I Commissari hanno vinto e gli Yogi hanno perso? È la riflessione che ci
pone Arthur Koestler nella sua raccolta di articoli “Lo Yogi e il
Commissario”, un libro che tutti dovrebbero conoscere ma che purtroppo è quasi
introvabile.
Koestler fu una sorta di versione maschile di Cassandra. Uno che vide tutto,
subì tutto e capì molto, se non tutto. È il destino di chi sa guardare e
ascoltare, e che, non a caso, a volte sceglie di farla finita prima degli altri.
Koesler si è suicidato nel 1983. Era malato. Non avrebbe potuto sopportare di
non camminare, non scrivere, non scopare, non bere più. Sua moglie Cynthia si
uccise qualche ora dopo. La ritrovarono lì, al suo fianco.
Koestler fu un uomo amato e odiato dalle donne, odiato a destra e a sinistra.
Anticomunista tanto quanto antifascista. Perché lui, i totalitarismi, li visse
entrambi sulla sua pelle. Già, la politica, la nuova vera religione
intollerante. È lei che ha sostituito la fede. Doveva essere una buona idea,
qualcosa che liberasse dall’ottusità della devozione, ma è andato tutto storto.
I ricchi hanno vinto e sono diventati i nuovi dei e, proprio come i santi, per
la maggior parte si ritirano in mezzo alla natura, nel silenzio, lontano da
tutti, magari pure coltivando l’orto. Basti pensare alle star di Hollywood, che
fanno film solo per raccogliere un altro po’ di soldi, per poi sparire in
campagna e proteggere la propria privacy.
Il benessere avrebbe dovuto portare a questo: non vivere più in condizioni
precarie e farsi bastare meno cose. Un tetto, il riscaldamento, la luce, il
bagno in casa, tutto ciò che fino agli inizi del Novecento era un lusso. E
invece ci hanno illuso di aver bisogno di oggetti, vestiti, macchine,
telefonini, borse, occhiali, cose che costano migliaia di euro e che pure gli
amati attori di Hollywood usano solo nelle occasioni speciali, mentre nella vita
quotidiana indossano jeans e maglietta.
Il vero lusso, oggi, è avere tempo, dedicarsi a qualcosa che si ama, svegliarsi
la mattina e avere tempo per meditare anziché correre a fare un lavoro che
permetterà di sopravvivere.
L’altro giorno ho chiamato un’agenzia immobiliare per chiedere informazioni
riguardo a una casa in montagna. L’agente mi ha detto: “Ma cosa sta succedendo a
Milano? Tutti vogliono venire a vivere in campagna o in montagna, intorno ai
laghi. Una volta eravamo noi quelli che invidiavano chi viveva a Milano, oggi
siete voi che invidiate noi. State tutti scappando, ho appuntamenti tutti i
giorni”.
Cosa sta accadendo? Una sorta d’illuminazione collettiva?
Koestler ha immaginato il mondo come in preda a una diatriba tra gli Yogi e i
Commissari:
> “Il Commissario crede al mutamento dall’Esterno. Egli crede che tutti i
> malanni dell’umanità – costipazione e complesso edipico compresi – possono
> essere e saranno guariti dalla Rivoluzione, cioè da una radicale
> riorganizzazione del sistema di produzione e di distribuzione dei beni; crede
> che questo fine giustifichi l’uso di tutti i mezzi: violenza, inganno,
> tradimento inclusi; crede che l’argomentazione logica sia un’infallibile
> bussola e l’universo una sorta di enorme orologio, nel quale miriadi di
> elettroni, una volta messi in movimento, si aggirino per sempre nelle loro
> prevedibili orbite: e chiunque sia convinto del contrario è qualcuno che cerca
> di sfuggire alla realtà”.
Lo Yoghi, invece:
> “Non ha nessuna difficoltà a chiamare orologio l’universo, ma pensa che
> potrebbe venir chiamato, con altrettanta verosimiglianza, scatola musicale o
> vivaio di pesci. Crede che il fine non possa essere prevedibile e che contino
> soltanto i mezzi, respinge in qualsiasi circostanza l’idea di violenza, crede
> che l’argomentazione logica perda gradualmente il suo valore di bussola, a
> mano a mano che la mente si accosta al polo magnetico della Verità o
> dell’Assoluto, la sola cosa che conta. Egli crede che niente possa essere
> migliorato da un’organizzazione esterna, ma solo da uno sforzo individuale
> interiore, e che chiunque la pensi diversamente sia qualcuno che voglia
> sfuggire alla realtà”.
Pensa anche che l’individuo sia unito all’universo da un invisibile cordone
ombelicale, e che le sue forze creative, la bontà, la verità e l’utilità siano
alimentate tramite questo cordone: l’unico suo compito, durante la vita terrena,
è quello di evitare qualsiasi azione, impressione o pensiero che possano causare
la rottura del cordone. Di contro, per il Commissario questo organo è totalmente
superfluo.
Ci sono due visioni del mondo, chi pensa che il mutamento possa avvenire
dall’interno, e chi dall’esterno.
Anche quando ci si occupa di politica ci si dimentica dell’importanza della
relazione Uomo-Universo. Koestler ritiene che questa nostra civiltà non stia
morendo, ma che stia solo dormendo. Bisogna solo giungere alla conclusione che
il vero avversario non è l’intellettuale, ma il ricco.
Koestler parlava già di decadenza del Terzo Stato:
> “Noi facciamo la guerra, andiamo in chiesa, onoriamo il re, seguiamo diete
> assassine, ci conformiamo ai tabù sessuali, trasformiamo i nostri figli in
> nevrotici e i nostri matrimoni in tormenti, opprimiamo e ci facciamo opprimere
> – mentre nei testi di psicologia, nei romanzi e nei musei è condensata una
> conoscenza oggettiva di un modo di vivere che potremmo forse mettere in
> pratica tra decine o centinaia di anni. Nella vita di ogni giorno ci
> comportiamo come creature datate, come caricature anacronistiche di noi
> stessi. La distanza fra la biblioteca e la stanza da letto è astronomica.
> Tuttavia, l’insieme della conoscenza teoretica e del libero pensiero è lì, e
> aspetta soltanto di essere raccolto – come i giacobini raccolsero gli
> Enciclopedisti”.
