L’agente Guy Burgess (in codice “Hicks” o anche detto “Mädchen”, “la ragazza”),
ovvero il traditore – ma anche l’elegante, infingardo ed eccentrico Burgess,
famoso per le sue scorribande nelle confraternite di Cambridge, tra bevute senza
fine e un fiume di relazioni proibite – disse addio all’Inghilterra nel 1951.
Pochi anni dopo – in piena Guerra fredda – il fuggiasco venne smascherato con
l’accusa di spionaggio al servizio dell’URSS, insieme al socio Donald Maclean, a
Mosca, quando l’Intelligence aveva già deliberato l’ordine di stanarlo. Nel
1963, poi, fu il turno dell’amico Sir Anthony Blunt, celebre storico dell’arte e
curatore della Royal Collection, reclutato dall’Unione negli anni universitari e
annidato da allora nel cuore della Corona, al fianco di Sua Maestà dentro le
gallerie di Buckingham Palace.
La storia del circolo di spie sovietiche, i cosiddetti “Cambridge Five” –
colleghi, sodali e temibili nemici dell’Impero, eppure inglesi fino al midollo,
insediati dietro le scrivanie del Foreign Office –, è arcinota: ne danno conto
le principali biografie di Blunt (P. Blofeld, Master of Lies, 2026), Burgess (A.
Lownie, Stalin’s Englishman, 2015), Philby (P. Knightley, The Master Spy,
1989), Maclean (R. Cecil, A Divided Life, 1988) e compagni. A queste si
aggiungono la pellicola di John Schlesinger An Englishman Abroad (1983) sul
soggiorno di Burgess in Russia e la miniserie Cambridge Spies (2003) – entrambe
firmate BBC – che segue le liaisons delle migliori talpe dell’establishment.
Da esponente dell’upper-middle class, Burgess aveva frequentato la public
school, e non certo una qualunque: fra i collegi esclusivi riservati ai rampolli
della classe dominante, fu educato all’Eton College, che era stata per secoli la
scuola dei reali e dei gentlemen, per proseguire gli studi al Trinity College di
Cambridge, dove venne cooptato dagli “Apostoli” (o “Conversazione Society”) – i
cui membri usavano chiamarsi “fratelli” – dediti a conversazioni filosofiche,
trame politiche e, non da ultimo, intricate amicizie omoerotiche. Fin dalla
giovinezza, dunque, Guy Burgess era iniziato al segreto e all’arte della
dissimulazione, in un paese che criminalizzava con la reclusione e i lavori
forzati l’amore omosessuale, «ancora poco incline – secondo il romanziere E. M.
Forster – ad accettare la natura umana» (Maurice, 1971).
Come osserva Franco Buffoni in Due pub, tre poeti e un desiderio (Marcos y
Marcos, 2019), dopo aver snocciolato un lungo elenco di scrittori che vissero in
prima persona o trattarono nelle loro opere l’esperienza dello spionaggio per i
servizi segreti britannici (da Kipling a Maugham, a Graham Greene, Durrell, Ian
Fleming, John Le Carré ed Evelyn Waugh):
> “Negli anni venti e trenta del Novecento The Apostles divenne un club d’élite
> per ‘iniziati’ (con tutto ciò che il termine significava sin dal tempo di
> Byron), caratterizzato da raffinate riunioni conviviali con brindisi a
> ‘bellezza e verità’ e fortissimi legami omosessuali. Ma anche da grande
> simpatia per la rivoluzione sovietica, riscontrabile per altro più
> generalmente in tutto l’ambiente oxbridgeano. The Apostles divenne così il
> crogiuolo per antonomasia per la formazione di un gruppo elitario di spie
> britanniche a favore dell’Urss, capaci di rimanere ‘coperte’ per decenni […]
> Dopo la promessa di impunità, Blunt confessò che il suo era stato in pratica
> un caso di coscienza: dovendo scegliere tra la lealtà verso l’Inghilterra e
> quell’intreccio di omosessualità e marxismo che era la lealtà verso
> i brothers di Cambridge, scelse la seconda. […] Il sogno di liberazione
> omosessuale si intreccia con il sogno dell’ideologia marxista e il nemico
> primo e unico è sempre l’establishment britannico al quale appartengono le
> loro famiglie. Come si evince dal romanzo Il fattore umano di Greene, in cui
> il protagonista accetta di lavorare per i sovietici e, una volta scoperto, si
> rifugia a Mosca. Greene chiama Castle il suo uomo, ma in realtà la storia
> somiglia a quella della celeberrima spia Philby, già apostolo a Cambridge. E
> ancor più verosimilmente è Philby il protagonista de La talpa di John Le
> Carré, con il nome di Bill Haydon, spia pro-Urss. Emblematico il titolo
> originale del romanzo, evocativo di complicità collegiali e appelli nei
> cortili, sguardi d’intesa e incontri segreti in spogliatoi e aule di scienze
> vuote”.
