Non starò qui a farvi la lezioncina sul cambiamento climatico. Però non possiamo
nemmeno credere seriamente che non stia accadendo qualcosa o che non sia
cambiato nulla rispetto al passato. E non penso nemmeno che abbia ragione la
signora dell’est incontrata in cartoleria l’altro giorno che mentre era in fila
diceva: “Prima hanno provato a ucciderci con i vaccini, ora ci mandano le ondate
di calore. È tutto calcolato”.
Vorrei che le mie parole stimolassero una riflessione sul futuro che ci aspetta,
in particolare qui in Europa. Per farlo, ho scelto di parlare di un libro molto
interessante: Armi, acciaio e malattie. Breve storia del mondo negli ultimi
tredicimila anni di Jared Diamond, insegnante di Geografia all’Università della
California. Avviso i complottisti che questo è uno dei libri preferiti di Bill
Gates, che in quarta di copertina scrive: “L’affascinante libro di Diamond è il
primo saggio che affronta di petto il problema centrale della nostra storia:
perché gli europei e gli asiatici hanno dominato quasi tutto il pianeta, e non
gli africani, gli americani nativi o altri popoli ancora?”.
Perché siamo diventati quello che siamo? Perché ci siamo sviluppati ed evoluti e
molti dei progressi scientifici e tecnologi sono avvenuti proprio in certe zone
del nostro pianeta e non in altre?
È solo frutto del caso se siamo nati dove siamo nati, ma secondo Diamond, il
benessere e lo sviluppo economico di certi popoli è dipeso in gran parte proprio
dalle condizioni geografiche, ambientali e climatiche. Se nasci in un certo
luogo, trovi una determinata morfologia del territorio, determinate correnti
d’aria, determinati animali più utili di altri e una determinata vegetazione.
> “Sugli altipiani della nuova Guinea si sono coltivate piante locali per oltre
> 9000 anni, ma non vi erano animali che si prestassero all’allevamento
> (sterminati nel paleolitico), e la cacciagione locale è piccola e poco
> nutriente. La mancanza di proteine ha stimolato il cannibalismo, durato fino a
> oggi. La savana africana era ricca di meravigliosi mammiferi, ma nessuno di
> loro è mai stato addomesticato, semplicemente perché non si lasciano
> addomesticare. Già 27.000 anni fa si trovano figurine di terracotta e tessuti
> in Cecoslovacchia, ma finché i gruppi umani non sono divenuti sedentari e non
> hanno posseduto animali da trasporto, non hanno saputo che farsene di pentole
> e telai, troppo pesanti da portare con sé negli spostamenti; la ceramica
> compare in Giappone solo 13.000 anni più tardi, utilizzata da una popolazione
> stanziale. Inventata nella steppa asiatica, la ruota raggiunge l’Atlantico
> come il Pacifico. Inventata in Messico, viene usata solo come giocattolo, e
> non raggiunge mai l’unico animale americano usato per il trasporto, il lama,
> allevato nelle Ande centrali. Chi non ha mai avuto bisogno dell’agricoltura
> non l’ha mai sviluppata; gli indiani della California, ad esempio, che
> abitavano una delle zone più fertili del mondo, avevano troppa abbondanza di
> pesce e di piante selvatiche per avere bisogno di produrre il proprio cibo”.
È molto probabile che gli europei abbiano ricevuto parecchie malattie infettive
come il vaiolo, il morbillo, il tifo, l’influenza, la tubercolosi, la peste
bubbonica, il colera e via dicendo proprio dagli animali domestici con cui hanno
convissuto, ma nel corso dei millenni si è sviluppata una sorta di immunità. Che
cosa accadde, però, quando francesi, inglesi, portoghesi e spagnoli sbarcarono
in America? I germi che portarono con sé fecero letteralmente una strage,
sterminando fra i 50 e il 100% delle popolazioni locali. Non ebbero neanche
bisogno di ucciderli più di tanto. Furono propri i batteri europei a sterminare
gli aborigeni, le popolazioni delle isole del Pacifico, dall’Australia al
Sudafrica, oltre, ovviamente, alle spade e ai cannoni. Certe popolazioni hanno
avuto da sempre un immenso vantaggio grazie alla flora, alla fauna e al clima.
