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Omosessualità & marxismo. La travolgente storia delle spie britanniche al servizio dell’Urss
L’agente Guy Burgess (in codice “Hicks” o anche detto “Mädchen”, “la ragazza”), ovvero il traditore – ma anche l’elegante, infingardo ed eccentrico Burgess, famoso per le sue scorribande nelle confraternite di Cambridge, tra bevute senza fine e un fiume di relazioni proibite – disse addio all’Inghilterra nel 1951. Pochi anni dopo – in piena Guerra fredda – il fuggiasco venne smascherato con l’accusa di spionaggio al servizio dell’URSS, insieme al socio Donald Maclean, a Mosca, quando l’Intelligence aveva già deliberato l’ordine di stanarlo. Nel 1963, poi, fu il turno dell’amico Sir Anthony Blunt, celebre storico dell’arte e curatore della Royal Collection, reclutato dall’Unione negli anni universitari e annidato da allora nel cuore della Corona, al fianco di Sua Maestà dentro le gallerie di Buckingham Palace. La storia del circolo di spie sovietiche, i cosiddetti “Cambridge Five” – colleghi, sodali e temibili nemici dell’Impero, eppure inglesi fino al midollo, insediati dietro le scrivanie del Foreign Office –, è arcinota: ne danno conto le principali biografie di Blunt (P. Blofeld, Master of Lies, 2026), Burgess (A. Lownie, Stalin’s Englishman, 2015), Philby (P. Knightley, The Master Spy, 1989), Maclean (R. Cecil, A Divided Life, 1988) e compagni. A queste si aggiungono la pellicola di John Schlesinger An Englishman Abroad (1983) sul soggiorno di Burgess in Russia e la miniserie Cambridge Spies (2003) – entrambe firmate BBC – che segue le liaisons delle migliori talpe dell’establishment.  Da esponente dell’upper-middle class, Burgess aveva frequentato la public school, e non certo una qualunque: fra i collegi esclusivi riservati ai rampolli della classe dominante, fu educato all’Eton College, che era stata per secoli la scuola dei reali e dei gentlemen, per proseguire gli studi al Trinity College di Cambridge, dove venne cooptato dagli “Apostoli” (o “Conversazione Society”) – i cui membri usavano chiamarsi “fratelli” – dediti a conversazioni filosofiche, trame politiche e, non da ultimo, intricate amicizie omoerotiche. Fin dalla giovinezza, dunque, Guy Burgess era iniziato al segreto e all’arte della dissimulazione, in un paese che criminalizzava con la reclusione e i lavori forzati l’amore omosessuale, «ancora poco incline – secondo il romanziere E. M. Forster – ad accettare la natura umana» (Maurice, 1971).  Come osserva Franco Buffoni in Due pub, tre poeti e un desiderio (Marcos y Marcos, 2019), dopo aver snocciolato un lungo elenco di scrittori che vissero in prima persona o trattarono nelle loro opere l’esperienza dello spionaggio per i servizi segreti britannici (da Kipling a Maugham, a Graham Greene, Durrell, Ian Fleming, John Le Carré ed Evelyn Waugh): > “Negli anni venti e trenta del Novecento The Apostles divenne un club d’élite > per ‘iniziati’ (con tutto ciò che il termine significava sin dal tempo di > Byron), caratterizzato da raffinate riunioni conviviali con brindisi a > ‘bellezza e verità’ e fortissimi legami omosessuali. Ma anche da grande > simpatia per la rivoluzione sovietica, riscontrabile per altro più > generalmente in tutto l’ambiente oxbridgeano. The Apostles divenne così il > crogiuolo per antonomasia per la formazione di un gruppo elitario di spie > britanniche a favore dell’Urss, capaci di rimanere ‘coperte’ per decenni […] > Dopo la promessa di impunità, Blunt confessò che il suo era stato in pratica > un caso di coscienza: dovendo scegliere tra la lealtà verso l’Inghilterra e > quell’intreccio di omosessualità e marxismo che era la lealtà verso > i brothers di Cambridge, scelse la seconda. […] Il sogno di liberazione > omosessuale si intreccia con il sogno dell’ideologia marxista e il nemico > primo e unico è sempre l’establishment britannico al quale appartengono le > loro famiglie. Come si evince dal romanzo Il fattore umano di Greene, in cui > il protagonista accetta di lavorare per i sovietici e, una volta scoperto, si > rifugia a Mosca. Greene chiama Castle il suo uomo, ma in realtà la storia > somiglia a quella della celeberrima spia Philby, già apostolo a Cambridge. E > ancor più verosimilmente è Philby il protagonista de La talpa di John Le > Carré, con il nome di Bill Haydon, spia pro-Urss. Emblematico il titolo > originale del romanzo, evocativo di complicità collegiali e appelli nei > cortili, sguardi d’intesa e incontri segreti in spogliatoi e aule di scienze > vuote”. È intorno a questa esistenza al limite della norma, radicata nel travagliato percorso di formazione – o meglio di deformazione – di Guy Burgess, che il drammaturgo oxoniense Julian Mitchell fa ruotare la sua pièce in due atti Another Country, scritta nel 1981. Il titolo, ispirato al tradizionale inno patriottico I vow to Thee, My Country («Io offro a te, mia patria/ questa vita e altro ancor/ puro, sincero, pieno/ il servizio del mio amor: […] E c’è un’altra patria/ ho udito tempo fa,  Cara a chi la ama,/ cara a chi di lei sa»), diventa la metafora di una patria ideale vagheggiata da schiere di giovani socialisti e filomarxisti intorno agli anni Trenta del XX secolo, quando alla staticità del sistema di classe britannico e alle violenze di un’educazione repressiva – d’impronta public school – opponevano la vita comunista dei loro sogni e il culto ingenuo dello stalinismo (prima del crollo delle illusioni, come testimonia il saggio politico The God That Failed, sottoscritto, tra gli altri, da Stephen Spender nel 1949).  