Tell me about a complicated man. Attacca così The Odyssey secondo Emily Wilson,
quella scelta da Christopher Nolan per elaborare il suo film. Naturalmente, al
successo del film è seguito – cito una nota Ansa – un “boom di vendite della
traduzione inglese del poema di Omero”. La notizia, all’orecchio di noi europei,
scaltri quanto Odisseo, fa sorridere: alcuni libri non si acquistano, sono parte
del patrimonio familiare, del proprio ‘abito’ mentale.
Emily Wilson – classe 1971, prof di “Classical Studies” alla University of
Pennsylvania – è la prima donna, nel mondo anglofono, ad aver
tradotto Odissea e Iliade. La versione dell’Odissea, in particolare – stampata
da W.W. Norton nel 2017 – le ha permesso una certa fama. Realizzata in
pentametri giambici – il verso canonico della poesia inglese –, assai elogiata
(anche per l’introduzione, divulgativa – adatta all’americano medio, mediamente
ignorante in ‘classici’ – e ‘corretta’ – ad esempio, nei paragrafi dedicati alla
violenza di Ulisse e alla figura delle donne nel mondo greco), è stata premiata
con il MacArthur Fellows (che, ridotto all’osso, significa: 800mila dollari). In
Italia, quanto a parità tra intelligenze, siamo messi meglio: per un pezzo i
nostri studi sono stati dominati dalle traduzioni dell’Odissea (1963) e
dell’Iliade (1950) curate da Rosa Calzecchi Onesti – stampa Einaudi su progetto
sigillato dal genio di Cesare Pavese. Tra le traduzioni, per così dire,
contemporanee, spiccano, per arcaico, arcano splendore, quelle di Maria Grazia
Ciani (la sua Iliade uscì nel 1990, Odissea nel ’94; entrambe sono edite da
Marsilio).
Sono molte le versioni dell’Odissea in inglese. Alexander Pope pubblica The
Odyssey of Homer in due volumi, nel 1725 e nel 1726; attacca così: The man for
wisdom’s various arts renown’d. William Cowper, poeta afflitto da cangianti
depressioni, stigmatizzato dalla follia, amato da Coleridge e da Blake, pubblicò
la propria Odissea nel 1791 (Muse make the man thy theme, for shrewdness
famed/ And genius versatile, who far and wide/ A Wand’rer, after Ilium
overthrown). Entrambe sono in versi ‘classici’: Emily Wilson cita Pope – “la sua
traduzione dell’Iliade e dell’Odissea ha dominato e trasformato
l’interpretazione degli omerici per diverse generazioni a venire” – ma ignora
Cowper, gli preferisce Samuel Butler, scrittore, in Italia, di adelphiana fama –
in catalogo spiccano i libri più noti, Erewhon e Ritorno in Erewhon. Nel 1900
Butler diede alle stampe una The Odyssey in prosa per testimoniare la propria
tesi rivoluzionaria: “1. L’Odissea è stata scritta interamente in un luogo che
oggi è chiamato Trapani… 2. Il poema è stato interamente scritto da una giovane
ragazza che viveva nel luogo ora chiamato Trapani e che nell’opera si presenta
come Nausicaa”. La versione di Butler – non bellissima – continua a dare
scandalo: è stata da poco ripubblicata (la prima edizione è del 2022) per
Blackie Edizioni nella bella collana dei ‘Classici liberati’.
Più ‘liberatoria’ – parere mio, cioè, da un pulpito eminentemente epico – mi è
sempre parsa la traduzione dell’Odissea a cura di T.E. Lawrence, noto al mondo
come “Lawrence d’Arabia”. Incredibilmente ignorata in Italia, ne abbiamo dato
alle stampe una prima versione antologica, inaugurando l’avventura editoriale di
Magog, e un’altra, accresciuta, tutt’ora in commercio. Il libro fu pubblicato in
origine nel 1932, “by Sir Emery Walker, Wilfred Merton and Bruce Rogers”, in 530
copie d’eccelso genio tipografico (se ne trovano in giro rari reperti a
diecimila dollari). Fu poi prodotta una versione ‘economica’ che si è rivelata
il massimo successo editoriale di T.E. in vita. Il colonnello, schermandosi,
continuò a dire agli amici che Omero gli aveva permesso di comprarsi vasca da
bagno, stufa e libreria per ingentilire il rude cottage che aveva acquistato nel
Dorset, ‘Clouds Hill’.
