Derubricato un po’ troppo sbrigativamente da Swinburne e sodali a banale cantore
del perbenismo vittoriano, Coventry Patmore fu in verità un rimatore
d’eccezione. Eppure, complice anche la figura tutta d’un pezzo che emerge dal
noto ritratto che gli fece Sargent, di lui si continua ad avere l’impressione di
un conformista che poté godere del proverbiale quarto d’ora di celebrità
esclusivamente perché gli riuscì di intercettare gli umori del periodo con il
poemetto The Angel in the House, un’esaltazione della coniugalità. Per fortuna
negli ultimi decenni sono apparsi studi, tra cui, in Italia, quello
pionieristico di Augusto Guidi, che hanno spalancato le finestre su una poetica
assai più densa e intricata di come passa apparire a un primo sguardo.
Nato a Woodford, nell’Essex, il 23 luglio 1823, Patmore era il primogenito di un
letterato scettico e amante degli ambienti mondani che si era giocato la
reputazione a causa dell’ostentato dandysmo e delle opinioni eccentriche.Dopo il
matrimonio sembrava destinato a un’esistenza più regolare, ma la perdita di
tutti i risparmi a causa di avventate speculazioni finanziarie lo costrinse a
riparare all’estero – dove rimase fino alla morte – per sfuggire ai creditori.
Perlomeno trattò il figlio come pochi padri al tempo avrebbero fatto,
invitandolo a discutere con lui i grandi classici, introducendolo ai nomi noti
del mondo delle belle lettere e incoraggiandone l’inclinazione prodigiosa per la
poesia. Lo mandò a studiare anche oltremanica, ma, forse a causa di un amore non
corrisposto, al giovane Patmore l’esperienza insegnò più che altro a detestare i
francesi. Grazie ai contatti del genitore riuscì infine, all’età di ventuno
anni, a vedere pubblicate le sue prime poesie, che vennero apprezzate non solo
da illustri critici ma pure da Browning e Thackeray.
Tuttavia, dovendo provvedere a una famiglia sul lastrico, Patmore si diede
dapprima alle traduzioni e alle recensioni, per poi passare, dietro
raccomandazione, al dipartimento dei libri del British Museum. Seguì il
matrimonio con Emily Augusta Andrews, dalla quale ebbe sei figli, e il
trasferimento a Londra. La loro casa era frequentata, tra gli altri, da
Tennyson, Carlyle e Ruskin, né mancarono le visite di Rossetti e di altri della
cerchia preraffaellita. Questi, però, non esercitarono alcuna duratura influenza
sulla poesia di Patmore, piuttosto allergico ai contemporanei; i suoi maestri
erano infatti Coleridge, Wordsworth, Platone, i Padri della Chiesa e San
Tommaso, che prese a leggere sempre più assiduamente.
Andò così a formarsi in lui, un passo alla volta, una più chiara visione
poetica, che aveva come perno la convinzione che la verità si trovasse
unicamente nella semplicità, che la conoscenza autentica significasse in buona
sostanza comprendere più a fondo ciò che già è noto. Patmore, pertanto, non fu
un poeta originale, se con quest’aggettivo si intende l’esplorazione di nuovi
orizzonti, ma in ogni cosa che propose, per quanto familiare, si addentrò con
una passione unica, rendendo l’ovvio – o ciò che la distrazione considera tale –
qualcosa di meraviglioso. Tutto è ricondotto al quotidiano, all’essenziale, e
nelle sue liriche non vi è spazio per i voli pindarici né per gli inutili
orpelli. La poesia era vista come «naturale espressione dei sentimenti» e lui
stesso prendeva in mano la penna solo su pressione di una forte spinta emotiva.
Dunque, per un autore come lui, la conversione al cattolicesimo, avvenuta nel
1862 dopo la prematura morte della moglie e un soggiorno a Roma suggeritogli
dall’amico Aubrey de Vere, ha il sapore di un inevitabile accordo tra esistenza
e arte: è la fede in un Dio che si è fatto carne, che è venuto ad abitare in
mezzo agli uomini, che ha scelto l’umiltà per la maggior gloria.