Ma quali erano le ragioni che spinsero un perfetto civil servant, che aveva tutte le carte in regola per essere destinato a una carriera nelle alte sfere del Commonwealth, a trafugare documenti top secret per darli in mano ai russi? Non già un desiderio di vendetta personale o il risultato di meri interessi economici ma un più profondo tradimento dell’anima. Perché se è vero, come lo irride Alan Bennett nella prima commedia del dittico Single Spies(Una spia in esilio, 1988), che Burgess avrebbe chiesto – perfino durante l’esilio moscovita – di farsi spedire dei raffinati completi di tweed e una cravatta in stile Eton dal suo sarto di fiducia a Londra (grazie all’aiuto dell’attrice Coral Browne), egli non rinnegò in toto l’Inghilterra – con le sue ataviche tradizioni –, bensì le crepe di un sistema violento, corrotto e marcio nel suo insieme, fondato su inflessibili codici di condotta, dettami morali e convenzioni sociali, con cui aveva dovuto fare i conti fin da ragazzo. Per comprendere la parabola politica e intellettuale di Burgess – propone Mitchell in un’intervista televisiva del 1983 – occorre tornare agli anni di scuola, che possiamo rileggere – sotto altri nomi – nella trasposizione drammatica, liberamente ispirata alla vicenda della spia di Cambridge: il protagonista della storia, Guy Bennett, è infatti un alter ego di Burgess. Al suo fianco, Tommy Judd, l’amico più caro e l’unico che sembra accettarlo così com’è, nutre simpatie marxiste e non si astiene dal giudicare il regime scolastico come un bersaglio imprescindibile della lotta di classe, da combattere dall’interno per estirpare la forza bruta delle autorità, gli abusi di potere dei carnefici e le sopraffazioni che alimentano le faide tra gli stessi studenti. Le invettive di Tommy – dal tono crudo e corrosivo – sferrano un attacco alle regole ferree dell’istituto, che esaltano il militarismo soggiacente all’etica dello sportivo ideale, come incitava il poeta Henry Newbolt col motto «Play up! play up! and play the game!» (Vitaï Lampada, 1892) ancora popolare nei collegi, dove guerra e gioco erano diventati sinonimi a partire dal primo conflitto mondiale. Intorno ai due reprobi della comunità collegiale (mentre Bennett è additato di devianza sessuale, Judd è marginalizzato per le sue posizioni ideologiche), si dividono in fazioni i tanti amici e rivali (la nemesi di Bennett è l’infido Fowler, che intende riportare onore, virilità e “pulizia” alla loro divisione). Tommy, Guy e i loro compagni di corso appartengono tutti alla Gascoigne, una delle “Case” della secolare public school, che riflette in uno specchio distorto l’alma mater di Eton.  La scena è ambientata negli anni Trenta, tra la biblioteca del quarto anno di scuola superiore (o “Lower Sixth Form”), lo studio dei prefetti, il dormitorio e il campo da cricket. Una citazione da Cyril Connolly (Enemies of Promise, 1938), posta in esergo, avverte immediatamente il lettore sul contesto dell’epoca: le scuole private come quella rappresentata sono un mondo a parte, quasi un Impero in miniatura, munito di un proprio corpo militare (gli “Officers’ Training Corps”) e caratterizzato da ruoli di comando, con annessi privilegi, assegnati agli studenti nominati prefects, ai quali spetta il compito di mantenere l’ordine nei pensionati. In questi ambienti di rigida disciplina, le gerarchie scolastiche servivano a preparare i ragazzi all’esercizio del potere nelle file del ceto dirigente, alla superiorità di classe e alla leadership. Tuttavia, la migliore educazione offerta ai futuri diplomatici, ufficiali e capi di Stato non eliminava le zone d’ombra, alimentando per converso una sorta di sindrome di Peter Pan nella temperie omosociale del collegio: > “Le esperienze vissute dai ragazzi nelle prestigiose scuole superiori private, > le loro glorie e le loro delusioni, sono così intense da dominare la loro vita > e fermare la loro crescita. Da ciò risulta che la maggior parte della classe > dominante rimane adolescente, dalla mentalità scolastica, impacciata, codarda, > sentimentale e in ultima analisi omosessuale.” In una tipica public school, come nel resto della società del tempo, sbocciavano numerosi rapporti di natura erotica e sentimentale tra giovani convittori, al netto del fatto che l’omosessualità – leitmotiv del dramma, unitamente al tema politico – era considerata ancora un reato nel Regno Unito: benché diffusa e tenuta a bada dal binomio colpa-punizione (psicologica o corporale, subdola o spietata) sotto il controllo dei monitori. Su tutti gli allievi gravava, all’ordine del giorno, il rischio dell’espulsione e della vergogna proprio come, nel mondo esterno alla scuola, era sempre dietro l’angolo la condanna per crimini di “grave indecenza”.  Il primo atto si apre coi canti di un’intera scolaresca durante una commemorazione in cappella, che arrivano agli orecchi dei ragazzi rinchiusi nella vicina biblioteca. Al ritmo degli inni nazionali risuonano principi patriottici, spirito di sacrificio e osservanza alla dottrina con cui venivano allevati i discenti delle public schools. Fanno seguito le mordaci battute di Tommy, indignato per l’ossequio pedante verso la patria, e i rovelli sentimentali dell’esuberante Bennett che non riesce a contenere l’entusiasmo per aver conosciuto finalmente un compagno al quale donarsi con tutto se stesso. Eppure il suo desiderio si infrange contro le regole scolastiche che ostacolano l’idillio romantico col bellissimo James Harcourt, uno studente della Longford (l’altra Casa della scuola).  Guy è rimasto stregato da James fin dalla prima volta che i loro occhi si sono incrociati al termine delle lezioni e adesso lo spia cautamente a distanza. Harcourt – bello, buono, dotato d’ogni perfezione – è l’oggetto del desiderio, ritratto come un Ganimede anglosassone: riuso di un codice impiegato per parlare di omosessualità in maniera cifrata, molto in voga nella letteratura uraniana di fine secolo ma ormai scaduto a cliché nel gergo del dopoguerra.  