Quando Empiria pubblicò l’opera poetica completa di Aldo Braibanti, ricevetti
una sua telefonata. Mi invitava a ritirare una copia di quella splendida
edizione.
Nella sede romana della casa editrice, in via dei Serpenti, dietro i Fori
Imperiali, era stato organizzato un piccolo aperitivo. Tra un ricordo e l’altro,
prima ancora di sfogliare il volume, Braibanti mi informò che in quelle pagine
era apparsa una poesia e che molti lettori si chiedevano chi fosse “Fosco
Flosodaco”: una persona, un titolo, un personaggio. Fu allora, con un certo
imbarazzo, che io e gli altri presenti comprendemmo che quei versi erano
dedicati a me.
Non lo presi come un riconoscimento. Non ho mai amato apparire. Forse avrei
dovuto essere lusingato, cosa che non sopporto. Eppure, fino a quel momento
ignoravo l’esistenza di quel testo: quando era stato scritto, in che anni, in
quali circostanze.
Gli anni di amicizia e collaborazione con Aldo Braibanti rappresentarono, per
chi come noi frequentava il suo teatro e la sua casa, una vera scuola. Ci
sembrava di essere tornati all’Accademia delle origini, all’Accademia di Platone
o a quella di Marsilio Ficino. Con lui si studiava il “corpo unico” della natura
e la critica al dualismo mente-corpo. Si parlava di libertà dell’individuo, di
Spinoza come pensatore anti-Orwell, di metamorfosi. Della consonanza tra Spinoza
e i maestri orientali e taoisti. Di corpi simili che, potenziandosi a vicenda,
confluiscono in un corpo unico. Di mirmecologia e di superorganismo. Con la
stessa urgenza discutevamo sulla violenza e sul male che il potere può
esercitare sui cittadini non funzionali al proprio sistema, quelli segnati dalla
diversità che ogni intellettuale rappresenta rispetto allo stato borghese,
dell’ingiustizia come crimine contro la libertà.
In quell’occasione, però, ignoravo che quella poesia fosse per me: una richiesta
d’illuminazione, l’invito a salire sul veliero degli Argonauti e a partire per
l’avventura poetica.
Aldo Braibanti parlava con reticenza della propria poesia, che considerava un
esercizio privato. Come il suo teatro più recente rifiutava l’ideologia della
rappresentazione e del palcoscenico tradizionale, così la poesia, a suo avviso,
avrebbe dovuto sottrarsi all’ideologia della pubblicazione. Era una posizione
dichiaratamente anti-ideologica. Su quel “vascello” ci siamo scontrati molte
volte, nel tentativo di governare le nostre ansie di militanti culturali
immaginari. Lo ascoltavo leggere versi su fogli non disinfettati. Era splendido
anche quando l’approvazione lo metteva in difficoltà. Un grande poeta.
Avevo studiato il suo teatro engagé, i collage, gli objet trouvé e criticavo
spesso il suo progetto scenografico e oggettuale. Per questo avevamo interrotto
i rapporti più volte. Ma alla lettura dei suoi primi testi teatrali, di matrice
pirandelliana, e delle sue poesie, riaffiorava intatto il suo grande stile.
I nostri dibattiti vertevano sull’estetica e sull’idea di bellezza. Aldo
Braibanti sosteneva che nelle relazioni affettive agisse una forma di “razzismo
estetico”: la bellezza, assunta a criterio di selezione, orientava le scelte
sentimentali. Questo meccanismo, a suo avviso, non era naturale ma il risultato
di propagande estetiche e dogmi sociali che monopolizzavano il linguaggio della
bellezza, determinando ciò che veniva percepito come desiderabile e ciò che
veniva escluso. Riteneva che l’amicizia fosse la forma più alta d’amore. Forse
aveva ragione.
Io sostenevo invece una differenza tra la concezione estetica dell’amore e della
bellezza propria dei poeti, e quella degli artisti visivi. A dividerci era una
questione metafisica. Da artista visivo, ponevo al centro il primato del canone
estetico delle proporzioni e l’idea di bellezza. Per Aldo Braibanti, il canone
estetico delle proporzioni e l’idea di bellezza erano l’anima stessa del libero
arbitrio. La posta in gioco non riguardava soltanto l’arte, ma la natura
dell’essere umano e della creatività. Io proponevo invece un compatibilismo tra
volontà e causa: nell’opera d’arte non si manifesta soltanto la volontà
dell’artista, ma l’intero sistema di relazioni, simboli e forze che agiscono
attraverso di lui.
Il giorno della presentazione di Frammento frammenti evitai di coglierlo in
contraddizione. Non ci vedevamo da tempo e la vita, si sa, è difficile…
Rimanemmo amici. Divisi, semmai, dal libero arbitrio e dal compatibilismo.
Fosco Valentini
**
Provincia
A dodici anni s’impicca e prima scrive: ciao mamma tanti saluti a Dracula
La gente dice cuore e vorrebbe dire culo
Uno prende il carbone e lo mette nel brodo per cambiarlo in diamante
Questa sera si recita la farsa del clown e del fachiro
Ogni romanzo d’appendice ha la gioventù bruciata che si merita
C’è chi avvelena l’aria coll’atomo e c’è chi inventa il rumore plurilingue
Ha suggestioni sottili il labirinto di vetro e alluminio della periferia
Ho paura di amarti e soffoco il panico nell’acqua bollente
Faccio scongiuri – scrivo un libro – cammino
– Dico sassi che intendo – e noi non ci possiamo capire
[Fiorenzuola, 12 agosto 1959]
*
Dov’è scritto noia cancello e scrivo ruggine
Credevo fosse virtù era solo paura
Dove è scritto pietà cancello e scrivo rondine
Credevo fosse colpa era solo coraggio
Dove è scritto infinito cancello e scrivo vita
Credevo fosse notte era solo lo sforzo
Dove è scritto amore cancello e scrivo te
Credevo fosse facile era solo l’aurora
[Fiorenzuola, 16 agosto 1959]
*
se dico non so credilo è vero
vera è l’estate
vera la pietra tarlata delle menzogne civili
vero il tremolio della mano che stringe parole pesci silenzi
se dico resto credilo è vero
vera è l’onda che lambisce il mio subbuglio
vera questa protesta di molte ottuse distanze
vera questa grande voglia di pace
veri gli spazi inattesi agli occhi spalancati fino allo spasimo
[Roma, 1970]
*
Tano
eravamo cani alla catena
abbiamo lacerato con i nostri denti
la gabbia degli altri
ora siamo cani sciolti
davanti a noi ci sono nuove catene
e praterie per correre e cantare
compagni amare è cantare
noi non vogliamo più aggettivi
vogliamo essere solo dei cani
[7 marzo 1974]
*
non ho mai pensato che la poesia fosse un lamento
poemata non sono stivali d’alterezza
parole in libertà non sono catene programmate
canto non è funerea esibizione
non ombra vacua delle memorie sepolte
non statua incensata e turpe dell’eterno ideale
ma solo un uomo intero anche quando la sua carne è sterile e avvilita
è tutto qui – la mia carezza disegna il tuo profilo sul legno della notte
la mia carezza è il tuo scudo nell’attesa dell’alba
la tua carezza è la scala verso il reportage della vita
la tua carezza finge nel mio corpo il ricettacolo dell’universo
[27 marzo 1981]
*Le poesie sono tratte da: Aldo Braibanti, Frammento frammenti, Empiria, 2003
L'articolo “Ora siamo cani sciolti”. Dialoghi con Aldo Braibanti, il poeta
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