L’edizione del Festival di Cannes del 1969 presentava una novità, la “Quinzaine
des Réalisateurs” (oggi: “Quinzane des Cinéastes”). In sostanza, una sezione
dedicata alle pellicole ‘sperimentali’, provenienti da tutto il mondo. Reduce
dalle contestazioni dell’anno precedente – guidate da Truffaut, Godard, Lelouch
& compagni in regia –, quell’anno la Palma andò a If… di Lindsay Anderson (con
guerresco, giovanissimo Malcolm McDowell), il Premio della giuria premiò Z.
L’orgia del potere di Costa-Gravas; Easy Rider fu eletta “Migliore opera
prima”; Andrej Rublëv fu proiettato fuori concorso. La giuria era presieduta da
Luchino Visconti.
Nella “Quinzaine des Réalisateurs” furono mostrati, tra i tantissimi, un paio di
film di Carmelo Bene (Nostra Signora dei Turchi e Capricci), Partner di Bernardo
Bertolucci – tratto da Il sosia di Dostoevskij –, Così bella, così dolce di
Robert Bresson – tratto da La mite di Dostoevskij – e The Trip (passato da noi
come “Il serpente di fuoco”), film di Roger Corman scritto da Jack Nicholson che
racconta la non-storia di un uomo (Peter Fonda) in preda ad allucinazioni da
LSD.
Uno dei film più curiosi della rassegna veniva dall’Argentina: Invasión, diretto
da Hugo Santiago, narrava – secondo i criteri della Nouvelle Vague – di una
città sotto assedio. Il clima è cupo, l’assedio infinito, l’istinto predatorio
degli assalitori grava sui resistenti, ovunque, e la resistenza finisce per
ledere i tenui legami degli eroi. I protagonisti sono, in sostanza, tre: Don
Porfirio, alla guida dei resistenti, l’inerte Julián Herrera, che comanda chi
combatte, e Irene, la donna che scombina i piani di tutti, un po’ Elena un po’
Atena. La struttura del film – secondo le intenzioni dei creatori – ricalca un
po’ l’Iliade: è Omero nel Sessantotto.
La cosa che incuriosì di Invasión, al di là del tema, era il nome degli
sceneggiatori, annunciato, in tandem, sull’affiche à la Hitchcock: Jorge Luis
Borges e Adolfo Bioy Casares. Borges era già Borges da tempo: quell’anno
pubblicava Elogio dell’ombra; nella poesia omonima lo scrittore accenna alla
vecchiaia e alla cecità (“Vivo tra forme luminose e vaghe”), cita Democrito,
Emerson, Buenos Aires e la neve, accenna al fatto – ci sarà utile più tardi –
che “Posso infine scordare”; il poeta è felice perché “Presto saprò chi sono”.
Con Adolfo Bioy Casares la collaborazione era, ormai, decennale: i Seis
problemas para don Isidro Parodi erano usciti da Emecé nel 1942; due anni prima,
nel ’67, l’editore Losada aveva pubblicato Crónicas de Bustos Domecq. Insieme,
avevano scritto – come sempre, per gioco, con la furia dei costruttori di
labirinti – diverse sceneggiature: qualcuna – come Les autres, del 1974 –
sarebbe stata tradotta in film, altre – Los orilleros, El paraíso de los
creyentes – no, puri, onirici, verbi origami. L’anno dopo, nel 1970 – a dire di
un viso-logo, di un uomo-totem – Borges sarebbe apparso fugacemente – in uno
specchio – in Performance (in Italia: “Sadismo”), pellicola punk di Donal
Cammell e Nicolas Roeg con Mick Jagger protagonista.