È intorno a questa esistenza al limite della norma, radicata nel travagliato
percorso di formazione – o meglio di deformazione – di Guy Burgess, che il
drammaturgo oxoniense Julian Mitchell fa ruotare la sua pièce in due
atti Another Country, scritta nel 1981. Il titolo, ispirato al tradizionale inno
patriottico I vow to Thee, My Country («Io offro a te, mia patria/ questa vita e
altro ancor/ puro, sincero, pieno/ il servizio del mio amor: […] E c’è un’altra
patria/ ho udito tempo fa, Cara a chi la ama,/ cara a chi di lei sa»), diventa
la metafora di una patria ideale vagheggiata da schiere di giovani socialisti e
filomarxisti intorno agli anni Trenta del XX secolo, quando alla staticità del
sistema di classe britannico e alle violenze di un’educazione repressiva –
d’impronta public school – opponevano la vita comunista dei loro sogni e il
culto ingenuo dello stalinismo (prima del crollo delle illusioni, come
testimonia il saggio politico The God That Failed, sottoscritto, tra gli altri,
da Stephen Spender nel 1949).
Ma quali erano le ragioni che spinsero un perfetto civil servant, che aveva
tutte le carte in regola per essere destinato a una carriera nelle alte sfere
del Commonwealth, a trafugare documenti top secret per darli in mano ai
russi? Non già un desiderio di vendetta personale o il risultato di meri
interessi economici ma un più profondo tradimento dell’anima. Perché se è vero,
come lo irride Alan Bennett nella prima commedia del dittico Single Spies(Una
spia in esilio, 1988), che Burgess avrebbe chiesto – perfino durante l’esilio
moscovita – di farsi spedire dei raffinati completi di tweed e una cravatta in
stile Eton dal suo sarto di fiducia a Londra (grazie all’aiuto dell’attrice
Coral Browne), egli non rinnegò in toto l’Inghilterra – con le sue ataviche
tradizioni –, bensì le crepe di un sistema violento, corrotto e marcio nel suo
insieme, fondato su inflessibili codici di condotta, dettami morali e
convenzioni sociali, con cui aveva dovuto fare i conti fin da ragazzo.
Per comprendere la parabola politica e intellettuale di Burgess – propone
Mitchell in un’intervista televisiva del 1983 – occorre tornare agli anni di
scuola, che possiamo rileggere – sotto altri nomi – nella trasposizione
drammatica, liberamente ispirata alla vicenda della spia di Cambridge: il
protagonista della storia, Guy Bennett, è infatti un alter ego di Burgess. Al
suo fianco, Tommy Judd, l’amico più caro e l’unico che sembra accettarlo così
com’è, nutre simpatie marxiste e non si astiene dal giudicare il regime
scolastico come un bersaglio imprescindibile della lotta di classe, da
combattere dall’interno per estirpare la forza bruta delle autorità, gli abusi
di potere dei carnefici e le sopraffazioni che alimentano le faide tra gli
stessi studenti. Le invettive di Tommy – dal tono crudo e corrosivo – sferrano
un attacco alle regole ferree dell’istituto, che esaltano il militarismo
soggiacente all’etica dello sportivo ideale, come incitava il poeta Henry
Newbolt col motto «Play up! play up! and play the game!» (Vitaï Lampada, 1892)
ancora popolare nei collegi, dove guerra e gioco erano diventati sinonimi a
partire dal primo conflitto mondiale.