Coventry Patmore secondo John Singer Sargent, 1894
A questi sentimenti di fondo si legavano con una certa logica pure il suo
disprezzo per l’eccessivo attaccamento nei confronti degli animali, per gli
astemi, i vegetariani e per chi criticava i fumatori. L’esistenza era un dono
straordinario – «la vita non è solo gioiosa, è la gioia stessa» – e, a patto di
non cadere in eccessi autodistruttivi, andava gustata al meglio. Si trattava di
una convinzione talmente radicata in lui che anche dopo la conversione Patmore
faticò parecchio prima di trovare una qualche virtù nella verginità. In campo
politico, invece, era un inguaribile pessimista: il futuro radioso predicato dai
maggiorenti dell’Età vittoriana a lui pareva più che altro un generalizzato
tracollo morale e anche verso i sacerdoti dimostrò sempre una certa diffidenza.
Ciononostante seppe essere amico di uomini molto differenti da lui, compresi i
poeti cattolici Gerard Manley Hopkins e Francis Thompson (quest’ultimo lo
considerava addirittura un maestro).
Sin dagli esordi e per tutto il tempo che scrisse versi, Patmore ambì a offrire
all’Inghilterra un componimento nuovo che coniugasse i sentimenti fondamentali
dell’umanità con la realtà superiore di un mondo morale. Fu così che, sulla
spinta dell’attaccamento alla consorte, nacque il poemetto The Angel in the
House, formato da ventiquattro canti divisi in due libri e steso tra il 1853 e
il 1863. Il suo andamento narrativo descrive le emozioni di un fidanzamento
animato da un sincero affetto e poi di una vita coniugale felice, coronata dalla
nascita dei figli. Al contempo si afferma la santità del vincolo matrimoniale,
consacrazione dell’amore umano e simbolo della fede e dell’amore divino. A
rendere il poemetto godibile, al di là dei valori universali messi in campo e
del suo essere allo stesso tempo così individuale, contribuiscono la lieta
ironia di alcuni passaggi e una schiettezza, dai tratti affettuosi, che
impediscono la deriva nel sentimentalismo o nel moralismo. Patmore si dimostra
capace di chiarire i significati più sottili e le implicazioni psicologiche dei
banalissimi atti di una giornata, miscelando sapientemente ricordi, speculazioni
e aforismi d’effetto, inserendo anche quei riferimenti astronomici che tornano
di frequente nei suoi versi. Se nel complesso The Angel in the House soffre
soprattutto a causa di una mancanza di tono poetico e di composizione, a
riscattarlo vi è la freschezza di una poesia immediata, che fa della materia
concreta la sua sostanza.
A seguito del matrimonio con la ricca ereditiera Marianne Byles, Patmore
abbandonò il lavoro per dedicarsi a tempo pieno alla letteratura e
all’amministrazione di Heron’s Ghyll, la dimora che la coppia aveva comprato nel
Sussex. Lì risiedettero una manciata d’anni prima di un nuovo trasferimento a
Hastings.
Nel 1877, superato un periodo di stallo creativo in cui arrivò a dare alle
fiamme alcuni suoi scritti, compreso un lavoro in prosa intitolato Sponsa Dei,
Patmore pubblicò la raccolta The Unknown Eros. Le odi «catalettiche» che la
compongono, simili alle grandi odi leopardiane, si distanziano dalla sua
precedente produzione per la maggior attenzione posta a temi elevati, profetici
e profondamente introspettivi. La forma e il concetto sono saldamente legati
all’espressione, e a una prima parte in cui affiora nei toni malinconici e
incerti l’ombra della sposa defunta e le suggestioni di un viaggio a Lourdes,
segue una seconda che è dedicata, ancora una volta, a scandagliare il legame
esistente tra amore umano e a amore divino. The Unknown Eros, per palati più
raffinati, non conobbe il successo di The Angel in the House; toccò a Edmund
Gosse, qualche anno dopo, riscoprirlo e dargli una seconda vita.
La Byles, da tempo malata, spirò nel 1880, e Patmore si sposò per la terza volta
con Harriet Robson, la quale gli donò il settimo figlio. Negli ultimi anni di
vita, prima che la morte lo cogliesse a Lymington il 26 novembre 1896, mise da
parte i versi per la prosa, sfornando alcuni interessanti saggi come Principle
in Art (1889), dedicato alla critica letteraria, Religio Poetae (1893), una
raccolta di scritti occasionali sulla poesia e la religione, e Rod, Root, and
Flower(1895), probabilmente il migliore, che esplora il misticismo cristiano e
il potere trasformativo dell’amore umano e divino.