Borges, è noto, amava andare al cinema, ha scritto spesso di film; nelle
recensioni cinematografiche era corrosivo: nel 1931, sulla rivista “Sur”
dell’amica Victoria Ocampo, stronca Luci della città; di Chaplin malsopportava
“le trovate primordiali”, i “baffi fasulli”, la “velocità spettrale nell’agire”
– gli preferiva Buster Keaton. Nel 1974 “Sur” dedicherà, su ispirazione di
Borges, un numero speciale al Cine, con articoli di Roger Callois e Eisenstein,
André Malraux e Benjamin Fondane.
Quanto a Invasión, Borges ci tenne a dire che il personaggio principale era
calcato sulla figura di Macedonio Fernández, l’antico amico, il maestro, morto
quindici anni prima. Per il film – per dire quanto ci tenesse – Borges
scrisse Milonga de Manuel Flores (pubblicata in Para las seis cuerdas nel 1965),
interpretata da Aníbal Troilo. Alcuni brani – recitati nella pellicola; qui
nella versione di Domenico Porzio e di Hado Lyria – danno il senso
dell’atmosfera del film:
“Manuel Flores va a morire.
Questa è moneta corrente;
Morire è un’abitudine
Che sa avere la gente.
E tuttavia mi spiace
Dire addio alla vita
Questa cosa che è di sempre
Tanto dolce e conosciuta.
Guardo all’alba le mie mani,
Guardo nelle mani le vene;
Con sorpresa me le guardo
Come se fossero d’altri”.
La sinossi del film – a firma di Borges e da Bioy Casares – recita così:
> “Invasión è la storia di una città – immaginaria eppure reale – assediata da
> potenti nemici e difesa da un manipolo di uomini, non propriamente eroi.
> Combattono fino alla fine, senza sospettare che la loro battaglia è
> infinita”.
La città “immaginaria o reale” è indubbiamente Buenos Aires, ma nel film si
chiama Aquileia. Ne I teologi – tra i racconti più arditi de L’Aleph – Borges
parla di “Aureliano, coadiutore di Aquileia”, micidiale segugio di eresie: una
di queste, professata dai “monotoni (chiamati anche anulari)”, dichiara “che la
storia è un circolo e che nulla esiste che non sia già stato e non sarà
nuovamente”. In questo senso, si capisce perché la battaglia degli anti-eroi
di Invasión sia infima e infinita.
L’amore per i labirinti – cioè: per le mappe –, per gli specchi e per le lotte
all’ultimo sangue (Borges discende da una genia di militari, più o meno
fortunati) è temprata da quello per i libri – anch’essi dei labirinti –, per la
donna come specchio contrario dell’uomo, per i poemi omerici. Invasión, si
diceva, è una sorta di Iliade contemporanea. Il primo racconto
de L’Aleph, L’immortale, è un infinito, circolare elogio di Omero:
> “Io sono stato Omero; tra breve sarò Nessuno, come Ulisse; tra breve sarò
> tutti: sarò morto”.
In L’immortale Borges accenna alla traduzione “in sei volumi in quarto minore
(1715-1720) dell’Iliade di Pope” – è il libro che dà avvio alla vicenda –;
in Las versiones homéricas, articolo del 1932 raccolto in Discusión, scrive di
non disdegnare l’Odissea tradotta da Samuel Butler, gli pareva un “ironico
romanzo borghese”; in Talismani, poesia raccolta in La rosa profonda (1975)
ammette di adorare, insieme alla “prima edizione dell’Edda di Snorri” e
all’opera di Schopenhauer, “I due tomi dell’Odissea di Chapman”.
Nel 1967, ad Harvard, lo scrittore americano Richard Burgin investigò Borges
proprio intorno a Invasión. Il poeta cieco – omerico – disse di essere “un
grande appassionato di cinema”, disse che in quel film, ascrivibile al genere
“fantastico”,
> “gli invasori sono spietati, efficienti, numerosi. La città viene difesa da un
> vecchio e dai suoi amici. I suoi amici, tuttavia, sono scettici, vagamente
> codardi, vincolati dalle loro microscopiche esistenze. Ad esempio: un uomo
> ingaggiato per salvare il paese non può farlo, dice, perché deve andare a una
> festa con la moglie…”.
