
“Agirò senza pietà”. Sull’arte di costruire antologie o del contrabbando poetico
Pangea - Wednesday, November 26, 2025Qualche tempo fa, nell’ormai leggendaria Libreria Scaldasole di Milano, ho comprato L’antologia dei poeti italiani dell’ultimo secolo. Pubblicata da Aldo Martello nel 1963 è un repertorio impressionante: quasi mille e quattrocento pagine per 152 poeti antologizzati; il più giovane è Roberto Sanesi, nato nel 1930. L’idea critica che la galvanizza è enciclopedica: s’intendono radunare i massimi poeti del secolo, al di là delle “scuole” e delle “etichette” (crepuscolari e decadenti, futuristi e neorelisti, sperimentalisti ed ermetici).
Il progetto – un ‘mostruoso’ gesto di devozione – parte da Carducci, ritenuto “il primo iniziatore della poesia che verrà dopo”. Così, bene incapsulati in efficaci cammei biografici, ci sono già tutti i poeti che ci attendiamo, pur in bocciolo: Mario Luzi e Andrea Zanzotto, Pier Paolo Pasolini (“è poeta autentico laddove l’elemento ideologico-storico è dominato, e liberato da una concreta, corposa visione lirica”) e Giorgio Caproni, Vittorio Sereni (su cui si scommette, scrivendo che reca “accenti capaci di significare una nuova realtà della poesia italiana, dopo la stagione di Montale”) e Attilio Bertolucci. Per elogiare Margherita Guidacci si usano planimetrie critiche che oggi faticheremmo ad accettare (quando si dice di “Una poesia che ha un’apertura morale, una chiarezza intima, una presa umana da non confondersi con altre poesie di donne, bruciate dall’effimero. E magari da una femminile vanità”: attributi – effimero, vanità – rintracciabili, invero, in molta poesia ‘maschile’); le donne hanno una qualche concreta rappresentanza: non ricordavo Biagia Marniti, poetessa apprezzata da Ungaretti (“Vi invidio farfalle/ in danze acrobate e festose/ sulle siepi, su sassi in bilico/ presso margherite gialle/ e camomille in fiore”); ci sono, naturalmente, Sibilla Aleramo (detta “di natura indipendente”…) e Vittoria Aganoor Pompilj, Luisa Giaconi e Ada Negri; c’è la “isolatissima” poesia di Maria Barbara Tosatti (“ben poco pubblicò durante la sua vita, nonostante gl’incitamenti di molti amici”), manca, tra le altre, quella di Amalia Guglielminetti.
L’antologia non sposta l’asse delle nostre certezze: Giovanni Pascoli è il vero poeta-titano del Novecento; Gabriele D’Annunzio l’euforico pioniere del linguaggio, l’autentico Apollo. Tra le moltissime poesie del ‘Vate’ preferisco Il cervo, con quell’attacco all’assalto:
Non odi cupi bràmiti interrotti
di là del Serchio? Il cervo d’unghia nera
si sépara dal branco delle femmine
e si rinselva. Dormirà fra breve
nel letto verde, entro la macchia folta,
soffiando dalle crespe froge il fiato
violento che di mentastro odora.
Dietro ai due seguono, con diversa foga, gli altri – Giuseppe Ungaretti e Eugenio Montale su tutti.
Mi sorprende la presenza di Lorenzo Calogero: segno che se ne parlava molto, all’epoca, prima di perderlo tra le brume dell’inedia e dell’invidia – era morto due anni prima della pubblicazione dell’antologia; nel 1962, per Lerici, Giuseppe Tedeschi aveva curato il primo volume delle Opere poetiche. Si dice di un’“esistenza assai disgraziata, tra ossessioni e tentativi di suicidio”, di un “temperamento ondeggiante e scontroso” e di “una sua confusa e allucinata poetica”. Non sono ancora buoni i tempi per comprendere appieno l’eccentricità di Calogero – esistenziale, dunque lirica –, l’assoluto eroe di un canone ‘avverso’ della poesia italiana. Comunque, Calogero c’è.
C’è anche Bartolo Cattafi, assai dimenticato in repertori antologici analoghi; memorabile l’agiografica biografia che lo centra (e che c’entra, forse, con la concretezza dell’amicizia):
“Laureato in giurisprudenza, mai è stato in uno studio d’avvocato. Vive a Milano, lavorando presso un’industria; e di sera s’occupa di poesia e di letteratura; vivendo però nel giro di pochi amici, e non intruppandosi nelle varie ‘gang’ letterarie. Certo è che la poesia di Cattafi vive fuori da ogni schema; ed è la sua fortuna”.
