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Le Cazzulleidi. Da Sal Da Vinci ai romanzi di Cazzullo: sia lode all’Italia “un Paese in cui chiunque può fare qualsiasi cosa”
> “Quella del ‘matrimonio della camorra’ è chiaramente una battuta. Capisco, > però, che la cosa si presti ad essere interpretata male. Per questo voglio > chiarire un punto: io adoro Napoli e adoro la musica napoletana. La scorsa > settimana ero all’Augusteo per lo spettacolo di Branduardi e mi sono ricordato > di quando portai i miei figli da bambini ad ascoltare l’orchestra di Renzo > Arbore che ha contribuito a portare nel mondo la meravigliosa tradizione della > canzone napoletana. Io adoro Pino Daniele, Tullio De Piscopo, James Senese, la > Nuova Compagnia di Canto Popolare, i fratelli Bennato, Tony Esposito, ma > proprio per questo non mi piace Sal Da Vinci. Lui rappresenta la Napoli come > la pensano e la vorrebbero i detrattori della città, quelli che non la amano. > Siccome io la amo, non mi piace Sal Da Vinci”. > > Aldo Cazzullo citato da Napoli Today , 5 marzo 2026 Ebbene sì, oggi vogliamo parlare della recentissima polemica innescata da Aldo Cazzullo, uno dei giornalisti più in vista del panorama italiano, punta di diamante del Corriere della Sera e divulgatore televisivo nazional-popolare, ospite ricorrente di salotti e talk-show, ovviamente personaggio permaloso come sono le star – pronto a bollare come “poveraccio frustrato” chi lo critica, si veda l’editoriale di qualche tempo fa del nostro direttore – e incline al commento liquidatorio, lanciato anche dal trono della sua rubrica delle lettere sul quotidiano. Si dice che per i vip il delirio di onnipotenza stia dietro l’angolo, e qui sembra che Aldo Cazzullo ci sia finito in pieno, rispondendo ad alcuni lettori che gli chiedevano lumi sul vincitore canoro dell’ultimo festival di Sanremo. Nel definire il brano cantato da questo Sal Da Vinci (di cui felicemente ignoravamo l’esistenza) come una canzone “banale e scontata”, Cazzullo è arrivato a scrivere: “potrebbe essere la colonna sonora di un matrimonio della camorra, o a essere generosi una canzone di Checco Zalone”, sollevando un monte di reazioni. Ma qui, più che la triviale relazione semantica matrimonio napoletano = matrimonio di camorra, diventa interessante la successiva estensione della sua critica all’intero stato culturale del Paese:  > “Resta l’impressione che l’Italia dei primi anni 2000 sia un Paese in cui > chiunque possa fare qualsiasi cosa. Chiunque può allenare la Nazionale, > chiunque può fare il presidente del Consiglio, chiunque può fare il capo > dell’opposizione, al prossimo giro chiunque potrà fare il presidente della > Repubblica; e Sal Da Vinci può vincere il festival di Sanremo”. Ora, poiché esiste un intero sotto-mondo di internet pronto all’indignazione e al linciaggio, sorprende che un Cazzullo non si capaciti che i social – non potendo fargli lo scalpo – lo stiano sbranando, e si terrorizzi perché in tv una presentatrice tuona che la sua è un’osservazione inaccettabile, al punto di telefonarle angustiato in diretta: “Amici napoletani mi riferiscono che Caterina Balivo dice che ce l’ho con Napoli, consentimi di intervenire”; e poi che rilasci verbose interviste radiofoniche, da cui è tratta la citazione in epigrafe, e poi ci torni con una seconda rubrica, in cui sostiene che ama Napoli con tutto il cuore, che ama i suoi artisti, che ha amici napoletani e via perorando, finendo in pratica per spiegare quale napoletanità è giusta e quale sbagliata, in quella specie di delirio di onnipotenza – appunto – che può insidiare autori che a suon di bestseller e consenso pilotato si sono fatti le budella d’oro.  Tuttavia, riteniamo molto vero ciò che Cazzullo ha affermato nella chiusa del suo articolo, sintetizzato dal titolo stesso: l’Italia è il Paese dove chiunque può fare qualsiasi cosa. Ed è così: da tempo ci si lamenta del fatto che oggi “tutti possono fare tutto”, a partire dagli anni d’oro del berlusconismo. Tralasciando il pioniere che per primo ruppe il tabù – quel Marco Pannella che nei favolosi anni Ottanta spedì in parlamento la pornostar Ilona Staller –, nel tempo abbiamo visto soubrette e escort entrare in politica, vallette e tronisti fare le attrici e gli attori, magistrati e bancari fare ambiziosamente i romanzieri, terroristi fare gli scrittori noir, persino un vecchio dirigente di partito e vicepresidente del Consiglio dei Ministri diventare scrittore di buone vendite. Va da sé che la categoria dei giornalisti è quella che si è sentita più legittimata a buttarsi nella letteratura, quasi rivendicandone la primazia, sebbene il passaggio dalla carta stampata all’empireo letterario non sia necessariamente giustificato dall’appartenenza professionale, anzi, spesso nemmeno deontologicamente lecito.  