Intorno ai due reprobi della comunità collegiale (mentre Bennett è additato di
devianza sessuale, Judd è marginalizzato per le sue posizioni ideologiche), si
dividono in fazioni i tanti amici e rivali (la nemesi di Bennett è l’infido
Fowler, che intende riportare onore, virilità e “pulizia” alla loro divisione).
Tommy, Guy e i loro compagni di corso appartengono tutti alla Gascoigne, una
delle “Case” della secolare public school, che riflette in uno specchio distorto
l’alma mater di Eton.
La scena è ambientata negli anni Trenta, tra la biblioteca del quarto anno di
scuola superiore (o “Lower Sixth Form”), lo studio dei prefetti, il dormitorio e
il campo da cricket.
Una citazione da Cyril Connolly (Enemies of Promise, 1938), posta in esergo,
avverte immediatamente il lettore sul contesto dell’epoca: le scuole private
come quella rappresentata sono un mondo a parte, quasi un Impero in miniatura,
munito di un proprio corpo militare (gli “Officers’ Training Corps”) e
caratterizzato da ruoli di comando, con annessi privilegi, assegnati agli
studenti nominati prefects, ai quali spetta il compito di mantenere l’ordine nei
pensionati. In questi ambienti di rigida disciplina, le gerarchie scolastiche
servivano a preparare i ragazzi all’esercizio del potere nelle file del ceto
dirigente, alla superiorità di classe e alla leadership. Tuttavia, la migliore
educazione offerta ai futuri diplomatici, ufficiali e capi di Stato non
eliminava le zone d’ombra, alimentando per converso una sorta di sindrome di
Peter Pan nella temperie omosociale del collegio:
> “Le esperienze vissute dai ragazzi nelle prestigiose scuole superiori private,
> le loro glorie e le loro delusioni, sono così intense da dominare la loro vita
> e fermare la loro crescita. Da ciò risulta che la maggior parte della classe
> dominante rimane adolescente, dalla mentalità scolastica, impacciata, codarda,
> sentimentale e in ultima analisi omosessuale.”
In una tipica public school, come nel resto della società del tempo, sbocciavano
numerosi rapporti di natura erotica e sentimentale tra giovani convittori, al
netto del fatto che l’omosessualità – leitmotiv del dramma, unitamente al tema
politico – era considerata ancora un reato nel Regno Unito: benché diffusa e
tenuta a bada dal binomio colpa-punizione (psicologica o corporale, subdola o
spietata) sotto il controllo dei monitori. Su tutti gli allievi gravava,
all’ordine del giorno, il rischio dell’espulsione e della vergogna proprio come,
nel mondo esterno alla scuola, era sempre dietro l’angolo la condanna per
crimini di “grave indecenza”.
Il primo atto si apre coi canti di un’intera scolaresca durante una
commemorazione in cappella, che arrivano agli orecchi dei ragazzi rinchiusi
nella vicina biblioteca. Al ritmo degli inni nazionali risuonano principi
patriottici, spirito di sacrificio e osservanza alla dottrina con cui venivano
allevati i discenti delle public schools. Fanno seguito le mordaci battute di
Tommy, indignato per l’ossequio pedante verso la patria, e i rovelli
sentimentali dell’esuberante Bennett che non riesce a contenere l’entusiasmo per
aver conosciuto finalmente un compagno al quale donarsi con tutto se stesso.
Eppure il suo desiderio si infrange contro le regole scolastiche che ostacolano
l’idillio romantico col bellissimo James Harcourt, uno studente della Longford
(l’altra Casa della scuola).