Di Dino Campana – molto ben antologizzato – non si comprende la dionisiaca centralità nel nostro canone (proprio per la sua sfasatura, per il suo sbandare da belva del linguaggio): sarebbe troppo; resta il poeta stretto “tra tradizione e rivoluzione”. È chiaro, invece – oggi lo è meno – il ruolo ‘profetico’ e miliare – “per il suo tono di mistica solitudine” – di Clemente Rebora. L’assenza di Giovanni Boine è per me un mistero: preso, forse, per prosatore, il suo artigianato lirico, all’arma bianca, è ancora per lo più incompreso.
In un’antologia che ha nella quantità il proprio genio, il gioco è quello di scovare i dimenticati, che testimoniano, in fondo, i molti sentieri interrotti della nostra poesia. Tra i tanti, ricordo Guglielmo Petroni – farà fortuna come romanziere, vincendo uno Strega nel ’74 con La morte del fiume, superando Achille Campanile che si presentava con una raccolta di racconti dal titolo folgorante, Gli asparagi e l’immortalità dell’anima. Non mi dispiace la sua Autobiografia in pezzi:
I
Ho il fiuto del cane randagio,
ho il volto deserto,
ho il disagio di essere nato,
di rimanere impalato
dinnanzi a questa antica
necessità di amore, di pietà.
Ma un lutto non è necessario;
la vita stessa è l’ossario
di tutte le illusioni.
II
………………………………..
………………………………..
Placida sera senza riposo
tra poco sarà notte:
c’è tanta luce che se ne va.
Sono ricco di sangue,
carico di umano tempo:
parola mia stasera
agirò senza pietà.
È vero: tanti dimenticati è giusto dimenticarli; fatto salvo un misericordioso lavoro da filologi, le poesie di Adriano Grande e di Carlo Saggio, di Vincenzo Guarnaccia e di Renzo Laurano, di Enrico Somarè e di Mario Venditti e di Lino Curci (almeno, quelle antologizzate) sono insalvabili se non come ‘specchio dei tempi’. Alle poesie di Alberto Mondadori – figlio di Arnoldo, creò la casa editrice il Saggiatore – vanno preferite quelle di Umberto Bellintani, di cui si accoglie un inedito, Usignoli:
“Erano tanti usignoli le stelle della notte:
tutto pieno il firmamento e gorgheggiavano.
E allora sentivo che non potevo più dormire,
e non potevo più restare ad ascoltare
tant’era pieno il firmamento d’usignoli.
Udirlo a lungo un dolce canto non si può
allor che tutto ci contiene l’universo
senza pericolo di cadere a un tratto folli.
Per ciò, mio spirito, tappati le orecchie, cerca di non udire,
se ancora il cielo è tutto pieno d’usignoli.
Per ciò, mio spirito, ribendati gli occhi,
se ancora innumeri gorgheggiano lassù
nel firmamento i vivi stormi delle stelle”.
Non mi sarebbe spiaciuto conoscere Enzo Fabiani, poeta singolare e singolarmente dimenticato. Classe 1924, nato a Fucecchio, lavorò come giornalista nella redazione di “Gente”; Salvatore Quasimodo lo aveva aiutato ad acclimatarsi nel mondo milanese. È persuasiva la marcia del suo poemetto, Masaccio:
“Il giorno dell’ira? Un fiore chiuso
dinanzi a soli furibondi
sarò io che mi compiango. Nessuno
mi colpirà nella radice; questo
infocato sangue altro sangue
non comprende;
non offendo il mio martirio”.
Morì nel 2013; sulla pagina milanese del “Corriere della sera” Patrizia Valduga – la cui poesia mi dice quasi nulla – scrisse perfettamente, “muore Jannacci e i giornali scrivono «È morto un poeta», muore Califano e i giornali scrivono «È morto un poeta». Muore un poeta e i giornali non scrivono neanche una riga. È proprio così: il 22 marzo è morto Enzo Fabiani, che era nato a Fucecchio nel 1924 e viveva a Milano da poco dopo la guerra. Ho aspettato, ho aspettato ma non è comparso niente da nessuna parte. Non gli saranno intitolate né vie, né parchi, né giardini, né aiuole, né cortili, né crocicchi…”.

