In una Napoli canicolare, fra i cunicoli, nel folto dell’estate al centro
storico, a schermare dall’afa non resta che il tufo. Fra le mura della
Biblioteca Universitaria – tra collezioni di incunaboli e di edizioni bodoniane
– un nucleo degli autori di “Libera Poesia Contemporanea” intona i testi tratti
da Presente Indicativo (ES, 2026) – antologia poetica densa di spunti sullo
stato attuale della poesia stessa. Ad accompagnare i versi, in via inattesa, le
prove dell’orchestra sinfonica, dabbasso. Fra le parole s’insinua, sommesso, ora
un trombone, una viola, un contrabbasso.
Di cosa parliamo quando parliamo di poesia contemporanea lo chiedo dunque
a Fabiana Russo, che presiede l’associazione culturale e ne traccia i contorni
insieme a Roberta D’Antonio, Federica Iodice, Giulio Miele, Gaia Parlato e Ciro
Russo.
Qualcuno, quel giorno, ha detto di aver letto potea, come refuso di poeta.
Poesia – ovvero, infinite possibilità.
Partiamo da “Libera Poesia Contemporanea” – cos’è? In quali forme si declina il
vostro progetto culturale?
Libera Poesia Contemporanea nasce nel 2024 da un gruppo di giovani accomunati
innanzitutto da una passione, ma anche da alcune domande: come restituire alla
poesia un’agibilità sociale? Come sottrarla a spazi troppo spesso circoscritti
agli ambienti accademici o specialistici, senza per questo rinunciare alla
complessità? Come farla tornare a essere un’esperienza condivisa, capace di
abitare i luoghi e le comunità? Da queste domande è nato un progetto che prova a
recuperare, idealmente, qualcosa della radice stessa della poesia: la sua
dimensione orale, sonora e collettiva. Per noi questo significa soprattutto
costruire uno spazio orizzontale, nel quale la distinzione tra chi scrive, chi
legge e chi ascolta possa diventare più permeabile e nel quale possano convivere
esperienze e forme poetiche molto diverse tra loro. Non ci interessa costruire
un canone alternativo né stabilire quale sia il modo “giusto” di fare poesia: ci
interessa creare le condizioni perché voci differenti possano incontrarsi,
confrontarsi e mettere reciprocamente in discussione le proprie pratiche.
Il laboratorio di poesia contemporanea, giunto alla sua terza edizione, è il
fulcro di questo percorso: uno spazio gratuito di lettura, confronto e
scrittura, nel quale incontriamo autori affermati ed emergenti cercando di
orizzontalizzare anche il rapporto con l’autorialità. Ma LPC si declina
contemporaneamente in molte altre forme: reading e open mic nei luoghi più
diversi della città, incontri con autori, attività di divulgazione e ricerca,
partecipazione a festival e iniziative culturali, laboratori e progetti rivolti
anche a pubblici differenti. A questo si aggiunge il lavoro editoriale e di
ricerca, di cui Presente Indicativo rappresenta per noi un primo punto di
sedimentazione: non un punto d’arrivo, ma la traccia provvisoria di un processo
fatto di incontri, studio, scrittura e confronto. In fondo, il tentativo di
Libera Poesia Contemporanea è proprio questo: non limitarci a chiederci che cosa
sia oggi la poesia, ma provare a costruire spazi nei quali possa accadere.
Nell’antologia poetica Presente Indicativo (Editoriale Scientifica, 2026), gli
autori di LPC, nei saggi introduttivi, propongono un’analisi sullo sviluppo
della poesia relativamente all’arco temporale 2000-2026. Quali sono le
principali tematiche e tendenze che hanno segnato la poesia italiana in questi
anni? Quali, le rotture con le precedenti tradizioni?