Lawrence – archeologo di talento, avventuriero per indole, esistenzialista e
masochista nell’animo – aveva compiuto studi classici a Oxford: lavorò alla
traduzione dell’Odissea per circa cinque anni. Il poema omerico lo accompagnò
nei momenti e nei luoghi abissali della sua esistenza: la missione segreta in
Pakistan e in Afghanistan, dal 1926; gli anni tra Plymouth Sound e Bridlington,
dove aveva l’incarico, per la RAF, di collaudare motoscafi superveloci. Sono gli
anni – enigmatici dunque affascinanti – in cui, letteralmente, T. E. tenta di
uccidere ‘Lawrence d’Arabia’, vuole esaudire il proprio mito – da cui si sente
contraffatto – soffocandolo. Celato da diversi pseudonimi – con uno di questi,
“T.E. Shaw” firmò la versione dell’Odissea –, diversamente perseguitato dalla
celebrità e dai curiosi, T. E., eroe fuori tempo, uomo complesso fino allo
sfinimento, è una specie di crisalide, una corazza zuccherina che ha cercato,
per tutta la vita, l’estasi di distruggersi.
T. E. Lawrence, in effetti, per indole, per magnetismo nell’inganno, è il vero
Ulisse del Novecento. Sapeva camuffarsi, voleva essere ‘Nessuno’. A differenza
dell’eroe greco – l’eponimo poema doveva pavimentare una ‘società’ –, T. E.,
l’individuo assoluto cioè l’assoluto isolato, non aveva alcuna Penelope a cui
tornare, non aveva un’Itaca. Il suo regno era un’irraggiungibile quiete – il suo
amore la costante sfida alla morte. Non gli riuscì di essere se stesso:
troppe persone lo agitavano, una legione.
T.E. Lawrence (1888-1935)
Le lettere – la nostra versione di riferimento è quella approntata da Malcolm
Brown: The Letters of T.E. Lawrence, Dent, 1988 –, qui tradotte in antologia
tematica, testimoniano quanto T. E. tenesse alla sua Odissea– testimoniano, a
gradi d’insostenibile intensità, i tratti di un esistere a precipizio. A Ralph
Isham – newyorchese, collezionista di manoscritti rari, servì come colonnello
durante la Prima guerra nei ranghi del British Army – T. E. fa sapere di essere
riuscito a fargli tenere da parte una copia della “Limited Odyssey”; poi gli
chiede soldi. Era il 10 maggio del 1935; Lawrence sarebbe morto nove giorni
dopo.
Non è da stupirsi se ai rari amici – al di là della moglie di George Bernard
Shaw, Charlotte, e di qualche alto commilitone, spiccano pochi letterati: Robert
Graves, E. M. Forster e Henry Williamson – Lawrence scriva secondo le categorie
dell’umiltà, del disprezzo e del distacco. Era fatto così. Continuava a dire di
non essere un letterato, di non saper scrivere – scrivendo una delle più
sontuose prose della letteratura inglese del Novecento –, di essere un militare
incapace, un avventuriero a casaccio. Un po’ giocava al Narciso, un po’ sapeva
di non essere ‘compiuto’ – né del tutto militare né del tutto scrittore né del
tutto agente segreto –, un po’ era avverso ai cortocircuiti del mondo, odiava
essere circoscritto – per non dire: accerchiato – da una didascalia. Preferiva
il dilettante all’esperto – flirtava con l’ispirazione. Fuggì al rischio di
essere qualcosa per poter essere tutto – e sfracellarsi nel mito.