Le civiltà mediorientali furono le prime a sviluppare un’organizzazione sociale,
secondo dinamiche che si ritrovano in ogni parte del mondo in cui sia sorta
l’agricoltura.
> “Settori della popolazione si liberano della necessità di lavorare per vivere
> (che è universale per ogni individuo fra i cacciatori/raccoglitori), e sorgono
> gruppi di specialisti, re, burocrati, sacerdoti e guerrieri. Nasce la
> «cleptocrazia»: un’élite si appropria di parte della ricchezza prodotta dalla
> società e vive con maggiore agiatezza, variamente giustificando questa
> appropriazione. Quando gli europei, nel Rinascimento, sviluppano la
> navigazione oceanica e si dirigono verso ogni angolo del pianeta, le migliaia
> di anni di vantaggio accumulate si sono tradotte in una formidabile
> superiorità nelle dimensioni delle popolazioni, nella produzione di cibo su
> vasta scala, nell’organizzazione sociale, nelle tecnologie, nei mezzi di
> comunicazione”.
Queste citazioni sono tratte da un bellissimo articolo di Luca e Francesco
Cavalli-Sforza uscito au “Repubblica” nel lontano 1997, usato come introduzione
per il libro Armi, acciaio e malattie; ed è questa frase in particolare quella
che mi interessa maggiormente e che si trova già nella quarta pagina del testo:
> “Gli imperi mediorientali dell’antichità e la civiltà greca escono di scena,
> vittime di una sorta di inconsapevole suicidio collettivo, a seguito del
> degrado ambientale indotto da irrigazione e deforestazione”.
E proseguendo nella lettura, arrivano le parole di Diamond:
> “Gli alberi sono stati abbattuti per far posto alle colture o per ottenere il
> legno da usare per le costruzioni, come combustibile o per altri usi ancora. A
> causa delle scarse precipitazioni e quindi della bassa fertilità naturale, la
> ricrescita della vegetazione non riusciva a tenere il passo con le
> distruzioni, specialmente in presenza di un grande numero di capre. Venuta
> meno la copertura vegetale, l’erosione si accentuò, le valli pluviali si
> coprirono di sedimenti, mentre l’irrigazione causò un accumulo di sali nel
> terreno”.
Certe popolazioni compirono un suicidio ecologico.
All’Europa dei secoli scorsi, questo fu risparmiato non per previdenza, ma
perché l’ambiente era più resistente, e le maggiori precipitazioni permisero una
rapida ricrescita della vegetazione. Ma oggi siamo ancora certi di poter vivere
di questa rendita? “Le condizioni cambiano, e la supremazia nel passato non
garantisce quella nel futuro”.
Ci ricordiamo dove si è sviluppata la civiltà? Ci ricordiamo cosa fu la
Mesopotamia, cosa furono in grado di donare all’umanità il Tigri e l’Eufrate,
per non parlare del Nilo? Ebbene, che cosa rimane di quei territori e di quelle
civiltà? Che cosa vediamo, oggi, se ci guardiamo intorno? Sabbia, nient’altro
che sabbia, per centinaia e centinaia di chilometri. E fu proprio quando i
popoli iniziarono a vedere avanzare il deserto, che cominciarono a credere in
maniera fanatica in Dio.