L’altro ribelle per eccellenza, Judd, professa invece una devozione assoluta e un amore troppo idealizzato per Karl Marx, quindi parla parafrasando il Das Kapital. Come chiarisce Mitchell, Tommy è una proiezione di Rupert John Cornford, figlio della poetessa Frances Cornford (née Darwin), morto sul fronte di Cordova durante la Guerra civile spagnola, in cui si era arruolato volontario per difendere i propri ideali di giustizia e libertà. Nell’adattamento cinematografico di Marek Kanievska, Another Country – La scelta (1984) – diventato un cult del cinema queer – le scintille della relazione tra Bennett e Harcourt, scoccata tra visioni di campi sportivi e giochi di sguardi celeri al “peccato”, preludono alla scena di un tenero abbraccio notturno, tra le più iconiche del film. Stretti l’uno all’altro, lontano dalle rispettive Case, i due amanti scacciano il dilemma del ricatto (ordito in genere sia dai delatori che dagli stessi complici) e lo schiarire del «dì giocondo» venuto a separarli «in punta di piedi», con echi all’allodola di Romeo e Giulietta: “Sarà meglio andare”, dice James preoccupato alle prime luci dell’alba. A questo punto, l’incredulo Bennett vede ricambiati i suoi sentimenti: grazie all’affetto per James, il ragazzo che ha sempre dovuto accontentarsi di incontri segreti con altri simili arriva a riconoscere la sua identità, che purtroppo deve nascondere, relegandola al silenzio.  Il loro rapporto è una trafila di sguardi languidi, incontri calcolati, lettere e biglietti scambiati furtivamente col timore di essere intercettati da occhi indiscreti, cui fanno da contraltare gli struggimenti privati di Bennett nella parte del Pellegrino innamorato (con il fedele Judd pronto ad ascoltarlo e accudirlo). E sarà proprio la coscienza del suo amore, di pari passo alla maturazione della sua sessualità, ad alimentare la rabbia per le catene sociali imposte dall’alto, la consapevolezza che nulla ha senso nella vita se mancano i diritti basilari a vivere e amare come si desidera. Fino a quel momento, il suo sogno era diventare prefetto, studente modello della scuola e infine diplomatico, una volta ottenuta la laurea in uno dei college di Oxbridge, a cui la public school garantiva l’accesso diretto. Ma se tutto ciò che l’Inghilterra – incarnata dai vertici scolastici e dalla famiglia – gli ha tramandato fosse solo un ammasso di menzogne e ipocrisie? Cosa può valere una carriera rispettabile negli ingranaggi del sistema? O la gloria decantata dai precettori? In proposito, ha forse ragione il rosso: “O accetti il sistema o cerchi di cambiarlo. Non ci sono alternative” (atto II scena VI, infra). Il resto è vuota retorica. Tornando alla pièce di Mitchell, dopo vari rifiuti per la materia trattata e la lingua utilizzata – ricca di discorsi salaci e irriverenti – fu allestita il 5 novembre 1981, quando debuttò al Greenwich Theatre di Londra, sotto la direzione di Stuart Burge. In seguito allo strepitoso successo, andò in scena al Queen’s Theatre nel 1982. Nel cast figuravano – alternandosi nei panni di Guy e Judd – gli attori Rupert Everett, Colin Firth (poi ingaggiati da Kanievska), Kenneth Branagh e Daniel Day-Lewis. Non era la prima opera teatrale che affrontava il tema dell’omosessualità in ambiente collegiale (Quaint Honour è del 1958), ma non aveva precedenti nel racconto dell’affaire Burgess, che scosse profondamente il pubblico londinese e coincise di fatto con gli anni dell’epidemia di AIDS, quand’erano ancora calde nella memoria nazionale le lotte di decriminalizzazione degli atti omosessuali alla caduta del severo Labouchère Amendment (in vigore dall’Ottocento e abrogato soltanto nel 1967). Il nodo spinoso della vicenda era dovuto all’ostentata omosessualità del giovane protagonista e allo scandalo scolastico in cui è coinvolta una matricola (o fag), Martineau, impiccatosi per essere stato scoperto in flagrante da un professore.  Per gli studenti della Gascoigne, tutto cambia – come accade in occasione degli incontri più fortunati, rivelatori, che portano con sé una guida o un modello in cui credere – quando uno scrittore affermato (nonché dichiarato pacifista, omosessuale e obiettore di coscienza durante la Prima guerra) di nome Vaughan Cunningham fa visita alla congrega scolastica. La sua conoscenza fornirà a Bennett un punto di riferimento, suscitando reazioni ambivalenti da parte dello scettico Judd, insofferente verso qualsiasi rappresentante del sistema e portavoce del mondo degli adulti. Dietro le sembianze dell’intellettuale è possibile scorgere la silhouette di Lytton Strachey (autore di Eminent Victorians, 1918), membro del Bloomsbury Group e latore del messaggio filosofico di G. E. Moore, che negli anni d’anteguerra aveva ispirato gli Apostoli di Cambridge coi suoi Principia Ethica (1903) – finemente ricalcati da Mitchell nel testo – a cui gli adepti prestavano fede come un mantra.  Nelle pagine centrali dell’opera, la lezione dell’idolo irrompe nella gretta realtà dei gascoignani come un monito di speranza che trapassa le generazioni e, sulla scorta di Walter Pater, invita al perseguimento naturale delle passioni e delle relazioni interpersonali in una società di affetti fraterni, auspicando – come si augura Forster in epigrafe al romanzo Maurice – a un’èra più libera e tollerante. Pur ripensando con nostalgia ai propri anni di scuola, venati da altrettanti rimorsi, sotterfugi, privazioni e rinunce, il suo panegirico riassume la “prova” – l’ordeal, ossia la trama o il calvario – della giovinezza, fornendo l’antidoto per attraversare quella tormentata età di passaggio e così assaporare con gioia i piaceri della vita. Come detta Cunningham a Bennett, richiamando Il Rinascimento di Pater:  > “‘Non il frutto dell’esperienza, ma l’esperienza stessa, è il fine.’ Oh, devi > leggerlo, dico davvero. Afferma che l’obiettivo della vita è trovarsi sempre > nel punto in cui il maggior numero di forze vitali si riunisce nella sua più > pura energia. ‘Ardere sempre di una fiamma brillante come una gemma; mantenere > questa estasi, è il successo nella vita.’ […] Ardere. ‘Ardere sempre di una > fiamma brillante come una gemma…’ Di certo Judd penserà che la Storia spazzerà > via le nostre piccole fiamme così! (Schiocca le dita) Ma penso che preferirei > essere spazzato via in estasi, piuttosto che essere gettato via in silenzio, > schiavo delle imposizioni della Storia.” Pierluigi Piscopo In copertina: Guy Burgess (1911-1963) in vacanza sull’isola di Eigg, in Scozia, durante l’estate del 1932. L'articolo Omosessualità & marxismo. La travolgente storia delle spie britanniche al servizio dell’Urss proviene da Pangea.