In una memorabile lettera a Robert Graves, inviata nel febbraio del ’35 – e
tradotta in calce – Lawrence è travolto da un’abbacinante preveggenza. “Ho la
profonda sensazione che la mia vita, nel vero senso della parola Vita, sia
finita”. Doveva compiere 47 anni, la RAF lo aveva congedato, amava le
motociclette: morì, come fanno gli dèi, di schianto, in velocità. Come avrebbe
potuto morire Ulisse – così muoiono gli immortali, per conferire fibbie d’oro
all’umano nerbo.
**
A Arnold Walter Lawrence
[Il più giovane dei fratelli di Lawrence, professore di archeologia a Cambridge
(1944-51) e all’University College of Ghana di Accra (1951-57). Autore di alcuni
libri sull’arte greca, ha curato l’opera di Erodoto, è stato l’esecutore
letterario di T.E.]
2 maggio 1928
Caro A.,
presto mollerò Karachi per un incarico con qualche squadriglia nell’entroterra.
Non me ne pentirò – ti farò sapere il mio nuovo indirizzo. Stanno prendendo in
considerazione l’idea dell’Odissea. Spero vada in porto. Ti ho detto che sarai
mio erede? I diritti d’autore non includono più Rivolta nel deserto, ma tu sarai
il comandante in capo dei Sette pilastri. Non sono ancora morto, ma occorre
comunque prendere decisioni.
*
A Mrs Charlotte Shaw
[Irlandese, attivista politica, membro della Fabian Society, moglie di George
Bernard Shaw, intima amica di T.E.]
11 giugno 1928, Miranshah
[…] I vostri libri, qui, sono come acqua nel deserto. I miei soldati sono pochi,
hanno poco da divertirsi. Il tennis, credo. Uno degli ufficiali ha un piccolo
grammofono, me lo ha prestato un paio di volte. Ho ascoltato la Sinfonia No.
1 di Edward Elgar: uno spettro rispetto a quella ascoltata a Karachi, con un
grammofono d’altra tenuta.
Comunque: questa è Miranshah, l’Odissea divora tutto il mio tempo libero.
*
A E. M. Forster
[Il grande scrittore inglese di Camera con vista, Casa Howard e Passaggio in
India, grande amico di T.E.]
1 aprile 1929, RAF, Cattewater Plymouth
Caro E.M.F.,
eccoci! Un piccolo accampamento, quieto & pacifico. Una posizione davvero
incantevole su Plymouth Sound. Dorsale di rocce e prati che pare una lucertola
fossile. La nostra capanna è poco sopra il livello del mare: a trenta metri
dalla baia, a settanta circa dal porto, a nord. D’estate sarà un paradiso. Nella
stazione siamo in centocinquanta. Non mi sono ancora ambientato del tutto,
dunque non ho ripreso l’Odissea, a parte i giorni di vacanze pasquali: mi ci
sono dedicato con impegno, ho completato la bozza del nono libro. Non ho altro
da dirti. Sono come una pianta che mette radici dopo essere stata sradicata e
trapiantata altrove.
*
A Mrs Charlotte Shaw
27 aprile 1929
[…] La vita, in fondo, è bella. Il problema è che “John Bull”, la rivista, il 13
aprile scorso ha annunciato al mondo che “Lawrence d’Arabia” ha firmato un
contratto di servizio di cinque anni con la RAF, ma “non pare molto impegnato
nei doveri militari, spende il proprio tempo tra la riparazione della sua moto
sportiva e la traduzione in inglese dell’Odissea, di cui è prevista una prossima
pubblicazione negli Stati Uniti”. Da quando è apparso l’articolo, naturalmente,
non sono riuscito più a mettere mano all’Odissea. Devo capire cosa fare. La cosa
più sensata: rinunciare. La seconda opzione: firmare la traduzione ‘T.E. Shaw’.
