Fu grazie a Santuario, romanzo di nera potenza, che William Faulkner fece
fortuna in Europa. Uscito nel 1931, fu tradotto due anni dopo da René N.
Raimbault e da Henri Delgove per Gallimard. L’introduzione di André Malraux
benedì il tutto. Proprio quell’anno – il ’33 – usciva negli Usa un film tratto
da Santuario: s’intitola The Story of Temple Drake (in Italia passò come
“Perdizione”), con Miriam Hopkins nella parte della protagonista; le scene
perturbanti del libro furono doverosamente ignorate. Il film non risollevò
Faulkner dalla disastrosa situazione economica. Quell’anno, Malraux vinceva il
Goncourt con il suo romanzo più bello, La condizione umana.
Dell’introduzione a Santuario tutti citano la frase conclusiva, ‘ad effetto’,
come tutto ciò che ha scritto Malraux – “Sanctuaire, c’est l’intrusion de la
tragédie grecque dans le roman policier” – ma è tutto il resto ad essere davvero
interessante. Malraux, in un paio di pagine, identifica i temi che attraversano
la ricerca letteraria di Faulkner: il “mondo ineguale, possente, selvaggiamente
personale, non privo di volgarità”; l’uomo “che esiste purché schiacciato”; un
“Destino unico, irrevocabile”; l’odio e l’impotenza come scaturigine dell’azione
narrativa. Malraux scrisse che Faulkner era un “poeta tragico”, che il pressoché
unico soggetto dei suoi libri è “l’irrimediabile”. Su questo punto, Malraux ha
una intuizione sconvolgente, capricciosa, si direbbe:
> “Alcuni grandi romanzi sono, anzi tutto, per i loro autori, la creazione della
> sola cosa che può sopraffarli. Come Lawrence si fa avviluppare dalla
> sensualità, così Faulkner si fa tumulare dall’irrimediabile”.
È bella questa idea della letteratura: si scrive per essere sopraffatti – si
scrive per non scrivere mai più, perché il terrore ci mozzi le mani. Anche la
sessualità, in Faulkner, è l’inseguimento dell’irrimediabile.
Secondo Francesco Baucia, che qui abbiamo interpellato, autore di una bella (e,
cosa rara, ben scritta) biografia di Faulkner (William Faulkner. Il vortice
dell’origine, Edizioni Ares, 2026), Santuario è il libro più potente
dell’onnipossente bibliografia faulkneriana. Nato come un hard boiled scritto
per fare soldi, rimaneggiato all’eccesso, si rivela, ad ogni lettura, straziante
e mirabile (in Italia, esiste l’edizione curata da Mario Materassi per Adelphi,
2006). Secondo Harold Bloom, il romanzo più bello di Faulkner è Mentre morivo –
perché è il più inarginabile e shakespeariano – ma ne Il genio sviscera Luce
d’agosto, “il più misurato tra i romanzi di Faulkner, quello in cui la lingua è
più trasparente” (copy Baucia), uscito poco dopo Santuario, nel 1932. Ne Il
genio, libro istrione costruito secondo i canoni della Cabala, il grande
critico-filosofo statunitense installa Faulkner nella settima Sefirot – l’albero
degli attributi divini -, Nezah, “la Vittoria di Dio”, o meglio, l’eternità, “la
durata”. Secondo Bloom, Faulkner è, insieme a Henry James, il più grande
romanziere nordamericano di sempre: ha coagulato la tragedia greca e i libri
biblici dei Re a Melville, Mark Twain e Joseph Conrad. Alcuni elementi della
dura esistenza dello scrittore – il culto degli avi fino a vantarsi di un
blasone illusorio, fino a sventrarsi di sé avventurandosi tra tumultuosi
spettri; gli amori sempre ubriachi quando non tragici; la povertà cronica; la
scrittura come pura ossessione (scena-canone: lo scrittore che nelle pause di
lavoro volta la carriola, sguaina i fogli e si accinge al capolavoro); il
disastro che incombe, la disfatta sempre sfiorata – fanno di Faulkner l’emblema
della perseveranza e dell’abbandono, dello scrivere come dedizione indemoniata.