Prendiamo l’esempio del nostro ospite Aldo Cazzullo, della città di Alba. Quindici anni fa veniva già definito nelle schede promozionali “inviato del Corriere della Sera e scrittore di numerosi saggi storici”: con l’andazzo del “tutti possono fare tutto” consolidatosi nei primi anni Duemila, anche lui – giornalista noto – decise di diventare scrittore letterario da inserire nella prestigiosa Collezione scrittori italiani e stranieri di Mondadori, con La mia anima è ovunque tu sia. Un delitto, un tesoro, una guerra, un amore. Le recensioni apparse sul web, per questo esordio, si impostarono per lo più come schede promozionali mascherate, di cui indichiamo un esempio: > “Quest’opera, straordinariamente originale e viva nonostante la brevità e una > scrittura veloce, scabra e incalzante, mischia sapientemente tutte le > caratteristiche principali di generi che vanno per la maggiore ai giorni > nostri come noir e romanzo rosa non rinunciando tuttavia ad uno sguardo > inatteso e puntuale sulle vicende che hanno portato alla formazione della > nazione italiana come oggi la concepiamo. Una storia epica e di grande > respiro, ambientata nelle Langhe, che contrappone la guerra a bassezze, > terribili segreti e passioni amorose di uomini comuni in un crescendo di > emozioni che culmineranno in un colpo di scena finale che lascerà spiazzato il > lettore. Una grande metafora insomma della nostra identità e un romanzo > sull’origine dell’Italia di oggi, sulle ragioni profonde dell’odio e > dell’amore che ci tiene, nonostante tutto, uniti”. Righe povere di punteggiatura ma piene di parole grosse: una grande metafora, straordinariamente originale, storia epica, i terribili segreti, le ragioni profonde dell’odio e dell’amore, colpo di scena finale. Sorvolando su questa terminologia, che sciorinata in questo modo si qualifica da sé, guardiamo piuttosto cosa possono averne pensato i lettori dotati di qualche spirito critico, ovvero i veri lettori. Sul sito IBS qualche utente fece sentire la sua voce, con argomentazioni non proprio superficiali: cominciamo da Livio Berardo, presidente dell’Istituto Storico della Resistenza di Cuneo: > “Il primo romanzo di Aldo Cazzullo e un fallimento. È un libricino > striminzito, più scheletro di una storia che narrazione compiuta, senza > approfondimento dei caratteri e descrizione degli ambienti, senza elaborazione > di una autonoma cifra espressiva. La frettolosa spruzzatina di qualche parola > in piemontese non solo segnala una puerile emulazione di Beppe Fenoglio, ma > introduce quasi sempre stacchi di comicità nei momenti meno opportuni. Il > genere del romanzo è incerto, se non ambiguo. Racconto di pura fantasia? Ci > sono troppe allusioni a fatti e persone per consentire una simile definizione. > Quella del tesoro della 4a Armata non è leggenda, perché dopo l’8 settembre > del ‘43 la cassa dalla Francia fu trasportata proprio ad Alba. Grottesco il > trucco escogitato per far sembrare fantastica la città in cui e ambientato il > racconto: vicino ad Alba Cazzullo colloca un lago e così Alba diventa > Albalonga (ci mancano solo gli Orazi e i Curiazi). Come si possono definire > personaggi inventati un imprenditore di successo ex partigiano e un altro, > fondatore di un’azienda anche più grande, molto legato alla Curia? Con queste > caratteristiche ad Alba ci sono state esattamente due e solo due figure: il > padre di Oscar Farinetti e Pietro Ferrero. Romanzo storico allora? Nemmeno per > sogno, perché l’autore rifiuta la classificazione. Dietro non ci sono lo > studio e la ricerca necessari. Dall’ambiguità del genere letterario > scaturiscono due messaggi qualunquistici. Il primo: il «miracolo economico» di > Alba nel dopoguerra è decollato grazie a delle appropriazioni indebite o > rapine. Il secondo messaggio distorto riguarda la resistenza, vista come un > cumulo di agguati, rapine e vendette. Manco farlo apposta, i più pronti o > efferati a calarsi in quel genere di avventure sono i «rossi». A puntare il > mitra in faccia al parroco della Moretta e farsi consegnare il denaro nella > storia reale non sono stati dei garibaldini, bensì dei fascisti, sgherri del > federale torinese Solaro!”.  Quando la versione di regime vuol farci credere che Cazzullo “mischia sapientemente” i “generi che vanno per la maggiore”, un lettore non pilotato riesce invece a vedere che alla storia mancano sia una struttura sia un minimo di personalità. Come se non bastasse, un altro lettore si ribella in modo deciso: “Sono esterrefatto. Questo libro, che ho letto in un paio d’ore durante un viaggio in treno, è in sostanza la fotocopia di un libro di un paio d’anni fa, che s’intitolava ‘I nostri occhi sporchi di terra’, di Buzzolan. Stessa struttura passato-presente, stesso mistero (omicidio legato al passato resistenziale su cui si indaga nell’oggi). Insomma un’operazione che a me pare grave e, oltretutto, maldestra. Leggere per credere”.  