I coloni europei emigrarono sempre verso terre dal clima temperato, come il
Nordamerica, l’Australia, il Sudafrica o sui freschi altopiani del Kenya, dove
ad agosto, in inverno, serve quasi il piumino. Quando i coloni andavano nelle
zone tropicali, morivano come mosche a causa della malaria e non solo. Le
differenze tra i popoli sono marcate, e quello che consentì a una zona come
l’Europa di evolversi, furono l’allungamento dell’aspettativa di vita grazie
alla medicina moderna, che permise agli inventori di accumulare conoscenze e
d’intraprendere programmi di lunga scadenza. Ma è dipeso molto anche dalla
scarsità di schiavi, che incoraggiò l’innovazione; dall’esistenza di leggi a
protezione dei brevetti e delle proprietà intellettuali occidentali; dal fattore
individualismo, che ancora oggi permette agli inventori di godere dei benefici
del proprio lavoro, a differenza di popolazioni che vedono sparire i propri
guadagni per dover mantenere famiglie numerose; dalla diffusione del metodo
scientifico, caratteristica esclusiva del mondo moderno; dalla tolleranza di
idee diverse che aiuta il cambiamento, a differenza dell’ortodossia, della
tradizione e delle religioni che spesso impediscono il progresso. Basti pensare
che le nazioni islamiche di oggi sono molto indietro a livello di innovazione
tecnologica a causa del loro essere conservatrici, quando invece, nel Medioevo,
le società di quelle zone avevano tassi di alfabetizzazione più alti di quelli
europei, inventarono o perfezionarono il mulino a vento, la trigonometria, la
vela triangolare; fecero progressi nel campo della metallurgia, nelle tecniche
d’irrigazione e dell’ingegneria chimica meccanica; importarono la carta e la
polvere da sparo dalla Cina.
E non dimentichiamoci le condizioni geografiche: l’Eurasia, compreso il
Nordafrica, è la più vasta estensione terrestre del pianeta, e vanta il più alto
numero di popoli. Non a caso sorsero qui i due centri principali in cui nacque
l’agricoltura: la Mezzaluna Fertile (che era coperta di foreste) e la Cina. Fu
proprio questo assetto a permettere a idee e a invenzioni di circolare più
rapidamente tra terre che si trovavano alla stessa latitudine e con un clima
simile. Tra il 9000 e il 4000 a.C. il Sahara era molto più umido, c’erano laghi
e tantissimi animali. Oggi sembra impossibile pensare che fu proprio lì che
s’iniziarono ad allevare buoi e poi pecore e capre, a produrre ceramica, a
coltivare.
Sappiamo che i primi Stati nacquero in Mesopotamia attorno al 3700 a.C.; al 3000
a.C. in Mesoamerica; 2000 anni fa sulle Ande, in Cina e nel sud asiatico e 1000
anni fa nell’Africa occidentale. Fu proprio in Mesopotamia che nacque la
scrittura. Non si diventa stati per scelta, ma principalmente per via di
conquiste e di oppressioni esterne. La maggior parte dell’umanità se ne sarebbe
restata volentieri all’interno delle proprie tribù. Furono le guerre e le
minacce a formare le società complesse. Fu sempre la guerra ad accompagnare
l’uomo nel corso di tutta la sua storia.
E quindi inizia a diventare facile immaginare perché per esempio in Australia
non ci fu lo sviluppo di società complesse: perché gli aborigeni rimasero
cacciatori-raccoglitori, non diventarono mai agricoltori, ma soprattutto perché:
> “L’aridità, la sterilità e l’incertezza climatica limitarono il numero degli
> abitanti a poche centinaia di migliaia, in contrasto con le decine di milioni
> presenti ad esempio in Cina. Una popolazione così scarsa significava anche
> meno inventori potenziali, e meno società innovative”.
Eppure, quando arrivarono gli europei, furono in grado di colonizzare
l’Australia – relegando gli aborigeni nelle riserve – perché quando sbarcarono
con le loro scoperte già effettuate e il loro avanzamento sotto ogni punto di
vista, scoprirono che in realtà l’agricoltura europea in certe zone più fertili
poteva essere ospitata. La propria, non qualcosa di nuovo. Poi ci pensarono –
come sempre – armi, acciaio e malattie a spazzare via la popolazione indigena.
Gli europei riuscirono a trasferirsi in Australia portando le proprie colture,
il proprio bestiame, le proprie conoscenze metallurgiche, il proprio alfabeto:
“Gli aborigeni crearono davvero una società in Australia, ma per ovvie ragioni
questa non divenne una democrazia industriale avanzata. Tali ragioni derivano in
modo diretto dalle caratteristiche dell’ambiente in cui vivevano”.
