Il 15 agosto del 1822, sulla spiaggia di Viareggio, le fiamme consumavano il
corpo di Percy Bysshe Shelley. Era morto annegato l’8 luglio precedente, mentre
una tempesta nel Golfo della Spezia intrappolava la sua goletta Ariel. Con lui
l’amico Edward Williams e il marinario Charles Vinian, che li aveva accompagnati
da Byron e Leigh Hunt, per gli ultimi dettagli della rivista radicale “The
Liberal”. Shelley non sapeva nuotare, aveva ventinove anni, ne avrebbe compiuti
trenta il 4 agosto.
Dieci giorni dopo il mare restituiva i tre corpi. Poiché la legge proibiva la
sepoltura di quelli ritrovati in mare per motivi di “sanità pubblica”, Byron,
Hunt e Trelawny, che aveva identificato Shelley, decisero di cremarne il corpo
sulla spiaggia, secondo il rituale funebre ellenico descritto nell’Eneide. A
ricordarne la morte per acqua, i versi inscritti sulla sua pietra tombale al
cimitero acattolico di Roma, dove riposa vicino a Keats con il figlio William,
riportano il canto di Ariel dalla Tempesta shakesperiana: “Nothing of him that
doth fade/ But doth suffer a sea change/ Into something rich and strange”,
“Niente di lui si svanisce/ Ma per metamorfosi marina/ Diventa qualcosa di ricco
e strano”.
Il fuoco riduceva in cenere uno dei maggiori poeti romantici, ma non la sua
visione, destinata a riemergere cambiata in più “ricca e strana” eredità:
espulso da Oxford appena diciottenne per aver scritto il pamphlet The Necessity
of Atheism e per le sue idee radicali, Shelley dedicherà tutta la vita ai propri
ideali di libertà politica, religiosa e sociale.
Forse meno noto è lo Shelley vegetariano ante litteram, convinto assertore dei
diritti degli animali, persuaso che l’umanità abbia capacità e dovere di
riconoscere in loro non oggetti o risorse, bensì compagni di esistenza. Se è
improprio definirlo “vegano” nel senso moderno del termine (il veganismo,
formulato da Donald Watson nel 1944, implica il rifiuto di ogni sfruttamento
animale, compresi latticini, uova, lana, pelle e sperimentazione), Shelley parla
comunque di “vegetable diet”, “dieta vegetale” e condanna l’uccisione degli
animali per l’alimentazione umana. Il fondamento etico della sua riflessione –
il riconoscimento della sensibilità animale e il rifiuto della violenza
evitabile – costituisce uno dei più importanti antecedenti filosofici del
pensiero animalista contemporaneo. Il grande poema filosofico Queen Mab, che gli
vale l’ammirazione e l’amicizia di Byron, non contiene semplicemente un elogio
del vegetarianismo, ma propone una vera e propria utopia ecologica in cui
giustizia sociale, pace tra gli uomini, rispetto degli animali e armonia con la
natura sono aspetti inseparabili di un unico progetto morale. Due secoli dopo,
nell’epoca della crisi climatica e degli allevamenti intensivi, la sua voce
continua a interrogare la nostra coscienza. Questa linea ideale che affiora dal
Romanticismo inglese, e lega sensibilità poetica e responsabilità etica verso la
natura, connette poesia e giustizia, natura e coscienza – in termini moderni: un
“filo verde” o “ecologico” – porta il nome di Percy Bysshe Shelley. La parola
“vegano” ancora non esiste, ma il poeta ha già scelto: niente carne, niente
sangue nel piatto, nessuna complicità con la violenza.
In Queen Mab, la riflessione filosofica la scelta vegetariana assume dimensione
cosmica e politica:non costituisce cioè un’appendice morale, ma si colloca al
centro di una più vasta riflessione sul rapporto fra violenza, potere e
civiltà. La regina Mab conduce l’anima della protagonista, Ianthe, attraverso la
storia dell’umanità, le mostra come guerre, monarchie, religioni oppressive e
sfruttamento della natura abbiano la stessa genealogia della sopraffazione:
l’uccisione degli animali per nutrirsi è tra i primi anelli di questa catena.
