Prima di accedere al ritiro buddhista di meditazione vipassanā della tradizione
theravāda, dovetti compilare un modulo in cui mi veniva chiesto se in passato
avessi avuto tendenze suicide, se avessi assunto psicofarmaci, droghe, se avessi
sofferto di depressione, se fossi in cura da uno psicologo, e tante altre
domande.
Dopo aver compilato il modulo, lo consegnai agli insegnanti.
Il ritiro iniziò qualche ora dopo. Quasi dodici ore al giorno di meditazione
seduta, intervallate dalla meditazione camminata, dal discorso dei maestri, dal
pranzo, da un paio di pause, dalla cena. Il tutto rigidamente in silenzio per
una settimana. Non era consentito nemmeno guardarsi negli occhi o
salutarsi. Anche durante i pasti lo sguardo doveva rimanere basso. Vietata la
lettura, la scrittura, l’ascolto della musica.
Fu un’esperienza strabiliante. Almeno i primi giorni.
Il quarto giorno iniziai a far fatica a dormire. Chiudevo gli occhi e vedevo
lampi di luce. Mi sentivo molto agitata, come se avessi bevuto qualche caffè. Ma
io non bevo caffè.
Il quinto giorno sentivo che sarei impazzita. Cominciai a percepire una
fortissima agitazione anche durante il giorno, così uscivo a fumare fuori dal
convento. Incontravo sempre un uomo solitario che stava partecipando al mio
stesso ritiro e che sembrava appena uscito da un manicomio o da una RSA; aveva i
calzini grigi, ciabattone, maglioncino aperto e magliettina corta che lasciava
in bella vista l’ombelico e la sua pancia grassa. Era l’unico che quando mi
vedeva accennava un sorriso e un saluto, per poi tornare ad assumere uno sguardo
perso e dirigersi in sala di meditazione camminando pianissimo.
Proseguii senza mollare. Dovevo farcela, ormai era diventata una sfida contro me
stessa. Ero già stata in alcuni ritiri, anche se più brevi, ed era andata bene.
Durante il pomeriggio del quinto giorno presi il mio iPod e ascoltai la musica
ad alto volume. Mi misi a ballare da sola, nella mia stanza, con le cuffie alle
orecchie. Ascoltai le canzoni che di solito sentivo da giovane. Non le ascoltavo
da molto tempo. Erano i brani riservati ai momenti bui.
La quinta notte fu la peggiore. Mi tornarono le ossessioni. Soffro di una lieve
forma di Disturbo Ossessivo-Compulsivo (DOC) fin dall’adolescenza. Non dispiego
gesti ripetitivi ed estenuanti per mantenere il controllo, semplicemente il mio
cervello se ne va in loop su dei pensieri totalmente irreali, ma che sono così
insistenti e penetranti da infondermi un senso di puro terrore. Una paura che in
passato si manifestava anche fisicamente: nella mia mente arrivava un pensiero o
un’immagine, iniziavo a sentire un senso di calore e d’irrigidimento nelle mani,
che poi saliva fino al cuore. Il cuore cominciava a battere all’impazzata, e a
quel punto il mio cervello andava in panico.
Quella notte fui invasa da ricordi brutti relativi al passato. Sentivo le
ossessioni arrivare, e con loro una forte tristezza, un’angoscia immensa, e
questo mi fece ancora più paura, perché sapevo che le ossessioni erano sempre
state i cani da guardia di quel buco nero che era la depressione. Mi sentivo
come una bambina che era stata abbandonata da sola in lacrime in una stanza
buia. Dopo qualche ora svenni nel sonno per la stanchezza.
La mattina dell’ultimo giorno mi svegliai e andai a meditare. Nel pomeriggio si
aprì il momento di condivisione tra i partecipanti.
Finalmente.
Com’era andato questo ritiro? Come ci si era sentiti?
Molti raccontarono le loro esperienze mistiche, di pace e benessere. Addirittura
alcuni dissero che non sarebbero più voluti tornare a casa, che pensavano già al
prossimo ritiro, vivevano in funzione di quello.
A un certo punto sentii la necessità di dire la mia. Durante uno dei discorsi di
dharma si era parlato del libro: Una camionata di merda: e altre storie di
quotidiana felicità del monaco Ajahn Brahm, di cui in passato ho letto vari
testi che ho apprezzato molto.
Dissi davanti a tutti che durante il ritiro ero stata investita anche da una
vera e propria “camionata di merda”, giusto per citare quel fantastico titolo.
Bastò dire “merda” per vedere alcune persone trasalire. Percepii gli sguardi e i
giudizi di coloro che in teoria erano lì per comprendere l’equanimità e che non
esiste nessun Sé.
Spiegai cosa mi fosse successo, ma non ricevetti risposte. Era chiaro che ero
lontana da quell’illuminazione che avrebbe dovuto dissipare tutto.