Un bel curriculum per il primo romanzo di Aldo Cazzullo pubblicato nella collana “Scrittori italiani e stranieri” di Mondadori, non trovate? La città di Alba nei giorni della Liberazione raccontata in versione light, per bocche buone che non hanno voglia di dilungarsi in un inquadramento storico, un’introspezione psicologica o altre simili baggianate. Si va subito al punto, con scrittura secca, inconcludente e senza nerbo. È lo stesso sottotitolo in copertina a spiegare i quattro elementi della storia: un delitto, un tesoro, una guerra, un amore, come se si fosse davanti a un pacco di biscotti: leggeri, naturali, con miele, senza olio di palma. Piccoli strilli inverecondi, che non hanno il minimo rispetto per il lettore. E il prodotto come si presenta? Ha 128 pagine, ma solo 119 sono utili al racconto; la stampa è ovviamente in caratteri grandi, per stirare l’inconsistenza; le 119 pagine sono divise in 45 capitoli – quarantacinque, avete capito bene –, più una nota dell’autore. Quindi, quanto può essere lungo ciascun capitolo? Due pagine? Prendiamone uno a caso: > “Alba, martedi 27 aprile 2011, ore 10 – Non si e mai capito bene perché lo > abbia fatto. Perché poi in pieno giorno, come per una confessione. Come > dovesse rivendicare anche l’altro delitto, per nascondere qualcosa, o coprire > qualcuno. Vergnano aveva aperto la porta senza guardare. Era l’ora del > postino. Bella mossa, per un killer. Ma Alberto non ci aveva pensato. La sua > vittima se lo trovò di fronte, con il fucile in mano. Non tentò neppure di > chiudere la porta. Fece qualche passo indietro, portando d’istinto le braccia > avanti, quasi per parare il colpo. La prima fucilata gli trapassò le mani, > come a un Cristo. Alberto usci con calma, mentre i vicini si affacciavano per > capire cosa succedeva. Andò a consegnarsi in questura come se uscisse a > passeggio”. Questo è il capitolo 39, integrale, che occupa metà della pagina 108. Come se fosse il punto di una sinossi, quella che gli editori chiedono sempre più spesso a chi propone un’opera. In fondo, a cosa potrebbe servire dare più respiro a una situazione, introdurre ciò che verrà, definire un personaggio, o un pensiero? A nulla, perché questo “cazzullismo” narrativo sembra postulare la furbizia della scarnificazione meccanica, dell’alternarsi di vuoto e pieno solo per gonfiare le pagine. In pratica, la scimmiottatura del minimalismo esistenziale alla Erri De Luca, fatta con taglio giornalistico. L’intrigo della storia si aggancia a un tesoro trafugato dai partigiani ad Alba alle soglie del 25 aprile 1945, e dopo sessantasei anni arriva il “giallo” dell’assassinio di uno di quei partigiani. Poi? Niente, tutto qui. Da un romanzo fatto di capitoli lunghi una pagina o due, talvolta tre, che si pretende? Non si possono fare miracoli. Al capitolo 30, lungo ben ventuno righe, vediamo una scena di sesso:  “«Uno!» La voce di Sylvie chiamava i colpi con tono alto, spavaldo, per poi piegarsi in un singulto roco. «Due!» Roberto Moresco all’inizio aveva esitato. Poi aveva capito che non doveva farlo per sé, ma per lei. «Tre!» La schiena sottile di Sylvie iniziava a rigarsi. «Quattro!» Anche Roberto cominciava a prenderci gusto. Gli era già successo. Mai però con donne preziose e delicate quanto Sylvie. «Cinque!» Il suo punto più bello era dove la vita stretta si allargava su un bel culo candido, su cui risaltavano i segni rossi. «Sei!» Roberto attenuò il colpo. Gli pareva di sciupare quella meraviglia. «Sette!» Sylvie lanciò un urlo di dolore. Lui fece per chiedere scusa. «Otto!» Si presero con disperata intensità. Poi lui la strinse e cominciò a parlarle all’orecchio. Stavolta si raccontarono senza reticenze, con la confidenza assoluta di un uomo e di una donna che non hanno avuto pudore. Rimasero a lungo abbracciati, per un tempo senza minuti né ore, a conversare in sussurri”. Sul fatto che le scene di sesso siano rivelatrici della qualità di uno scrittore non serve puntualizzare; e alle pagine 26 e 27 non può mancare l’immancabile, ovvero l’ispettore gourmet che spiega la ricetta: > “L’ispettore pensò di andare a vedere le carte subito, e cavare all’oste quel > che sapeva. Poi si disse che non valeva la pena far freddare le lumache e la > fonduta. Non è vero che il tartufo si apprezza di più con l’uovo. L’uovo è > sempre troppo cotto o troppo poco. Naviga nell’olio, peggio se olio al > tartufo. Il rosso è troppo carico di sapore, e il bianco non sa di niente. > Molto meglio la fonduta. Solo allora il tartufo, tagliato sottile, sprigiona > un profumo cosi intenso che pare davvero di essere sepolti nella terra. E a > quel punto anche una barbera di Tibaldi, come quella che gli consentiva il suo > stipendio da statale, poteva andare benissimo. L’ispettore si versò ancora un > sorso, per accompagnare l’ultima lumaca. Amava quel sapore da ostrica volgare, > di terra. Poi chiese il conto. Notò che era ormai considerato uno