Negli ultimi giorni della sua vita terrena, Andrej Tarkovskij tornava spesso
alla figura di Amleto. “Amleto… A letto tutto il giorno, non riesco ad alzarmi.
Dolore nella parte bassa dello stomaco e nella schiena. E i nervi. Non riesco a
muovere le gambe… Sono molto debole. Morirò?”. È il 15 dicembre del 1986 – il
grande regista morirà due settimane dopo. Aveva messo in scena Amleto dieci anni
prima, a Mosca, con il suo attore prediletto nel ruolo principale, Anatolij
Solonicyn. Non gli piaceva la traduzione di Boris Pasternak (“Pasternak è un
poeta straordinario, ma la sua traduzione di Amleto è straordinariamente
inesatta”) – ne usò un’altra, quella di Mikhail Morozov.
Negli ultimi istanti, Tarkovskij è un Amleto inerme. Per certi aspetti, l’Amleto
shakespeariano è il negativo di Gesù – l’intera vicenda di Amleto è scritta per
essere il contrario di quella evangelica; lavoro di bulino al buio.
Non so se nell’amletica reminiscenza di Tarkovskij vinca il rapporto con il
padre. Il papà di Tarkovskij, Arsenij, aveva lasciato la famiglia nel 1937, per
un’altra donna: Andrej aveva cinque anni. Lo specchio, il più bello e il più
enigmatico tra i film di Tarkovskij, è centrato su questa vicenda. Le poesie di
Arsenij Tarkovskij conferiscono unità lirica al film, ne plasmano la vertigine;
i fotogrammi di cronaca donano alla Storia un valore di effimera eternità. Ciò
che resta di un padre, sono le spoglie – ricordi come piccole corazze di
Achille, come crisalidi di cristallo, facili a rompersi. Al funerale di Andrej,
Rostropovič incoccò una suite per violoncello di Bach; Arsenij morirà tre anni
dopo, mel maggio del 1989.
Luglio 1986, un appunto da Öschelbronn, dove il regista è ricoverato per il
cancro ai polmoni.
> “Personale eccellente. Suor Elizabeth in particolare: parla italiano, è
> cordiale, generosa. Irradia pace e bontà. Ieri sono uscito a fare una
> passeggiata e sono stato colto, all’improvviso, da un impulso inspiegabile: mi
> sono tolto le scarpe e ho camminato a piedi nudi sulla nuda terra, fredda,
> nonostante la febbre, la tosse, i reumatismi. Sono davvero pazzo. Ho la testa
> piena di pensieri cupi”.
Questo fermoimmagine sembra l’emblema della dedizione artistica di Tarkovskij.
La ricerca della bontà dove domina il male; camminare a piedi nudi sulla terra;
attenersi a ciò che si vede – dunque, all’inspiegabile. Levare ogni resistenza
di fronte alla verità delle cose – dire con semplicità ciò che agli altri resta
incomprensibile. La nostra è, all’eccesso, l’epoca che dichiara ‘complicato’ ciò
che ha un candore – per questo Tarkovskij è confortante.
I testi pubblicati in questa pagina provengono da Time Within Time, selezione
dai Diaries di Tarkovskij, con vari materiali in appendice, editi da Faber nel
1994. Un’opera d’arte va estorta con amore dal creato, come si pianta un albero
– a quel punto, l’artista può scomparire, arreso, risolto nell’insoluto, con le
radici divelte in fiumi – non più artista ma uomo.
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Sono categoricamente contrario al cinema come intrattenimento: è degradante per
l’autore e per il pubblico.
*
L’ispirazione de Lo specchio è l’omelia: guardate questa vita, prendetela come
una icona, come un esempio.
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Ormai ci sono così tanti film, così tanto diversi, che presto sarà impossibile
pianificarne la distribuzione. Il cinema è la forma d’arte più giovane,
attraverserà un nuovo sviluppo. I film saranno distribuiti in cassette o su
altri supporti, la gente se li porterà a casa, lo spettatore si troverà faccia a
faccia con il film che preferisce.
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La massa non è un criterio di qualità. Come il numero di persone coinvolte nella
realizzazione di un film. I numeri non sono mai il punto decisivo.
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Nei miei film le immagini sembrano simboliche, ma a differenza dei simboli
canonici non possono essere decifrate. L’immagine è un grumo di vita
inesplicabile perfino per l’autore. Quando Puškin scrive, “La mia tristezza è
radiosa”, opera per immagini, non per simboli. Allo stesso modo, Ivan Il’ič,
morente, si sente confinato in uno stretto canale intestinale, da cui non può
uscire. Ciò che sente è tanto vivido e reale da cancellare ogni altra cosa, ogni
altra ‘verità’. Già nel Medioevo i poeti giapponesi stigmatizzavano
l’interpretazione dei simboli nell’arte… giusto! Meno simboli ci sono, meglio è!