Quando il momento di condivisione finì, mi si avvicinò un’anziana signora, quasi
con il timore di farsi vedere. Mi prese la mano e mi disse: “Grazie, grazie
davvero. Anch’io durante questi ritiri non mi sento solo bene, ma vengo vista
come una matta che non ha ancora capito delle cose e ho paura a parlarne. Quindi
grazie di nuovo per il tuo intervento”.
Avrei voluto abbracciarla. Mi venne da piangere.
Uscii a fumarmi una sigaretta e rividi l’uomo solitario. Ci guardammo, ci
sorridemmo, e di punto in bianco mi disse: “La natura sta dappertutto ma il
silenzio non sta da nessuna parte”.
Lui sì che era un vero illuminato.
Ma ora, finalmente, è uscito un libro pubblicato da Ubiliber, la casa editrice
dell’Unione buddhista italiana, dove si parla degli effetti avversi della
meditazione senza più considerarli un tabù: Le impronte del trauma.
Trauma-sensitive mindfulness e meditazione, scritto dallo psicologo canadese
David A. Treleaven.
Partiamo dal presupposto che tutti abbiamo un’idea sbagliata del trauma. Tutti,
nessuno escluso. Pensiamo che sia traumatizzato soltanto un reduce di guerra, un
terremotato, qualcuno che abbia subìto abusi, stupri, chi abbia visto morire i
propri figli, compagni, genitori. In questo libro c’è una definizione che mette
bene in chiaro che cosa s’intenda con la parola trauma:
> “Col tempo, tuttavia, ho imparato che il trauma, più che il contenuto di un
> evento, riguarda l’impatto, prima immediato e poi prolungato, che l’evento ha
> sulla nostra fisiologia. Come ha scritto Pat Ogden, veterana tra gli
> specialisti in disturbi post-traumatici: «qualsiasi esperienza che sia
> abbastanza stressante da farci sentire impotenti, spaventati, sopraffatti,
> senza scampo e profondamente insicuri è da considerarsi molto probabilmente
> traumatizzante». Dalla violenza vissuta come spettatori o protagonisti, alla
> perdita di una persona cara, fino all’essere vittima di oppressione, si può
> fare esperienza del trauma in molti modi diversi. E, al contrario di quanto
> credevo un tempo, affrontare le diverse forme di trauma personale non
> sminuisce l’importanza di ferite più gravi che hanno ricevuto altre persone.
> Anzi, questo potrebbe addirittura essere il punto di partenza per una
> riflessione sulle condizioni sociali che troppo spesso perpetuano il trauma”.
Ma allora potremmo essere tutti più o meno traumatizzati. Sì, ed è bene non
minimizzare. Per esempio, stare a stretto contatto con due genitori che litigano
non è meno grave di ricevere delle botte. Perché uno schiaffo quando arriva,
arriva; crescere tra le grida, invece, ti fa vivere in uno stato perenne di
allerta e di terrore, perché non sai mai quanto durerà e quando avrà fine.
Vivere tra i litigi può portare il cervello a sviluppare una sorta di stato di
dissociazione. I bambini non sanno come gestire le emozioni difficili.
Il trauma non si esaurisce una volta che è passato. Le sue impronte rimangono a
lungo e nel profondo. È necessario integrare ed elaborare il trauma per
reimparare a fidarci dei nostri sensi. Il professore e ricercatore Van der Kolk,
fondatore del Trauma Center di Brookline, Massachusetts, ha scritto:
> “Le persone traumatizzate non si sentono al sicuro dentro di sé: il loro corpo
> è diventato una trappola esplosiva. Di conseguenza non va bene sentire ciò che
> si sente e sapere ciò che si sa, perché il corpo è diventato il contenitore
> del terrore e dell’orrore. Il nemico che ha iniziato l’opera all’esterno si è
> trasformato in un tormento interiore”.
A volte “non bisogna svegliare il can che dorme”, e cioè andare a stimolare e a
mettere alla prova eccessivamente il nostro corpo e il nostro cervello,
soprattutto se abbiamo subìto traumi. Ecco con che cosa ebbi a che fare quella
notte al ritiro. Come scrive Treleaven, chi non vive l’esperienza della
meditazione o del ritiro come qualcosa di positivo, spesso prova una profonda
vergogna. Il meditante finisce per pensare di aver fallito, di essere sbagliato.
È necessario l’opposto: imparare a riconoscere, ad accettare e a rispettare la
propria finestra di tolleranza. Sempre Treleaven:
> “Comprendere la finestra di tolleranza serve a garantire che le persone non
> superino la soglia di ciò che riescono effettivamente a gestire. Quando ci
> troviamo al suo interno è più probabile che ci sentiremo stabili, presenti e
> regolati. Viceversa, quando se ne superano i confini è più facile sentirsi
> ri-attivati, fuori controllo e disregolati”.