Parlare di “tendenze” nella poesia italiana degli ultimi venticinque anni è già,
in qualche modo, problematico. Uno dei tratti più evidenti del contemporaneo è
infatti proprio la proliferazione delle pratiche, delle poetiche e dei
linguaggi: manca una forma dominante e, soprattutto, sembra essersi indebolita
l’idea stessa che il poeta debba riconoscersi in una corrente o in un programma
condiviso. La singolarità della voce è diventata, semmai, una delle condizioni
di partenza della scrittura contemporanea. Questo non significa, però, che non
sia possibile riconoscere alcune linee comuni. Una delle trasformazioni più
significative riguarda certamente la progressiva dissoluzione del monologo
lirico novecentesco e la conseguente perdita di centralità di un io poetico
unitario. Il soggetto tende a frammentarsi, a moltiplicarsi, a cedere spazio ad
altre voci, alla terza persona, agli oggetti, al corpo, alla materia. Il verso
si contamina con la prosa, con la narrazione e con il teatro e accoglie sempre
più spesso linguaggi e materiali che tradizionalmente sarebbero stati
considerati estranei al poetico. All’interno di un panorama inevitabilmente più
complesso, possiamo allora individuare almeno tre grandi direzioni, che spesso
si sovrappongono. Da una parte permane una poesia più propriamente lirica,
legata alla centralità del soggetto e a un’idea evocativa della parola;
dall’altra si è affermata una scrittura più piana, realistica e oggettivante,
che tende ad abbassare il discorso poetico e a far entrare nel testo personaggi,
oggetti, situazioni e linguaggi della realtà quotidiana. Infine esiste un
territorio vastissimo di sperimentazione: poesia di ricerca, poesia in prosa,
scritture performative, dispositivi testuali e visivi, assemblaggi, prelievi dal
web, contaminazioni con il linguaggio informatico e con quello dei nuovi media.
Anche sul piano tematico ritornano alcune costellazioni: il corpo, spesso
indagato nella sua dimensione più materiale e viscerale; le macerie, i detriti e
gli oggetti come tracce di una crisi individuale e collettiva; la precarietà e,
soprattutto, il rapporto con una realtà sempre più mediata dalla tecnologia.
Forse è proprio qui che si trova la rottura più radicale rispetto alla
tradizione. Più che esclusivamente letteraria, è una rottura antropologica: la
poesia degli ultimi venticinque anni si trova a fare i conti con la
digitalizzazione dell’esistenza, la sovrapproduzione di informazioni, la
frammentazione dell’attenzione e la progressiva virtualizzazione
dell’esperienza. Cambia il soggetto che scrive perché è cambiato il soggetto che
abita il mondo. E la poesia, nelle sue forme estremamente diverse e talvolta
contraddittorie, prova a trovare un linguaggio capace di testimoniare questa
trasformazione.
Quanto al rapporto fra poesia e critica, invece, quali mutamenti sono emersi? Di
cosa si occupa, oggi, il critico, divenuto – per citare un passaggio – una sorta
di “ufficio stampa intellettuale”?
Anche il ruolo della critica è cambiato insieme all’ecosistema nel quale la
poesia viene prodotta e diffusa. La progressiva perdita di centralità delle sedi
tradizionalmente deputate alla mediazione culturale, insieme alla frammentazione
editoriale e alla velocità della comunicazione contemporanea, ha indebolito una
delle funzioni storiche della critica: selezionare, mettere in relazione,
formulare giudizi di valore e contribuire alla costruzione di una lettura
complessiva del presente.
Quando parliamo provocatoriamente del critico come di una sorta di “ufficio
stampa intellettuale”, ci riferiamo al rischio che la critica sostituisca sempre
più spesso il giudizio con la legittimazione. Il critico presenta, introduce,
cura, segnala, recensisce, mette in circolazione un autore o un’opera, ma più
raramente prende posizione sulla loro tenuta. In un panorama estremamente
frammentato, nel quale editoria, festival, riviste, premi e comunicazione
digitale costituiscono reti spesso molto vicine tra loro, la mediazione critica
rischia così di confondersi con la promozione. Il problema non è naturalmente la
divulgazione, né pensiamo che la critica debba tornare a esercitare una funzione
normativa stabilendo dall’alto cosa sia o non sia poesia. Al contrario, proprio
perché il contemporaneo non possiede un canone unico e presenta una molteplicità
enorme di forme e pratiche, abbiamo forse ancora più bisogno di strumenti
critici capaci di orientarsi in questa complessità. La funzione che immaginiamo
per la critica è allora soprattutto quella di creare relazioni e attriti:
collocare un testo all’interno di una storia, riconoscerne genealogie e rotture,
interrogare le sue scelte linguistiche e formali e, quando necessario, metterne
in discussione il valore. Non limitarsi, insomma, a registrare ciò che esiste o
ciò che ha già ottenuto visibilità, ma fornire gli strumenti per comprenderlo e
anche per contestarlo. Se la poesia contemporanea è un territorio sempre più
vasto e frammentato, la critica dovrebbe tornare a esserne una cartografia: non
per stabilire una volta per tutte quali strade siano percorribili, ma per
mostrarci dove siamo, da dove veniamo e quali direzioni non abbiamo ancora
esplorato.