del posto, > visto che gli portarono un foglio di carta a quadretti, con lo sconto segnato > a matita. Una frode fiscale con la complicità di un ispettore di polizia. A > Napoli non avrebbero fatto meglio. Pagò, senza lasciare la mancia, e chiamo la > questura, per sapere dove l’avevano scorciato, Domenico Moresco”. Per fortuna, oggi sembriamo usciti dal tunnel dei vari Montalbàn, Montalbano e gli epigoni che hanno imposto scimmiottature del genere. Per chiudere, vediamo già qui il topos che oggi è costato a Cazzullo un massacro mediatico: riguardo all’evasione fiscale, “a Napoli non avrebbero fatto meglio”. Non è magnifico? E non si può dimenticare quella che è stata la gloriosa eminenza grigia, il collega “critico”, l’inscalfibile e inimitabile book-jockey Antonio D’Orrico: pensare che non avrebbe avuto un ruolo in questa incursione di Cazzullo nella prestigiosa collana “Scrittori italiani e stranieri” è inconcepibile. Infatti, il romanzo andò il libreria con l’opportuna fascetta dorrichiana, dal tono secco e potente:  > “Un romanzo spietato e inesorabile, che colpisce al cuore. Come una vendetta > servita fredda”. Paolo Ferrucci L'articolo Le Cazzulleidi. Da Sal Da Vinci ai romanzi di Cazzullo: sia lode all’Italia “un Paese in cui chiunque può fare qualsiasi cosa” proviene da Pangea.
March 11, 2026 / Pangea
Il tesoro nascosto. Ovvero: in difesa della Bibbia, per amore della letteratura
Nell’epoca della post-letteratura, cioè di una scrittura che fa a meno della lettura, della storia letteraria, della tradizione, dello stile, si può anche affermare che la Bibbia è un libro «sopravvalutato». È stato fatto, lo ha detto di recente la scrittrice premio Strega Donatella Di Pietrantonio in un’intervista al «Corriere della sera». Se avesse detto che l’Iliade è un libro sopravvalutato sarebbe stato lo stesso?  Nell’epoca della post-letteratura non ha nessuna importanza ricordare che esiste, naturalmente, una sterminata bibliografia sulle radici bibliche della cultura occidentale e sul valore letterario inestimabile di quest’opera. Si potrebbe, anche, affermare che uno scrittore che non legga la Bibbia è, di fatto, uno scrittore mancato, qualcuno, cioè, che si condanna da solo a un’amputazione dell’immaginario, ma si condanna, anche, al rinnegamento perpetuo di quei tre criteri estetici che Harold Bloom, insuperato lettore della Bibbia, indicava come basilari per ogni libro che meriti di essere preso in considerazione: lo splendore estetico, il vigore intellettuale e la saggezza. Ma a che cosa serve sottolinearlo? Servirebbe, piuttosto, sostenere che nell’epoca della post-letteratura la letteratura stessa deve essere un non-luogo facilmente abitabile da tutti. Da qui deriva il resto. Anche il fatto che se si intende reimmettere la Bibbia nel tritacarne del «culturale» odierno – ovvero di ciò che Richard Millet chiama «l’alleanza dell’intrattenimento con la propaganda» – bisogna farlo come si fa con i bambini: proponendo una lettura facile facile, con una semplice parafrasi di alcune sue storie più famose, senza approfondimento, nessun tentativo di analisi di qualunque genere (letteraria, stilistica, antropologica, politica, storica).  È quello che troviamo nel libro Il Dio dei nostri padri: il grande romanzo della Bibbia di Aldo Cazzullo (HarperCollins). Eccola la parola «passe-partout», l’esca del mercato editoriale: «romanzo». Come se la Bibbia fosse un testo scritto da una singola persona, dall’inizio alla fine, e non una raccolta eterogenea di libri composti in epoche diverse, da autori diversi, in lingue diverse (ebraico e aramaico il Tanàkh e greco il Nuovo testamento), di generi differenti, e perfino con finalità differenti. Il romanzo: basta la parola, nel trionfo del post-letterario. Ma non è solo questo.  Non ho nulla contro Cazzullo, intendiamoci. Il suo libro non ha alcuna pretesa critica. Se ne parlo qui è perché il suo successo di vendite mi sembra particolarmente emblematico dei tempi che stiamo vivendo. Si potrebbe obiettare che un libro divulgativo non può essere emblematico di alcunché, ma io credo, al contrario, che la divulgazione non sia mai neutra, né innocua, poiché sottende un assunto ineludibile su ciò che deve essere trasmesso e ciò che invece non deve. Basti pensare a quanta ideologia è celata dietro la divulgazione di uno storico come Alessandro Barbero (non mi riferisco solo alle prese di posizione sulla guerra in Ucraina, ma alla sua dichiarazione, davanti a un uditorio di non specialisti, che il regno di Israele non sarebbe mai esistito, asserzione basata sulle posizioni della cosiddetta «scuola di Copenaghen», ma che ignora volutamente tutto il dibattito storico-archeologico che a quella visione minimalista si oppone).  