I traumi rimangono come cicatrici, ma certe situazioni sono capaci di riaprire
le ferite. È questo che si dovrebbe evitare. Come? Usando la consapevolezza per
conoscerci e riconoscere cosa riaccende determinati stati emotivi, per poi
imparare a proteggerci. Anche un profumo, l’odore degli incensi, non rispettare
i confini fisici o dire certe parole possono risvegliare traumi.
Nello studio Adverse Childhood Experiences, una delle più grandi indagini
sull’impatto dei traumi infantili nella salute fisica nel corso della vita, è
emerso che un bambino su dieci si trovava in una casa in cui un genitore veniva
trattato in modo violento e uno su quattro aveva subìto abusi fisici. Il
problema è che seguendo questi bambini nel corso del tempo, lo studio ha anche
rivelato che le esperienze traumatiche precoci si ripercuotono anche una volta
diventati adulti:
> “I bambini con più esperienze traumatiche presentavano una probabilità molto
> maggiore di soffrire di depressione cronica e di avere problemi di salute
> importanti, così come una probabilità da tre a cinque volte maggiore di
> tentare il suicidio”.
Tempo fa mi successe un’altra cosa. Andai a un ritiro di meditazione in un
monastero zen. Scelgo sempre la stanza singola perché so che faccio fatica ad
addormentarmi prima di mezzanotte. Sono una surrenale che preferisce andare a
letto tardi. Si nasce e si muore gufi oppure allodole, non si cambia. Prima di
dormire devo leggere un po’ perché mi rilassa molto; è provato da studi
scientifici che leggere anche solo qualche pagina riduce i livelli di stress. In
quel monastero, però, le stanze singole non hanno dei veri e propri muri a
separare le stanze, per metà hanno del vetro opacizzato. Così, il primo giorno,
una volta andati a letto alle 21, mi misi al collo la mia lucina da lettura per
non dare fastidio a nessuno, ma di lì a poco una signora vicino alla mia stanza
iniziò a lamentarsi e a insultare chi aveva ancora la luce accesa. Una coppia di
ragazzi spense la luce dopo che la signora era andata a bussare e a lamentarsi
alla loro porta. Io non la spensi.
La signora iniziò a inveire contro di me. Di rimando, dall’interno della mia
stanza, le dissi che avevo scelto la singola appositamente per poter leggere e
stare tranquilla e che la luce era davvero fioca. Nulla da fare. Non smise di
lagnarsi e di accusarmi. A quel punto sentii crescere in me una forte
agitazione. L’ansia prese il sopravvento. Per un po’ feci fatica a realizzare
che non ero a casa con mia madre che mi sgridava perché non riusciva a prendere
sonno per colpa del mio raffreddore, della tosse o perché tornavo a casa troppo
tardi la sera.
Probabilmente anche la donna di fianco alla mia stanza aveva subìto i suoi bei
traumi, proprio come mia madre, non potevo farci nulla. Spensi la luce e uscii a
fumarmi una sigaretta guardando le stelle. Era il periodo in cui facevo la
psicoterapia EMDR (Eye Movement Desensitization and Reprocessing), capii che ero
nel pieno dell’elaborazione del mio passato e la mia finestra di tolleranza era
davvero sottile. Rientrai, feci le valigie e me ne andai. Non avrei mai potuto
sopportare altre quattro notti in quel modo. Non era colpa di nessuno.
Una volta in auto sentii il mio umore migliorare. Misi la musica ad alto volume
e tornai a Milano cantando e sorridendo. Mi ero protetta. Mi ero fatta del bene,
e senza temere giudizi. Il giorno dopo mandai una mail al monastero spiegando
l’accaduto e mi risposero che erano dispiaciuti e che capivano cosa fosse
successo.
Nei miei libri parlo sempre di controindicazioni delle pratiche meditative e
dello yoga, sono una delle poche a farlo. Inserisco sempre un capitolo al
riguardo in ogni mio testo. Lo faccio perché ho vissuto gli effetti collaterali
della meditazione in prima persona, e non vorrei che capitasse anche ai miei
allievi e ad altri meditanti.
La meditazione e la mindfulness (e così lo yoga) possono risvegliare traumi,
causare ansia, disagio, agitazione, inquietudine, stati di dissociazione e non
soltanto durante lunghi ritiri di meditazione. Quindi? Non dovremmo meditare?
Dovremmo averne paura? No, ma le persone vanno informate, gli allievi vanno
avvisati. Per esempio, prima di partecipare a un Protocollo MBSR
(Mindfulness-Based Stress Reduction) è bene chiedere se si è in cura da uno
psicologo, se si stanno assumendo psicofarmaci e, soprattutto, non si devono far
partecipare persone borderline, schizofreniche o che hanno appena subìto lutti.
Tutti coloro che hanno problemi di dipendenza, alcolismo o che stanno
attraversando una depressione grave, vanno accolti con attenzione: solo se sono
seguiti da psicologi – i quali vanno avvisati – o se sono in fase remissiva.