Nel testo che LPC ha dedicato all’impatto dei media sulla poesia – e viceversa –
s’indagano fenomeni relativi a giornali, televisione, cinema e social, compresi
i più recenti, quali Instapoetry, Poetrytok, la divulgazione poetica via
podcast. In che modo, la poesia è diventata “visiva”?
Dipende, innanzitutto, da cosa intendiamo per poesia “visiva”. Il rapporto tra
parola e immagine non nasce certamente con i social network: attraversa tutto il
Novecento, dalle esperienze propriamente verbo-visive fino al rapporto tra
poesia e cinema, al “cinema di poesia” e al poetry film. I nuovi media, però,
hanno radicalizzato questa tensione, rendendo la dimensione visiva una
componente quasi inevitabile della produzione e soprattutto della circolazione
poetica. Con la diffusione di piattaforme come Instagram e TikTok, il testo non
viene più soltanto letto: viene visto, ascoltato, montato. La scelta
dell’immagine, della grafica, del carattere tipografico, della voce, della
musica o del video entra a far parte della sua presentazione e, in alcuni casi,
finisce per condizionarne già la composizione. Se la pagina costruiva il proprio
significato anche attraverso la disposizione delle parole e lo spazio bianco,
oggi quello spazio è diventato l’interfaccia digitale, con una propria
grammatica e proprie regole di fruizione. Fenomeni come l’Instapoetry e il
Poetrytok mostrano in maniera particolarmente evidente questo passaggio: il
componimento può essere pensato fin dall’origine per lo schermo dello smartphone
e per una fruizione rapida, nella quale parola, immagine, suono e performance
concorrono alla costruzione di un unico oggetto. La poesia, quindi, non diventa
semplicemente “più illustrata”: cambia il supporto e, cambiando il supporto,
possono cambiare anche la scrittura e le modalità attraverso cui il testo viene
percepito.
Naturalmente questo processo presenta un’ambivalenza. Da una parte, la
contaminazione tra linguaggi apre possibilità espressive enormi e consente alla
poesia di raggiungere pubblici che difficilmente incontrerebbero un libro di
versi attraverso i canali tradizionali. Dall’altra, quando il testo viene
progettato in funzione della visibilità, entra inevitabilmente in relazione con
le logiche delle piattaforme: brevità, immediatezza, riconoscibilità, capacità
di catturare l’attenzione e risposta dell’algoritmo. Il rischio è che la ricerca
della combinazione più efficace tra parola e immagine finisca per privilegiare
ciò che è immediatamente consumabile. La questione, quindi, non è stabilire se
questa trasformazione sia positiva o negativa, ma osservare come il passaggio
dalla pagina allo schermo abbia modificato lo statuto stesso del testo poetico.
La poesia contemporanea può essere contemporaneamente parola scritta, immagine,
voce, corpo e montaggio: il punto interessante è capire quando questi linguaggi
entrano realmente in relazione e quando, invece, l’immagine diventa soltanto una
strategia per catturare lo sguardo.
Fra gli esperimenti più innovativi menzionati, figurano i sought poems – cosa
sono? Hanno avuto un riscontro fra i poeti italiani?
I sought poems, o “poesie cercate”, sono una delle forme attraverso cui la
scrittura poetica ha incorporato le trasformazioni introdotte dalla rete e dai
nuovi strumenti di ricerca. In questo tipo di pratica il poeta non parte
necessariamente da parole proprie, ma lavora su materiale linguistico già
esistente: risultati prodotti dai motori di ricerca, stringhe di testo,
frammenti e dati prelevati dal web vengono selezionati, decontestualizzati e
montati fino a costruire un nuovo testo. È un procedimento che modifica anche
l’idea tradizionale di autorialità. Il poeta non è più soltanto colui che “crea”
il materiale linguistico, ma diventa anche colui che lo cerca, lo seleziona e lo
ricombina. La scrittura si avvicina così alle pratiche del montaggio, del
collage e dell’assemblaggio: ciò che determina il testo non è necessariamente
l’originalità delle singole parole, ma il sistema di relazioni che l’autore
costruisce tra materiali già presenti nel flusso comunicativo.