Qual è, dunque, l’operazione ideologica sottesa al libro di Cazzullo? Che a un popolo di non lettori in generale e di non lettori della Bibbia in particolare basti offrire un grado zero della lettura, per così dire, affinché una raccolta di testi letterari tra i più alti e complessi della tradizione occidentale (mi riferisco, in particolare, alla Bibbia ebraica), si trasformi in un «fattariello», in un «romanzo», in un bestseller capace di scalare le classifiche. Con quali conseguenze? Quelle di una colossale mistificazione culturale.  Rembrandt, Davide sfida Golia, 1655 Leggiamo, per capire, la prima pagina del libro, che inizia, giustamente, con i primi versi di Genesi, ripresi dalla versione CEI della Bibbia:  > «In principio Dio creò il cielo e la terra. La terra era informe e deserta, le > tenebre ricoprivano l’abisso, e lo spirito di Dio aleggiava sulle acque».  Cazzullo chiosa così: «Non mi viene in mente un attacco altrettanto memorabile». E per dare solidità alla sua affermazione perentoria, aggiunge altri celebri incipit di romanzi (ci risiamo!) della letteratura universale («Moby Dick», «Anna Karenina», ecc.) dimostrandone il minor impatto, al confronto.  Peccato però che quell’incipit in Genesi non esiste, non è corretto. Se Cazzullo avesse letto Rashi, il rabbino medievale francese tra i più importanti commentatori della Bibbia ebraica, avrebbe evitato questo topos sbagliato della traduzione. L’ebraico Bereshit, infatti, è un costrutto che introduce una subordinata temporale: «All’inizio della creazione del cielo e della terra da parte di Dio…», oppure, come riporta la nuova traduzione biblica dei Millenni Einaudi: «Quando Dio cominciò a creare il cielo e la terra…». Non è solo una questione sintattica. Nella sintassi diversa troviamo una diversa filosofia della Creazione. La versione canonica impone un ordine cronologico della Creazione, una gerarchia, una «bontà» razionale (prima di tutto Dio crea il cielo e la terra, poi questo, poi quest’altro, ecc.), che invece nella versione originale manca. Non c’è ordine, né gerarchia. E soprattutto, non c’è un principio. Se si legge la prima frase di Genesi nella giusta traduzione (la riprendo, come tutte le successive, sempre da Einaudi): «Quando Dio cominciò a creare il cielo e la terra, mentre la terra era vuota e vacua, la tenebra era al di sopra dell’abisso e l’alito di Dio aleggiava al di sopra delle acque, Dio disse: “Sia luce!” E luce fu», misteriosamente scopriamo che l’acqua preesiste alla luce, pur se non abbiamo alcun racconto della sua creazione. Non ci troviamo di fronte a una cosmologia armoniosa e coerente prodotta da Dio, la Creazione non avviene ex nihilo. Esistono già la «tenebra» e l’«abisso», e le acque. Chi le ha create? E quando? Genesi, in realtà, nasce da questo mistero, e negarlo vuol dire eliminare gran parte della sua complessità, per proporci una versione più consolatoria e più rassicurante. Ma la vita – la sua origine, il suo senso – non è né consolatoria, né rassicurante, anche se nell’epoca della post-letteratura piace pensare che sia così.  Sarebbero innumerevoli gli esempi di «pericolosa» semplificazione disseminati nel libro, a cominciare dalla Aqedah, l’episodio del sacrificio di Isacco, dove esegesi ebraica, Kierkegaard, Kant, tradizione iconografica, psicoanalisi vengono liquidati in una singola frase:  > «Ancora Dio ripete che, attraverso Abramo, offre una possibilità, propone un > patto a tutti gli uomini».  Altro esempio riguarda uno dei momenti biblici fondamentali che troviamo sempre in Genesi, un episodio che è il nucleo fondativo di ciò che il filosofo ebreo Eric Weil indica come la peculiarità della nostra cultura greco-giudaica: ovvero tutto ciò che consegue dalla capacità dimostrata dai profeti ebrei e dai filosofi greci di domandarsi cosa fosse la giustizia e non cosa dettassero i costumi del loro tempo. Il Signore è pronto a distruggere Sodoma per punire i suoi abitanti che hanno peccato, quando Abramo, di fronte alla decisione del Dio Onnipotente, lui, mortale e fragile, lui che – come si affretta a precisare con sottile arte retorica – non è che «polvere e cenere», invece di arretrare si avvicina al suo Dio, in maniera perfino spavalda, ma allo stesso tempo insinuante, e gli chiede:  > «Davvero travolgerai il giusto col malvagio? Se ci fossero cinquanta giusti > nella città, davvero travolgeresti quel luogo e non lo perdoneresti a causa di > quei cinquanta giusti che vi sono? Lungi da te fare questa cosa: far morire il > giusto col malvagio, così che il giusto sia trattato come il malvagio. Lungi > da te! Forse che il giudice di tutta la terra non agirà con giustizia?».  Il Signore, di fronte alle domande di Abramo, è costretto a cedere: «Se nell’ambito della città di Sodoma troverò cinquanta giusti, perdonerò a tutto il luogo per causa loro». Ma Abramo non si accontenta, inizia a mercanteggiare con il Signore! Lo induce a scendere da cinquanta a quarantacinque, a quaranta, a trenta, a venti, a dieci. Cazzullo si limita a commentare:  > «Un dialogo così serrato, tanto da ricordare una trattativa tra mercanti in un > suk, lo troveremo poche altre volte nella Bibbia. Non è da tutti tenere testa > così a Dio».  