Per insegnare meditazione o mindfulness non è necessario essere terapeuti ma
nonostante questo certi psicologi vogliono far credere che queste pratiche
appartengano a loro, quando invece bisognerebbe controllare che i terapeuti
siano dei meditanti e che conoscano bene queste dinamiche.
Treleaven racconta di aver ricevuto e di continuare a ricevere tantissimi
pazienti e meditanti che hanno riscontrato questo tipo di problemi. La
Mindfulness può essere d’aiuto, ma bisogna essere istruttori certificati capaci
di guidare gli allievi con questo tipo di problematiche, che vanno considerati a
tutti gli effetti dei sopravvissuti. In molti casi è bene interrompere per un
po’ la meditazione e consigliare un percorso di psicoterapia a parte, e dopo un
po’ tornare a meditare.
Le pratiche improntate alla Mindfulness possono rafforzare la consapevolezza del
corpo, aumentare l’attenzione e la capacità di regolare le emozioni, possono
diminuire il volume della materia grigia nell’amigdala – con conseguente
riduzione della reattività ai trigger legati ai traumi – possono contribuire a
un ispessimento delle aree della corteccia prefrontale nel cervello, il che
significa essere in grado di esercitare un maggior controllo esecutivo
sull’impulsività delle azioni generate dal cervello emotivo.
> “La Mindfulness, per fortuna, è in grado di affrontare tutto questo: rafforza
> la nostra capacità di restare presenti di fronte a ciò che sembra
> insopportabile”.
Ma non possiamo dimenticare che in certi momenti la meditazione può anche
peggiorare i sintomi dello stress traumatico, generando flashbacks, aumento
dell’attivazione emozionale e dissociazione, disconnessione tra i pensieri, le
emozioni e le sensazioni fisiche. E questo vale sia in contesti Mindfulness
legati al Protocollo MBSR sia in contesti buddhisti. Bisogna essere pronti a
gestire la situazione di disagio degli allievi, riconoscerla ed evitare la
ritraumatizzazione. È necessario capire che le cose possono essere cambiate
soltanto nel momento in cui si sceglie di affrontarle.
Più volte ho raccontato del mio primo incontro con lo yoga, ormai vent’anni fa.
Ne ho scritto in vari articoli e nei miei libri. Ricordo benissimo quanto stetti
male, quanta ansia e agitazione provai durante la pratica. E mi sentii
sbagliata, perché tutte le persone intorno a me sembravano così tranquille.
Stavo entrando in contatto con le mie emozioni e sensazioni in modo forzato e
insopportabile. Ma io, in quel periodo, non volevo sentire niente. Sarei voluta
sparire. Avrei voluto dimenticare. Eppure, oggi insegno yoga e meditazione, sono
una formatrice e istruttrice mindfulness e del Protocollo MBSR. Non l’avrei mai
creduto possibile. La pratica mi ha cambiato e ha dato un senso alla mia vita.
Scrivo anche libri al riguardo. Ho fondato “L’Approdo”, una specie di “posta del
cuore della meditazione” dove le persone possono scrivermi per parlare di tutti
i problemi e degli effetti avversi che riscontrano durante la pratica. Non
parlare anche delle controindicazioni rischia di far perdere una grande
occasione alle persone che in realtà ne avrebbero più bisogno.
Questa è divulgazione. Questo è dharma. Questa è compassione. Questa è
consapevolezza.
Dejanira Bada
L'articolo Quando la meditazione è un trauma. Piccolo discorso per infrangere un
tabù proviene da Pangea.
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La mattina medito – poi scrivo.
Ho cominciato a scrivere a dodici anni, quando mia madre mi regalò il classico
diario segreto con il lucchetto. Da quel giorno non ho più smesso di scrivere.
Ho ventidue diari. Li conservo ancora tutti. Ho sempre voluto scrivere, ero
felicissima quando in classe arrivava il giorno del tema.
A quattrodici anni facevo già la baby sitter, la telefonista in una pizzeria e
ogni tanto andavo ad aiutare mia madre a fare le pulizie negli uffici. E tutto
per avere qualche soldo. Poi, crescendo, ho fatto la gelataia, la segretaria, la
cameriera. E intanto mi pagavo l’Università.
Nel frattempo cercavo di risolvere i miei problemi mentali, tra psicofarmaci e
alcolismo conclamato, il tutto mentre studiavo, lavoravo e iniziavo a
trascrivere i miei diari segreti per farne un’autobiografia. Lo facevo mentre
lavoravo come segretaria part time in uno studio legale; invece di studiare per
gli esami, mi portavo il computer per scrivere il mio primo romanzo. Perché
avevo capito cosa volevo fare: scrivere. Mio padre mi disse di tenermi un lavoro
vero e di non farmi venire strani grilli per la testa. E poi, chi cavolo mi
credevo di essere?