Guy è rimasto stregato da James fin dalla prima volta che i loro occhi si sono
incrociati al termine delle lezioni e adesso lo spia cautamente a distanza.
Harcourt – bello, buono, dotato d’ogni perfezione – è l’oggetto del desiderio,
ritratto come un Ganimede anglosassone: riuso di un codice impiegato per parlare
di omosessualità in maniera cifrata, molto in voga nella letteratura uraniana di
fine secolo ma ormai scaduto a cliché nel gergo del dopoguerra.
L’altro ribelle per eccellenza, Judd, professa invece una devozione assoluta e
un amore troppo idealizzato per Karl Marx, quindi parla parafrasando il Das
Kapital. Come chiarisce Mitchell, Tommy è una proiezione di Rupert John
Cornford, figlio della poetessa Frances Cornford (née Darwin), morto sul fronte
di Cordova durante la Guerra civile spagnola, in cui si era arruolato volontario
per difendere i propri ideali di giustizia e libertà.
Nell’adattamento cinematografico di Marek Kanievska, Another Country – La
scelta (1984) – diventato un cult del cinema queer – le scintille della
relazione tra Bennett e Harcourt, scoccata tra visioni di campi sportivi e
giochi di sguardi celeri al “peccato”, preludono alla scena di un tenero
abbraccio notturno, tra le più iconiche del film. Stretti l’uno all’altro,
lontano dalle rispettive Case, i due amanti scacciano il dilemma del ricatto
(ordito in genere sia dai delatori che dagli stessi complici) e lo schiarire del
«dì giocondo» venuto a separarli «in punta di piedi», con echi all’allodola
di Romeo e Giulietta: “Sarà meglio andare”, dice James preoccupato alle prime
luci dell’alba. A questo punto, l’incredulo Bennett vede ricambiati i suoi
sentimenti: grazie all’affetto per James, il ragazzo che ha sempre dovuto
accontentarsi di incontri segreti con altri simili arriva a riconoscere la sua
identità, che purtroppo deve nascondere, relegandola al silenzio.
Il loro rapporto è una trafila di sguardi languidi, incontri calcolati, lettere
e biglietti scambiati furtivamente col timore di essere intercettati da occhi
indiscreti, cui fanno da contraltare gli struggimenti privati di Bennett nella
parte del Pellegrino innamorato (con il fedele Judd pronto ad ascoltarlo e
accudirlo). E sarà proprio la coscienza del suo amore, di pari passo alla
maturazione della sua sessualità, ad alimentare la rabbia per le catene sociali
imposte dall’alto, la consapevolezza che nulla ha senso nella vita se mancano i
diritti basilari a vivere e amare come si desidera. Fino a quel momento, il suo
sogno era diventare prefetto, studente modello della scuola e infine
diplomatico, una volta ottenuta la laurea in uno dei college di Oxbridge, a cui
la public school garantiva l’accesso diretto. Ma se tutto ciò che l’Inghilterra
– incarnata dai vertici scolastici e dalla famiglia – gli ha tramandato fosse
solo un ammasso di menzogne e ipocrisie? Cosa può valere una carriera
rispettabile negli ingranaggi del sistema? O la gloria decantata dai precettori?
In proposito, ha forse ragione il rosso: “O accetti il sistema o cerchi di
cambiarlo. Non ci sono alternative” (atto II scena VI, infra). Il resto è vuota
retorica.