August 11, 2026 / Pangea
“Chiudete le porte del cuore, sono uno scandalo”. Storia tragica di Mireille Havet
Nel 1917, per le edizioni di Georges Crès, pubblicò un libro delizioso, La Maison dans l’œil du chat. I disegni, vigorosamente liberty – che un po’ ricordano, frenati per gioia ingenua, Aubrey Beardsley, l’inquieto illustratore di Wilde –, scortavano uno strampalato libro ‘per bambini’, che alternava brani in prosa a brevi testi poetici. Crès era l’editore di Victor Segalen e di Marcel Schwob, aveva stampato Noa Noa di Paul Gauguin: il fiabesco e l’esotico, cioè, dalle tinte perturbanti.  L’autrice, Mireille Havet, era giovanissima: nata nell’ottobre del 1898 a Médan, aveva scritto quei testi, in origine, a quindici anni, pubblicandoli su “Les Soirées de Paris”, la rivista su cui pubblicavano, tra gli altri, Blaise Cendrars e Giovanni Papini, Alberto Savinio e Max Jacob. Il padre, nevrastenico, si era suicidato proprio quell’anno, era il 1913, nel ricovero psichiatrico dove l’avevano rinchiuso; lei dirà di aver vissuto l’infanzia nell’agone di una libertà “terribile”. Negli “avvertimenti”, Mireille – un nome che sa di miracolo e di sole – scrive di aver “lasciato alcune pagine bianche per il lettore: sono tue. Scrivi la tua storia (una storia che potrebbe essere più bella di quelle che ho scritto io), fai il tuo disegno”. Il libro – di cui abbiamo tradotto alcuni brani, in calce – ha la violenta innocenza dell’infanzia: sguardi che recano more e coltelli.  L’introduzione l’aveva scritta Colette, la superstar della letteratura francese, l’autrice del ciclo di “Claudine”. In realtà, l’introduzione di Colette è una lettera a Bel-Gazou, Colette de Jouvenel, la figlia, nata nell’estate del 1913: > “Bel-Gazou, bimba mia, nata esattamente dodici mesi prima della guerra, ancora > non sai leggere. Serberò per te questo libro, il primo che leggerai. È stato > scritto da una bambina, non vi troverai le frivolezze degli adulti. Gli > adulti, mia Bel-Gazou, aspettano sempre che sia troppo tardi per scrivere un > libro per bambini. Quando lo fanno, hanno dimenticato che l’infanzia è una > cosa seria, spesso disprezzano la farsa e non capiscono i racconti > stravaganti… Colei che conversa, con fare infantile, con il Gatto e con la > Rana, non esita a cantare le Stelle, a seguire le orme della Notte, del Fumo, > del Raggio; si protende con familiarità verso l’Eterno… Amerai questo libro, > Bel-Gazou, lo amerai così tanto che sarà il tuo primo segreto, il primo libro > che troverò nascosto sotto il tuo cuscino”.   Cresciuta in un ambiente supremamente autarchico – cioè, in piene ristrettezze – Mireille divenne il souvenir e il passepartout dei grandi scrittori del tempo. Colette la adorava, Guillaume Apollinaire, il suo mentore, la vezzeggiava, chiamandola “le petite poyétesse”; Jean Cocteau tentò di rubarle l’ispirazione, fece di lei la sua musa-musetto. Il suo primo romanzo, Carnaval, pubblicato nel 1922 da Arthème Fayard, ne consacrò il talento: fu applaudito da André Gide e da René Crevel, gareggiò per il Goncourt. Il resto era il sapido frutto della sua audacia: bella, disinvolta, lasciva, Mireille vestiva da uomo, professava con ribalderia la propria omosessualità, dicono fosse insaziabile, un cannibale con il viso da bambola. Nell’anno in cui esce Carnaval,scrive sul diario una frase che ne identifica l’indole: > “Procedere, rompere, non ammettere altro, distruggere e respingere tutto ciò > che, pur da molto lontano, minaccia la mia indipendenza anche soltanto per un > secondo: questa sia la mia legge. Non una politica di conciliazione ma di > rivolta. Non mangerò il tuo pane. Sarò sconvolgente fino alla fine”.  Dal 1919 fu letteralmente schiava dell’oppio e della cocaina. La bambina terrible che scriveva con leggiadra sapienza mutò in vampiro: si dava a chiunque, di notte, nelle catacombe parigine, per pochi denari, a corroborare le proprie manie. Tubercolotica, tossica, divorò tutti e fu da tutti rigettata, fin dalla fine degli anni Venti – morì in un sanatorio, nel marzo del 1932, a trentatré anni. Prima di morire, aveva consegnato i suoi scritti a Ludmila Savitzky, attrice, poetessa, traduttrice (tra l’altro, di Joyce, Virginia Woolf e Frederic Prokosch). Nel 1995, Dominique Tiry, nipote di Ludmila, scovò nella soffitta di famiglia i diari di Mireille. Fu un evento sconvolgente: nei Journal, tenuti tra il 1913 e il 1929, Mireille Havet descrive, con micidiale minuzia, la sua “vita da dannata”. Il ‘genere’ canonico della letteratura francese – il diario, genio dell’egotismo supremo, viziato gioco di maschere – viene sviscerato fino al suo contrario: l’ego non è che bocca che trabocca, denti che mordono, lingua che lecca. “Il mondo intero ti tira per il ventre”, scrive Mireille. I Journal di Mireille sono stati stampati, in cinque tomi, tra il 2003 e il 2010 dalle Éditions Claire Paulhan; in Italia esiste una porzione del Diario (1918-1919) divulgata da Editoria & Spettacolo nel 2015. Il fondo dei suoi scritti, invece, è custodito, insieme al fondo Jean Cocteu, presso l’Université Paul Valery di Montpellier.  