Inutile dire che dopo qualche mese non avevo concluso un bel niente. Non avevo
dato esami, il mio romanzo faceva schifo, e anche come segretaria legale stavo
iniziando a fare schifo.
Mollai tutto e mi trovai un lavoro full time come receptionist, a tempo
indeterminato, ma dopo meno di un anno volevo morire. Non potevo leggere, non
potevo scrivere, non potevo vivere. Arrivavo a sera stremata e uscivo a bere per
non pensare più.
Mollai tutto. Di nuovo.
Mi cercai nuovamente un part time per avere tempo per studiare e per scrivere.
Frequentando i concerti e i locali notturni di Milano, conobbi tantissime
persone, tra cui dei giornalisti e degli addetti agli uffici stampa che si
occupavano di musica. Così cominciai a scrivere qualche recensione per delle
riviste – ovviamente gratis. Dopo poco mi lasciarono a casa dal lavoro. Ero
stanca, distrutta, non ne potevo più di cambiare mansione ogni tre mesi, e
intanto studiare, provare a dare gli esami e ubriacarmi tutte le sere. Pubblicai
un post su Myspace – il primo social network di noi millenial – in cui
dichiaravo tutta la mia disperazione; chiesi anche se qualcuno avesse un lavoro
da offrirmi. Mi arrivarono un paio di proposte: critica musicale e stagista per
un ufficio stampa. Accettai subito. Finalmente avrei potuto scrivere ed essere
anche sottopagata per farlo. Cominciai a lavorare otto ore al giorno. Mollai
l’Università, dopo qualche tempo smisi di bere, e successivamente cominciai a
lavorare a tempo pieno in una redazione che si occupava d’arte, altra mia grande
passione.
Ma a un certo punto la voglia di scrivere divenne troppo forte. Non mi bastava
più fare qualche recensione, articoli, interviste. Mi dedicai completamente alla
stesura del mio primo romanzo, che finii per pubblicare con una minuscola casa
editrice indipendente. Poi pubblicai il secondo, che ricevette qualche bella
recensione, la prefazione di Andrea G. Pinketts e qualche piccolo premio
letterario. Nel frattempo, avevo cominciato a praticare yoga e meditazione,
sempre per gestire le mie turbe psichiche, che dopo anni di psicoterapia erano
comunque migliorate. Finii per appassionarmi talmente tanto alle discipline
orientali da scegliere di mollare tutto (ancora una volta) e di dedicarmi
soltanto allo studio, alla pratica e all’insegnamento della meditazione.
Continuavo a scrivere i miei diari e i miei romanzi, ero diventata una
giornalista pubblicista, ma sentii anche il forte desiderio di cominciare a
scrivere articoli sul mondo della meditazione, e poi libri. Ho pubblicato il mio
primo saggio Il Pensiero Tibetano con Giunti Editore, che si può considerare un
bestseller, e poi altri tre saggi, e a breve pubblicherò un altro saggio e un
altro romanzo, e ne ho già pronti altri.
Ma no, non si vive comunque di sola scrittura. È raro, se non impossibile. Se
poi parliamo di romanzi, una delle storie più veritiere e realistiche è proprio
quella di Franck Courtès, il cui libro autobiografico è da poco uscito in Italia
con il titolo La mattina scrivo, da cui è stato tratto anche l’omonimo film
diretto da Valérie Donzelli e presentato alla 82ª Mostra internazionale d’arte
cinematografica di Venezia.
Franck è un affermato fotografo francese che immortala celebrità, politici e
musicisti. Guadagna tra i tremila e gli ottomila euro al mese. Ma un bel giorno
molla tutto per la scrittura. È nauseato dal mondo della fotografia che inizia
anche a essere un settore un po’ in crisi. Fa niente se ha due figli, una
moglie, un appartamento a Parigi di centinaia di metri quadri con una vista
favolosa. Lui prende e molla tutto, come quando s’impazzisce per un amante.
Perché la spinta alla scrittura ha qualcosa di sessuale, è un istinto vitale,
una passione che non conosce freni. Solo chi scrive sa cosa si sia disposti a
fare. Come Franck, che pur di scrivere si ritroverà a diventare povero e a fare
lavoretti come tuttofare. Perché il primo libro venderà poco, e così il secondo,
e il terzo, nonostante le apparizioni alla radio, gli apprezzamenti della
critica. Perché è così che funziona, lo dice anche Franck: magari ti ameranno,
ti apprezzeranno, ti osanneranno, ma non è detto che avrai successo e che
diventerai ricco.
Sono uscita dal cinema in lacrime, con il magone, singhiozzando. Molti
intellettuali dicono che sei uno scrittore solo se scrivi romanzi, altri che sei
un vero scrittore solo se guadagni grazie alla scrittura. La verità è che uno
scrittore è uno che scrive, sempre, comunque, e che non può farne a meno, che
guadagni oppure no, che scriva romanzi oppure no, che riesca a pubblicare oppure
no. È uno che ha una fiamma, dentro, che non si spegne mai, e che brucia, brucia
e si mangia via tutto. Una malattia che non dà tregua.