Tutto qua? La trattativa da suk è, in realtà, una scena inaudita. Dio per la prima volta è spinto a guardare dentro sé stesso, a scoprire la sua intimità, il suo senso di giustizia. A domandarsi dove sia il Bene, al di là del proprio modo di operare, e che cosa voglia dire «agire con giustizia». E lo fa grazie all’uomo, al suo rifiuto di accettare come un dato di fatto ciò che proviene dall’autorità. Abramo, in fondo, non ha alcun legame con Sodoma. La questione è squisitamente etica. Che cosa è giusto? Cosa è sbagliato? È come se qui l’uomo, la creatura di Dio, diventasse a sua volta il creatore del suo artefice: un rovesciamento vertiginoso, da cui proviene tutta la nostra tradizione occidentale. Forse è troppo difficile per i lettori di Cazzullo? Non credo. Ma nell’epoca della post-letteratura bisogna surfeggiare sulla superficie di un testo senza osare affondi. Rembrandt, L’agonia nel giardino, 1652 ca. Stesso trattamento sbrigativo troviamo anche a proposito di un personaggio come David, con la sua personalità così carismatica e contraddittoria, uomo imprevedibile, devoto e ribelle, sensibile e spietato. Nel libro di Cazzullo l’unico commento su David è questo: > «Davide è davvero uno dei personaggi più interessanti della Bibbia».  Come negarlo? Ma è come dire, in un libro su Shakespeare, che Amleto è uno dei personaggi più interessanti creati dal bardo inglese (il paragone non è casuale, poiché David ha, in effetti, lo stesso fascino e la stessa insondabilità del principe di Danimarca). Significa, cioè, ribadire l’ovvio. Eppure la danza quasi orgiastica – danza di gioia – di David davanti all’Arca dell’Alleanza, che è una delle scene più memorabili di cui è protagonista questo personaggio di indomabile vitalità, avrebbe meritato qualcosa di più di questo commento:  > «È forse il primo e l’ultimo personaggio dell’Antico Testamento che Dio tratta > come un figlio, e con cui Dio si comporta come un padre: un padre non > particolarmente severo – scrive subito dopo Cazzullo –. Al punto che Davide > talora pensa di potersi permettere tutto». È vero, la danza di David conquista perfino Dio, spingendolo ad adottare David, a ritenerlo come suo figlio. Ma che cosa vuol dire danzare con tutte le forze, in perizoma di lino, davanti a Dio? Perché è questo che fa David in 2Samuele (libro di una potenza shakespeariana), al punto da destare scandalo nella moglie, figlia di Saul. «Che onore si è fatto oggi il re di Israele, denudandosi come un uomo qualunque davanti alle sue serve dei suoi servi» gli dice Mikal, sdegnata. E David risponde: «Davanti al Signore (…) danzerò e mi abbasserò ancor di più». E questa festa che cosa produce in Dio? Un cambiamento, una scoperta inattesa. Dopo la danza, commosso da questo omaggio, da questa gioia, il Signore si definisce, per la prima volta nella Bibbia, «padre». Prima era il Dio degli eserciti, spietato, massacratore di popoli, ma adesso, improvvisamente, si scopre altro. «Io gli sarò padre ed egli mi sarà figlio» dice. Prima era il Dio dei padri, ora è, semplicemente, il Dio padre. Senza la danza scandalosa di David, Dio non avrebbe scoperto la sua umanità. Non ci sarebbe stato il «Padre nostro», né il «Figlio di Dio». Da questa danza, da questo abbandono selvaggio, da questo far festa sconsiderato, nasce il primo seme di un nuovo Dio, diverso da tutti, perfino da sé stesso.  Una tale diversità (questa nuova umanità di Dio), viene confermata nel libro successivo, il primo libro dei Re, in un episodio che Cazzullo non racconta: l’incontro tra il Signore e il profeta Elia, quando l’apparizione divina è descritta come «la voce di un silenzio sottile». È un’immagine bellissima, che in ebraico, letteralmente, può essere restituita anche con «il suono di un tenue silenzio». Non nel vento impetuoso si trova Dio, non nel terremoto, non nel fuoco, ma nel «suono del silenzio», che la King James Version rende ancor più memorabile, con «una piccola voce tranquilla» («a still small voice»). Questa deminutio è sorprendente (fa venire in mente il capitolo 48 del Tao: «Chi cerca il Tao, ogni giorno toglie qualcosa»), considerato che il Signore è stato, come si è detto, prima dell’incontro con David, un dio terribile, vendicativo, geloso, un «dio degli eserciti». Quando Elia sente quella «voce di un silenzio sottile» si copre il volto con il mantello. Perché? Forse perché, come si dice in Esodo, «nessuno può vedere il volto di Dio e rimanere in vita»? O perché, più semplicemente, il silenzio di Dio – quel suono del silenzio che bisogna imparare a indagare – mette paura più di ogni altra cosa? In effetti, la Bibbia è l’unico testo sacro che prevede anche l’assenza di Dio, il suo silenzio (è lo stesso silenzio che spinge Saul