E così avvenne in America, in Africa, soprattutto nel Sud, dove arrivarono i
bianchi, che si mangiarono tutto. Oggi sopravvivono tribù come gli Himba e i
Boscimani (san), cacciatori-raccoglitori, che per la maggior parte sono relegati
in piccole aree, senza avere più nemmeno la possibilità di cacciare. Ebbi modo
d’incontrare alcuni Boscimani in Namibia, al confine con il Botswana, durante i
miei viaggi in Africa. Mi raccontarono delle loro imprese del passato a caccia
di leoni, delle lunghe attese, della ricerca delle orme, delle notti trascorse
sotto le stelle, racconti che ormai risuonano come leggende. Oggi, vengono
“nutriti” dallo Stato, si vestono con i loro gonnellini e si mettono a danzare
per far contenti i turisti, ma poi, dietro alla capanna, si rimettono
pantaloncini e maglietta. E quando ti ritrovi a dormire in un campeggio da
quelle parti, ti capita pure di sentir dire dalla proprietaria, ovviamente
bianca: “Non buttare quel pezzo di focaccia dura, lo darò ai lavoratori”.
Quando invece chiesi al capo di un villaggio Himba in Namibia cosa lo rendesse
felice, lui, senza esitare, mi rispose: “La pioggia, e tutto quello che ne
deriva, perché con la pioggia il bestiame sta bene, e così la famiglia. Vedere
tutti felici mi fa felice”. Una popolazione, quella degli Himba, che non può
lavare per la scarsità d’acqua. Le donne, per sopperire al problema, per non
puzzare troppo e proteggersi dal sole, si mettono sulla pelle due volte al
giorno un impasto di burro e terra rossa. Poi prendono carbonella ed erbe, fanno
un po’ di fumo, e ci passano sopra i capelli e la vagina, per profumarsi. Qual è
stata la sfortuna di questi uomini e di queste donne? Essere meno intelligenti?
No di certo. È stata nascere in territori aridi, difficili, dove era e resta
impossibile coltivare:
> “In tutti i popoli esistono persone geniali; è solo che certi ambienti
> forniscono più materiale con cui partire e condizioni più favorevoli per
> continuare”.
E se ora toccasse a noi? E se ora fosse l’uomo europeo a venire colonizzato? Un
giorno, non tanto lontano, potremmo essere noi quelli scacciati e decimati
perché incapaci di vivere in certe condizioni climatiche estreme. C’è chi lo sa
fare meglio di noi. Se continuiamo di questo passo, le “nostre terre” bruceranno
al sole, tutto cambierà e il deserto arriverà anche alle nostre porte, ma noi
non avremo più nemmeno un Dio in cui credere, perché, nel frattempo, abbiamo
ucciso anche quello.
Anche noi stiamo rischiando di compiere un suicidio ecologico, mentre stiamo qui
a parlare se usare l’aria condizionata sia di destra o di sinistra, quando in
Medio Oriente ho visto usare i condizionatori pure nei bar all’aperto, nei
giardini. Perché chi saprà sopravvivere non penserà certo alle stupidaggini di
certe élite. Terrà conto del fatto che l’aria condizionata, a certe temperature,
è una questione di vita o di morte, soprattutto per bambini e anziani.