Forse è giusto così, è giusto che un poeta muoia latitante a tutti, ai lati del proprio tempo. Nessuno fa chilometri di coda per omaggiare il feretro del poeta: tra tutti gli ‘artisti’ il poeta – l’artista quintessenziale – vive da isolato. È questo a permettergli di essere al contempo celeste e terreno, pronto ad ascoltare i dolori di tutti – e a precederli –, col suo corpo d’aquila, in picchiata nel cuore del mondo. Del suo dire diceva così Fabiani: “i miei ‘spiritati’ possono sembrare arditi, ma sono mendicanti ossessionati dal ricordo, più che dalla presenza di Dio. Di me direi piuttosto che, pur essendo uno smarrito e infelice tra i ‘raggi di tenebra’ della vita non oso non credere”.
Se ho comprato L’antologia dei poeti italiani dell’ultimo secolo, comunque, non è per feticismo né per rasserenare con biada di fiori lirici il mio cuore brutale cresciuto in cattività. Apprensione. Curiosità. Gioco della torre. Ecco. Ho da poco curato, insieme a Milo De Angelis e a Nicola Crocetti, un’antologia che ha altre mire: consegnare, in cinquecento pagine, un repertorio “della poesia italiana dalle origini ai giorni nostri” (si arriva fino ai poeti nati un secolo fa). L’idea, insomma, è quella del libro della vita – un libro-zattera, però, un libro-canoa, non uno di quei libri che fanno sfoggio nei salotti altoborghesi; un libro reduce dall’annuncio e dal diluvio. È un libro, cioè, che parte dal principio di un mondo massacrato, di fondamenta sfondate, di umani allo sbando (dunque: ebbri di nuove scoperte). Un mondo è finito, la casa brucia: dobbiamo raccogliere le cose strettamente necessarie – per costruire, altrove, un’altra casa. Da qui, le scelte – nottambule, quando non sonnambuliche – e l’impeto.
Certo, alcune cose, col senno di poi, mi sorprendono. Non ho inserito David Maria Turoldo e Fernanda Romagnoli, poeti su cui ho scritto tanto, da tanto tempo (fin da un libro, Maledetti italiani, edito dal Saggiatore nel 2007), perché? Al loro posto ci sono i misconosciuti Egle Marini e Gian Giacomo Menon; e poi Scipione e Sergio Solmi e Maria Alinda Bonacci Brunamonti che ha scritto una formidabile poesia, Stelle nere, sui “soli spenti” che si muovono “nella invisibilità della notte infinita”; attacca così: “Non tutto è gioia nella festa eterna/ de’ costellati campi:/ astri vi sono, alla cui fronte squallida/ manca il diadema de’ fulminei lampi…”. Un’antologia, credo, dev’essere retta, oltre che da un’idea critica (avventuriera, però, più che accademica), da una visione escatologica: perché una vita si apra, qualcosa deve morire. Licenziarsi a se stessi. Un’antologia dirada perché ha saputo chiudere. Dico dell’esercizio antologico come una corsa, un andare da ossessi: la provvidenza è impaziente.
L’antologia dei poeti italiani dell’ultimo secolo – di fatto, il primo grande monumento al Novecento, il secolo grave, da cui occorre sgravarsi – è curata da Giovanni Titta Rosa e da Giuseppe Ravegnani. Quest’ultimo nacque a San Patrignano, nei colli di Coriano, in Romagna; poco lontano da dove abito. Traduttore – tra l’altro, di Julien Green e di André Malraux – incidentalmente poeta – ha diretto dal 1952 al ’58 la collana de ‘Lo Specchio’ Mondadori – ha avuto il (raro) buon gusto di non autoantologizzarsi.
L’edizione che ho acquistato – stampata nel 1972 – reca una dedica: “alla mia cara mamma auguro di passare un felice Natale con noi”. La scrittura, in penna blu, è elementare, ma ferma; firma una “Angelica”. Chissà chi è, ora, questa Angelica; chissà se vive e dove e cosa sogna. Questa dedica mi pare un sigillo – suggella il fatto che un’antologia, in sé, ha sempre qualcosa di angelico e di natalizio. Che ogni angelo sia terribile, che ogni annuncio porti con sé il segno della separazione e dello schianto, beh, sappiamo anche questo.
*In copertina: Giuseppe Ungaretti (1888-1970)
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