A tratti, la ferocia di Mireille Havet, così come traspare dai diari, ricorda quella di Alejandra Pizarnik. Mireille usa la scrittura per scotennarsi, per annientarsi – dunque: per esistere. Dicendo il proprio abominio, lo abbellisce e lo abolisce; scrivendo l’abisso, lo abita, lo domina.  Fu l’androgino di quei folli anni – figura che penetra e comprime tutti gli opposti, sapienza nell’abiezione e nell’elezione. Tentò di restare un’eterna bambina, l’effimero ‘maschiaccio’, l’imperdonabile a cui tutto è perdonato. Finì per esplodere – gli altri, intanto, osservavano, distratti, a tratti.  ** Da La Maison dans l’œil du chat Quello che pensano “Mi piacciono gli abeti neri, dice Jacques, dove si nascondono le volpi”. “Preferisco le radure, dice Luce, dove sbocciano i papaveri”. Il grande fuoco crepita e offre agli occhi il mistero del bosco che si sgretola, rivelando nella cenere città e luoghi che non potranno mai possedere.  * Marmellata di mele È duro coltivare le mele, ma hanno un buon profumo, un profumo che evoca il mistero delle dispense chiuse, dove sono stipate, dormienti, le marmellate di qualche anno fa, insieme alle tovaglie degli sposi. Forza, coraggio! Abbiamo superato i tre alberi, manca soltanto il sentiero del paese. Ma il sole picchia e abbiamo le braccia nude. Non importa. Avremo una mela da assaggiare, una mela tutta per noi, da mangiare al lavatoio: i pioppi muovono lentamente le loro cime, a sera.  * La pecora La pecora si chiama Robin. Lo so, ne avevo un’altra che si chiamava Robin; poi Blanchot, ma Robin è sempre stata la più carina. Ci allontaniamo, fianco a fianco, come due fratellini nel gorgo della vita. Una pecora pascola, l’Altra sogna. Entrambe, ci voltiamo verso i prati in fiore. Poi, quando arriviamo presso un albero frondoso, mi fermo all’ombra e stringo la mia pecora al cuore.  La lana è morbida. La pecora profuma di timo selvatico. Nelle grandi orecchie piene di lana, le sussurro la storia di un principe che aveva tre castelli stregati. La pecora ascolta in silenzio, con la solita aria triste e rassegnata… Poi, seguendo il fiume, torniamo a casa, come due fratellini nel gorgo della vita.  * Il mare Alla fine del sentiero, la chiesa: la croce si alza come una mano verso l’azzurro cielo.  Il sentiero si snoda per il dolce pendio della collina che domina sulla Casa del Buon Dio.  Il tempo è bello su tutta la terra perché in uno spiraglio del paesaggio c’è l’immenso mare…  uno zaffiro gigante.  Le barche danzano sul mare. Pescherecci, barche a vela partite all’alba, che la marea di mezzogiorno fa rincasare: le vele lacere formano rombi d’ombra contro il cielo.  L’universo intero è qui placido, esatto. Dal mare alla chiesa, solo la luce e un sentiero che sale come una preghiera per configgersi nel Chiaro.   * Nel prato Tutta la dolcezza del mondo si annida nell’erba alta: non c’è altro che Pace nei labirinti del prato e il sole sboccia come il fiore dei re.  Insegui serenamente il tuo sogno pieno del felice fascino che dispensa il bel tempo. Le mucche ritmiche muovono le code come  orologi magnifici e potenti: ti insegnano la fermezza del tempo ideale dove cola l’infanzia pura come un cristallo.  * Sss… Claude si è addormentato, a voi divinare, prima di chiudere il libro, qual è il meraviglioso sogno che vaga sotto le sue palpebre.  Quanto a me, non posso dirvi nulla: Claude dorme… Sss! Camminate piano e non svegliatelo, sapete meglio di me che le anime dei bambini misteriosamente tornano in cielo. Claude si è addormentato mentre giocava…  ** Dal Journal Il mio vizio non è l’amore né la ricerca del più infimo piacere fisico, perché in fondo faccio l’amore per guadagnarmi da vivere e ottenere dalle mie amanti il reddito necessario ai miei veri appetiti, per sfamare il mio ego, e comprarmi, soprattutto, sostanze tossiche, morfina più che altro, nella cui presunta ebbrezza incenerisco la mia anima calcolatrice e il mio corpo, innamorato di quell’oblio artificiale che mi permette di dimenticare le sconvenienze della mia carriera illecita.  […] I miei libri? Le poesie? Costruzioni di un tossico con il cervello surriscaldato dagli stupefacenti e l’idea fissa di camuffare la propria vera identità con l’aura del poeta prodigio, ignaro, per eccesso di purezza e incuria d’intelletto, delle realtà materiali della vita.  […] Infine, non sono che un operaio della distruzione e dello scandalo, della putrefazione contagiosa, del disordine nelle famiglie, sono un subdolo istigatore, avveleno le donne che mi si avvicinano, che cadono nelle mie trappole.  L’unica giusta punizione è abbandonarmi per sempre, lasciarmi nel mio inevitabile deserto, nella miseria.  Che mi arrangi. Siete avvertiti: chiudete le porte e i cuori alla mia doppiezza, alla mia prevaricazione. Nessuno mi deve niente, nessuno mi perdoni – questo mi basta.  