Della disanima tortuosa di Bloom, ciò che colpisce è un’intuizione. Faulkner,
che per noi poveri lettori è l’emblema della narrativa statunitense, è uno
scrittore singolare, recinto in una statuaria solitudine:
> “…nonostante la risonanza nazionale e internazionale, Faulkner è una figura
> che si erge isolata persino nella tradizione americana. Difficile spiegare
> questa solitudine”.
È proprio quando Faulkner edifica per noi un lignaggio, una stirpe – i Compson,
i Sutpen, i Sartoris – e una Gerusalemme, Yoknapatawpha, che ci sottrae ogni
cosa, facendoci sentire degli intrusi, dei ladri. È vero: i morti parlano,
spettegolano ovunque, le pareti sono intrise del loro dire e del loro
desiderare; le stanze, pur vuote, violate, sembrano essere abbandonate da poco,
da mezz’ora – certe azioni, lo sappiamo, sono come l’eterno ritorno,
si compiono di continuo. Eppure, Faulkner va di potatura: i suoi romanzi sono al
contempo il bocciolo e il frutto spiccato – il vecchio mondo va amato, ma ci
attende il nuovo. Faulkner ci scaraventa lì, espellendoci dal suo
caravanserraglio di volti e di contorsioni sintattiche. Avventati nel tuo mondo.
Dietro la zanzariera c’è un roseto, poi una strada sterrata, il calesse in
disuso, la statua con un angelo senza ali; il cavallo, un cane che grida, i
campi e, in fondo, la luce condor a becchettare l’orizzonte, il futuro, gli
artigli, le briglie. Buon viaggio.
Un ragazzo non ha mai letto Faulkner. Da che lato iniziare a leggerlo, con quali
precauzioni?
L’unica precauzione è essere consapevoli che si sta per entrare in un territorio
letterario di profonda inattualità. La scrittura di Faulkner è molto lontana da
ciò che si trova sugli scaffali della narrativa, anche americana, di oggi. Ma
per un giovane la prospettiva di compromettersi con una forma quasi aliena può
essere solo una seduzione, e non un rischio. Più si addentrerà in questa foresta
aggrovigliata, più si accorgerà che le sue ramificazioni in realtà si sono
spinte, in maniera sotterranea, fin dentro le pagine di alcuni dei più grandi
autori degli ultimi venti/trent’anni. Autori che sembrano molto distanti da
Faulkner, come, ad esempio, Sebald, Bolaño, o il premio Nobel Krasznahorkai:
tutti loro però, come ha detto il grande critico James Wood, lavorano
sull’espansione della frase invece che sulla sua scarnificazione. E, in fondo,
sull’idea che la realtà del mondo è intessuta di parole – soffocata da un
groviglio di parole – invece che separata dal linguaggio o trasferibile in esso
tramite una corrispondenza di elementi.
Qual è il romanzo di Faulkner che preferisce tra tutti – perché?
Santuario, scritto nel 1929 e ampiamente rivisto per la pubblicazione nel 1931.
Faulkner lo concepì con l’obiettivo di produrre un noir scioccante, che gli
avrebbe fatto vendere molte copie. Al centro della storia c’è una ragazza di
buona famiglia, Temple Drake, che viene portata da un corteggiatore alcolizzato
in una casa di distillatori clandestini. Lì inizia la sua discesa agli inferi,
che passa per un omicidio di cui è testimone, poi per uno stupro, poi per il
rapimento da parte di un gangster “dalle mani di bambola”, Popeye, che la tiene
rinchiusa in un bordello di Memphis. La sua vicenda si incrocia con quella
dell’avvocato Benbow, incaricato di difendere il presunto responsabile
dell’omicidio avvenuto alla casa dei distillatori. In qualche modo, Santuario è
effettivamente un giallo, ma è anche – prima che lo componesse Friedrich
Dürrenmatt con La promessa – il suo requiem. La giustizia, tra gli uomini, è
impossibile – o si compie per vie inattese, fatali, oblique. E obliquo è anche
il modo in cui Faulkner affronta gli eventi della sua storia: raccontandoli
attraverso nascondimenti, ellissi o divagazioni. Questo far vedere nell’ombra,
dal buco della serratura, e questo dire le cose in maniera sempre mediata, non
attenuano il disagio verso ciò che accade sulla scena. Anzi, lo rendono ancora
più profondo e perturbante.
