Dire di sì è sempre più facile che dire di no, almeno per me. Quella voglia
istintiva di non posticipare il piacere di un sorriso dell’interlocutore, sentir
muovere i piccoli ingranaggi della benevolenza, staccare un credito, per quanto
insignificante, pro futuro. Però certe volte sarebbe meglio dirlo, questo
fantomatico no; negarsi, non per orgoglio o ripicca, ma per mero calcolo dei pro
e dei contro.
Mentre mi sistemo sulla sedia di plastica, il presentatore introduce gli sponsor
della serata. Ringraziamo quindi la carrozzeria Balleri, il caseificio Tarchi,
soprattutto i Bagni Zara che ospitano questa indimenticabile kermesse. La luce è
gialla e forte, i plasticati pubblicitari riflettono i raggi diretti dei fari;
dietro, il sole è tramontato nel Tirreno. Il presentatore è un uomo quasi calvo,
avrà la mia età, vestito con un completo blu elettrico e degli occhiali neri
dalla montatura spessa e sproporzionata, alla moda di qualche anno fa; in
sostanza, è vestito da coglione fatto e finito, un coglione che tra l’altro suda
copiosamente e si sistema continuamente il cravattino. Dalle cucine continua ad
arrivare puzza di fritto.
Sistemato al tavolo della giuria, parlotto con Dunia, alla mia sinistra,
insegnante di canto egemone della zona. Ha portato la sua allieva migliore,
Martina, alla serata finale del concorso, e la guarda con orgoglio mentre sfila
insieme agli altri concorrenti, fasciata in un tubino forse troppo aderente sul
fisico abbondante. I genitori di Martina sono in prima fila, la madre riprende
col telefono; insieme a loro, un centinaio di altri avventori, tra parenti,
amici, qualche pensionato curioso, venuto a guardarsi intorno e ad annegare nei
ricordi.
«Martina è incredibile, ha questa voce d’angelo unita a una presenza rock à
la Irene Grandi, hai presente? Poi il fatto che sia un po’ cicciottella secondo
me la rende simpatica, fosse stata anche figa tutti l’avrebbero detestata».
Annuisco, mentre Dunia riprende la sua tirata chiedendomi esplicitamente di
votare per la sua allieva; le sorrido e le indico il palco con un movimento
dello sguardo: stanno per cominciare.
Il primo è un ragazzetto sui diciassette, diciotto, tutto tartarugato in un
improbabile dolcevita nero, con tanto di occhiali tondi e riga da una parte. Si
presenta con la chitarra acustica a tracolla, dando rapidamente vita a una cover
estremamente pedissequa de La guerra di Piero di Fabrizio De André, con la voce
che ricalca precisamente toni e accenti del cantautore ligure. Il tutto mi
suscita un effetto a metà tra la tenerezza e l’irritazione, conscio che spesso
simili impersonatori finiscono per guadagnarsi i favori dei miei coetanei,
ancora tragicamente rilevanti nelle economie culturali e in generale nelle sorti
dell’Occidente.
Chi deride senza troppi infingimenti il tartarugato è il mio vicino di giuria,
Alex, che a stento riesce a non affondare la faccia tra le braccia tatuate,
conserte sul tavolo. Ex Mister Toscana, il palestrato mi sorride complice, con
un’aria da animatore turistico del tutto adatta all’atmosfera generale; mentre i
concorrenti si esibiscono risponde incessantemente ai messaggi su Whatsapp, che
sbircio appartenere ad almeno quattro corteggiatrici diverse. «Il livello è alto
stasera», mi fa, commentando l’ingresso sul palco di una sedicenne francamente
obesa che, come da copione, procede ad eseguire discretamente un brano di Adele.
La serata prosegue tra concorrenti passabili e momenti esilaranti. Il resto
della giuria vivacchia, tra commenti di circostanza, palese disinteresse,
parlottio, mentre i giovani camerieri dei Bagni Zara continuano a portare
bottiglie di vermentino. Tra gli altri giurati: la consigliera comunale
arrembante di area Dem, il comico di mezza età dall’ormai svanita fama
nazionale, che salta fuori puntuale ad ogni evento di questo tipo; l’ex pugile,
gloria sportiva locale, il titolare di un modesto studio di registrazione, la
presidentessa dell’associazione per le cure palliative oncologiche. La mamma di
Martina fa la spola tra le prime file e il tavolo della giuria per ricevere
rassicurazioni da Dunia, al tempo stesso giudice della gara e insegnante della
ragazza, in spregio ad ogni più elementare deontologia concorsuale.