Ho ventotto anni.  19 e 20 gennaio 1927 * Progressivamente, lo ripeto, come un rullo compressore che avanza, inesorabile, senza incontrare ostacoli, compiendo il suo lavoro ora dopo ora, la morfina ha distrutto tutto, minato tutto, annientato tutto, e io da tutti sono alienata, dagli amici, dai soldi, dalle case, dalla fiducia negli altri, dalla salute, dagli anni, dal mio talento, dal mio coraggio, dalla mia naturalezza, dall’amore e dall’amicizia, dalla poesia che si ritrae da me come il mare da un ingrato scoglio, che d’ora in poi, frantumato, lurido, sorgerà nudo, senza più onde, senza uccelli, senza semi, senza terra, soprattutto, dove i semi portati dagli uccelli possono germogliare, senza più nulla nell’infinito dell’eternità se non il cielo e il mare, entrambi egualmente lontani, sempre più lontani, lontanissimi. Tutto ho perduto, la vita, l’istinto a vivere, la ripugnanza per il male, il desiderio di guarire. La morfina, quella spina invisibile, è diventata il mio pugnale, l’alabarda che si è impossessata del mio corpo e mi ha trafitto il cuore, mi ha ucciso, inchiodandomi alla bassezza, alla terra fangosa dove sarò sepolta… era ora! La morfina e sua sorella, la cocaina, e l’eroina, la più grande, sette volte più pericolosa e tossica di un veleno, hanno gradualmente sostituito tutto: ora rimango io, sola.  Come puoi aspettarti che non avendo più nulla non abbia venduto l’anima al diavolo e stretto un patto con lui? È per comprare la droga che prendo in prestito, do tutto, imploro a chiunque. Venderò tutto per questa spesa che mi distrugge, unica e dominante.  Giovedì 24 maggio 1928 * Trent’anni! L’età in cui ho perso tutto ciò che avevo a venti. Mi ci sono voluti dieci anni per liberarmi dei miei privilegi e della mia eredità, dieci anni per distruggermi, impoverirmi, annientarmi in ogni modo – si potrebbe dire, per sempre. 29 giugno 1929 L'articolo “Chiudete le porte del cuore, sono uno scandalo”. Storia tragica di Mireille Havet proviene da Pangea.
August 26, 2025 / Pangea
“La dolcezza dell’amore maledetto”. Jacques Fersen, l’esule di Capri
La storia della letteratura è costellata di nomi invisi alla critica e destinati a un immeritato oblio. Spesso scavalcati dalle righe antologiche, censurati o macchiati dallo stigma di un castigo morale imposto dalla propria epoca, la cui eco grava a tutt’oggi sulla loro eredità artistica, costituiscono un lavoro avventuroso – e quanto mai necessario – per molti esegeti. È certamente questo il caso di Jacques d’Adelswärd-Fersen, il poeta barone francese ritratto con scrupolosa attenzione da Roger Peyrefitte – autore delle pubescenti Amitiés particulières (1943) – ne L’Exilé de Capri[1] (Edizioni La Conchiglia, Capri 2020).  Dalla precisione di un testamento, la biografia romanzata rende omaggio a uno scrittore considerato assai controverso, oltretutto ancora poco noto, restituendo al contempo l’affresco di un mondo perduto, quello dei primi del Novecento, al confine tra Italia e Oltralpe. Nella prefazione al romanzo, un impietoso Jean Cocteau lo etichettava ingiustamente come «Eros Apteros». Per dirla col Vate, il disdegnato maudit incarnava una sorta di Cupido «larvato e senz’ali» (Il Fuoco, 1900), una razza di impotente lirico al quale sono state tarpate le ali alla nascita, che è riuscito tuttavia a tramutare la propria vita in un’opera d’arte.  Sotto questa luce, l’elegante damerino della Belle Époque rassomiglia a prima vista a “uno di quei personaggi emersi direttamente dalla letteratura, uno di quei protagonisti tipici che non è difficile incontrare in certi libri di Baudelaire e di Flaubert, una via di mezzo tra Dorian Gray e Andrea Sperelli.”[2] Eppure, colui che fu definito a suo tempo un «Oscar Wilde au petit pied»[3] era in realtà molto più complesso dell’esteta apollineo modellato sullo stereotipo. Come ribadisce il suo più tenace studioso Gianpaolo Furgiuele (Jacques d’Adelswärd-Fersen. La cospirazione delle sirene[4], Ladolfi, 2021), promotore di una riscoperta del talento artistico così come della assoluta modernità della voce – coraggiosa, vibrante e fuori da ogni regola – di questo «ultimo dandy» della sua generazione, Jacques Fersen è stato testimone di un Decadentismo ormai agli sgoccioli ed è riuscito ad attirare attorno alla sua figura una colonia di artisti e intellettuali rinnegati in patria. Poeta mercuriale e ramingo, compose versi carichi di spleen poggiandosi su eclettiche commistioni metriche. Il sogno irrealizzabile di ritorno al paganesimo in un mondo di pregiudizi lo avrebbe perlomeno elevato al ruolo di cantore del passato classico.  Non esente dall’invettiva polemica, in aperta sfida delle convenzioni, fu anche direttore di una delle prime riviste europee a carattere marcatamente omosessuale, la “Revue Mensuelle d’Art Libre et de Critique” (in vita un anno, 1909), che raccolse, tra gli altri, contributi di Anatole France, Achille Essebac, Colette e del nostro Tommaso Marinetti.  