Borges si diceva certo che “verrà fuori un bel film”; non lo convinceva troppo
il regista, “spero che non lo rovini… mi preoccupa il fatto che Santiago dica di
aver trovato l’attrice più meraviglioso del mondo: si è messo in testa di
sposarla”.
Infine, il film infiammò Bioy Casares: “Credo che Hugo Santiago abbia girato un
film straordinario. Invasión è una versione moderna dell’Iliade: non esalta
l’astuzia e la forza del conquistatore ma il coraggio di una manciata di
impavidi che difendono la loro Troia… Omero mi perdonerà, ma il mio cuore è
sempre dalla parte di chi resiste”. Al contrario, Borges, che non amava la
Nouvelle Vague, trovò il film “piuttosto confuso… lo vidi, mi parve pessimo”.
Santiago lo irretì, “il mio lavoro è stato così trasformato che non l’ho
riconosciuto quando ho visto il film… per questo preferisco non mettere il mio
nome, non voglio essere responsabile di nulla… eppure, si ostinano a usarmi, a
citarmi, dunque mi tocca la parte dell’offeso…”.
Benché nelle intenzioni Invasión non contenesse alcun messaggio politico – “Non
c’è alcun significato politico nel film: non pensavamo, pensando agli invasori,
né ai comunisti né ai fascisti”, così Borges a Burgin – il film fu letto come
una reazione al reazionario governo militare della “Revolución Argentina”; il
regime militare di Videla & Co., in seguito, farà sparire la pellicola, di
fatto, al di là dell’uscita a Cannes, passata inosservata. Fu riesumata,
fortunosamente, nel 2004, e restaurata: Invasión è considerato, oggi, tra i film
più importanti del cinema argentino. All’epoca, il film (“una verdad”), fu
vietato ai minori.
Resta da dire dell’ossessione omerica di Borges, sommo mitografo argentino. A
Borges piaceva l’idea che Omero, il genio della poesia occidentale, fosse
ammantato dall’enigma: che fosse uno e sdoppiato. “Non sappiamo se Omero sia
esistito. Il fatto che sette città si disputassero il suo nome è sufficiente a
farci dubitare della sua storicità. Forse non ci fu un Omero, ma molti greci che
nascondiamo sotto il nome di Omero”, ha detto Borges in una conferenza su La
cecità (riprodotta in Sette sere, Adelphi, 2024). Ogni legame, su questa
zattera, tra Borges e Christopher Nolan lo lasciamo ai lettori; sul tema ha
scritto un libro, pubblicato da Quodlibet nel 2025, Vittoria Martinetto,
s’intitola Un incontro fantastico. Borges e Nolan.
Proprio all’Odissea, in particolare al “Libro vigésimo tercero” del poema,
Borges dedica una delle sue poesie più tenui, raccolta in El otro, el
mismo (1964):
“Ormai la spada di ferro ha eseguito
l’esigente lavoro della vendetta;
ormai gli aspri dardi e la lancia
hanno elargito il sangue dei perversi.
A dispetto di un dio e dei suoi mari
Ulisse è tornato al regno e alla regina,
a dispetto di un dio e dei grigi
venti e della furia di Ares.
Nell’amore del letto condiviso
dorme l’illustre regina sul petto
del suo re; ma dov’è ora l’altro
l’uomo che nelle notti e nei giorni
d’esilio errava nel mondo come un cane
dicendo che il suo nome era Nessuno?”
Borges è affascinato dall’ambivalenza di Ulisse, dal suo essere cane e re, tutto
e nulla. Borges ama l’eroe che si sfracella in Nessuno – il suo Ulisse è simile
all’Alessandro Magno che fugge il regno per arruolarsi, dimentico di sé, in un
esercito mongolo, ai confini delle magioni orientali. Nolan, beh, Nolan no.
*In copertina: Jorge Luis Borges; photo Sara Facio, 1968
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