Sebbene la critica ne abbia spesso frainteso l’opera, Patmore mantenne una
visione sacra e devota della poesia, invitando il lettore ad aggrapparsi con
tutto il cuore alla realtà, per evitare che questa sfugga nella superficialità,
o peggio, nel taedium vitae. Cesellò ogni suo verso con la consapevolezza di chi
doveva rendere conto della propria vocazione e del proprio talento, a mo’ di
quell’offerta pura riassunta perfettamente nelle sue parole: «Non ho dato al
mondo nulla che non fosse il meglio che avevo».
Luca Fumagalli
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Il giorno di San Valentino
È giusto, Amore, che tu tenga la tua festa solenne
nel Febbraio sacro a Vesta;
e non scelga in suo luogo un qualche roseo giorno
dalla coroncina ricca del maggio entrante,
quando tutte le cose s’incontrano a maritarsi.
Oh, alacre, anteprimaverile potere,
segnalante puntuale, entro l’assonnata zolla,
il tempo esatto per il fiorire del bucaneve,
bello come il repentino voto della verginità,
primo grido del primo amore;
oh, infante Primavera,
d’un tratto vibrante, sotto il seno della terra,
un mese avanti la nascita;
donde viene la pacifica pungenza,
la gioia contrita,
più mesta del dolore, più dolce della gioia,
che preme ora il respiro di ogni cosa,
sebbene ognuna respiri come se a lei sola
il grato spasimo fosse conosciuto?
Nella penombra dell’alba, sul suo scuro ramo, in disparte,
il merlo infrange con esso il cuore del giovane giorno
nella sommessa sera,
il tordo che medita il cielo, lo dice;
il colle con pari rimorso
sorride al sorriso del sole nel suo declinante corso;
il battello del pescatore, piegandosi
nella baia ospitale, laggiù;
le gracchie richiamanti intorno alla rupe lucente;
i bimbi, chiassosi nel raggio del sole morente,
possiedono la dolce stagione, ciascuno come è in suo potere.
Pensieri stranamente gentili, colmi di una obliata pace
entro me montano;
lacrime nascono negli occhi della mia donna tanto gentile,
e, oh, le sue labbra, sottratte al mio bacio,
domandano al generoso amore. Oh, molto più che la beatitudine!
È la dolcezza. segreta e traboccante
del caro Desiderio che elegge la propria sconfitta?
È la terra ora ridesta che alla trascolorante volta
versa il primo grido del primo amore
e vanamente rinuncia, in un serafico sospiro,
alla naturale speranza dell’amore?
Predestinata o Terra benintenzionata, allo spergiuro!
Guarda, tutto amoroso il Maggio,
con le rose sulla fronte ridente,
è schiavo dei tuoi voti!
Dovresti tu, accanto al suo caldo grembo
tardare nel rigore della sfera del Serafino.
Dimentica le tue stolte parole;
corri al suo richiamo gaio,
il tuo cuore colmato di morte, di alate Innocenze,
come un nido è colmo di uccellini,
quando il falco ha ucciso gli adulti.
Ben fai, o Amore. a celebrare
il meriggio della tua mite estasi,
innanzi che sia troppo tardi,
innanzi che muoia il bucaneve!
*
Dolore
Dolore, mistero d’Amore,
parente prossimo per sangue
alla gioia e al diletto del cuore,
avverso al basso piacere,
eletto vitto di santità,
medicina al peccato,
angelo che sin coloro che voglian perseguire
il piacere in mezzo alla bufera infernale,
scoprono di doverlo
perversamente adorare,
il mio labbro, toccando il tuo carbone accesso, ti esprime fedele.
Tu bruci la mia carne, o Dolore,
ma incendi d’amore per una pace ardua i miei languidi nervi,
illumini la mia opaca vista,
finché io rendo grazie di questa benedizione,
ed è il mio spirito ridesto
un altro fuoco di beatitudine,
ove io apprendo
sensibilmente, come straziando e purgando il fuoco
deve furioso bruciare
di gioia, se non per un rassicurato desiderio
ma anche di una presente gioia,
a vedere il corrotto della vita, macchia a macchia,
fondersi nel bianco calore di Amore irato,
e, fumo a fumo, la smorta lega
del lusso dell’accidia e dell’odio,
evaporare;
e lasciar l’uomo, tanto scuro prima,
simile a schietto specchio del sorriso di Dio.