Lo scrittore è come un giocatore d’azzardo che non riesce a smettere, che
continua a puntare, che spera sempre che la prossima giocata sarà quella
vincente, la mano successiva quella giusta, il prossimo libro quello della
svolta e del successo. Il libro che deve ancora nascere.
Scrivere vuol dire sacrificio, rinunce, compromessi.
Oggi io insegno mindfulness e scrivo un genere di libri che è molto richiesto in
questo periodo, ma in passato mi sono ritrovata anch’io a litigare con i miei ex
perché guadagnavo troppo poco, pur non mollando di un passo. E ho scelto i libri
e non i figli, perché, come scrisse Denis de Rougemont in L’amore e
l’Occidente:
> “Sì, i romantici hanno ragione: e han ragione i realisti; e han ragione anche
> i letterati, quando in nome della loro vocazione dichiarano che bisogna
> scegliere tra fare dei libri o dei bambini: aut liberi aut libri, diceva
> Nietzsche”.
Flaubert, invece, in una lettera alla sua amata scrisse:
> “Io penso spesso con tenerezza agli esseri sconosciuti, ancora non nati,
> stranieri, ecc., che si commuovono o si commuoveranno delle mie stesse cose.
> Un libro vi crea una famiglia eterna nell’umanità. Tutti quelli che vivranno
> dei vostri pensieri sono come dei figli seduti alla vostra tavola in casa
> vostra”.
Anch’io chiamo i miei libri figli. E mi commuovo quando qualche lettore mi
scrive e mi ringrazia e mi dice che magari gli ho cambiato la vita. I libri che
ho letto e che ho scritto sono stati la mia famiglia, sono stati e continuano a
essere una delle ragioni che mi fa alzare dal letto la mattina, pur vivendo in
un mondo che legge sempre meno, dove anche i finalisti al Premio Strega vendono
quattrocento copie; dove con l’Intelligenza artificiale sembrerà che scriveranno
tutti, ma davvero tutti, più o meno come adesso; dove le librerie e le case
editrici chiudono; dove i libri spariranno del tutto; dove i tuoi amici e i tuoi
parenti sono gli ultimi ad appoggiarti e a comprare i tuoi libri, figuriamoci a
leggerli, proprio come succede a Franck, che durante una telefonata con la
moglie scopre che no, i suoi libri non se li caga nessuno in famiglia, anzi,
l’unica richiesta che gli fanno è: non metterci nei tuoi libri, dimenticando la
famosa frase di Oriana Fallaci: non metterti mai con uno scrittore, finirai
sicuramente in un libro.
Noi scrittori siamo rimasti uguali in un universo che non è più lo stesso.
E magari, un giorno, diventerai pure ricco, ma di una ricchezza di cui non ti
frega niente, se non per il fatto che ti permetterebbe di avere tempo per
scrivere senza tutta quest’ansia. Perché tanto, anche Franck, una volta
diventato ricco, non farebbe altro che scrivere. Ma intanto, perché tosare
l’erba, montare armadi e scaricare sacchi solo al pomeriggio?
Perché La mattina scrivo.
Dejanira Bada
*In copertina: immagine tratta da “La mattina scrivo” (2025), film di Valérie
Donzelli con Bastien Bouillon e Virgine Ledoyen
L'articolo La maledizione della scrittura. Ovvero: discorsi intorno a “La
mattina scrivo” proviene da Pangea.
Un giorno dovremo fare nuovamente i conti con il vuoto.
Immaginate di svegliarvi, dopo l’ennesima notte inquieta in preda alle
preoccupazioni, e di non dover più lavorare. Mai più. Nessuno di voi –
quantomeno la maggior parte. Siete dei cassieri? Fotografi? Avvocati? Broker?
Videomaker? HR? Scrittori? Segretari? Magazzinieri? Potrei andare avanti a
lungo… ebbene, una mattina, l’Intelligenza artificiale vi avrà sostituito.
Tutti. Ma proprio tutti.
Cosa farcene del tempo?
Siamo la società dell’iperconnessione, del brain rot, del burn out, della
stanchezza, dell’angoscia (per citare i titoli di alcuni libri del filosofo
Byung-chul Han).
Un bel giorno potremmo scoprire che il mondo può fare benissimo a meno di noi.
In realtà ha sempre potuto fare a meno di noi, ma almeno, prima, avevamo una
parvenza di utilità.
Tanti finiranno sul divano come Homer Simpson, altri s’inventeranno nuovi lavori
o si formeranno. Altri diventeranno dispensatori umani di abbracci o di grattini
(ah, ci sono già), in un mondo sempre più freddo, ostile e tecnologico.
Siamo pronti?