Mancano gli agenti di collegamento tra il modo in cui viviamo e il modo in cui
potremmo vivere, ma chi è comodamente installato nella gerarchia sociale, non
sente nessuna spinta verso la libertà di pensiero. D’altronde, perché dovrebbe
averla:
> “Non ha nessuna ragione di distruggere i valori che ha accettato, e nessun
> desiderio di costruirne di nuovi. La sete di conoscenza è appannaggio
> principale delle situazioni in cui l’ignoto è fonte di preoccupazione. Chi è
> felice, raramente è curioso. D’altra parte, la grande maggioranza degli
> oppressi, dei perdenti, manca di opportunità o di obiettività – o di entrambe
> – necessarie a esercitare il libero pensiero”.
Koestler ci spiega che c’è una sostanziale differenza tra la classe media e
l’intellighenzia, perché la sensibilità e la voglia di conoscere, di cercare e
di brancolare nell’ignoto, sono attitudini che presuppongono una certa dose di
frustrazione: una specie di moderata infelicità, un armonico squilibrio. C’è un
abisso tra lo strato superiore che accetta i valori tradizionali e non prova
frustrazione e lo strato inferiore che ne prova fin troppa, al punto da essere
paralizzato o di scaricarla in crisi convulsive:
> “Per chi è soddisfatto, pensare è un lusso; per chi è frustrato, una
> necessità. Fintanto che esisterà l’abisso fra riflessione e tradizione, tra
> intuizioni teoriche e pratica concreta, il pensiero sarà necessariamente
> orientato dai due poli della distruzione e dell’Utopia”.
Come scrive Koestler, nei prossimi anni non si tratterà più di scegliere tra
capitalismo e rivoluzione, ma di salvare qualche valore democratico e
umanitario, o di perderli tutti; per evitare che questo avvenga, bisogna
aggrapparsi più che mai al libero pensiero. Proprio quello che diceva anche Max
Stirner ne L’unico e la sua proprietà, dove il nemico mortale dello Stato era
considerato proprio il volere dell’individuo, la valorizzazione di sé stessi.
Cosa rimane se nulla è di nostra proprietà? Non rimane nient’altro che ciò che è
in mio potere:
> “I miei pensieri, che non hanno bisogno di sanzione, bene placito o grazia
> alcuna, costituiscono la mia vera proprietà, una proprietà di cui posso far
> commercio. In quanto miei, infatti, e se sono mie creature io posso scambiarli
> con altri pensieri: io li do via in cambio di altri, che diventano così la
> nuova proprietà che io mi sono acquistato”.
Koestler parlava già di un’Europa unificata, affratellata e socialista, ma era
già ben consapevole di come chi la pensasse in questo modo cominciasse a
sembrare un po’ stupido. Sapeva già che la fine della guerra avrebbe portato a
una vittoria dei conservatori che non avrebbe risolto nessun problema delle
minoranze, né trovato un rimedio alla malattia insita nel sistema capitalistico.
La fine della Seconda guerra mondiale portò un enorme sollievo temporaneo,
assicurò un minimo di libertà, e la salvezza di milioni di persone, sicurezza e
dignità:
> “Spero, credo, che questo sia un anacronistico rattoppo, se sarà fatto a
> regola d’arte, lascerà respirare l’Europa almeno per una ventina d’anni,
> dandole la possibilità di evitare il prossimo, fatale salto nel vuoto. In
> altre parole, cominciamo a renderci conto che questa guerra non è il
> cataclisma finale, né il combattimento ultimo fra le forze delle tenebre e
> quelle della luce, ma forse soltanto il principio di una nuova serie di
> compulsioni che si svilupperanno su un periodo di storia più lungo di quanto
> non avessimo pensato in origine, fino alla nascita di un mondo nuovo. Il
> nostro compito sarà quello di usare questo periodo di respiro nel miglior modo
> possibile. E, incidentalmente, di ringraziare ogni mattina che ci svegliamo
> senza una sentinella della Gestapo sotto la finestra”.
La verità è che ci stiamo abituando a vivere in una sorta di Apocalisse perenne.
Koestler ha detto che la disfatta, a dosi massicce, è una droga pericolosa che
crea dipendenza. E noi stiamo vivendo in un periodo di caos con conseguente
crollo dei valori tradizionali di una civiltà in attesa della fine
dell’interregno. Nascerà un nuovo fermento globale, non un nuovo partito, forse
una setta, “un irresistibile stato d’animo mondiale”. E tutto ciò segnerà la
fine di questa epoca storica.
Koestler scriveva che forse potrebbero esserci ancora uno o due guerre mondiali,
ma non una dozzina, e che il mondo nuovo non sarà quello di Huxley:
> “Hitler ha il merito storico di averci immunizzati contro le utopie
> totalitarie, come una dose di vaccino anti-colerico rende immuni dal colera.
> Non voglio dire che non ci saranno tentativi simili in altre parti del mondo
> durante gli anni di interregno, ma saranno episodi isolati, sintomi
> dell’agonia dell’era che muore”.
Questo nuovo mondo porterà anche a ristabilire un equilibrio tra valori
razionali e valori spirituali. Ma prima, questo interregno “sarà un’epoca di
angoscia e di stridore di denti”, dove i pessimisti si dovranno dedicare
all’azione. Questo nuovo movimento non nascerà da una certa classe operaia o dai
liberi professionisti, ma “arriverà certamente dalle file dei poveri, di coloro
che più hanno sofferto nell’attesa. Il loro scopo principale sarà quello di
creare delle oasi nel deserto dell’interregno”.
D’altronde, di cosa si parla in giro? Di cosa parla il Quarto Stato? Non parla
di Gaza e della Palestina, non parla nemmeno delle ciclabili. Di cosa si parla
in giro? Di cosa parlano i quarantenni e i trentenni di oggi? Gli amici operai
che ho rivisto quest’estate nelle Marche, non i fighetti milanesi, ma il cuore
della (ormai ex) sinistra dell’Italia centrale, non i populisti. No, non parlano
di fascismo, parlano del fatto che noi, la pensione, non la vedremo mai. Parlano
del fatto che se ci ammaliamo e non possiamo andare a lavorare, non mangiamo.