In che senso Faulkner ci aiuta a comprendere ‘l’identità’ americana (se poi
esiste tale identità)?
È giusto dubitare del fatto che esista una identità americana. Il Paese è troppo
vasto, le sue fondamenta troppo eterogenee e la sua storia troppo compressa per
aver prodotto una sola forma coerente. Le identità americane sono molteplici, e
mai come adesso incapaci di amalgamarsi, o anche solo di parlarsi.
Mi sembra che Faulkner, con Assalonne, Assalonne! (1936), abbia scritto il suo
romanzo più politico. Non solo perché incentrato sul risentimento come motore di
un tratto della storia americana. Ma anche perché – come in un Quarto
potere sudista, caraibico e rurale – restituisce la difficoltà di pronunciare
una parola definitiva sulla natura di quegli individui larger-than-life che la
puntellano. Mito, storia, memorie famigliari e proiezioni individuali sono
confuse, mai districabili.
C’è però un aspetto che accomuna le diverse identità americane: è quello di
essere perennemente in via di ridefinizione, strato dopo strato. È un’idea
importante nell’opera di Faulkner, che ci presenta un universo narrativo
determinato (la contea di Yoknapatawpha) eppure in continuo movimento. Questa
idea Faulkner la ricavò da Sherwood Anderson, suo grande maestro, che nelle loro
passeggiate a New Orleans nel ’25 gli ripeteva: “L’America non è ancora
cementata né intonacata. È in costruzione”.
Il senso della discendenza, una cupa religiosità, il culto del ‘diverso’, del
‘mostruoso’, la potenza del ‘luogo’. A me pare che Faulkner scriva una specie di
contro-Bibbia americana: è così?
Si racconta che il piccolo Faulkner, per guadagnarsi la colazione, dovesse
dimostrare di giorno in giorno di aver mandato a memoria qualche versetto nuovo
della Bibbia. Era un gioco introdotto in famiglia dal Vecchio Colonnello, il
bisnonno dello scrittore, figura temibile ma anche oggetto di rispecchiamento
per Faulkner, poiché la prima, nella linea famigliare, a mostrare
un’inclinazione per la scrittura. La vicenda del bisnonno, ricca di violenza
(tra cui un fratricidio mancato), di migrazioni verso terre promesse (dal
Tennessee al Mississippi) e di imprese quasi sovrumane (l’autoeducazione come
avvocato, le battaglie della Guerra civile e la fondazione di una compagnia
ferroviaria), sembra a sua volta una Bibbia a portata di mano. Faulkner vive con
un piede in un tempo in cui il mito è parte della realtà. Se, in qualche modo,
costruisce una contro-Bibbia non lo fa programmaticamente, ma perché il suo
mondo è in parte pre-moderno. Non si può però dimenticare che nell’esaltazione
letteraria degli elementi elencati qui sopra (cupa religiosità, fascino del
diverso, potenza del luogo e dei legami famigliari) incide anche l’influenza
degli autori più amati: Balzac, Dickens, Dostoevskij.
Le chiedo di dirci qualcosa sui legami tra Faulkner e Cormac McCarthy.
In un certo senso, non esisterebbe McCarthy senza Faulkner. I primi romanzi
mccarthiani mostrano una evidente continuità tematica e stilistica con quelli
del predecessore. Poi, volendo periodizzare un po’ grossolanamente, McCarthy si
distanzia dal maestro sempre di più dopo il passaggio dal Tennesse al Texas.
Rimane però l’insistenza su luoghi tematici decisivi (la caccia, per esempio);
su figure di villainsdotati di un’essenza metafisica più che di una consistenza
di carne e sangue (una vena sottile ma pulsante collega Popeye con il Lester
Ballard di Figlio di Dio o con il Chigurh di Non è un paese per vecchi); su una
postura che unisce sospetto e stupefazione verso il creato, che forse tutti e
due ereditano da Melville.