Avremo tempo, molto più tempo, e questo tempo ci metterà a disagio, in
soggezione. Saremo obbligati a fermarci, a porci domande che non avevamo mai
avuto il coraggio di porci, un po’ come avvenne durante il lockdown, ma
all’ennesima potenza. Non a caso, proprio dopo il Covid, in America e in Europa
è nato quel fenomeno detto Grandi Dimissioni.
Fermarsi implica il sentire. È quello che avviene quando si medita: la gente si
siede, porta l’attenzione al respiro, e si stupisce di non rilassarsi, di non
sentirsi bene, di non levitare da terra. Come mai? Perché non succede quello che
si vede nelle pubblicità o sui video sui social? Perché non sorrido beatamente
volteggiando tra gli arcobaleni? Perché continuo a sentire? Anzi, sento di
più.
Perché meditare vuol dire imparare a entrare in contatto con il vuoto.
L’uomo avrà di nuovo tempo, e si ritroverà a fare i conti con sé stesso. Come
disse Filosofia a Boezio mentre era imprigionato in attesa della condanna a
morte: “Ora so quale è la causa più grave del tuo male: non sai più chi sei”.
La filosofia, proprio lei, che abbiamo relegato in soffitta, ma che ora ci
converrà recuperare, perché potrà esserci utile più che mai, più che in
qualunque altra epoca storica.
La contemplazione potrebbe diventare una componente imprescindibile nella vita
di un uomo. E così l’arte, la letteratura, la poesia, la musica. Avremo tempo
per pensare, per il riposo, per il silenzio, per coltivare l’orto, per
passeggiare, per la preghiera, per meditare, per dipingere, per scrivere e
creare, per reimparare a sognare, senza perché. E non più solo per vendere e
diventare famosi, ma per il gusto del puro atto in sé. E la scuola tornerà a
insegnare e a far riscoprire tutto questo. Dovrà farlo.
Questa è la versione ottimistica. In quella pessimistica, tanti si suicideranno.
Molti impazziranno. Non troveranno più un senso. Il Fentanyl andrà via come il
pane, molto più di adesso. Diventeremo molto più dipendenti dalle droghe,
dall’alcol, dal sesso, un piacere caduco, che non si farà più per procreare ma
per rammentarci la rilevanza della fusione di due respiri affannosi. La
sensazione di vivere.
Ci butteremo via dentro ai videogames, atrofizzati nella realtà virtuale. Non
usciremo più di casa. Non servirà più. Non servirà più esistere in quell’Aperto
– per citare Rilke e la sua Ottava Elegia – che in realtà non siamo mai stati
capaci di abitare:
> Con tutti gli occhi la creatura vede
> l’aperto. Gli occhi nostri soltanto
> son come rivoltati e tesi a lei intorno:
> trappole al suo libero cammino.
> Ciò che è fuori, puro, solo dal volto
> animale lo sappiamo; perché già tenero
> il bimbo lo volgiamo indietro, che veda
> ciò che ha forma, e non l’aperto che
> nel volto animale è sì profondo. Libero da morte.
> Questa solo noi la vediamo; il libero animale
> ha sempre dietro di sé il suo tramonto
> e a sé dinanzi Dio, e quando va, va
> nell’eterno; come vanno le fonti.
>
> Noi non abbiamo mai, neppure un giorno
> lo spazio puro innanzi, nel quale all’infinito
> si schiudono i fiori. È sempre mondo
> e mai non-luogo senza non: il puro,
> incustodito, che si respira,
> si sa infinitamente e non si brama. Da bimbo
> in questo si perde uno in segreto e
> viene scosso. O un altro lo è morendo.
> Poiché vicino a morte più non si vede morte,
> si guarda fisso fuori, forse con sguardo grande d’animale.
> Gli amanti, se non ci fosse l’altro che
> la vista preclude, sono prossimi a questo e hanno stupore…
> quasi per una svista, per loro dietro l’altro
> si schiude l’aperto… di là da lui però
> nessuno libero avanza ed è di nuovo mondo.
> Alla creazione sempre rivolti, solo
> specchiato vediamo in esso l’aperto,
> oscurato da noi. O che un animale, muto,
> alza lo sguardo, che quieto ci traversa.
> Questo è destino: esser di fronte
> e poi null’altro e di fronte sempre.
Tornerà anche il bisogno di Dio? Sappiamo che ha perso rilevanza non solo in
Occidente ma anche nei paesi del Terzo Mondo. Ha avuto il suo appeal per
millenni, soprattutto nei paesi poveri. Il concetto di liberazione dopo la morte
dal ciclo delle reincarnazioni è nato in Oriente anche a causa di malattie,
pestilenze, carestie e povertà che hanno sempre fatto pensare alla vita come a
un inferno in Terra. E ancora oggi, per la maggior parte delle persone, la vita
non è un meraviglioso viaggio di cui fare esperienza, è un incubo da cui
liberarsi il prima possibile. La favola della “vita che vale sempre la pena di
essere vissuta a ogni costo” è figlia del capitalismo occidentale. La felicità
fa vendere, fa consumare, fa guadagnare. Tutto il pensiero orientale, il
cristianesimo e anche lo stesso ebraismo e islamismo, non vedono la vita come
qualcosa di cui fare tesoro, ma solo come un passaggio, spesso disastroso e
durissimo, in attesa di condizioni migliori o dell’estinzione. Oggi, però, si
crede sempre meno in un Dio che premierà i poveri e gli umiliati e offesi e in
un paradiso che pacificherà le anime sofferenti.
