
“Il ghigno della vita che lotta”. Vincenzo Montisano o della rinuncia al consolatorio.
Pangea - Friday, November 28, 2025Lo ammetto, per chi come me nel tempo ha frequentato prose e versi in odor di dannazione, ergendoli a protesi del proprio animo turbato, allestire scaffali e vetrine con l’ennesimo libro in cui campeggia l’ennesimo volto femminile è pura mortificazione. Abbiamo veramente bisogno di un’ulteriore storia con protagonista femminile, alle prese col suo personale riscatto, su di uno sfondo storico predeterminato? Saluto perciò con un senso di felicità e rivalsa ogni libro che del tanfo del politicamente corretto, o dei trend del momento, non emana neanche un vago sentore. Ed eccolo Inaugura stanotte il secolo del bene, romanzo d’esordio di Vincenzo Montisano edito da Wojtek. È con opere di tale fattura che certi lettori si riscoprono esteticamente bipolari. Come spiegare altrimenti il senso di claustrofobia che si condensa nelle pagine, ma che sfocia in una capillare ossigenazione dei tessuti post lettura?
O quando Marcel Boll mi disse: «Esistono infiniti modi di morire, ragazzo, e uno soltanto per vivere: il mio». Di giorno delirava d’onnipotenza. A sera invece si lasciava assassinare dal piatto freddo della cena. Sai Karl, era così mio padre. Un uomo dalla postura sociale invidiabile, diresti tu. Se ne stava nella nostra villa di famiglia dentro alla cassa di legno dolce, a mani giunte. Beato, un ciarlatano in attesa di santificazione. L’abito aveva le tasche cucite. Le bare devono essere pulite, le tasche dei morti sempre chiuse. A guardarlo faceva un po’ specie e un po’ ridere. Gonfio di gas intestinali, livido di rabbia perché la caducità non l’aveva risparmiato. Che decadenza nelle cose di questo mondo. Ché morendo sfoggiano il meglio di sé. E infatti un dio minore doveva avergli aperto quel ghigno in bocca. Era il ghigno della vita che lotta più forte prima di perdere. La smorfia di chi non s’è reso conto d’essere all’ultimo giro di bevute.
Hugo Boll, figlio inquieto di un’aristocrazia decadente, si rivolta contro tutto ciò che abbiamo eretto a presidio della nostra normalità. Una furia iconoclasta che investe famiglia, affetti, società. Una tensione forse scomposta, ma necessaria, che lo porta a inciampare sull’autorità, a covare dissapore, a esercitare il diritto all’ostilità. E come se ciò non bastasse, un’insolita febbre incombe sulla città di ***, un turbamento collettivo che spinge sempre più individui all’auto-mutilazione. Nel dilagante caos che serpeggia tra le vie, un oscuro luogo sembra emanciparsi dall’architettura generale; un coacervo d’incubi, fisiologia elementare e teatralità dell’assurdo.
Un romanzo che abdica all’istinto di vita, che reca con sé la rinuncia al consolatorio. Ciò che sentiamo sulla nostra epidermide a lettura conclusa è la perdita dell’interezza.
L’amore è una gabbia d’aspettative. Un attimo prima me la cavavo niente male, passeggiando per i parchi, acquistando questo o quel capo nelle boutique d’alta sartoria, e l’attimo dopo rincasavo vittima di uno sconforto inconsolabile, preda delle batterie di interrogativi che proliferavano sulla superficie opaca delle cose. E Leda invece patteggiava senza rimorsi con la commedia umana. Se le chiedevo quale fosse il senso delle sue settimane, lei rispondeva che svegliarsi la domenica, al mio fianco, senza l’impiccio del lavoro, la faceva scoppiare di senso; se discutevamo dell’infinito, candidamente affermava che una spiegazione della vita ne avrebbe di sicuro ucciso la poesia. Dove trovava l’energia per tenere accesa quella luce sul viso? Nessuno ci guarda, le dissi quella notte. Nessun dio avrebbe permesso tanta mediocrità.
L’infittirsi delle tenebre potrebbe conferire al libro un’aurea di maledizione impenetrabile, ma come ogni opera d’arte che si rispetti ecco il risvolto estetico della medaglia: il ghigno mutare in riso. Vincenzo Montisano, che già si era fatto notare per la sua novella Logica degli incendi, si conferma voyeur ispirato. L’inquadratura è sì condotta in primo piano, ma più che motore unico dei fatti, l’autore assegna al suo protagonista un ruolo atipico, quello di osservatore-osservato.

Nonostante la portata degli eventi che propizia e subisce, Hugo continua a manifestarsi come riverbero di se stesso. Un difetto congenito rovista nelle sue volontà, declassandone le azioni da volute a subite. Niente in lui osa cristallizzarsi in fede, un distacco algido che lo pone a debita distanza dalla Storia. E quando il tutto sembra impattare nel vicolo cieco dell’opprimente, ecco il guizzo, il godimento del voyeur che ci viene in soccorso. La fascinazione germoglia dal fonema, si radica poco dietro la pupilla e saetta scialata oltre la corteccia prefrontale. Signori: la grazia dalle cose a dispetto delle cose.
Da qui in poi, Karl, non ci fu ritorno. Avevo spiato da una crepa l’esistenza denudarsi. Mi dissi no, l’intera faccenda è una pura idiozia. Noi, uomini pratici, branchie del vecchio continente, che avevamo licenziato i demoni e le acquasantiere, per cui non c’era stato altro che mangiare e bere, scopare e dormire, macchinare, consumare e morire, stavamo per essere travolti da un flagello dalle inesauribili e perverse riserve immaginifiche.
Gianluca Pìtari
*In copertina: un collage di Max Ernst (1891-1976)
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