viene scrupolosamente ripulita, ma lo stomaco di Germanico continua a soffrire, e altri segni maligni si manifestano. Dentro i cuscini si trovano penne di gallo imbrattate di sangue, sui muri compaiono “sgorbi nefasti tracciati col carbone, talora in basso, come se li avesse scarabocchiati un nano, talaltra così in alto che solo un gigante poteva arrivarci; rappresentavano ora un impiccato, ora una civetta, ora il nome di Roma rovesciato, dappertutto, il numero 25, sebbene Agrippina sola fosse a conoscenza che Germanico lo considerava come un numero malefico”. Poi comincia ad apparire il nome di Germanico, anch’esso rovesciato, ogni giorno abbreviato di una lettera. Quando le lettere sono ridotte a tre, di notte l’infermo è costretto a scendere dal letto e a precipitarsi con la spada nella camera attigua, dove un enorme gallo nero col collo cinto da un cerchio d’oro sta cantando come per risvegliare i morti.  > “Germanico declinava di giorno in giorno. L’indomani, durante una momentanea > assenza di Agrippina, egli avvertì un movimento sotto il guanciale: > sbigottito, cercò a tastoni il talismano; era scomparso, e nessuno era entrato > nella stanza. […] Morì il 9 ottobre, il venticinquesimo giorno della sua > malattia, quando del suo nome restava sul muro la sola iniziale. Il suo corpo > emaciato fu esposto nudo sulla piazza del mercato, così che ognuno vedesse > l’eruzione cutanea che gli arrossava il ventre, e l’azzurro livido delle sue > unghie”. Ognuna delle quattrocento pagine di Io, Claudio conduce il lettore, lo seduce con i racconti piccoli che formano il grande, con i dettagli che danno sostanza e chiariscono l’insieme, con le introspezioni e gli intrecci che rendono vivi i personaggi, con le descrizioni e le digressioni – precise e ficcanti, sempre – che connettono le fasi del racconto chiarificandone il senso, col muoversi e agitarsi delle singolarità nel grande affresco della Storia. Livia domina gran parte del libro, mentre Caligola l’Imperatore fa deflagrare le sue follie nella parte finale: a descriverle per intero sono raccapriccianti, e richiederebbero fior di pagine. Non possiamo che riportarne un siparietto, godendoci il garbato e colorito umorismo di Robert Graves, scrittore inglese di razza. > “Una sera Drusilla venne a bussare alla mia porta, chiamando: «Zio Claudio! > Caligola ti vuole; d’urgenza. Vieni subito. Non perdere un minuto!». «E che > vuole da me?». «Non so, ma per amor del cielo assecondalo in tutto quel che > dirà. Ha la spada in mano, snudata; se lo contrari, t’infilza. Me l’aveva > puntata alla gola poco fa; diceva che non gli volevo bene, sebbene giurassi e > spergiurassi che lo amavo. Bada, zio Claudio, è impazzito. È sempre stato > pazzo, ma adesso è peggio: è posseduto dal demonio». M’affrettai alla camera > di Caligola, che trovai addobbata con tende pesanti e munita di spessi > tappeti, appena rischiarata da una lucerna ad olio che ardeva presso il letto. > L’aria era stantìa. M’accolse la sua querula voce: «In ritardo come al solito? > T’avevo fatto dire di sbrigarti». Non sembrava ammalato; aveva solo un’aria > malsana. Due giganteschi sordomuti armati di scure montavano di sentinella ai > lati del letto. Io dissi, facendogli il saluto: «Mi sono affrettato il più > possibile; se non fossi zoppo sarei arrivato prima. Mi rallegro, Cesare, nel > sentire di nuovo la tua voce. Stai meglio?». «Non sono mai stato malato in > realtà. A riposo, soltanto. Subendo una metamorfosi. È il più importante > evento religioso che si sia verificato nella storia. Non fa meraviglia che > l’Urbe sia piombata nel silenzio»”. Il processo di metamorfosi è stato penoso, dice Caligola, Non avrebbe potuto esserlo di più se si fosse messo al mondo da sé. Un parto laboriosissimo e doloroso. Claudio gli chiede qual sorta di cambiamento ha subìto. “«Non è visibile alla prima occhiata?» domandò con petulanza. Rammentai la frase di Drusilla «posseduto dal demonio» e anche la conversazione che avevo avuto con Livia in extremis, ed ebbi un barlume di verità. Mi prosternai, con la fronte sul tappeto, e lo adorai come un dio. Dopo una pausa gli domandai, senz’alzarmi da terra, se ero io il primo a godere del privilegio di adorarlo; disse di sì, e io mormorai fervidi accenti di grazia. Lui, cogitabondo, mi stava punzecchiando la collottola con la spada; mi credetti spacciato. Ma lo udii borbottare: «È concepibile che tu non abbia ravvisato subito la mia divinità, dato che mi vedi ancora sotto le mie spoglie mortali». «Dovevo esser cieco», protestai; «il tuo viso splende, nella penombra». «Davvero?» domandò, con sollecitudine. «Alzati, e porgimi lo specchio». Ubbidii, e contemplandosi ammise che splendeva infatti di purissima luce. Soddisfatto, si degnò di rivelarmi alcuni particolari intimi: «Avevo sempre avuto la certezza che il miracolo si sarebbe compiuto un giorno o l’altro. Ho sempre avvertito in me la natura divina. Rifletti: avevo due anni quando repressi l’ammutinamento delle legioni di mio padre e così salvai Roma. Un vero prodigio; come quelli che la leggenda attribuisce a Mercurio adolescente, o ad Ercole che in fasce strozzava i serpenti». «E Mercurio», incalzai, «non rubò che qualche bue, e modulava solo un paio di note sulla sua lira. Ben poca cosa, al confronto». > “«Inoltre a otto anni uccisi mio padre. Nemmeno Giove seppe fare altrettanto; > si contentò di cacciare il suo». Capii che vaneggiava, ma nondimeno gli > domandai con voce ferma: «Perché l’hai ucciso?». «M’ostacolava il cammino. > Voleva disciplinarmi: me, figurati, un giovane dio! Così lo spaventai a morte. > Introdussi clandestinamente nella nostra casa di Antiochia certi brandelli di > cadaveri, e li nascosi sotto le piastrelle del pavimento; scarabocchiavo > incantesimi sui muri; mi procurai un gallo, che gli cantò la sveglia della > Morte; e gli rubai Ecate! Eccola, vedi; la tengo sempre sotto il guanciale». E > mi mostrò la figurina di diaspro verde, che mio fratello usava per scongiurare > i demoni. Il cuore mi s’agghiacciò, quando la riconobbi”. Paolo Ferrucci L'articolo “Io, Tiberio Claudio Druso Nerone Germanico eccetera eccetera”. Memoria di un capolavoro proviene da Pangea.
July 17, 2026 / Pangea