Quivi, o Dolore, riposa la lode
sulla quale io alzo il canto;
ma sin il bene bastardo di un passeggero sollievo
come grandemente ci piace!
Con qual riposo
l’essere arde allora della sua luminosa azione,
quando dalla strenua tempesta i sensi scivolano
in un breve porto profondo
di requie;
quando tu, o Dolore,
hai divorato i nervi che ti sostengono
e dormi, finché il tuo cibo delicato nuovamente ti si offra;
e come quella nenia
è piena di un amore accecato dal pianto!
Qual beffa d’un uomo son io palesemente,
se devo attendermi da te
che mi conquisti!
Neppure son oso d’amarti, finché tu non m’ami!
E qual vergogna, anche,
è questa:
che, quanto tu ami, io dapprima ho paura
del tuo bacio feroce,
al pari di fanciulla:
e soltanto confido nei tuoi incanti
e prendo coraggio nelle tue braccia sussultanti.
E quando ti allontani, che volubile animo
ti lasci dietro,
che, essendo per poco lontano dal mio sguardo.
già esso ti dimentica, chi sei,
e sovente il mio cuore adulterato
si sollazza col Piacere, tuo pallido nemico.
Oh, felice lo spirito senza pecca
che non vien meno,
ma sa del pari averti e perderti,
e azzarda molti incanti
illeciti fuorché a coloro che amano sì bene,
per richiamarti.
*
Beata
Dell’infinito cielo i raggi
trapassando un forellino nella nostra nera caverna,
terminarono il loro invisibile viaggio
colpendo te
solitaria, come una stalattite adamantina,
e accesero in seno all’oscurità una vampa d’arcobaleno
ove l’assoluta Ragione, Potere e Amore,
che dapprima provocavano
in me soltanto sforzo e stanchezza,
rinunciarono alla loro mortifera potenza,
rinunciarono al loro impercettibile impeto,
di bruciante cadenza,
e carezzarono il mio spirito con i più gai colori,
nulla del cielo mostrando in te infinito,
fuorché la gioia.
*
Ricordo della Grazia
Poiché il portar soccorso ai più deboli tra i saggi,
è onore di più nobil peso
che la sicurezza posseduta da tante anime sciocche,
questo io affermo,
pur se gli stolti ne divengano più fiduciosamente stolti:
chi Iddio si fa amico una volta, prendendolo cuore a cuore.
sino alla fine Egli gli resta amico;
e avendo una volta piantato quel seme prodigioso di vita,
un solo palpito dolce di ricambiato amore,
egli lo colloca in alto, al disopra
non del peccato o del rimorso amaro,
non del naufragio della fama,
ma delle infernali minacce più nere e insidiose,
ma dell’invidia, dell’avarizia e dell’orgoglio,
tollerati così facilmente dagli uomini che ne sono infetti
che a pochi piace persino di celarli come mali.
Da essi inalterabilmente esente
in virtù del ricordo della Grazia,
di quel divino abbraccio, dei suoi mesti errori nessuno
per quanto grossolano e riprovevole,
lo getterà più in basso della fiamma che lava
né lo lascerà dipartirsi affatto
da quel piccolo gregge detto «dei fedeli del cuore di Dio»,
a se stessi sconosciuti.
Né vacillerà nella fede,
né si farà rosso o smorto,
quando tutti gli idioti compiteranno
come la parola di questo o quel nuovo profeta
smentisca il loro ultimo alto oracolo:
ma costantemente la sua anima
punta al proprio polo,
così come fa l’ago della bussola, né sa perché;
e sotto le mutevoli nubi del dubbio,
quando altri gridano:
«le stelle se mai furono, sono estinte e morte»,
a lui, che guarda alle alture per un aiuto,
appaiono, aprendosi al bisogno,
squarci nella incombente oscurità, e, fulgida nell’aria,
Orione o l’Orsa.
traduzioni di Augusto Guidi
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Patmore, il poeta dell’amore umano e divino proviene da Pangea.