Città come Londra, Parigi o Milano non potranno mantenere i propri standard di
produzione e di performance, dovranno imparare a fare la “siesta”, come i tanto
criticati popoli del Sud. Perché non possiamo non tenere conto del fatto che
nemmeno le prestazioni cognitive cui eravamo abituati sono sostenibili con
queste temperature. Quando il caldo è eccessivo, si tende a rallentare, è
fisiologico, diminuiscono la memoria, l’attenzione, la concentrazione, le
capacità decisionali, e questo perché – come cita un articolo uscito
recentemente sul “Corriere della Sera” di Cristina Ravanelli – gran parte delle
nostre energie vengono riservate alla dispersione del calore e a mantenere una
temperatura corporea stabile. “Non diventiamo meno intelligenti, ma certamente
meno brillanti”, come ha detto Maria Salsone, responsabile dell’Unità Operativa
di Neurologia e della Stroke Unit dell’Irccs Policlinico San Donato e
professoressa all’Università Vita-Salute San Raffaele: “Il caldo intenso e
prolungato modifica il metabolismo cerebrale. Lo stress termico attiva le
cosiddette proteine da shock termico (HSP), che proteggono i neuroni dalle alte
temperature ma che richiedono un notevole consumo di energia”. Se il cervello
entra in modalità “risparmio energetico”, non possiamo pensare di avere le
stesse funzioni cognitive che abbiamo di solito. E quindi addio creatività e
addio ingegno. Il cervello lavora in maniera ottimale a temperature tra i 20 e i
25 gradi; dai 25-27 gradi inizia ad avere problemi; sopra i 30 gradi inizia il
calo dell’attenzione vero e proprio, la velocità di elaborazione diminuisce e
così la vigilanza. A 32-35 gradi, soprattutto se l’umidità è alta e la
ventilazione è scarsa, la fatica mentale raggiunge livelli altissimi, rallentano
i tempi di reazione e aumentano le difficoltà decisionali. E se il caldo
prosegue anche di notte, la situazione peggiora ulteriormente, perché il sonno
si fa frammentato, scarso, insufficiente, e tutto questo influenzerà ancora di
più le nostre capacità cognitive durante il giorno.
Per non parlare degli articoli che stanno uscendo in questi giorni riguardo
all’aumento dei ricoveri per disturbi psichiatrici causati proprio dal caldo
estremo, che aumenta il rischio di irritabilità, scompensi, crisi d’ansia e
accentua tutte le patologie di cui siamo già affetti.
Ricordiamoci anche, come scrive Diamond, che un paese che si trova in una zona
tropicale è un paese svantaggiato. Il punto è che l’Europa non è lontana dal
diventarlo. Ma perché svantaggiato? Ai tropici ci si ammala molto di più, ci
sono gravi malattie infettive, e questo comporta pause dal lavoro molto più
lunghe, giorni di malattia che si accumulano. L’aspettativa di vita è molto più
breve. Per esempio, in Olanda è di 78 anni, in Zambia di 41; la produttività
agricola è molto più bassa, i terreni sono molto meno fertili e ci sono molti
più organismi patogeni capaci di infettare piante e animali. Sono stati proprio
il benessere, l’agricoltura e la possibilità di mettere da parte il cibo in
eccesso a permettere l’aumento demografico, lo sviluppo economico, il
mantenimento di figure specializzate non produttive sul piano alimentare come i
sovrani, i banchieri, gli scrittori, gli insegnanti.
Il mese di giugno 2026 è stato il mese più caldo mai registrato in Europa, con
tre gradi sopra la media (Copernicus Climate Change Service C3S). Abbiamo a che
fare con un sistema climatico che ormai accumula energia termica in maniera
costante. Abbiamo assistito a scene mai viste prima in città come Parigi,
Londra, Milano, Madrid.
Ma tanto, è già in arrivo un altro autunno. Finirà tutto nel dimenticatoio. Fino
alla prossima estate, quando sarà troppo tardi. Nel frattempo, avremo fornito
l’agricoltura e le tecnologie ai popoli che stanno arrivando dal Sud. Loro
sapranno sfruttare tutto al meglio. Si adatteranno. Sapranno cosa fare, perché
avranno un enorme vantaggio: si saranno già temprati per secoli sotto il sole
dei deserti. Mentre noi, con le poche forze che ci rimarranno, staremo ancora
provando a combattere il cambiamento climatico con gli amatissimi “tappi
solidali” che non si staccano più dalle bottiglie di plastica.
Forse, in fondo, ce lo meritiamo.
Dejanira Bada
*In copertina: una illustrazione di N.C. Wyeth (1882-1945)
L'articolo Cambiamento climatico, ovvero: una storia millenaria di armi, acciaio
e malattie proviene da Pangea.