Finito ben presto sulle liste di proscrizione francesi come “persona non grata”, il beniamino diurno dei salotti mondani, schiavo di orde fameliche di ragazzi (tra cui molti minorenni) e libertino sfrenato durante la notte, pensò bene di lanciare una satira alla «maschera infiacchita e grottesca» della società benpensante, la stessa che l’aveva condannato – in modo non dissimile dal caso wildiano in Inghilterra – per oltraggio alla morale pubblica, in Voi siete i borghesi: > “[…] Contro un male sconosciuto  > Mettete alla porta Ganimede, e nudo, > Benché segretamente ne conserviate la brama; > Insensati, pensate di avere un gesto d’artisti  > E vi scagliate sui nostri pretesi vizi. > Credete di cancellare il riso di Narciso, > Scapini che non siete, valletti di Cesare?” In seguito agli scandali delle sue “Messe nere” (difese in Lord Lyllian[5], 1905) – nient’altro che innocenti tableaux vivants più che cortei di giovinetti in panni di efebi – inscenate nei suoi appartamenti parigini, si rifugiò in esilio volontario nella terra del Grand Tour, da qui alla volta di Napoli fino a Capri. Nel 1904 tornava sull’isola dei piaceri segreti della sua giovinezza, a cui era stato iniziato dal nobile Robert de Tournel, immortalata da Norman Douglas[6] in Vento del Sud (1917) e da Compton McKenzie[7] nel romanzo caprese Le vestali del fuoco (1927). Intorno a lui, i contemporanei conosciuti sul posto, vittime sofisticate dell’etica nordica che popolano l’aneddotica del sogno italiano d’inizio secolo, erano le “sorelle” Walcott-Perry – le inquiline saffiche di Villa Torricella – al braccio dell’amatissima marchesa Casati (detta la Semiramide), la principessa Ephi Lovatelli e Godfrey Henry Thornton, l’ufficiale in congedo coinvolto in malaffari con giovanotti locali, tutti invitati speciali ai suoi festini, dove passò la crème de la crème di quegli anni. L’episodio, riportato da Peyrefitte, che imprime la parabola all’intera storia, reale e immaginaria, del giovane aristocratico fu però l’incontro folgorante con gli sventurati amanti inglesi, ‘Bosie’ Douglas e Wilde (appena liberato da Reading), apparsi in un breve cameo vacanziero del 1897, quando questi ultimi vennero cacciati dal ristorante Quisisana: > “Robert gli prese la mano sotto la tovaglia. ‘Calmatevi, ragazzo mio, > calmatevi.’ Con aria ironica, il giovane Lord toccò la spalla del maître > d’hôtel con il suo bastone. ‘Vi faccio i miei complimenti in nome > dell’Inghilterra’, disse. Se ne andò con il suo amico e gli ospiti tornarono a > sedersi, senza domandargli spiegazione per quelle parole. Negli occhi di > Jacques brillavano le lacrime, e le aveva viste brillare in quelli di Oscar > Wilde”.  Dopo un turbinoso giro del Mediterraneo, il tragico Fersen – spogliatosi del primo cognome d’alto lignaggio – oserà scappare definitivamente sull’isola blu con l’amato Nino Cesarini, un manovale quindicenne conosciuto per le vie dell’Urbe e «più bello della luce di Roma», perfetto per gli scatti iconici dei fotografi Plüschow e Von Gloeden. Assunto il piccolo Adone come “segretario” privato, a tratti algido eppure fedele in lunghi pellegrinaggi orientali e divertimenti oppiacei, l’illustrissimo conte (così per gli amici) creò a Capri il suo paradiso artificiale: un paesaggio «infernale e divino insieme», ma anche un riparo fatto di silenzio e pace per poter scrivere e amare come desiderava, senza ostacoli di perbenismo borghese o riprovazione di sorta. Per coltivare le sue passioni più intime, fece costruire su un eremo dell’isola una magnifica residenza in stile rocaille, «sacra al dolore e all’amore», ribattezzata poi Villa Lysis da La Gloriette. Un tempio d’amicizia platonica, divenuto il simbolo di una personale Acropoli della bellezza, comunicante con la gloriosa Villa Jovis di Tiberio (due passi più in alto), dove riceveva file di accoliti.   Allo stesso tempo, l’amara realtà lo risvegliava col fardello di un’angoscia insaziabile derivata in gran parte dall’ostracismo sociale. Nell’autunno 1923, recluso dentro il suo fumoir sotterraneo, dal cuore stanco di ogni frenesia e reprobo degli isolani, ingiuriato a più riprese dalla stampa scandalistica in quanto omosessuale e “mangiatore di oppio”, decise di tagliare corto con un’overdose di coca affondata in un bicchiere di champagne.  Gli ultimi fleurs du mal, sparsi come anatemi sugli altari dell’invocato Angelo della morte, fanno eco alle litanie di Lionel Johnson (The Dark Angel, 1894), mentre cade allucinato: “O bell’Angelo del male che vivi nelle tenebre  Per esaltarmi la dolcezza dell’amore maledetto; Angelo triste, esule dai divini paradisi,  Quale ombra serra il tuo funebre sorriso? Eppure, hai conosciuto i baci più sanguinanti, L’abbraccio urlante e tenero dei giovani. In te si è riflesso il loro più bel sonno Come il chiaro di luna in mare nelle sere dei poeti. I fanciulli ti hanno offerto la freschezza della loro bocca E la loro anima innocente in cui tremava l’ignoto. Il mondo intero ha vibrato nelle tue braccia nude Sul tuo ventre, O Satana, che sogghigni truce, Perché tu passi, vai, disprezzi, muori, rinasci, Spazzando la terra con le tue ali,  Mentre si prova, nell’eterno errore, a colmare Attraverso un dio il vuoto dei nostri cuori.” Nella sua casa dell’anima, a distanza di più di cent’anni, lo spettro malinconico del barone sembra risalire dai marosi e aleggiare tra le stanze desolate, sopra gli occhi dei visitatori che in ogni stagione accorrono a quell’antica dimora attratti dalla sua fama. La targa apposta a strapiombo sull’azzurro intorno alla villa, da lui consacrata «alla gioventù d’amore», reca il monito di una vita consumata al limite della vertigine. Dopotutto, come detta la Morante nella vicina Achilleide, fuori del limbo non v’è eliso. Pierluigi Piscopo ***** Messi da parte i versi della maturità, si propone qui una manciata di poesie giovanili di Jacques Fersen, tratte da L’innario di Adone: alla maniera