Parlano del fatto che gli stipendi sono ridicoli, che i figli hanno professori
che non fanno più un tubo perché hanno (di nuovo) stipendi ridicoli e perché a
ogni nota o richiamo si ritrovano gli avvocati pronti a fargli il culo. Parlano
del fatto che la direttiva “case green” dell’Europa metterà in ginocchio tutti,
ma proprio tutti. Parlano del fatto che di noi, gente senza figli anche per
scelta, non si occuperà nessuno, che saremo soli, senza soldi, senza casa e
senza pensione e magari pure con un’aspettativa di vita di cento anni (speriamo
di no!). Parlano del fatto che magari la erediterai pure la casa della nonna o
del papino, ma poi, come mangi? Parlano del fatto che i borghi sono vuoti, che
non esce più nessuno, che i ragazzi stanno chiusi in casa a giocare ai
videogiochi o a stare sui social. Parlano del fatto che per le donne è sempre
più difficile trovare un uomo, perché non c’è più in giro nessuno, perché son
tutti divorziati o scoppiati, perché si cerca solo il sesso, perché stanno tutti
sulle App, e chi c’ha voglia di usare le App, a quarant’anni, dai. Parlano del
fatto che se fai un figlio (uno, per carità!) ti chiudi in casa e basta, perché
tanto non c’hai soldi, perché ti passa la voglia di fare tutto, perché sei
stanco. Parlano del fatto che quasi quasi se muori è pure meglio, basta che sia
fulminante, sia mai che poi c’è da pagare il mutuo per chissà quanto altro
tempo. Parlano del fatto che se sei single e ti devi pagare l’affitto da solo, è
meglio che muori, come sopra.
Sarà necessario trovare un punto di equilibrio tra la passionalità e la
spiritualità, perché anche la politica non diventi più cieca della fede.
Koestler ci racconta che in passato i movimenti rivoluzionari avevano sempre
avuto una base religiosa o quantomeno legami con essa. Fu durante la Rivoluzione
francese che cambiò tutto; fu lei a porre un attacco frontale non solo contro il
clero ma contro Dio, ma gli ideali e i principi possono colmare il vuoto solo
per un breve periodo.
Il socialismo di Marx nacque proprio sulle basi di questa illusione: che la
totale razionalità potesse sostituire l’oppio dei popoli, la religione:
> “Così, mentre nella sfera materiale gli effetti cumulativi dei tentativi della
> sinistra portarono a un lento e costante miglioramento delle condizioni
> sociali, gli effetti cumulativi nella sfera psicologica furono frustrazione di
> deduzione crescenti. Nulla rimpiazzava la fede totale perduta, il credere in
> una realtà superiore, in un sistema fisso di valori etici. Il progresso è un
> mito superficiale, perché le sue radici non sono nel passato, ma nel futuro.
> La sinistra perdeva sempre di più le proprie radici emotive. La linfa vitale
> si inaridiva. […] Siamo stati amputati della fede nella sopravvivenza
> individuale, nell’immortalità di un Io che amiamo e odiamo più profondamente
> di ogni altra cosa, e la ferita di questa amputazione non si è mai
> cicatrizzata. Essere ucciso sulle barricate o morire martire della scienza ci
> dà un certo compenso; ma l’uomo travolto dal tram o il bambino annegato?
> L’uomo medioevale aveva una risposta a questa domanda. Quello che appare come
> un accidente fa parte di un disegno superiore. Il destino non è cieco;
> tempeste, eruzioni, alluvioni e pestilenze, tutto obbedisce a un piano
> misterioso; lassù ci si occupa di voi. Cannibali, eschimesi, e cristiani:
> tutti hanno una risposta a questa domanda tra le domande che, seppur repressa,
> derisa, nascosta con imbarazzo, rimane ancora, in fin dei conti, la regola
> ultima e decisiva delle nostre azioni”.
Quello che sembra rispondere la sinistra riguardo a un uomo investito da un
tram? “In un sistema dei trasporti perfettamente socialista, non ci saranno
incidenti”.
Ed ecco la politica diventare settaria, chiudersi in piccoli circoli, dove
l’importante è mantenere ben salda la propria opinione, anche se sbagliata. Una
resa incondizionata delle facoltà critiche, sintomo della perdita totale del
ragionamento. L’importante è non avere dubbi, perché creano nevrosi:
> “In queste circostanze, quasi tutte le discussioni pubbliche o private con i
> drogati del mito sono votate al fallimento”.
Il dibattito è rimosso, l’obiettività sotterrata, gli argomenti accettati solo
se si adattano al sistema. Perché l’esperienza della libertà richiede troppo
sforzo e attenzione, una presa e un uso di coscienza. Come scriveva anche Max
Stirner ne L’unico:
> “Un partito, di qualunque natura esso sia, non può non pretendere una
> professione di fede. Il principio del partito, infatti, deve essere creduto da
> parte dei suoi membri, che non devono porlo in dubbio o metterlo in questione:
> esso deve valere per loro come cosa certa e indubitabile. Questo significa che
> bisogna darsi a un partito anima e corpo, se no non si è veramente uomini di
> partito, ma invece più o meno egoisti”.
Non ci si auspica un ritorno a un Cristianesimo cieco come quello delle
Crociate, che infatti cristianesimo non era, ma di tornare a comprendere che
solo il mistero è la Spiegazione di tutte le cose, una Spiegazione, come
ricordano i mistici, che non può essere formulata e capita in questo nostro
piano umano. Illudersi che possa farlo la politica è il danno più grande che si
possa fare all’umanità. Dio non è un Dio matematico ma al massimo è un Dio
mistico.
Prima di Cristo, gli schiavi non erano solo schiavi, i poveri solo poveri e le
puttane solo puttane? Non è stato Cristo, se ci pensiamo, ad aver inventato
l’amore? Dopo di lui, tutti hanno potuto essere uguali, per la prima volta, e
avere gli stessi diritti e lo stesso valore, qualcosa d’inconcepibile e
inaccettabile.