al suicidio). A volte, infatti, Dio parla solo attraverso ciò che gli uomini hanno scritto di Lui. È il caso del libro di Neemia, che pure non viene nominato nel bestseller di Cazzullo.Neemia, l’alto funzionario del re Artaserse, è un personaggio biblico di fondamentale importanza. «Davanti all’assemblea degli uomini e delle donne e di quanti erano in grado d’intendere» egli esegue la lettura integrale della Torah sulla piazza di Gerusalemme dinanzi alla porta delle Acque, dall’alba fino a mezzogiorno. È una lettura che esorcizza, appunto, il silenzio di Dio. Impossibile non pensare a Kafka che sogna di leggere l’intera Educazione sentimentale senza interruzione per tanti giorni e notti che risultassero necessari, in una grande sala piena di gente fino a «farne riecheggiare le pareti»; o al comico americano Andy Kaufman, che legge integralmente Il grande Gatsby di fronte a un pubblico sbalordito (è solo un caso che siano entrambi ebrei?). Del resto, se Flaubert è lo scrittore che inaugura la letteratura moderna (a proposito, ho letto poco tempo fa un’intervista, sempre sul «Corsera», allo scrittore e editor Carlo Carabba, il quale affermava che Flaubert è uno scrittore sopravvalutato), il libro di Neemia anticipa un passaggio cruciale che sarà altrettanto importante per l’arte narrativa, a partire almeno da Henry James: il passaggio dal narratore onnisciente al narratore inattendibile. Quando inizia il libro di Neemia leggiamo:  > «Nel mese di Chislèv dell’anno ventesimo, mi trovavo nella cittadella di Susa, > quando giunse Chananì, uno dei miei fratelli, con altri uomini di Giuda».  È la prima volta nel Tanàkh che ci imbattiamo in un libro interamente scritto in prima persona (se si eccettuano alcuni tra i libri sapienziali e i profetici, che appartengono a generi diversi). Ci sono alcuni episodi rintracciabili altrove, ma si tratta di narrazioni di secondo grado, inserti o profezie innestate in un contesto narrativo e storico (è il caso di Daniele, ad esempio). Qui ci troviamo, invece, di fronte a una novità assoluta. E il fatto che avvenga alla fine della Bibbia ebraica (le Cronache sono solo un riepilogo di fatti precedenti) non può essere un caso. Il Libro di Neemia è di indubitabile importanza, sia perché ci restituisce in maniera icastica, e molto più efficacemente di tanti saggi storici e politici, la psicologia di un popolo, l’ossessione anche dell’attuale stato ebraico per la «difesa» (ecco la descrizione della ricostruzione delle mura di Gerusalemme, dopo l’esilio babilonese: «Da quel giorno, metà dei miei giovani era impegnata nel lavoro, mentre l’altra metà, armata di lance, scudi, archi e corazze, stava dietro tutta la casa di Giuda che costruiva il muro. Chi portava pesi svolgeva il suo lavoro, sollevando il peso con una mano e tenendo la lancia con l’altra. Tutti i costruttori lavoravano con la spada legata ai fianchi»), sia perché la scelta della prima persona prefigura un drastico ridimensionamento. Rembrandt, Cristo presentato al popolo, 1655 Neemia, attraverso la prima persona, può rivelare a noi lettori le sue intenzioni che tiene nascoste agli interlocutori, ma allo stesso tempo circoscrive ciò che avviene al suo punto di vista. La sparizione del «narratore onnisciente» non può accadere senza conseguenze. Genesi, e tutto il Pentateuco, attraverso la terza persona disponevano uno scenario in cui il protagonista assoluto era Dio, che interveniva attivamente, parlava, esercitava un dominio tirannico, aiutava il suo popolo oppure sfogava su di esso la sua collera. Qui, invece, Dio è assente. O meglio, è presente solo dalla prospettiva di Neemia, che lo prega, lo invoca, lo nomina al suo popolo. Ma di fatto Dio non risponde, non compare, non agisce. Se ne sta nascosto. Narrare in prima persona – è questo che ci rivela il libro di Neemia – vuol dire esporsi al rischio di farsi carico della storia. Dio è presente solo nei suoi rotoli che divengono legge, nella lettura che Neemia compie di tutta la Torah davanti al suo popolo. Neemia è un tramite che si assume le responsabilità di provvedere agli ebrei a suo nome. La prima persona ha, di fatto, escluso Dio, che ha delegato il suo potere all’io narrante. Ma l’io narrante non è affidabile. Si tratta, dunque, di un acquisto, da un lato, e di una perdita dall’altro. Ne è una prova il fatto che il lungo elenco dei rimpatriati ebrei dall’esilio babilonese censito prima nel libro di Esdra e poi in Neemia in alcune parti non coincidono. A chi dare credito? Tutta la storia della narrativa futura si giocherà in questa discrepanza di censimenti, e nell’ambiguità che essa comporta.  