Ma a parte il tempo, il vuoto, la filosofia, l’autodistruzione, Dio: con che
soldi vivremo?
Sembra un’utopia, una fantasia di poco conto. Eppure, come scritto in un
articolo de “L’Internazionale”, tutto questo potrebbe diventare realtà in tempi
molto brevi. Come ci sostenteremo? Con una cosa che per molti ha un suono
aberrante: il reddito universale, o basic income, che non è il reddito di
cittadinanza (che è stato gestito malissimo e ha affossato qualunque possibilità
di dialogo sul reddito universale).
Sono già stati fatti i primi esperimenti in Texas e Illinois, finanziati e
ideati da Sam Altman, fondatore di OpenAI, grazie alla sua organizzazione
no-profit OpenSearch: dare mille euro al mese a un gruppo di persone a basso
reddito selezionate per la ricerca, per circa due anni. Il gruppo di controllo
ha ricevuto cinquanta dollari al mese.
I risultati? Non sono stati catastrofici come si potrebbe pensare, anzi. Come
scritto in un articolo sul “Corriere della Sera”, il gruppo che ha ricevuto i
mille euro ha lavorato circa 1,3 ore in meno a settimana. Alcuni hanno chiesto
di avere più tempo libero da dedicare alla famiglia. Si sono spesi più soldi per
le cure mediche, il cibo, l’affitto. Sono aumentate del 5% le probabilità di
avere un’idea per un’attività imprenditoriale e del 14% quelle per proseguire
gli studi o fare formazione. Le persone non sono rimaste sul divano a non fare
nulla, hanno ricominciato a programmare, ad avere idee, a fare progetti, a
formarsi, a migliorarsi; hanno potuto dedicarsi alla salute e al benessere,
vivendo con meno stress per paura degli imprevisti.
Altman dice che l’AI è già pronta per effettuare una sostituzione di massa. Ma
chi glielo dice ai governanti di destra o di sinistra che parlare di pensioni,
di salario minimo, di flat tax ecc. è già roba vecchia?
Emanuele Murra – ricercatore e docente di storia e filosofia –, in un’intervista
rilasciata a “Slow News”, ha parlato così del reddito universale:
> “La definizione minima di reddito di base è quella di un trasferimento
> monetario finanziato con la fiscalità generale, erogato da un’autorità
> pubblica. Si tratta di un reddito su base individuale, che non dipende dalle
> condizioni economiche dell’individuo e che non presenta esigenze di
> contropartite. Questo è ciò che rende unico il reddito di base universale. Il
> principio del basic income è «l’idea di libertà: cioè che ogni cittadino deve
> avere i mezzi per vivere in modo libero e dignitoso, indipendentemente dai
> comportamenti, dalle scelte e dalle condizioni personali di vita»”.
Tutto questo permette di ripensare totalmente il concetto di lavoro, definendolo
non come una necessità ma come un valore aggiunto alla mia vita.
Forse verrà anche finanziato con patrimoniali, tasse sugli extra profitti o
sulle eredità, o con la ricchezza generata proprio dall’AI. Parole che non
scandalizzeranno più come oggi, perché i ricchi non potranno più essere così
ricchi se non esisteranno più i consumatori, dato che non ci saranno più i
lavoratori.
Il reddito di cittadinanza portava a dover rinunciare al reddito per “scegliere”
un lavoro di otto ore non soddisfacente e sottopagato che portava via tempo alla
vita. Il reddito universale, invece, potrà continuare a essere percepito
nonostante il lavoro che si troverà o che si sceglierà di fare. Rinunciare a
quelle otto ore di tempo comporterebbe comunque un reddito che vale il doppio.
È una follia? Sarà un cambio di paradigma? E se questa possibilità non fosse
così assurda e nemmeno così lontana? Il tema della povertà sarà la vera urgenza
in un mondo in cui il lavoro come lo conoscevamo non esisterà più, forse più
urgente del tema di quel tempo vuoto che avremo a disposizione e che dovremo
imparare a riempire. Forse sarebbe il caso di aprire una discussione seria, una
riflessione.
Quando il tempo a disposizione sarà tanto ma il cibo scarseggerà anche per
coloro che fino a poco tempo fa si potevano considerare benestanti, che cosa
accadrà? E in fondo, non sta già succedendo? Non siamo già a quel punto? Non
siamo già in ritardo?
Dejanira Bada
*In copertina: un’opera di Yves Klein
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