Il simbolismo è un segno di decadenza.
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Non c’è bisogno di rendere ‘comprensibile’ Lo specchio – non è che una storia
semplice, diretta.
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Perché Amleto si vendica? La vendetta è una forma di espressione del legame di
sangue, è un sacro dovere, un sacrificio compiuto in favore dei propri cari.
Amleto si vendica, come sappiamo, per rimettere a posto un tempo “fuori sesto”.
Sarebbe più giusto dire che è l’incarnazione del sacrificio di sé.
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Spesso mostriamo risolutezza o ostinazione in azioni che ci danneggiano. Anche
questa è una sorta di ricerca del sacrificio di sé – è l’abnegazione, il dovere.
Strani, assurdi istanti in cui si è deliberatamente in debito con qualcuno, si è
in un rapporto di dipendenza, nel ruolo della vittima: cose che il materialista
Freud classificherebbe come masochismo, che l’uomo religioso chiama dovere e che
Dostoevskij dice desiderio di soffrire.
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Questo desiderio di soffrire senza alcun sistema religioso che lo giustifichi
può sfociare in una vera e propria psicosi.
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Alla fine: è amore che non trova una forma. Non l’amore freudiano – l’amore
spirituale. L’amore è sempre il dono di se stessi agli altri. Anche se la parola
‘sacrificale’ ha, nell’uso volgare del termine, connotazioni negative,
esteriormente distruttive, quando è applicata a colui che si sacrifica è amore,
cioè un atto positivo, creativo, divino.
*
Amleto è un’opera al contempo molto complessa e incredibilmente semplice. Sono
stati scritti fiumi di libri su Shakespeare e Amleto, ma nessuno è riuscito a
carpire e a spiegare il segreto di quella tragedia. L’unica cosa certa è che
esiste. È una delle più grandi opere di genio della storia dell’arte. In termini
di ispirazione, nobiltà e semplicità non conosco opera teatrale che possa essere
paragonata ad Amleto. L’impressione è che sia stata scritta in una manciata di
minuti di pura ispirazione. Gli enigmi di cui è costellata l’opera si sciolgono
tutti, man mano che si procede, e tutto si fa chiaro, ovvio.
*
Mi piacerebbe lavorare a teatro – il teatro offre possibilità misteriose. Il
teatro è una forma d’arte indipendente e meravigliosa. Non che non mi interessi
il cinema: è che ciò che dovevo dimostrare a me stesso l’ho dimostrato
realizzando Lo specchio. Se avessi altro da dimostrare, non avrei pace – la cosa
più importante in ogni opera è superarsi, è avverarsi. Ora ho bisogno del
teatro. Ora ho bisogno di Amleto: magari ne farò un film.
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Amleto era molto al di là dei suoi tempi: quando si rende conto che spetta a lui
distruggere il suo mondo, inizia a vendicarsi e diventa uguale a tutti gli altri
– quella è la sua rovina. L’idea di Shakespeare mi perseguita. Può un uomo
giudicare un altro uomo; può un uomo versare il sangue di un altro uomo? Non
credo ne abbia il diritto. Ma la società, purtroppo, sì. Non c’è niente da fare
al riguardo, ma una goccia di sangue versato è pari a un oceano. Un uomo non ha
il diritto di uccidere un altro uomo per il bene comune. Se mi venisse detto,
‘Uccidi quell’uomo e molte persone staranno meglio’, non credo che avrei il
diritto di farlo, farei meglio a uccidermi.
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Dopo l’incontro con il Fantasma, Amleto dedica la vita alla vendetta – per
questo muore, si uccide, si suicida, non può sopportare il sangue perché il bene
non si ottiene attraverso il sangue.
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Non spiegare nulla. È un grave errore l’attuale moda di spiegare nell’arte, di
interpretare. Non è questo lo scopo dell’arte.
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Cosa accade a un regista quando, nel suo paese, può fare soltanto ciò che gli
viene detto di fare? Meglio andare a tagliare la legna.
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Amleto è l’unica opera teatrale della letteratura mondiale a essere irrisolta.
Per questo è eterna; a differenza delle opere di troppi drammaturghi di oggi che
non vengono rappresentate perché sono nati morti.
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Un attore deve esprimere con grande semplicità sentimenti molto complessi.
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Quando, a teatro, un sentimento viene espresso apertamente, con vividezza,
assume un tono falso, diventa ‘teatrale’, ostentato. Nessuna persona esprime i
propri sentimenti, se sono autentici, con tale enfasi – la verità del sentimento
è sempre nascosta da un velo. Solo i falsi, i mentitori seriali ostentano i
propri sentimenti per dimostrare quanto siano mirabilmente sensibili.
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Gli attori hanno una natura angelica: dobbiamo amarli come si amano i bambini –
soltanto così potremo fare qualsiasi cosa con loro.
Andrej Tarkovskij
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