Una curiosità, infine: entrambi sono autori iper-letterari che hanno flirtato a
più riprese con il cinema, trovandovi un parziale riscatto dalle alterne fortune
letterarie. Faulkner dovette emigrare a più riprese dal Mississippi a Hollywood
per compensare con soggetti e sceneggiature i guadagni che non riusciva a
ottenere attraverso racconti e romanzi; e a Los Angeles avrebbe finito per farsi
amico un grandissimo regista, Howard Hawks, e per firmare i copioni di due film
di successo come Acque del sud (1944) e Il grande sonno (1946), entrambi con
Humphrey Bogart. McCarthy, dal canto suo, già nel 1977 si cimentava nella
scrittura di un film (The Gardener’s Son) e nel decennio successivo tentava di
aggiudicarsi premi e sovvenzioni con sceneggiature che, in alcuni casi,
contenevano gli abbozzi dei romanzi successivi. La consacrazione più ampia, poi,
la ottenne grazie al pluripremiato film dei fratelli Coen Non è un paese per
vecchi (2007), tratto da uno dei suoi romanzi meno ambiziosi.
Possiamo considerare Faulkner il padre del Grande Romanzo Americano (sempre
inseguito, desiderato, anelato, ma forse mai realizzato)?
In un’intervista, Philip Roth ha detto che Faulkner è stato “allo stesso tempo
un cronista e un visionario”. Credo che l’essenza del Grande Romanzo Americano
viva nel rapporto inscindibile tra questi due elementi: la cronaca e la visione.
Una porzione di America diventa via via il veicolo di un racconto che sfiora le
radici della condizione umana. Può trattarsi di una spedizione baleniera, di un
quartiere ebraico di Newark o della transumanza di una mandria di bovini, e dei
suoi bovari, dal Texas al Montana. In questo senso, il Grande Romanzo Americano
è un’idea approssimabile, ma mai racchiudibile in una incarnazione definitiva.
Faulkner, va ricordato, è stato un grande e prolifico scrittore di racconti
oltre che di romanzi (per alcuni lettori, il Faulkner delle short stories è il
Faulkner migliore). Da un certo punto in poi, anche per un mero calcolo di
riciclo di materiali già pronti, i suoi romanzi diventano degli assemblaggi di
racconti. La forma romanzesca, in Faulkner, è ben lontana dall’essere armoniosa,
equilibrata o canonica.
Qual è il senso ‘morale’ dei romanzi di Faulkner, infine?
Nell’opera di Faulkner, come in quella di ogni grande scrittore, non credo sia
possibile individuare un senso morale complessivo. In alcune pagine, Faulkner
può apparire fatalista e pessimista, in altre animato di speranza e fiducia
nelle sorti dell’uomo. Può essere cupo e violento, e poi diventare quasi comico.
Penso che Faulkner abbia bisogno di credere in pieno nella disperazione per
poterci far sentire il soffio della speranza, e nella possibilità della speranza
per ricacciarci nelle fosse della disperazione. Nello scrittore, il
prestigiatore è inseparabile dall’uomo che soffre, che si consola o che
filosofeggia.
Le ha scelto di inaugurare la biografia di Faulkner dal primo giorno di lavoro
dello scrittore a Hollywood: perché? Perché, intendo, da quel punto
dell’esistenza dello scrittore?
L’immagine del giovane uomo spaesato, sbronzo e gaffeur che si presenta al primo
colloquio con la MGM pensando di poter scrivere dialoghi di Topolino (non sa che
è una property della Disney), mi pare quanto di più distante dalle foto
canoniche che ci mostrano lo scrittore come vate pensoso del Sud,
immancabilmente armato di pipa. Quell’aspirante sceneggiatore era però già
l’autore di una delle più straordinarie sequenze creative del
Novecento: Bandiere nella polvere/Sartoris, L’urlo e il
furore, Santuario, Mentre morivo e Luce d’agosto, più una quarantina di
racconti, scritti in meno di cinque anni, tra il 1928 e il 1932. Trovo ci sia
qualcosa di impressionante nella discrepanza tra quel piccolo uomo e l’enormità,
quasi del tutto compiuta, del suo destino letterario.
In più, anche se la scrittura di Faulkner è anti-cinematografica – densa com’è
di parole e di spaccati sull’interiorità dei personaggi – dall’altro è
anche ultra-cinematografica. Perché ci mostra che lo sguardo, l’angolo di
visione attraverso cui si apre il mondo, non può mai essere neutro, ma è per
forza di cose collocato in una prospettiva, in una situazione emotiva, in una
carne, in una voce.
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