L’assenza di Dio prosegue anche in quello che è uno dei miei libri preferiti del Tanàkh, il libro di Rut. Non so se sia il più bello della Bibbia ebraica, ma sicuramente è quello più incantevole, più sobrio – un poemetto in prosa – e anche il più sottilmente eversivo. Cazzullo ci restituisce, come sempre, una fedele parafrasi e nient’altro. Eppure la forza dell’amore che emana da questo testo, un amore inteso non come passione, ma come cura, come «chessed», cioè come fedeltà all’alleanza, è così rivoluzionaria, anche nella sua coraggiosa trasgressione della legge divina e morale, che rinunciare al commento equivale a rinunciare a una delle ricchezze sapienziali più rare che ci siano mai state donate.  > «Perché dovunque tu andrai, io andrò; dovunque tu pernotterai, io pernotterò; > il tuo popolo è il mio popolo e il tuo Dio è il mio Dio. Dove tu morirai, io > morirò e là sarò sepolta».  Questa meravigliosa dichiarazione d’amore non è pronunciata a un amante, ma a una suocera, la suocera che Rut, la vedova moabita, sceglie di seguire a Betlemme, in Israele, lasciando la sua terra e la sua religione. La virtù di Rut è nel dire sì, nell’accettare la migrazione, il cambiamento, il ripudio, assecondando solo la sua voce interiore (quella voce evocata da John Keats nella sua Ode a un usignolo, la voce che «trovò una strada/ nel cuore triste di Ruth quando, ammalata di nostalgia/ se ne stava in lacrime nel grano straniero»). Con lei scopriamo che nella vita nulla va giudicato, nemmeno ciò che ci appare indegno o sbagliato (come la rinuncia a sé stessi o l’amore per qualcuno molto più in avanti negli anni, come Booz, l’uomo a cui, in un’audace incursione notturna, Rut scopre non i piedi, come scrive Cazzullo leggendo alla lettera il testo, ma i suoi genitali, in segno di disponibilità sessuale), perché ogni gesto di questo personaggio, ogni sua azione, ci inducono a scoprire qualcosa di inatteso, come la tolleranza, l’accettazione piena dell’altro, la solidarietà femminile, l’erotismo naturale, la devozione e il rispetto reciproci.  Il libro di Rut è scritto quasi certamente da una donna, dove le donne sono protagoniste assolute: gli uomini sono poco più che comparse e Dio stesso un silenzioso spettatore. Quasi come se la luce emanata dalla grazia e dalla forza femminile oscurasse tutto il resto. Ma nell’epoca della post-letteratura queste riflessioni sono inutili complicazioni, che allontanerebbero i lettori. La risonanza della parola letteraria è un ostacolo da eliminare. Per lo stesso motivo, la tradizione talmudica, che commenta all’infinito il testo sacro, spingendosi perfino a ipotizzare l’assenza di Dio, o a disputare sul suo senso di giustizia, è bandita del tutto. Appartiene a un’altra era, quella della critica, dell’ermeneutica, che non esiste più.  L’ultima domanda che bisogna porsi, allora, è questa: si possono amare la letteratura e la lettura senza amare e leggere la Bibbia? Rispondo con un aneddoto che mi pare significativo. Il 10 agosto 1938 si tenne a Parigi il XV Congresso psicoanalitico internazionale, poco prima dello scoppio della Seconda guerra. La versione finale e completa dell’ultimo saggio di Freud, L’uomo Mosè e la religione monoteistica era in tipografia in Olanda. Freud stesso, vecchio e malato di cancro, in esilio a Londra per sfuggire alle persecuzioni razziali, mandò al congresso parigino la figlia Anna perché lo rappresentasse leggendo pubblicamente un brano della terza parte del libro, il capitolo intitolato «Il progresso della spiritualità». Anna Freud lesse, dunque, le seguenti righe in nome del padre:  > «Sappiamo che Mosè trasmise agli Ebrei il sentimento esaltante di essere il > popolo eletto; togliendo a Dio ogni materialità, il segreto tesoro del popolo > si arricchì di una nuova gemma preziosa. La propensione degli Ebrei per gli > interessi spirituali non s’interruppe, e dalle sventure politiche della loro > nazione impararono ad apprezzare nel suo valore l’unica proprietà loro > rimasta, la loro letteratura. Immediatamente dopo la distruzione del Tempio di > Gerusalemme sotto Tito, il rabbino Jochanan ben Zakkai chiese il permesso di > aprire a Jabneh la prima scuola della Torah. Da allora in poi furono la Sacra > Scrittura e l’impegno intellettuale ad essa dedicato che mantennero unito il > popolo disperso».  La Bibbia ebraica è, direi, soprattutto questo: la «gemma preziosa» di un «tesoro nascosto»: una letteratura che ha garantito l’identità e la sopravvivenza di un popolo, nonostante la diaspora, le persecuzioni e i genocidi subiti nella sua millenaria storia. Freud lo ricorda poco prima della Shoah, come avvertimento o premonizione, chissà. La letteratura, la lettura profonda, i grandi testi della tradizione, sono l’unica difesa che possiamo opporre alla barbarie. Oggi come ieri. Ma forse è troppo tardi per ricordarlo. Quel tesoro nascosto lo stiamo già perdendo. Fabrizio Coscia  *I disegni in copertina e nell’articolo sono di Rembrandt; in copertina: “Cristo crocefisso tra i ladroni”, 1653 L'articolo Il tesoro nascosto. Ovvero: in difesa della Bibbia, per amore della letteratura proviene da Pangea.
April 21, 2025 / Pangea