In Italia pratiche di questo tipo hanno trovato spazio soprattutto nell’ambito
della poesia di ricerca: autori come Michele Zaffarano, Marco Giovenale e
Gherardo Bortolotti hanno lavorato, in forme differenti, sul prelievo, sulla
rielaborazione e sulla decontestualizzazione di materiali linguistici
contemporanei. I sought poems sono interessanti, in questo senso, anche perché
trasformano uno degli strumenti più quotidiani della nostra esperienza digitale
– la ricerca online – in un dispositivo poetico. La rete non è più soltanto il
luogo in cui la poesia viene pubblicata o diffusa, ma diventa essa stessa un
archivio di linguaggio dal quale la poesia può essere prodotta.
In quale direzione sta andando, invece, la scissione fra “poesia-pop” e “poesia
accademica”?
La scissione tra “poesia-pop” e “poesia accademica” sembra essersi
progressivamente accentuata, ma forse il primo problema è proprio accettare
questa opposizione come se esaurisse il panorama contemporaneo. Da una parte
esiste certamente una poesia di ricerca che tende a circolare soprattutto
all’interno di spazi specialistici – università, riviste di settore, piccoli
circuiti editoriali – e che, proprio per la complessità dei propri linguaggi e
per l’autoreferenzialità che talvolta caratterizza questi ambienti, fatica a
raggiungere un pubblico più ampio. Dall’altra, la cosiddetta poesia-pop,
soprattutto attraverso i social, ha conquistato una capacità di diffusione e
numeri impensabili per molta poesia contemporanea, spesso privilegiando però
immediatezza, riconoscibilità e condivisione emotiva.
Il rischio è che queste due dimensioni finiscano per alimentarsi reciprocamente
nella loro distanza: più la poesia di ricerca si percepisce come qualcosa
destinato a pochi interlocutori competenti, più lascia scoperto uno spazio che
viene occupato da forme maggiormente accessibili; e più la poesia-pop identifica
l’accessibilità con la semplificazione, più gli ambienti specialistici possono
sentirsi legittimati a considerare la complessità incompatibile con una
dimensione realmente popolare. Crediamo però che tra questi due poli esista uno
spazio molto più vasto e interessante. Rendere la poesia accessibile non
significa necessariamente semplificarla, così come fare ricerca non dovrebbe
significare rinunciare alla possibilità di essere compresi, discussi o
attraversati da chi non appartiene già al mondo della poesia.
È anche in questo spazio intermedio che prova a collocarsi Libera Poesia
Contemporanea: portare la complessità della ricerca fuori dagli ambienti
esclusivamente specialistici, creare occasioni di confronto orizzontale e
restituire alla poesia una dimensione pubblica senza chiederle di diventare un
prodotto immediatamente consumabile. Più che scegliere tra poesia-pop e poesia
accademica, ci interessa mettere in discussione la necessità stessa di questa
alternativa.
Qual è, dunque, la posizione del poeta all’interno della società, nel nuovo
millennio?
È certamente più marginale rispetto a quella occupata nel Novecento. È venuta
meno la figura del poeta come “vate”, maestro o intellettuale capace di
intervenire con un’autorità riconosciuta nel dibattito pubblico. Ma questa
perdita non riguarda soltanto la poesia: si inserisce in una più generale crisi
delle figure di mediazione e autorevolezza culturale e nella trasformazione
dello spazio pubblico operata dai media prima e dalle piattaforme digitali poi.
Il problema è che il poeta non sempre è stato capace di ripensare la propria
funzione all’interno di questa trasformazione. Alla perdita di centralità si è
risposto talvolta con la chiusura in ambienti specialistici e autoreferenziali,
altre volte con un intimismo che rinuncia a interrogare ciò che accade fuori dal
soggetto, altre ancora attraverso la costruzione di una presenza pubblica
fondata prevalentemente sull’autopromozione. In tutti questi casi il rischio è
lo stesso: che la poesia smetta di essere percepita come uno strumento capace di
intervenire nella realtà e diventi una pratica destinata esclusivamente a chi
già la frequenta.