L’afa, le zanzare, la decina di bottiglie di vermentino già scolate tra gli otto
giudici, mi rendono impellente una breve passeggiata nella direzione della
toilette. Mi allontano approfittando di un cambio palco, inoltrandomi nel buio
dello stabilimento, deserto a parte l’area del palco e della platea; arrivo al
bagno quasi a tentoni, guidato dall’odore di piscio misto a salsedine e olezzi
di cucina. Appena fuori dai cosiddetti servizi igienici, noto, rintanato nella
semioscurità, un ragazzo alto in camicia bianca, che riguarda alla chitarra il
brano che sta per eseguire.
Sergio mi viene incontro con un bel sorriso che non nasconde però la tensione, e
una sorta di aria di supplica, di disperato bisogno di simpatia in senso greco.
Ex promessa ventenne del mondo musicale cittadino, adesso è un residuato
discografico sui trentacinque, persosi tra talent, scelte di carriera
cervellotiche e una franca e percepibile aria di superiorità sui suoi simili,
che col tempo si è tramutata in solitudine – infatti mi è sempre stato
cordialmente sul cazzo.
«Ti ricordi, Antonio»
«Certo che mi ricordo, tu sei sempre uguale, io invece sono diventato nonno.
Pensavo che avessi smesso, era un po’ che non ti sentivo in giro»
«Sto cercando di riprendere, vediamo che viene fuori»
«Eh, come si dice in questi casi, quando ce l’hai, ce l’hai».
Ci allontaniamo con imbarazzo reciproco, entrambi evidentemente memori di
quando, come giornalista della pagina culturale, mi toccò premiarlo e
intervistarlo ad un concorso simile, una decina d’anni prima, e sorbirmi i suoi
lunghi monologhi sulla bellezza e su come sarebbe inevitabilmente tornata a
percorrere il tessuto musicale del Paese.
L’esibizione di Martina è impeccabile. Rivisita Se piovesse il tuo nome di Elisa
accompagnandosi al pianoforte, usando le basse sulle strofe e lasciando che la
sua voce cristallina riempia i ritornelli di armonici. A fine brano, la ragazza
si lascia andare all’emozione e si porta le mani al volto, mentre il pubblico la
applaude, convinto; la madre si volta verso Dunia e le sorride raggiante, avendo
delegato al padre l’onere di documentare videograficamente il trionfo. Provo un
istintivo, profondissimo desiderio di potermi unire al consenso generale, agli
sguardi complici degli altri giudici, persino di Alex il palestrato, ma qualcosa
dentro di me mi blocca, come un’irreprimibile insofferenza per chiunque nella
vita tenti di completare un percorso netto, di fare tutto correttamente, di
mettere insomma, come si dice, d’accordo tutti,attraverso lo studio, la
simpatia, l’appartenenza a una sorta di parte giusta, di opinione condivisa.
Stando attento a non farmi vedere, assegno zero decimi a Martina, al fine di
abbassare il più possibile le sue possibilità di vittoria, ben conscio della
scorrettezza della mia operazione visto il valore oggettivo della sua
performance. Chiudo la busta anonima con la valutazione e con un sorriso la
passo a Dunia, che la rimette tra le altre. Gli altri giurati sono ormai
sbracati, preda del caldo, del vino e della stanchezza; parlano tra loro ad alta
voce durante l’esibizione del penultimo concorrente, un ragazzo glitterato, in
canottiera e mullet, che ripropone uno dei primi successi di Marco Mengoni,
senza particolare verve e senza i virtuosismi vocali necessari a rendere il
brano minimamente interessante.
Sergio è l’ultimo a salire sul palco, in un’atmosfera ormai di totale
disattenzione sia del pubblico che della giuria. Accorda con nervosismo la
chitarra, sembra anche un po’ alticcio da come molleggia tra un piede e l’altro,
e comincia a cantare Questa città, brano scritto da lui stesso molti anni prima
e che mi rendo conto, con un po’ di tristezza, essere rimasto il suo cavallo di
battaglia. L’esibizione è buona, ma non ottima, in qualche modo fredda; ho la
sensazione che Sergio abbia eseguito talmente tante volte quella canzone da
averla svuotata quasi completamente di significato, come se effettivamente
stesse facendo una cover di se stesso, per giunta del se stesso più giovane di
dieci anni, a cui con ogni evidenza il trentacinquenne non somiglia più quasi in
alcun modo. Pure, c’è qualcosa nella voce di Sergio che comunica un senso reale
di rimpianto, di dolore, che si riaffaccia pur mascherato dietro gesti e parole
ripetute centinaia di volte. Mi giro alla mia destra, Alex guarda il telefono,
la consigliera comunale invece è assorta, sembra quasi commossa.