Entrambe sono mosse complesse. Chiederò a Bruce Rogers, l’editore.
*
A Mrs Charlotte Shaw
10 luglio 1929, Plymouth
[…] Lady Astor [Nancy Witcher Astor, Viscontessa Astor, statunitense
naturalizzata inglese, è stata membro della Camera dei Comuni per i Tory, la
prima donna a prendere effettivamente parte ai lavori parlamentari del
Regno, ndt] è stata gentile, quieta a tratti, l’ho incontrata una settimana fa.
Credo sarà ancora più gentile quando le sue gambe si stancheranno di correre. Mi
ha lasciato senza fiato. Le ho detto che mi pareva un cocktail di donne, una
donna-tifone. La cosa l’ha scioccata. Le ho risposto che tu, al contrario, sei
accogliente. O meglio: sei simile al Dio semitico, di cui è facile dire
cosa non è, impossibile dire chi è. Non so descriverti a parole.
Se mi daranno un assistente, vorrei scrivere qualcosa che sia pari all’Odissea.
Oggi sono esausto. Tenterò l’impresa.
*
A Mrs Charlotte Shaw
19 gennaio 1930, domenica, Mount Batten
Ho passato mattina e pomeriggio ‘omerizzando’; non posso indugiare oltre. Solo,
ho molte cose da dirti. Intanto: grazie per aver letto l’XI libro. Temo sia
arduo. L’ho riletto tre o quattro volte, ho apportato un centinaio di piccole
modifiche. Il che è un bene. Ho modificato i punti che mi hai segnalato. Lavoro
duro.
Provo più o meno ciò che mi hai scritto: senso di fatica, opera infinitamente
aspra. Non ho mai scritto una riga ‘facile’ in vita mia. Prima di essere
pubblicate, le mie cose passano per una ventina di revisioni. Dici che ti scrivo
belle frasi, forbite, formidabili? Beh, in una lettera la bella frase può
rendere il tutto perfetto, nell’Odissea basta una brutta frase a far crollare
tutto.
*
A Henry Williamson
[Tenente durante la Prima guerra, di cui riconobbe l’inutilità, scrittore
prolifico, pubblica nel 1927 Tarka la lontra, il capolavoro, uno dei libri
assoluti, per grazia e ferocia, di Ted Hughes. Con il titolo complessivo “A
Chronicle of Ancient Sunlight” ha pubblicato, in quindici volumi, nell’arco di
vent’anni, un’autobiografia fittizia. Non negò le sue simpatie naziste]
3 maggio 1930
Da settimane avevo in mente di scriverti – mi è parso necessario inviarti
qualcosa della mia Odissea. Non vedo l’ora di leggere The Village Book: sai che
amo la tua prosa, nitida, esatta, bella.
Quanto all’Odissea, non criticarla: nessuno può aiutarmi. Le traduzioni non sono
libri: in esse nessuna parola è inevitabile, tutto è approssimazione,
l’intuizione di ciò che l’autore avrebbe potuto dire – e visto che io non sono
Omero, ogni volta che mi lascio coinvolgere dalla storia commetto errori.
Insomma, è un romanzo d’appendice.
Non credo che l’opera ti interessi. L’Omero che ha scritto l’Odissea era un
antiquario, un topo di biblioteca, un gatto bene addestrato: non un grande
poeta, ma un romanziere, e dei più conturbanti. Una specie di Thornton Wilder
del suo tempo? La mia versione – come ogni altra – è inevitabilmente un abuso.
Riuscirò mai a farti visita? Questo greco si nutre di tutte le mie ore libere.
Tuttavia, ho comprato un cottage nel Dorset con i profitti che mi attendo, per
rintanarmi lì quando la RAF non mi vorrà più.