Tornando alla pièce di Mitchell, dopo vari rifiuti per la materia trattata e la
lingua utilizzata – ricca di discorsi salaci e irriverenti – fu allestita il 5
novembre 1981, quando debuttò al Greenwich Theatre di Londra, sotto la direzione
di Stuart Burge. In seguito allo strepitoso successo, andò in scena al Queen’s
Theatre nel 1982. Nel cast figuravano – alternandosi nei panni di Guy e Judd –
gli attori Rupert Everett, Colin Firth (poi ingaggiati da Kanievska), Kenneth
Branagh e Daniel Day-Lewis. Non era la prima opera teatrale che affrontava il
tema dell’omosessualità in ambiente collegiale (Quaint Honour è del 1958), ma
non aveva precedenti nel racconto dell’affaire Burgess, che scosse profondamente
il pubblico londinese e coincise di fatto con gli anni dell’epidemia di AIDS,
quand’erano ancora calde nella memoria nazionale le lotte di decriminalizzazione
degli atti omosessuali alla caduta del severo Labouchère Amendment (in vigore
dall’Ottocento e abrogato soltanto nel 1967). Il nodo spinoso della vicenda era
dovuto all’ostentata omosessualità del giovane protagonista e allo scandalo
scolastico in cui è coinvolta una matricola (o fag), Martineau, impiccatosi per
essere stato scoperto in flagrante da un professore.
Per gli studenti della Gascoigne, tutto cambia – come accade in occasione degli
incontri più fortunati, rivelatori, che portano con sé una guida o un modello in
cui credere – quando uno scrittore affermato (nonché dichiarato pacifista,
omosessuale e obiettore di coscienza durante la Prima guerra) di nome Vaughan
Cunningham fa visita alla congrega scolastica. La sua conoscenza fornirà a
Bennett un punto di riferimento, suscitando reazioni ambivalenti da parte dello
scettico Judd, insofferente verso qualsiasi rappresentante del sistema e
portavoce del mondo degli adulti. Dietro le sembianze dell’intellettuale è
possibile scorgere la silhouette di Lytton Strachey (autore di Eminent
Victorians, 1918), membro del Bloomsbury Group e latore del messaggio filosofico
di G. E. Moore, che negli anni d’anteguerra aveva ispirato gli Apostoli di
Cambridge coi suoi Principia Ethica (1903) – finemente ricalcati da Mitchell nel
testo – a cui gli adepti prestavano fede come un mantra.
Nelle pagine centrali dell’opera, la lezione dell’idolo irrompe nella gretta
realtà dei gascoignani come un monito di speranza che trapassa le generazioni e,
sulla scorta di Walter Pater, invita al perseguimento naturale delle passioni e
delle relazioni interpersonali in una società di affetti fraterni, auspicando –
come si augura Forster in epigrafe al romanzo Maurice – a un’èra più libera e
tollerante. Pur ripensando con nostalgia ai propri anni di scuola, venati da
altrettanti rimorsi, sotterfugi, privazioni e rinunce, il suo panegirico
riassume la “prova” – l’ordeal, ossia la trama o il calvario – della giovinezza,
fornendo l’antidoto per attraversare quella tormentata età di passaggio e così
assaporare con gioia i piaceri della vita. Come detta Cunningham a Bennett,
richiamando Il Rinascimento di Pater:
> “‘Non il frutto dell’esperienza, ma l’esperienza stessa, è il fine.’ Oh, devi
> leggerlo, dico davvero. Afferma che l’obiettivo della vita è trovarsi sempre
> nel punto in cui il maggior numero di forze vitali si riunisce nella sua più
> pura energia. ‘Ardere sempre di una fiamma brillante come una gemma; mantenere
> questa estasi, è il successo nella vita.’ […] Ardere. ‘Ardere sempre di una
> fiamma brillante come una gemma…’ Di certo Judd penserà che la Storia spazzerà
> via le nostre piccole fiamme così! (Schiocca le dita) Ma penso che preferirei
> essere spazzato via in estasi, piuttosto che essere gettato via in silenzio,
> schiavo delle imposizioni della Storia.”
Pierluigi Piscopo
In copertina: Guy Burgess (1911-1963) in vacanza sull’isola di Eigg, in Scozia,
durante l’estate del 1932.
L'articolo Omosessualità & marxismo. La travolgente storia delle spie
britanniche al servizio dell’Urss proviene da Pangea.