Forse, però, proprio la perdita del ruolo di “maestro” può rappresentare una
possibilità. Il poeta non deve necessariamente recuperare l’autorità che
possedeva in passato, né tornare a essere una guida morale della società. Può
invece abitare una posizione più laterale e trasformarla in uno spazio di
osservazione, critica e resistenza rispetto ai linguaggi dominanti. In una
realtà caratterizzata dalla rapidità della comunicazione, dalla sovrapproduzione
di discorsi e dalla progressiva automazione del linguaggio, la poesia può
introdurre un’interruzione: costringerci a soffermarci sulle parole che
utilizziamo continuamente senza più ascoltarle, mostrarne le contraddizioni,
sottrarle all’uso automatico. In questo senso ci interessa pensare il poeta come
un “agitatore culturale”: non qualcuno che parla dall’alto in virtù di
un’autorità acquisita, ma qualcuno che entra nei luoghi, costruisce occasioni di
confronto, mette in circolo linguaggi e domande e si assume la responsabilità
pubblica della propria parola. Essere poeta, allora, non è tanto uno status da
rivendicare quanto una pratica da esercitare. La domanda, forse, non è più come
restituire al poeta il posto che occupava un tempo, ma quale nuovo posto possa
costruirsi oggi.
Fra i fenomeni analizzati a livello editoriale, figura quello dell’incremento
delle antologie di poesia. Come si spiega tale scelta di mercato?
L’incremento delle antologie poetiche risponde a esigenze diverse e non può
essere letto esclusivamente come una scelta di mercato. Da una parte,
l’antologia torna a essere necessaria proprio perché il panorama contemporaneo è
estremamente frammentato: in assenza di un canone dominante, raccogliere autori
differenti significa tentare di costruire una mappa, necessariamente parziale e
provvisoria, di ciò che sta accadendo.
È cambiata, però, anche la funzione dell’antologia. Se tradizionalmente poteva
rappresentare un momento di consacrazione, il punto d’arrivo di un percorso
autoriale o la formalizzazione critica di una tendenza già riconoscibile, oggi
può diventare uno strumento attraverso cui quella tendenza, quel gruppo o quella
rete cercano innanzitutto di rendersi visibili e riconoscibili. L’antologia,
quindi, non si limita necessariamente a registrare un panorama già esistente:
può contribuire a costruirlo. A questa funzione critica e culturale si
sovrappone naturalmente quella editoriale. Soprattutto per la piccola e media
editoria, mettere insieme più autori significa intercettare pubblici e reti
differenti e costruire attorno al libro una comunità potenzialmente più ampia.
In alcuni casi l’operazione può quindi rispondere anche a una precisa strategia
di posizionamento e di vendita. Proprio questa ambivalenza rende interessante il
fenomeno: l’antologia può essere contemporaneamente strumento di ricerca e
operazione editoriale, tentativo di orientarsi nella frammentazione del presente
e mezzo attraverso cui una parte di quel presente cerca di acquisire visibilità.
Più che un traguardo, come poteva essere in passato, diventa spesso un
dispositivo di costruzione e di lettura del contemporaneo.
Cosa si intende, invece, per “populismo poetico”?
Per “populismo poetico” intendiamo una dinamica attraverso cui l’autore tende a
costruire un rapporto diretto con il proprio pubblico, aggirando o rendendo
secondari i tradizionali strumenti di mediazione critica. In questo processo il
consenso della community può diventare esso stesso un criterio di
legittimazione: la visibilità, il numero di condivisioni, la capacità di
generare identificazione e partecipazione emotiva finiscono per sovrapporsi al
riconoscimento del valore del testo. Il problema, però, non è che la poesia
diventi popolare, né che utilizzi un linguaggio accessibile. Sarebbe paradossale
sostenere il contrario proprio mentre rivendichiamo la necessità di sottrarre la
poesia a una dimensione esclusivamente specialistica. Accessibilità e
semplificazione non sono sinonimi, così come complessità e oscurità non
coincidono necessariamente.