C’è un libro che ho amato molto di Steven Pinker, Il declino della violenza, un
saggio che passa in rassegna i secoli della nostra storia, il racconto di come
era lecito uccidere, torturare violentare, fare qualunque cosa andasse contro il
diritto e la dignità umana. Pinker dà il merito di questo alla scienza, alla
scolarizzazione, alla cultura, all’agglomerato urbano che divenne il fulcro
della civiltà, ma si dimentica il messaggio di Cristo. Tutti tendiamo a
confondere la chiesa con il cristianesimo, i cattolici con i cristiani. I danni
fatti dai cattolici nessuno li ha perdonati e probabilmente non li perdonerà
mai. A causa di questo, però, si è perso e dimenticato il messaggio dei Vangeli:
l’amore. Qualcosa che prima non esisteva.
Cristo insegnava ad amare anche il proprio nemico. Questo messaggio d’amore non
può essere sostituito da nessun dogma politico, nemmeno i dogmi religiosi, che
nulla c’entrano con il cristianesimo. La politica propone un amore all’acqua di
rose, non un amore travolgente, di quelli che ti porta a lasciare tutto in nome
di quell’amore. Nemmeno il buddhismo si avvicina al concetto di amore, perché la
vita non è considerata gioia ma sofferenza, qualcosa di cui liberarsi, non di
cui godere nel rispetto di tutti. A un certo punto il buddhismo Mahāyāna si
presentò come una sorta di Vangelo, a differenza del buddhismo Theravāda, che
rimase più “biblico”, nel senso di rigoroso ed “egoistico”. Ma, al posto
dell’amore, il Mahāyāna inserì la compassione, qualcosa di diverso e di lontano
dall’empatia, e, soprattutto, distante anni luce dal concetto di amore.
La Spiegazione, come la chiama Koestler, oggi ha perso il suo carattere
rassicurante, si cerca solo di trasformare lo sconosciuto in conosciuto e
l’estraneo in familiare, eppure, la stessa fisica non è di questo mondo, non può
essere spiegata e capita totalmente con le forme che conosciamo della fisica
classica, perché essa “esiste a un livello differente di organizzazione, i cui
rapporti e le cui relazioni non possono ridursi, né essere previsti sul piano
del macrocosmo”.
Quindi, arrivare a una Spiegazione completa del mondo non è possibile col metodo
della misurazione quantitativa, così come non funzionano le spiegazioni
teologiche del passato:
> “In altre parole, la libertà del tutto è il destino della parte; il solo modo
> per comprendere il destino è quello di comprendere che si è parte di un tutto.
> È precisamente ciò che dice il mistico. Questo non significa che il misticismo
> abbia vinto sulla scienza, ma soltanto riconoscere i limiti della scienza
> all’interno dei suoi propri termini di riferimento”.
Ridurre tutto soltanto a un’ossessione verso i valori etici, rischia di farci
crollare nel nichilismo. La soluzione è applicare i valori della contemplazione
passiva all’azione pratica. Una sintesi tra il santo e il rivoluzionario. Una
contemplazione che liberi dagli ostacoli dei condizionamenti, che non si riduca
in quietismo ma nemmeno in entusiasmo fanatico.
Koestler riconobbe i limiti della scienza, che dovrà lasciare spazio all’altra
via di conoscenza. Il metodo quantitativo ha già raggiunto lo stato di
saturazione, l’unica via ancora percorribile è quella dell’approccio verticale:
> “Raggiungere l’una senza perdere l’altra è forse il compito più difficile e
> necessario che la nostra specie abbia mai affrontato. Ma le pie esortazioni
> non bastano. Per ritrovare la metà perduta della nostra personalità, la
> totalità e la santità dell’uomo, bisogna apprendere l’arte e la scienza della
> meditazione; ma per apprenderla bisogna che ci sia chi l’insegni”.
Queste le parole profetiche di Koestler, che sembra aver previsto l’arrivo e la
diffusione virale della pratica della meditazione in Occidente in questi tempi
moderni:
> “Ma non si può lasciare questo compito alla ciarlataneria dello Yogi da
> giornali, e neppure a filosofi illuminati che dispensano un minimo di
> informazioni sulla tecnica del respiro, con un massimo di enfasi oscurantista.
> […] La contemplazione sopravvive soltanto in Oriente e all’Oriente dobbiamo
> rivolgerci per impararla; ma abbiamo bisogno di interpreti qualificati e
> soprattutto di una reinterpretazione che usi il linguaggio e i simboli del
> pensiero occidentale. Le sole traduzioni sono inutili. Salvo per chi possa
> dedicarvi tutta la propria vita, e per gli snob. I Veda mi annoiano a morte e
> il Tao per me non ha alcun senso”.
Addirittura, Koestler si augura che si possa cominciare a insegnare la
meditazione nelle scuole, cosa che sta realmente avvenendo grazie alla
mindfulness:
> “Non per produrre degli eccentrici, ma per restituire all’uomo la sua
> integrità. E abbiamo tutte le ragioni di desiderarlo seriamente. La crisi
> della Spiegazione ha trovato la sua più violenta espressione nella crisi
> dell’etica nella sua proiezione politica”.
La salvezza della civiltà europea per via (forse) di un’altra guerra totale,
dipende proprio da questa sintesi tra il santo e il rivoluzionario:
> “Non c’è bisogno di un grande acume per rendersene conto, e soltanto l’inerzia
> della nostra immaginazione ci impedisce di crederci – così come in tempo di
> pace non crediamo che possa mai scoppiare una guerra, e durante la guerra non
> crediamo che ci sarà di nuovo la pace. Dietro la voce di Cassandra della
> ragione, c’è in noi un’altra voce soddisfatta e sorridente, che ci sussurra
> all’orecchio la dolce bugia che non moriremo mai, e che domani sarà come ieri.
> È tempo di imparare a non credere più a questa voce”.
Dejanira Bada
L'articolo Rivoluzione totale! Arthur Koestler, il maestro per uscire dalla
trappola di una vita impossibile proviene da Pangea.
Tag - Europa
Quanto mi piacciono i libri dai quali esco sapendone qualcosa in più rispetto a
quando ci ero entrato! Volevo fosse il caso dello spillato di Federico Fubini,
omaggiato dal “Corriere della Sera” del trenta giugno. Titolo: Dazi.
Sottotitolo: Il secolo della guerra economica. In copertina: guantone a stelle
strisce contro guantone a stelle europee, perché l’immaginario italo-americano
resta affezionato allo Stallone di Balboa, e nel sottopancia un istogramma in
dissolvenza, come fossero grattacieli lynchiani.