Nel celebre canto VIII Shelley immagina una futura rigenerazione, in cui anche
il rapporto tra uomo e animali sarà finalmente liberato dalla violenza: “Non
più/ Uccide l’agnello che lo guarda negli occhi,/ Né orribilmente ne divora le
membra straziate”. Lo sguardo dell’agnello è uno specchio: la creatura è capace
d’incontrare e ricambiare quello umano, e l’incontro, frattura morale, rende
impossibile l’uccisione. Due secoli prima che filosofi come Emmanuel Levinas
attribuiscano al volto dell’altro un valore etico assoluto, Shelley individua
nello sguardo dell’animale il luogo originario della responsabilità morale.
La descrizione di un mondo riconciliato – “Il leone dimentica la sete di
sangue;/ Lo si vede giocare al sole/ Accanto al capretto ormai senza paura” –
richiama Isaia – “il lupo dimorerà con l’agnello” –, ma qui non è il miracolo
divino a instaurare la pace, bensì il cambiamento etico dell’uomo. Quando
quest’ultimo rinuncia alla violenza, anche la natura sembra riconquistare il
proprio equilibrio. Il canto contiene versi tra i più celebri del poema, “Mai
più il sangue di uccello o di animale/ Contamini con il suo velenoso flusso il
banchetto umano”, in cui il sangue versato è un veleno che corrompe prima la
coscienza che il corpo: ogni banchetto fondato sulla brutalità lascia una
traccia nell’anima di chi lo consuma. Il modo in cui cibarsi diventa simbolo del
rapporto che l’uomo decide di avere con l’universo vivente.
La conclusione è eloquente, “Tutte le cose vengono ricreate, e la fiamma/ Di un
amore concorde anima ogni forma di vita”, dove l’espressione “amore concorde” è,
forse, il nucleo della filosofia shelleyana: armonia universale fra tutte le
creature del mondo vivente, che l’uomo non domina ma a cui partecipa. Mentre
stende le note a Queen Mab, nel saggio coevo, A Vindication of Natural Diet, il
poeta sostiene che l’uomo non è carnivoro per natura: una dieta vegetale non
cruenta gli sembra un ritorno all’innocenza originaria. Infatti l’uomo non
possiede né artigli né dentatura dei carnivori, e l’attrazione per la carne
sembra più una costruzione culturale, perché solo la cucina rende accettabile
quanto per natura susciterebbe disgusto. Per paradosso, la civiltà non
giustifica il consumo di carne, lo rende semplicemente più facile da
dimenticare. È l’esordio della Vindication:
> “Solo grazie all’arte culinaria, che ammorbidisce e occulta la carne morta,
> essa diventa tollerabile alla masticazione e alla digestione”.
In altre parole, il gusto per la carne è artificiale, solo la cottura riesce a
mascherare la ripugnanza per quella “morta”.
Nella Defence of Poetry, una sorta di filosofia morale dell’empatia, Shelley
scrive che “Il più grande strumento del bene morale è l’immaginazione”. E
ancora: “Per raggiungere una bontà autentica, l’uomo deve esercitare
un’immaginazione intensa e universale; deve porsi nella posizione altrui”,
ovvero, la bontà nasce dalla capacità di comprendere l’altro, un’empatia da
estendere non solo agli altri uomini, ma a ogni creatura vivente. La poesia
amplia così la sfera della nostra specificità morale, “La poesia dilata il
cerchio dell’immaginazione”, allarga gli argini delle percezioni e dunque anche
della compassione, “La poesia fortifica la facoltà che dà voce alla natura
morale dell’uomo”, principio che include anche gli esseri senzienti non umani.
Perciò il poeta considera il consumo di carne espressione di un’abitudine alla
violenza.