*
A Mrs Charlotte Shaw
5 dicembre 1930, Plymouth
Ora lavoro più che altro al ventesimo libro, ho dato una scorsa al XVIII e al
XIX, migliorando i dettagli, prima della revisione finale. Lavoro e rilavoro e
raffino ogni passaggio, le correzioni compongono un lavoro diverso. Ce la farò.
Il 1930, mi dici, è stato un anno terribile per te. E per me? No. Ho domato il
greco, è stato un anno sereno, senza pubblicità. Il primo anno da dieci anni in
cui mi hanno lasciato in pace. Credo sia un ottimo risultato. Ancora un anno o
due e la mia esistenza sarà data per scontata, per vinta. Merito mio: come
l’Odissea: come la costruzione del motoscafo. Ho letto diversi libri che mi
hanno deliziato. In musica, no: non ho ascoltato niente di importante. Una
sonata per violoncello di Delius, una sinfonia di Elgar, il Doppio Concerto di
Brahms: le mie gioie negli ultimi tre anni. Non posso continuare a sperare nella
meraviglia.
Sono un uomo sensibilmente più vecchio: acciacchi, dolori, minor propensione
all’avventura. Questo è il peggior segno. Soltanto un uomo forte può vivere
senza pensieri – è ciò che mi accingo a fare. Non invecchio – sono semplicemente
meno giovane.
*
A Robert Graves
[Il grande poeta inglese, autore, tra l’altro, di Io, Claudio e de La Dea
Bianca, era un autentico fan di T.E., a cui aveva dedicato una
biografia-monstre, Lawrence and the Arabs (1927). Erano uniti da studi analoghi,
compiuti a Oxford]
21 aprile 1931
Cerco di scriverti da mesi, senza riuscirci. Mi è capitato addosso ogni sorta di
lavoro: il Ministero dell’aereonautica ha improvvisamente deciso di sperimentare
nuove imbarcazioni per la RAF, scaricando su di me – per una specie di
contrappasso poetico – l’onere di condurre le prove. Immaginami dunque in tuta a
recitare la parte del meccanico e del collaudatore, mentre sprono barche
velocissime su e giù per le acque di Southampton tra piogge, venti, rumori
assordanti.
Immagino il tuo sole, qui è inverno – sono congelato, fradicio, felice. È un
lavoro che vale la pena. Coinvolgente ma estenuante. Paralizza ogni mia speranza
di portare a termine quella bestiale Odissea – non riesco a leggere nulla. A
sera, ho gli occhi irritati dall’acqua, feriti dal vento – non mi resta che il
letto.
*
A Sir William Rothenstein
[Pittore inglese, perfezionato a Parigi fu disegnatore ufficiale dell’esercito
inglese durante la Prima guerra e direttore del Royal College of Art a South
Kensington. Sue opere sono custodite alla Tate e alla National Portrait Gallery.
Nel 1920 realizzò un ritratto di T.E.]
22 aprile 1932
[…] Ultimamente non sono i libri a darmi del filo da torcere. Lavoro in un
cantiere navale per tutto il giorno, quando cala il buio sono stanco, più
propenso a leggere l’“Happy Magazine” che Platone. Quindi scendo a compromessi e
non leggo niente. Omero? Un’opera da quattro soldi, abbandonata da tempo. Se
verrà pubblicata o meno? Non me ne occupo. Il greco, a mio parere, non è
granché; la mia versione è scadente. Roba sottile, artificiosa, autocelebrativa,
l’Odissea. L’Iliade, al contrario, ha alcuni frammenti che la rendono una grande
opera. L’Odissea: un pastiche, un cerone, eccesso di cipria.
*
A E.M. Forster
22 ottobre 1932, Plymouth
Caro E.M.
mi spiace ma non posso inviarti una copia dell’Odissea. So solo che è opera di
scarso valore e che l’Odissea, di per sé, non è granché: mi sembrava giusto
donartela. Ma non posso. Le copie costano dodici ghinee, ne ho ricevute soltanto
una manciata: le persone che posso scontentare sono soltanto quelle che sanno
perdonare un’offesa. […] Mi spiace, ma non posso spendere così tanti soldi,
adesso.