In effetti i guantoni, il sinistro sulla destra che cozza col destro sulla
sinistra, potrebbero essere dello stesso pugile, per cui il dubbio: è una guerra
autolesionista, e schizoide, se non proprio l’ennesimo show per un pubblico
pagante pago di vedere gli altri darsi apparenti botte da orbi, in pieno stile
wrestler, restando cieco di fronte all’evidenza che a finire pestato più di
tutti resterà lui, pubblico spettatore, e non certo i proprietari dell’arena, i
fornitori, i preparatori atletici, i lottatori in scena, gli sponsor
dell’evento, le emittenze varie e eventuali?
L’estenuante guerra vinta dai ricchi che continuano a dichiararne, terrorizzati
come sono dall’idea di esserlo meno. Guerre combattute dai poveri, magari lo
fossero solo di spirito, contro i poveri di volta in volta convinti di averlo
finalmente trovato il ricco che renderà ricco anche loro, alla faccia di chi
povero lo resterà anche stavolta perché avrà puntato sul ricco sbagliato,
neanche l’errore madornale non fosse continuare a stare nello stesso gioco della
guerra su cui si fonda la straricchezza di quei ricchi che sanno arruolare i
poveri con la sola promessa di ricchezza, guadagnandoci pure, arricchendosi
assecondando la propria natura, del resto i poveri non stanno tanto a
sottilizzare tra una povertà e una ancora peggiore. Almeno per un po’ si saranno
illusi di qualcosa, un altro niente di fatto è pur sempre meglio del solito
niente di prima.
Metti il dazio, togli il dazio, questo dazio qua spostalo là e quello là mettilo
qua, la politica doganale trumpiana è esilarante, è il gioco degli “assetti del
potere” che sta creando “ostacoli al commercio internazionale” facendo
barcollare nella sola Europa “trenta milioni di posti di lavoro”, ciò non toglie
non serva un Dario Fo per metterla in opera buffa: sembra proprio di stare nella
favola dell’imperatore che brontola nell’attesa di quel bimbo che lo punterà a
dito per dirgli quant’è nudo, stufo – l’imperatore – di dover continuare a
andare in giro chiappe all’arie rischiando di buscarsi polmoniti, alla sua età!,
attorniato da comprimari il cui massimo sforzo critico è civettare
un Presidente, ma quanto le dona la calzamaglia color carne!
Che lo scenario economico e quindi geopolitico mondiale sia favoloso lo scrive
Fubini stesso, ricordando come degli “organismi internazionali dalle regole
condivise quali il Fondo monetario internazionale, la Banca mondiale o
l’Organizzazione mondiale del commercio” ormai resta “quasi solo il guscio:
vuoto come la corazza del Cavaliere inesistente del romanzo di Italo Calvino.”
L’avverarsi delle ambizioni della sinistra più antagonista, per opera del suo
antagonista più spavaldo e beffardo.
Di macroeconomia e dunque del nocciolo della politica cosa mai ne posso capire
io lettore di letteratura, in particolar modo di quegli scrittori che tante
volte provocano tali buchi a bilancio cheppoi va da sé gli editori debbano
stampare chef, tiktoker, ex-presidenti del Consiglio e giallisti tinti di nero
per non doversi riciclare del tutto in copisterie di catena? Non ho le carte,
non faccio deal, sono profano al punto da trovare brillante una sintesi
associativa che immagino del tutto usurata per indicare gli effetti
dell’economia finanziaria su quella reale, “da Wall Street a Main Street”, e da
mandare giù come pillola prescritta dello specialista la descrizione di
stablecoin: le chiamiamole valute “digitali private sostenute da depositi, per
lo più in dollari, di valore equivalente”.
Sono il corrispettivo italiano di quegli americani, stimati il 38% del totale,
“che non possiedono azioni quotate alla Borsa di New York e che non hanno altro
che debiti”, convinti – erroneamente – “di avere poco a che fare con l’andamento
di Wall Street e molto da perdere dalla globalizzazione”, dico erroneamente
perché se il 38% di americani azioni non ne ha, il restante 62% sì, e se si
rovinano economicamente due americani su tre, il terzo non si arricchirà certo a
loro spese, anzi: loro le spese le ridurranno, potendosele comunque permettere,
e sarà proprio il terzo, ulteriormente colpito dalle contrazioni del mercato, a
rimetterci il poco che aveva e vedere ancora più lontana la possibilità di
acquistarla una Ferrari, ora che l’azienda “ha alzato i suoi listini del 10%
prima ancora che entrassero effettivamente i vigori i dazi al 25% sulle auto in
arrivo negli Stati Uniti.” Per dire: le conseguenze della guerra dei dazi non
potranno mai essere le stesse per chi dovrà rinviare all’anno prossimo
l’acquisto di una Ferrari e per chi già da ora deve pagare “spesso anche il 28%
sulle loro carte di credito: interessi da mafia dei colletti bianchi, che in
Europa verrebbero puniti per il reato di usura”.
Da lettore non specialista ho l’ambizione anti-economica che Vollmann rielabori
in centinaia e centinaia di pagine psichedeliche il materiale che Fubini
precipita nel capitolo che in Dazi ne conta soltanto tredici: La storia nelle
vite di tre uomini: Clinton, Stiglitz e Vance. Per essere più sintetici di
Fubini: Stiglitz, nato in una steel town 82 anni fa, aveva capito per tempo “che
la globalizzazione beneficia i detentori di capitale e i lavoratori con diplomi
di college o con master in università prestigiose, nei Paesi avanzati; ma
svantaggia chi non ha né qualifica né capitali” e aveva fatto in modo che il
messaggio arrivasse a Clinton quando era lui il Presidente. Clitton il 20 aprile
del 1999 dalla libreria della Casa Bianca disse: “Questo è il momento di agire
per impedire che le crisi finanziarie raggiungano livelli catastrofici in
futuro.” Dopodiché non si agì affatto, e qui entra in scena Vance, nato in una
steel town circa quaranta anni dopo Stiglitz, solo che Vance non diventa un
economista anche premio Nobel e saggista prolifico tanto acquistato quanto
ignorato come Stiglitz: Vance a 32 anni pubblica Elegia americana prima di
diventare vicepresidente degli States a 40, rappresentando in pieno la
narrazione dell’elettorato di Trump: uno che non ci crede più ai rimedi
macroeconomici di uno Stiglitz, uno che rivuole la fabbrica in casa anche se da
casa sua sta espellendo i migranti indispensabili per coprire la forza lavoro
richiesta. Vance vuole riscatto ovvero vendetta subito, Promuovendo l’America
Grande Ancora, il cui acronimo un italiano forse rende meglio l’idea. E se
sostituissimo Promuovendo con Costruendo?