Il populismo poetico emerge piuttosto quando la scrittura tende a confermare
sistematicamente le aspettative del proprio pubblico. Il registro confessionale,
l’immediatezza e la condivisione emotiva possono essere strumenti poetici
perfettamente legittimi; diventano problematici quando sono utilizzati
principalmente per produrre riconoscimento, rassicurazione e consenso,
eliminando dal testo tutto ciò che potrebbe creare ambiguità, resistenza o
conflitto. Le piattaforme digitali rendono questa dinamica particolarmente
evidente perché offrono all’autore una risposta immediata e quantificabile. Il
gradimento del pubblico non è più qualcosa di astratto: appare sotto forma di
visualizzazioni, like, condivisioni e commenti e può quindi retroagire sulla
scrittura stessa. Il rischio è che si finisca, più o meno consapevolmente, per
produrre ciò che sappiamo funzionare.
La distinzione che ci interessa, allora, non è tra una poesia “per pochi” e una
poesia “per molti”, ma tra una poesia che cerca un interlocutore e una poesia
che cerca soprattutto la sua approvazione. Rendere la poesia accessibile
significa creare le condizioni perché più persone possano entrarvi; renderla
compiacente significa, invece, chiedere al testo di non opporre mai resistenza a
chi legge.
In definitiva, cosa resta del verso?
Resta, innanzitutto, la voce. Il verso nasce come una tecnologia dell’ascolto e
della memoria, inseparabile dalla musica intesa come organizzazione del tempo e
del suono. Nella poesia contemporanea questa origine non scompare, anche quando
vengono meno la metrica tradizionale e l’idea stessa di una misura regolare. Il
verso può diventare un’unità di respiro, interrompere il flusso linguistico,
spezzarsi in segmenti irregolari, dilatarsi fino a confondersi con la prosa o
spostarsi verso una dimensione visiva e performativa. Non è più necessariamente
una struttura riconoscibile a priori, né può essere ridotto banalmente al
semplice andare a capo. Continua però a organizzare il testo dall’interno,
attraverso pause, accelerazioni, silenzi, ripetizioni e scarti.
Ciò che resta è allora la capacità del verso di imprimere alla lingua un ritmo e
un tono irripetibili: di trasformare la parola in voce e, attraverso la voce, in
corpo. Proprio perché la poesia contemporanea ha messo in discussione quasi
tutte le forme attraverso cui siamo stati abituati a riconoscerla, il verso non
può più essere definito soltanto attraverso ciò che formalmente è, ma anche
attraverso ciò che fa. Forse è questo il punto a cui ci hanno condotto tutte le
trasformazioni cui abbiamo assistito nell’ultimo secolo: dopo la crisi del
canone, la frammentazione dell’io, la contaminazione tra linguaggi, l’ingresso
dei nuovi media e la dissoluzione dei confini tra generi, del verso resta la
possibilità di produrre uno scarto nel linguaggio comune. Una forma instabile,
che esiste nel momento stesso in cui qualcuno la modula e qualcun altro la
ascolta. E forse è proprio perché non possiamo più stabilire con certezza dove
il verso cominci e dove finisca che vale ancora la pena continuare a
interrogarlo.
*
Da Presente Indicativo (Editoriale Scientifica, 2026):
fu
Ha disatteso la promessa fatta in silenzio
di tenere in piedi la casa costruita a tre mani
di pulire il tetto annerito
di sollevare gli scaffali incurvati.
Era preso da due malinconie
come il saggio catalano
una di fronte all’altra come in uno specchio
il corpo che cade – la casa che cade
la memoria non aveva retto il peso.
Tutto sommato andava bene così,
sarebbe morto su quella poltrona crollata da tempo
e le formiche avrebbero banchettato
avide alla carcassa della sua memoria.
Fabiana Russo
*
IV Notte
Dispiacere è il mio primario piacere
e io amo essere odiato da chiunque.
Perché gli amici prima di asciugarti le lacrime
ridono sempre del tuo naso, del tuo enorme naso,
della tua grondaia che quando piangi
potrebbe far allagare l’intera Parigi.
Quando le donne mi fermarono il cuore
io non sentii più dolore delle ferite di spada.