Ormai praticamente ubriachi, i giurati consegnano le buste chiuse con le
votazioni al cosiddetto notaio, invero un consulente del lavoro neanche laureato
in legge, appostato nei pressi del palco: a lui il compito aritmetico di
calcolare i punteggi definitivi e comunicarli al presentatore, che sul palco si
affanna per mantenere desta l’attenzione del pubblico. Quando il leguleio sale
sulla modesta piattaforma e consegna lesto un biglietto all’imbonitore pelato,
il chiacchiericcio generale finalmente si tace, e un silenzio di attesa pervade
i Bagni Zara. I concorrenti vengono schierati l’uno vicino all’altro sul palco,
in attesa del verdetto: in palio, un concerto in un piccolo locale di Milano,
alla presenza (tutta poi da verificare) di modesti esponenti delle principali
etichette discografiche.
Quando il presentatore proclama vincitrice la sedicenne che aveva coverizzato
Adele, un paio di grida festose si levano dalla platea altrimenti
sbigottita. Dunia si alza furente e si affretta goffamente verso il palco,
mentre Martina scoppia a piangere e scappa via, perdendosi nel buio dell’enorme
stabilimento balneare. I genitori della vincitrice annunciata, disinteressandosi
della figlia, salgono sul palco e strattonano il presentatore, chiedendo di
parlare con i giurati; mi avvio allora sul palco, insieme ad alcuni degli altri
giudici, per cercare di placare gli animi, mentre la madre di Martina ha con
ogni evidenza avviato una diretta sui social e minaccia a favore di camera di
portare la questione a LeIene. Nel parapiglia generale, la vincitrice si rifugia
in platea, mentre Sergio rimane in disparte, sogghignando con aria
apparentemente sollevata, quasi che la mancata vittoria gli consenta tornare
alla sua quieta, consueta rassegnazione.
Voltandosi di scatto nella mia direzione, Dunia mi strattona verso un angolo del
palco, imponendomi fisicamente di seguirla. «Lo so che hai dato zero a Martina»,
mi fa la cantante, guardandomi dritto negli occhi a pochi centimetri di
distanza. Il trucco pesante le cola dagli occhi, l’alito sa di vermentino e di
sigaretta, ma resta una bella donna che con tacchi e tutto mi dà una buona
decina di centimetri in altezza, e per un attimo vengo distratto dal tocco
penetrante delle sue unghie smisurate sul mio braccio. «Cambia il voto Antonio,
dì che ti sei sbagliato. Cristo santo, non ti rendi conto che questi fanno un
casino?», mi dice sottovoce indicando i genitori di Martina. Io rimango come
inebetito, incapace di credere che per una questione così minuta si possa essere
scatenato tutto questo vespaio.
«Ok, se non lo dici tu lo dico io, a tutti, che hai dato zero. Vedrai poi
che credibilità per il tuo Premio Bettini del cazzo». Dopo avermi lanciato un
ultimo sguardo di vero odio, si allontana verso il centro della baruffa, dove
ormai Sergio e il giovane emulo di De André sono impegnati a separare
fisicamente il padre di Martina e il presentatore, che nel frattempo ha perso
gli occhiali e cerca attivamente di mettere le mani addosso al genitore.
Approfitto della distrazione generale e, scavallato giù dalla parte laterale del
palco, mi incammino a passo sostenuto verso l’uscita degli stabilimenti. Sono
conscio di avere pochi secondi prima che Dunia lanci la bomba della mia
valutazione in pasto agli astanti, pure una strana tranquillità sembra
pervadermi.
Mentre un boato di disapprovazione giunge dal palco, ormai lontano un centinaio
di metri alle mie spalle, raggiungo i tornelli dello stabilimento. Alla mia
sinistra, nella semioscurità tra le file di cabine, scorgo le figure di Martina
e Alex abbracciate, sedute su un muretto. Martina ha la testa reclinata sul
petto di lui, Alex la cinge e con la mano sembra accarezzarle i capelli, come
dopo un bacio. Sento il profumo dell’estate che muore, e il fruscio delle
macchine che attraversano lente il lungomare.
Eugenio Sournia
*Eugenio Sournia vive, scrive, lavora a Livorno. È stato il leader dei Siberia,
con cui ha pubblicato tre dischi. Nel 2023 ha pubblicato l’EP “Eugenio Sournia”,
con cui ha vinto il Premio Ciampi. Lo ascoltate, in parte, qui.
In copertina e nel testo: fotografie di Marco Pesaresi tratte dal ciclo
“Rimini”, realizzate negli anni Novanta; l’archivio fotografico di Pesaresi è
custodito dal Comune di Savignano sul Rubicone; qui trovate informazioni su
questo straordinario artista
L'articolo La gara di canto. Un racconto di Eugenio Sournia proviene da Pangea.