Riflessione: lo scrittore di autofiction Vance ha e ha avuto un effetto sul
mondo cosiddetto reale molto più sensibile dello stimato e inascoltato saggista
Stiglitz. Dipende dai lettori che raggiungi, da come li raggiungi, da cosa gli
racconti, se quello che racconti a quegli stessi lettori piaccia doverlo
sentirselo dire, dopo essersi dovuti prendere persino l’impegno di leggerlo, per
ascoltarlo.
E cosa dovrebbe gridare il bambino europeo al petulante imperatore nordamericano
che lascia indizi peggio di Pollicino, sbottando ogni tanto un vagamente
depistante meglio un jockstrap in filo spinato che un fottuto kimono di seta
cinese? Scrive Fubini: chiamare col suo nome la coercizione economica fra Stati
che è l’ultima moda del commercio internazionale, poiché
> “In sostanza Trump e Bessent [il Segretario del Tesoro] potrebbero stare
> cercando di mettere l’Europa davanti a una brutale alternativa: comprare
> debito americano man mano che viene emesso – e comprarlo malgrado rendimenti
> contenuti – oppure rischiare di perdere l’accesso al mercato dei consumatori
> americani e a quel che resta dell’ombrello di sicurezza del Pentagono.”
Che gli unici valori realmente difesi dalle civiltà egemoni odierne o meno,
quelli per i quali sono disposte ad architettare aggressioni verso tutto e tutti
dalle soft alle ultrahard, siano quelli che ci stanno in una borsa, specialmente
se la Borsa è la loro, per capirlo mica bisognava aspettare il ventunesimo
secolo e leggere Fubini! Bastava l’Ottocento e leggere Balzac. O Bel Ami di
Maupassant, che secondo me è la più bella biografia mai scritta sui normalissimi
uomini di potere, e dei secoli precedenti al 1885, anno in cui fu pubblicato, e
di quelli a venire. Per le mire dell’America made-in-Trump verso la per nulla
virginale Europa può valere il trattamento che George Duroy riservò alla
ammansita, cavalcata e pussata via signora Walter: lei
> “D’un tratto, smise di lottare e, vinta, rassegnata, si lasciò spogliare.”
antonio coda
L'articolo Letteratura da manuale. Per capire i dazi bisogna leggere Maupassant
(mica Fubini…) proviene da Pangea.
«Sono nato in un grande possente impero, nella monarchia degli Absburgo, ma non
si vada a cercarla sulla carta geografica essa è sparita senza traccia. Sono
cresciuto a Vienna, metropoli supernazionale bimillenaria, e l’ho dovuta
lasciare come un delinquente prima che essa venisse degradata a città
provinciale tedesca. Io ora non appartengo ad alcun luogo, sono dovunque uno
straniero e tutt’al più un ospite; anche la vera patria che il mio cuore si era
eletta, l’Europa, è perduta per me da quando per la seconda volta, con furia
suicida, si dilania in una guerra fraterna.»
In queste parole tratte dall’introduzione alla sua autobiografia, Il mondo di
ieri, c’è il ritratto completo della vita e del dramma di Stefan Zweig
(1881-1942). Nato in una famiglia della grande borghesia ebraica di Vienna,
cosmopolita per spirito e formazione, trascorse buona parte della sua vita
viaggiando tra Vienna, Berlino, Zurigo, Parigi, Londra, e poi la Russia,
l’Italia, l’America, sempre in contatto con i maggiori intellettuali dell’epoca.
Autore soprattutto di racconti e biografie, fu uno scrittore popolarissimo tra
le due guerre, ma resta un “minore” rispetto ai tanti giganti suoi
contemporanei, da Thomas Mann a Robert Musil, solo per citare due scrittori
della sua stessa epoca.
Con il passare degli anni la sua fama è sempre più rimasta legata all’immagine
dell’ultimo cantore di un’epoca e di un’Europa ormai scomparse, un mondo dove ai
suoi occhi regnavano l’amore per l’intelligenza e la cultura, il gusto per la
poesia e la musica, un mondo nel quale:
> «ognuno sapeva quanto possedeva e quanto gli era dovuto, quel che era permesso
> e quel che era proibito in cui tutto aveva una sua norma, un peso e una misura
> precisi».
L’Europa di Zweig era quella dove non esistevano frontiere e passaporti,
accomunata da una spiritualità comune, che credeva nella funzione storica della
cultura, strumento di comunicazione e di dialogo tra i popoli e tra le
società. L’avvento della modernità, così arrogante e volgare, il culto
dell’efficientismo e l’esplosione dei nazionalismi che porteranno l’Europa a
“suicidarsi” con le due guerre mondiali, furono qualcosa di sconvolgente e
incomprensibile per Zweig, del tutto incapace di accettare la nuova realtà. Per
restare fedele al suo personaggio, Zweig diede alla sua autobiografia, Il mondo
di ieri, scritta quando era già in esilio, il sottotitolo “Ricordi di un
europeo”.
La sua era senza dubbio una visione aristocratica, di chi era cresciuto e si era
formato nel privilegio, e la critica ha spesso colto nella sua nostalgia un
sapore dolciastro, un che di troppo caramelloso. Facile immaginare che un tipo
del genere poteva dare sui nervi a uno scrittore come Carlo Emilio Gadda, che
infatti dopo avere letto Il mondo di ieri diede uno dei suoi giudizi al
vetriolo:
> «Un trufolone europeo che va in cerca di tutti, è amico e ospite di tutti, è
> stato a balia con tutti (…) Tutto ciò non gli impedisce di ‘nutrire degli
> ideali’. Il più alto, il più generoso, e ad un tempo il più facile, è la
> comunione delle anime universe nella civiltà della supernazione. Auspicio
> supremo la scomparsa dei passaporti».