Quando i compagni smisero di essere tali
io rubai il loro nome e lo tenni nella memoria
li ho teneramente imprigionati tutti: pezzo dopo pezzo: li
tengo tutti dentro
la coerenza costa cara, mai quanto la nostalgia
ecco perché non ho amici, tranne uno: Andrè solleva la
penombra
e blocca la lama che vorrei incrociare con chiunque.
Tutti gli altri sono animi
sguainati, usati solo per saccheggiare ogni vita che gli
passa davanti.
[…]
Giulio Miele
*
Gestalt
All’inizio l’epilogo non convince nessuno
dai piedi stretti al suolo nasce l’idea di me
che non sono io
in uno scrigno di carni che definiscono un riflesso
e le parole che questo dovrà pronunciare
per gli altri o per sé, per chi verrà dopo
fino alla bocca che assaggia e non tace
sedimento vivo sul ventre del mondo
vediamo se si aggiusta da solo seguendo le voci
dovresti essere fare sembrare riuscire pregare dire mangiare
e smettere.
Confondono questi nodi stretti da altri per me
è necessario ingannarli
nell’ingorgo da cui ogni forma proviene
per arrivare alla falla, lì dove il rumore si svuota
e resta scoperta la nuca libera dal divenire
resta il fiato a misurare l’attesa
mentre il tempo ci scopre ricurvi sulla stessa natura.
[…]
Federica Iodice
*
Prima notte
[…]
Raccontarti di te, convincerti
di chi sei. Ogni notte. Così
intesso l’antidoto a morte certa per
schiacciamento
dal peso del finto te costruito ad arte
nei ventitré anni che mi precedono.
Ecco. Un rumore o voci di coro distolgono
gli occhi dagli occhi, le mani dalle mani, mi cade
la chiave che tengo e che sto per infilare
nella serratura dei tuoi amore-ti-sento
per restituirti intero questo bene che sei che hai
dimenticato col tempo. Ecco.
Ti sei distratto.
Sopravviviamo
la confusione con la paura. ci stringiamo la faccia
tra dita infuocate di rabbia, mi hai detto, una sera
qualunque: abbiamo
spalle larghe. eppure.
eppure
toccherà ricominciare a scavare e spalare
e raccontare e ricostruire e dirsi di non distrarsi ancora ma poi
comunque ritrarsi, ancora, e sentire la verità ammattire e poi
riprendersi e guardarsi e chiedersi
dov’è
che siamo andati a finire?
Gaia Parlato
*
Glenn Gould
È luglio
e l’ora di pranzo è l’ultima della giornata.
Trascinato dalla forza lavoro
che si riproduce verso le mense
gli alloggi e i ristoranti
ascolto Glenn Gould suonare William Byrd.
Mi chiedo dove la sociologia mi collochi
fra i turisti i lavoratori e i mendicanti.
Penso che per scrivere bisogna essere morti.
La natura viva ha una luce propria
che a me non appare
lume di lacrime scorse nel buio
il bagliore domato della pioggia in casa.
Io non ho la vita (felice) degli artisti
le camicie eccentriche e i capelli arruffati
neppure ho la disperazione dell’impiegato
a volte coincido con l’operaio
perché anche chi produce non vive.
Glenn Gould ha smesso di esibirsi
si è chiuso in uno studio e si è messo a registrare.
Gian Marco Ferone
*
Piazza Garibaldi
Provo ad ascoltare
i barboni di Garibaldi
loro che mi dicono tutto
loro che non hanno altro.
Io cerco le cose le cose
che non dovrei cercare
dove il barbone cerca cibo
e per questo chiedo scusa.
Con loro cerco la poesia
con loro posso provare a solleticare un senso
ma le ore della maschera ci chiamano tutti
e io come te, come voi, come tutti
come il poco sale sulla troppa pasta
come l’ombra che prevale sul corpo
sparisco.
Se dovessi morire domani
chiederei solo un giorno da barbone.
Forse è quello che fanno tutti:
chiedere un giorno in più.
Lo capisci perché Napoli ne è piena?
Antonio Romano
*In copertina: Raoul Hausmann, ABCD, fotomontaggio, 1923-24
L'articolo Quel che resta del verso. Dialogo con Fabiana Russo proviene da
Pangea.