*
A Harley Granville-Barker
[Commediografo e impresario teatrale, ha interpretato diverse opere di Shaw;
gestì per qualche anno il Court Theatre, con messe in scena rivoluzionarie]
23 dicembre 1932
[…] Soprattutto, ti prego di non leggere ad alta voce l’Odissea a Mrs G.B. Ne
morirebbe, e soffriremmo entrambi di un senso di perdita, come direbbe Omero.
Dev’essere stato bello vivere in un periodo letterario in cui anche la banalità
era una sorpresa e i cliché erano tutti lì, vivi, in attesa di essere creati. In
questo, ha avuto successo. Quanto a me, l’Odissea rappresenta più che altro… una
vasca da bagno, la caldaia, una libreria nel mio cottage. Dunque, non ho
rimpianti: non è una delle mie opere compiute. Hai fatto una sciocchezza a
comperarla.
*
A Robert Graves
4 febbraio 1935, Ozone Hotel, Bridlington, Yorkshire
[…] Cinque anni fa mi sono reso conto di aver bisogno di soldi per il mio
cottage: così ho fatto quella traduzione dell’Odissea, grazie alla quale ho
installato una vasca da bagno, una stufa da me progettata, sempre certo che il
guadagno fosse intatto e sicuro… ma il tasso d’interesse è sceso e il reddito si
è ridotto. Se l’avessi previsto… Proprio ora che volevo stare tranquillo – ho la
profonda sensazione che la mia vita, nel vero senso della parola Vita, sia
finita – ho bisogno di guadagnare almeno settecento sterline in più. […]
Nuovo argomento. Ho incontrato Alexander Korda il mese scorso. Non avevo preso
sul serio le voci secondo le quali voleva fare un film su di me: visto che erano
così insistenti, gli ho chiesto un incontro, spiegandogli che ero contrario, in
modo irremovibile, all’idea. È stato gentile, comprensivo; ha accettato di
rimandare la cosa dopo la mia morte o fino a quando non cederò. Sarà l’età che
avanza? Detesto l’idea di essere immortalato su pellicola. Le rare volte che
sono andato al cinema mi hanno convinto che si tratti di un’arte superficiale e
falsa… volgare, direi. Io amo la volgarità dell’uomo comune: la volgarità dei
film mi pare manipolata, di basso livello… Dunque, nessun film su di me. Korda è
come una compagnia petrolifera che trivella ovunque, con due o tre giacimenti
certi. Ha prudentemente investito su altri siti. Alcuni li svilupperà, altri no.
Il petrolio è un business effimero.
*
A Robin White
[tenente della Royal Navy, compagno d’armi di T.E.]
13 aprile 1935, Cloud Hill, Moreton, Dorset
Penserai che questa sia la voce di un morto: più o meno è così. Ho lasciato la
RAF un mese fa, mi sento come una bestia smarrita. […] Forse hai dimenticato la
tua lettera: riguardava l’Odissea stampata da Bruce Rogers, che hai comprato. Ho
seri dubbi su quel libro. La traduzione è infedele – deliberatamente infedele.
La stampa troppo candida. Bruce Rogers ha tratto ispirazione dalle pitture
vascolari greche, adattandole a suo modo. Comunque, ecco il libro. L’edizione
economica ha venduto bene negli Stati Uniti; l’edizione limitata (per
l’Inghilterra) è quasi esaurita. Credo ne siano rimaste invendute una
cinquantina – vanno a ruba. È stato un libro, letteralmente, di successo. Il
riscaldamento della vasca da bagno – e la vasca stessa – è dipesa da quelle
vendite…
*In copertina: una immagine dall’Odissea secondo Christopher Nolan (2026)
L'articolo “L’Odissea? Mi ha permesso di comprarmi una vasca da bagno” proviene
da Pangea.