Con il passare degli anni però, aldilà dell’alone nostalgico, resta un punto
fermo incontestabile che Zweig aveva colto a pieno: il grande ciclo storico
dell’Europa si è chiuso per sempre. Tutto quello che è successo dal 1945 a oggi
lo testimonia senza ombra di dubbio.
Per capire meglio quella che era la sua visione del mondo, vecchio e nuovo, il
consiglio migliore resta quello di leggere La novella degli scacchi, forse il
racconto più famoso e sicuramente, almeno a mio parere, il più bello di Stefan
Zweig, scritto negli ultimi mesi di vita. Il tema è quello di una sfida tra due
personaggi che rappresentano due opposte umanità: uno, il dottor B, sensibile e
tormentato, è arrivato agli scacchi attraverso un percorso drammatico, l’altro,
Mirko Czentović, un gelido professionista, arido, rozzo e del tutto ignorante,
“specializzato” solo nel gioco degli scacchi.
> «Il contrasto spirituale dell’habitus dei due avversari divenne, nel corso
> della partita, sempre più plastico, più concreto. Czentović, il praticone,
> rimase per tutto il tempo immobile come un masso, gli occhi strenuamente fissi
> sulla scacchiera… Il dottor B. invece si muoveva del tutto disteso e
> disinvolto. Come il vero dilettante nel senso migliore del termine, che nel
> gioco vede solo il gioco che procura “diletto”».
Una sfida che alla fine vede inesorabilmente soccombere il “mondo di ieri”,
rappresentato dall’anima aristocratica e sensibile del dottor B., di fronte al
“mondo nuovo”, sotto le sembianze della forza brutale e ottusa di Czentović.
Questo racconto va considerato come il testamento spirituale di Zweig, che lo
scrisse negli ultimi mesi del 1941 a Petropolis, la cittadina vicino a Rio de
Janeiro dove era andato a vivere, lontano, il più lontano possibile, dalla sua
Europa che non riconosceva più. Ormai era un uomo stanco, deluso, che vedeva
finire in cenere tutto ciò in cui aveva sempre creduto.
Allo stesso modo dei vecchi elefanti che quando sentono avvicinarsi la fine
abbandonano il branco, anche Zweig, preso atto della sua sconfitta definitiva,
se ne andò in fondo al buco del culo del mondo dove il 23 febbraio del 1942 si
suicidò insieme alla seconda moglie.
Silvano Calzini
*In copertina: Samuel Reshevsky (1911-1992), scacchista di genio e bambino
prodigio, il 6 aprile del 1922, sfida alcuni maestri a Washington DC
L'articolo Il suicidio di un’epoca. Elogio di Zweig, l’ultimo cantore di
un’Europa scomparsa proviene da Pangea.
Comunque, per fare qualche altro nome: Virginia Woolf, Peter Handke e Torgny
Lindgren. Così risponde Jon Fosse alla domanda di Eskil Skjeldal, “Quali
scrittori sono stati importanti per te?”, in Il mistero della fede,
testo-intervista del 2015 tradotto da Margherita Podestà Heir e pubblicato da
Baldini+Castoldi nel 2024.
La Woolf non bisogna averla letto per sapere chi sia stata, se si è di quelli
che leggono o che si spacciano per tali, e Handke è lo scrittore che leggo
compulsivamente nell’ultimo paio d’anni, ma: Torgny Lindgren? Sprovveduto io o
non è tra i soliti noti sul versante italiano – come del resto non lo era Fosse
stesso, prima che il Nobel desse l’impulso all’editoria che pubblica i premiati
eccellenti.
Per Wikipedia, la prima fonte a tiro, Lindgren è uno scrittore svedese morto nel
2017 che ha ottenuto la consacrazione “con la pubblicazione de Il sentiero del
serpente sulla roccia”.
Leggi Wikipedia e di Lindgren ne sai quanto prima, un quasi nulla, tranne che è
stato uno scrittore importante per Jon Fosse, al pari della Woolf e di Handke.
Bisogna leggerlo, bisogna leggere uno scrittore che nella considerazione di Jon
Fosse è importante quanto Virginia Woolf e Peter Handke, fosse solo per non
essere d’accordo, per restare nell’incomprensione, nel mistero della letteratura
che, come per tutti i misteri, per taluni è baggianata e per altri uno stare
sull’orlo di un abisso.
Se per Fosse “scrivere è una specie di lode, anche nella poesia più buia, una
lode del linguaggio”, come scrive Torgny Lindgren, cosa scrive?
In Perdonami madre di Jacques Chessex per Armando Dadò editore mi aveva ha
colpito il paratesto iniziale in cui si esplicita “l’intendimento” della collana
in cui è stato pubblicato, I cristalli – Helvetia Nobilis: “L’intendimento è che
questi testi contribuiscano a una riflessione sull’identità elvetica e sul lungo
cammino che ha portato al formarsi dello Stato attuale.” Secondo l’editore la
Svizzera è la sua letteratura. Così come l’Italia è la sua letteratura – finché
ne ha avuta e ne vorrà avere una. La letteratura dà un’identità a chi ne cerca
una, eventualmente per potersene poi disfare, ma qualcosa di cui potersi disfare
deve essere data, prima. Datemi un punto di appoggio e il mondo potrò o
sollevarlo o sprofondarlo ma niente punto d’appoggio niente mondo.
E l’Europa? L’Europa, per dirne una, non è e non può essere il suo riarmo, non
può consolidarsi nel segno del terrore di essere smantellata, distrutta, per
quanto legittimo possa essere il suo terrore di esserlo. Un’identità fondata sul
terrore è terribile di suo, è meglio perderla prima ancora di essersela data. E
l’Europa per fondarsi sul terrore non ha mica dovuto attendere la Russia di
Putin. La Fortezza Europa aka Bastiani si fonda sull’ansia securitaria fin da
subito, sulla sua paura di sparire, sullo spavento si noti la sua insignificanza
sopraggiunta.