La Defence of Poetry non tratta direttamente l’essere vegetariano, ma fonda una
teoria dell’immaginazione morale che, per coerenza, comprende nella compassione
gli animali non umani, tema chiarito nella Vindication. Che, con On the Vegtable
System of Diet, auspica un mondo senza violenza anche nei confronti di quelli
che Shelley definisce “my fellow animals”, “i miei compagni animali”, dall’uomo
ridotti a materiale organico, resi preda non già per natura, ma per scelte
utilitaristiche.
Solo gli animali infatti uccidono per fame, per necessità di sopravvivenza.
L’uomo invece può scegliere. En passant, l’Italia è l’unico paese europeo che
nel 2023 ha proibito di produrre e commercializzare la carne creata in
laboratorio da cellule staminali animali: detta anche “cell-based meat” o
“cultured meat”, ossia prodotta a partire dalle loro cellule ma senza allevare e
macellare animali. In Europa è considerata “novel food”, ancora da approvare ma
non necessariamente da proibire in futuro.
I due piccoli e preziosi libelli di Shelley descrivono con passione la capacità
di sentire, di provare dolore ed emozioni degli animali, la loro capacità di
stringere legami tra loro e con noi, di conoscere il mondo e riconoscere un
linguaggio. Mangiare è un gesto politico, un atto quotidiano che può perpetuare
o interrompere la catena della sofferenza. Per il poeta uccidere per nutrirsi
corrisponde a indurire il cuore, abituarsi al sangue, normalizzare la
violenza: la crudeltà sugli animali e la crudeltà tra gli uomini hanno radici
comuni.
Oggi, in un mondo che produce carne su scala industriale, quell’intuizione
appare profetica. Gli allevamenti intensivi consumano risorse, distruggono
foreste, inquinano acque. Il cambiamento climatico non è un’astrazione, ha il
suono delle foreste che bruciano e il silenzio degli ecosistemi impoveriti.
Scegliere un’alimentazione non cruenta implica ridurre il dolore inimmaginabile
degli animali, moderare l’impatto ambientale, limitare lo sfruttamento,
sottrarre domanda a un sistema fondato sulla sofferenza. Gli studi contemporanei
hanno poi ormai dimostrato che una dieta vegetale ben bilanciata può ridurre il
rischio di malattie cardiovascolari e altre patologie. Shelley parlava di
“purity” e “lightness”: oggi potremmo parlare di prevenzione e sostenibilità. Il
lessico cambia, la sostanza resta.
E tuttavia il cuore della sua scelta è poetico.
Per Shelley la natura non è uno scenario né un deposito di risorse: è una
comunità di destini, una trama vivente di cui l’uomo è solo un filo. Rinunciare
alla carne è un gesto di coerenza cosmica: vivere senza infliggere dolore, per
quanto è possibile al singolo. Non perfezione morale, ma tensione verso la
gentilezza. In tempi di slogan, la scelta vegetariana o vegana è spesso ridotta
a identità o ideologia. Shelley ci invita a pensarla diversamente: come atto
d’immaginazione morale. Possiamo nutrirci senza distruggere? Possiamo
trasformare il bisogno in cura? Possiamo evitare che per nutrire me un animale
patisca paura, terrore, sofferenza psichica e fisica?
Non si tratta solo di dieta. Si tratta di sguardo.
Essere vegetariani o vegani significa riconoscere che la sofferenza animale non
è trascurabile, provare responsabilità ecologica, sapere che ogni scelta
alimentare ha un impatto globale. E coerenza etica, che è l’allineare
convinzioni e comportamenti quotidiani.
Shelley è stato inghiottito dal mare nel 1822, ma la sua visione sopravvive
intatta: l’idea che la civiltà si misuri dalla capacità di non ferire. Forse la
sua “vegetable diet” non è solo una scelta alimentare, forse è il luogo in cui
la poesia smette di essere parola e diventa gesto. Un modo di abitare il mondo
senza aggiungere altro dolore al suo dolore.
Paola Tonussi
*In copertina: Percy Bysshe Shelley secondo Alfred Clint
L'articolo “Per raggiungere una bontà autentica”. Sia lode a Shelley, il poeta
vegano proviene da Pangea.