del signor marchese de Sade (1902), dove la tipica provocazione del verbo si stempera in un’insueta dolcezza, con echi ai maestri simbolisti e decadenti prediletti, da Rimbaud a d’Aurevilly. L’innario di Adone (Proemio) Per le aurore d’oro dove l’erba giace addormentata Sotto la rugiada caduta dalle labbra della notte, Per le aurore d’oro quando canti amici Si svegliano nei nidi con un frullo d’ali e di voci, Son partito leggero, più leggero d’un capro, Attraverso i campi arati e i boschi tremanti, Con nastri chiari e munito d’un arco in legno bianco, Per venire a conquistare, O giovane Adone, la tua bocca! Udivo i richiami dei fiori e dei pastori, – il riflesso del tuo sorriso negli stagni che attraversavo –  E qua e là dei canti modulati da lire, Le uniche a celebrare la tua viva dolcezza. Vedevo fanciulli, come me, mormorare Parole d’amore alle tue statue, a cui rassomigli; Offrendo lillà, profumi e latte. E tutto ciò vagando, bello, fra i verzieri. E il cielo infinito, quel cielo dei templi ellenici, Che rende gli Dèi più belli e le preghiere più caste, Stendeva sui tuoi proseliti un velo di luce, Dove i cuori crepitavano come legna secca al fuoco. Ma a sera, triste e dolce, tornai più fedele, Meno gioioso e più calmo, ch’avevo dentro al cuore  Il fermento sconosciuto dei dolori divini Con cui tu sai domare gli schiavi ribelli: I campi lontani lasciavano svolazzi nell’oblio Tra fuochi brillanti sulle alte montagne, Un riposo virgiliano accarezzava i campi E io mi sentivo puro, il male annientato. I miti antichi in cui avevi creato il tuo Impero Palpitavano nella mia carne con vaga sorpresa; Avrei voluto morire di un bacio nel momento Di quella sera mesta e dolce come l’inizio di un delirio! Per ciò mi trovo qui, in lacrime ai tuoi piedi, Ai tuoi piedi più setosi dell’ala di una colomba, Per offrirti il mio cuore come una coppa cadente Satolla dei frutti vermigli raccolti dal pastore. E ti offro le mie grida, i miei sogni, la mia supplica, Deboli lamenti d’amore in baci di sillabe, Sogni infantili simili al cielo roseo E la mia bocca umida per proferire questi inni! * Innocenza Nel dormitorio tutto azzurro dai lettini rosa, I nostri cuori bambini han spiegato le ali, Sogni confusi, ignari d’ogni nevrosi, Li han fatti tremare come tortorelle; Sugli occhi addormentati, sulle manine richiuse, La lampada notturna ha posato il suo chiarore, E sulle labbra inebriate da una preghiera pia,  I nostri piccoli cuori bambini sanno che Dio li chiama. A momenti, come il suono di una viola lontana, Che vibra sulla pace di candide visioni, Un brivido, un sospiro infantile si diffonde Nel dormitorio tutto azzurro dai lettini rosa. * Schoolboy Era un liceo vecchio e cupo, Mi ricordo, e come mi ricordo… Nei miei occhi calarono le ombre, La prima volta che vi entrai, Il direttore era austero e duro, Mi pareva un Dio, E quando dovetti dire addio, Separandomi dalla mamma, Il mio cuore bambino non osò Gridare dolore né incertezza, Proseguii da solo sul selciato, Fra ricordi di antiche carezze. Un ragazzino mi condusse in aula, Tutti a fissare il novizio, Credendolo un vitellino, E da solo trovai un posto. Aprii un libro a caso, Sentendo ronzare nella testa, I giorni andati, come tamburi,  Che mi cantavano il caro abbandono. Rivedevo la casa serrata, Il grande sole la riscaldava, E il giardino tremante  Di uccelli, insetti e rose. Allora, non appena una lacrima Stillò lungo il viso, Per evitare scherni  E risate sulla mia tristezza, Cercai qualcosa da scrivere Laggiù, alla mia cara mamma, Da scrivere a singhiozzi, Che mi annoio senza il suo sorriso! *Le traduzioni delle poesie in calce sono di Pierluigi Piscopo. Per le citazioni dalle opere restanti, si fa riferimento al romanzo di Roger Peyrefitte e ai volumi su Jacques Fersen indicati in bibliografia. Bibliografia consigliata: J. Fersen, Amori et dolori sacrum, La Conchiglia, Capri 1990 (prefazione di Roger Peyrefitte). F. Esposito, I misteri di villa Lysis. Testamento e morte del barone Jacques Fersen, La Conchiglia, Capri 1996.  R. Ciuni, I peccati di Capri, Longanesi, Milano 1998. J. Fersen, E il fuoco si spense sul mare…, La Conchiglia, Capri 2005. AA. VV., À la jeunesse d’amour. Villa Lysis a Capri: 1905-2005, La Conchiglia, Capri 2005. T.M. Pellicanò, Villa Lysis, Abrabooks, 2021. C.M. d’Ambrosìa, Nino, il sole di Roma, la luna di Capri. Vita reale ed immaginata di Nino Cesarini, La Conchiglia, Capri 2023. *In copertina: Jacques d’Adelswärd-Fersen nel 1901 -------------------------------------------------------------------------------- [1] https://laconchigliacapri.it/prodotto/lesule-di-capri-2/ [2] https://caprinews.it/?p=22986 [3] Philip J., Pourriture, in «L’Aurore», 14 luglio 1904, p. 1. [4]https://www.ladolfieditore.it/index.php/it/catalogo/agata/jacques-d-adelswaerd-fersen-la-cospirazione-delle-sirene.html [5] https://www.pendragon.it/catalogo/narrativa-1/linferno/lord-lyllian-detail.html [6] https://isoladicapriportal.com/norman-douglas-alla-scoperta-di-capri/ [7] https://isoladicapriportal.com/compton-mackenzie-luomo-che-amava-le-isole/ L'articolo “La dolcezza dell’amore maledetto”. Jacques Fersen, l’esule di Capri proviene da Pangea.
May 29, 2025 / Pangea