L’identità europea moderna e contemporanea però potrebbe fondarsi tanto sulla
Woolf quanto su Handke. E in che misura Torgny Lindgren contribuisce, può
contribuire, all’identità europea, dunque anche alla mia che neppure sapevo del
suo contribuito, poiché sempre a detta di Fosse: “Tutti traggono beneficio dalla
matematica più avanzata, anche se non la comprendono, e tutti traggono beneficio
della migliore letteratura, anche se in apparenza non ne ricavano nulla”?
Cosa si ricava da Torgny Lindgren?
“Questa è una strada stretta e dritta attraverso un paesaggio sconnesso”, così
scrive in Miele, del 1995, pubblicato da Giano nel 2002, nella traduzione di
Carmen Giorgetti Cima.
È un passaggio narrativo nei paraggi dell’incipit, in auto ci sono le prime due
entità della trinità che domina il romanzo. In auto ci sono “la donna sola di
quarantacinque anni, una forestiera che veniva dal sud del paese e che aveva
scritto dei libri sull’amore e sulla morte e sui santi”, scrittrice di
pochissimi lettori, e l’uomo incaricato di ospitarla, che “portava una giacca di
pelle nera sopra la camicia scozzese” e che “Puzzava di putrefazione.”
La donna resterà innominata mentre l’uomo “Le confidò il suo nome, Hadar” e in
quella scelta del verbo, nella sua resa italiana, in quel ‘confidò’ si sente
tutta una tradizione letteraria sul potere magico del nome proprio, sul suo
potere segreto. Miele rintocca di riflessioni sul mistero dell’essere al mondo.
Niente è ancora accaduto eppure tutto è già accaduto. Miele è un romanzo con le
sue vicende, come tutti, ma è pure tutt’altro, un libro di sentenze, un libro
sul mistero del tempo, “Quando moriamo, è come se di colpo fossimo sempre stati
morti”, sul mistero delle cose come la neve che è “una spuma di luce trasformata
in materia”, sul mistero del corpo umano che consiste “di un’unione armoniosa di
mobile e rigido, di fluido e solido, muco e smalto(…).”
Si può andare avanti, dire che Miele è “l’avventura del momentaneo
prolungamento della vita”, la storia dei due fratelli Hadar e Olaf che
sopravvivono grazie all’odio reciproco, come l’umanità di solito ecco, ma
preferisco fermarmi prima poiché l’ho sentito da subito, dall’inizio, cosa si
ricava leggendo Torgny Lindgren, al primo scambio tra la forestiera del sud e
l’uomo in putrefazione del nord:
> “Tutti i paesaggi e le strade che vi serpeggiano hanno le loro peculiarità e
> caratteristiche (…) Hanno le loro imperfezioni e loro difetti.”
>
> “Questa è una strada stretta e dritta attraverso un paesaggio sconnesso.”
Questa strada è la nostra vicenda umana stretta e dritta che attraversa la
Storia mondiale sconnessa. Questo è il mistero della letteratura che rende amaro
persino il miele, dolce persino la putrefazione.
Quanto più sarebbero temibili gli europei se i miliardi invece che in armi li
spendessero in politica culturale, in letteratura, cinema, arte e via andare.
Certo a nulla servirebbe per renderci indistruttibili ma nessuno più lo è o può
più esserlo nell’epoca sorta e mai più tramontabile della Bomba:
> “L’età atomica non è mai finita. Abbiamo forse smesso di pensarla, presi dalla
> fantasia di pace eterna del momento unipolare americano. Eppure l’epoca
> apertasi nel 1945 non solo non è finita, ma è anzi «definitiva» nel senso del
> tutto particolare che le attribuiva Günther Anders: al suo interno la storia
> umana può giungere a termine”.
>
> da Se la bomba non ci protegge più della bomba, di Agnese Rossi, in “Limes”
> 1,2025.
Non potremo mai più essere indistruttibili, imbattibili, d’altronde non lo siamo
mai stati, ma potremmo diventare invitti perché non più orwellianamente
manipolabili a piacere. Quando ci si è dati un’identità non resta poi molto
altro che possano portarti via, se non la vita – ma la vita alla lunga che non è
poi chissà quanto lunga bisogna renderla in ogni caso. L’identità almeno sarà
servita a darti un senso, la sua invenzione, tra il nulla di prima e il nulla di
dopo, perché poi Quando moriamo, è come se di colpo fossimo sempre stati morti.
E prima di nascere, idem.
Per essere europei bisogna essere anti UE? Con Fosse
> “L’intero progetto dell’UE è antieuropeo, l’essenza dell’Europa è la
> diversità, in tutti i sensi, mentre l’UE rappresenta, se non proprio
> l’uniformità, sicuramente l’omologazione (…). È scandaloso. L’omologazione,
> che sia dettata dal potere del denaro, da decisioni politiche o dalla
> burocrazia, mi ripugna profondamente. Io sono un grande sostenitore
> dell’Europa ed è proprio per questo che sono contro l’UE.”
Per dovere di verità va precisato che Fosse trovava scandaloso il divieto di
vendita dello snus, tabacco svedese, nel 2015 il ReArm Europe plan era di là da
venire. Il divieto di vendita dello snus è scandaloso, sia, ma pure il ReArme
Europe plan per com’è stato escogitato non scherza.
Quanto è illusorio immaginarsi, grazie alla letteratura, come persone circondate
dal mistero impenetrabile di un’identità che ciascuno potrebbe reinventarsi ma
soltanto secondo il proprio piacere mai imposto, mai imponibile? …Il dilemma
dell’identità, per di più, non è che non abbia creato più problemi di quanti ne
abbia risolti, ammesso ne abbia mai risolto qualcuno, ma per l’identità vale
come per la Bomba.
Per dirlo con altre parole di Agnese Rossi – che le pronuncia a proposito della
teoria della deterrenza nucleare – giocare con la teoria dell’identità
“continuerà a servire finché esisteranno le armi atomiche. Cioè ancora per molto
tempo, visto che è impossibile disinventarle.” Disinventare il feticcio
dell’identità è impossibile ma inventarsene di altre e di nuove sì, è possibile.
È il compito e il mistero della letteratura.
Perché non possiamo continuare a vivere così ma continueremo a vivere così lo
stesso.
antonio coda
*In copertina: Eva Bonnier, Geor Pauli. Studio, 1884 ca.
L'articolo Torgny Lindgren, l’UE e il mistero dello snus proviene da Pangea.