Al Battesimo segue sempre il deserto. Per smascherarci. Per cercare l’Uomo di Vetro, il Dio che si fa trasparenza dell’Amore

Pangea - Sunday, February 22, 2026

Dovevi esser di vetro

“In quel tempo, Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto, per essere tentato dal diavolo. Dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti, alla fine ebbe fame”. (Mt 4,1-2)

Dovevi esser di vetro, Signore,
dopo quei giorni e quelle tue notti:
quaranta i giorni e quaranta le notti,
perché si compia un Esodo vero!
 

(David Maria Turoldo, Opere e giorni del Signore, Edizioni Paoline, 1990)

Ha ragione Turoldo, si va nel deserto per diventare di vetro, per alzare occhi sanguinanti di paura sulla dolorosissima e fragile trasparenza di sé. Si va nel deserto per il compimento di un Esodo, soprattutto di quello che porta alla verità di ciò che si decide di essere.  Per compire un Esodo vero!

La consacrazione nel Battesimo del Giordano è avvenuta, dall’alto parole decisive e sacramentali, per Cristo e per noi, eppure quelle parole non impediscono il dubbio, anzi lo alimentano. Lo sa bene chi ha consacrato la propria vita in una liturgia solenne. Lo sa bene chi ha pronunciato il proprio “Sì”: certamente eterno, sicuramente definitivo, eppure non abbastanza luminoso da renderci trasparenti a noi stessi. Consacrati ma non ancora di vetro! Per quello serve tempo. E un tempo passato nel deserto. Non c’è possibilità di scelta, al Battesimo segue il deserto. Sempre.

Deserto vitale per non morire sotto cumuli di opacità, per non lasciarsi incrostare l’anima dai compromessi, per non stendere una patina capace di diventare corazza, una viscida pelle di serpente capace di farci assolvere da qualsiasi peccato. Che con le parole siamo bravi, siamo maghi, incantatori, esegeti. A parole ci assolviamo, e poi ci crediamo, crediamo alla versione di noi che abbiamo costruito e, usurpando il ricordo della sacramentale voce di quel Dio che quel giorno si era compiaciuto della nostra figliolanza, ci giustifichiamo in tutto. Scagioniamo anche la parte più terribile di noi. Per questo serve il deserto! Per smascherarci. Per cercare l’Uomo di Vetro, il Dio che si fa trasparenza dell’Amore. Per rispecchiarci in lui.

Ivan Karmskoj, Cristo nel deserto, 1872

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La fuga è la forza delle cerve

Come i Padri del deserto, Arsenio prese queste parole alla lettera: bisogna fuggire, partire, lasciare la città, uscire dal mondo e dalle sue mondanità. Fuggire perché si soffoca. In certe situazioni non vi è altra via d’uscita che la fuga. Non è la vigliaccheria, è un soprassalto di salute. La fuga è la forza delle cerve.       

(Jean-Yves Leloup, L’esicasmo. Che cos’è come lo si vive, Gribaudi, 1992)

Nel deserto Gesù non fugge, nel deserto Gesù è portato. In Matteo “a differenza che in Marco, «fu trasportato dallo Spirito nel deserto». Il verbo indica un movimento verso l’alto, come se egli fosse sollevato. «Il Cristo di Marco è cacciato nel deserto come Adamo cacciato dal paradiso; quello di Matteo è condotto, come Israele fu condotto attraverso il deserto» (H.B. Green, The Gospel, p.67), potremmo aggiungere: “su ali d’aquila” (Es 19,4). Trasportato, evidentemente, dalla piana del Giordano verso la zona montuosa di Giuda, un deserto senz’acqua dove si patisce la sete e la fame, luogo tradizionale di abitazione dei demoni”. (Alberto Mello, Evangelo secondo Matteo, Qiqajon, 1995)

Essere trasportati nel deserto su ali d’aquila, per accogliere la sfida di fare verità su ciò che siamo veramente, sul nostro rapporto con Dio, con gli altri. Come è stato per il popolo di Esodo il deserto anche per noi è spazio, tempo, qualcosa da attraversare. Il vetro nasce dalla sabbia. Cristo va nel deserto per aprire una strada nuova. Per ognuno di noi.

In Esodo c’è libertà e fame, paura e grazia, smarrimento e provvidenza. In ogni deserto c’è lotta e ci sono angeli a servirci. Nel deserto si va per discernere la chiamata. Il deserto è la vita, se vogliamo, se accettiamo la lotta. Il deserto è lo spazio della verità. Decidere di non andarci è restare nel mondo, addomesticare la nostra idea di spiritualità, credere di sedurre la mondanità ed esserne, invece, corrotti. Impedirsi il deserto è decidere di soffocare, respirare altra aria che non sia lo Spirito. Privarsi della forza delle cerve. Divincolarsi dalle mani di Dio, restare a terra, lasciare che l’aquila voli altrove, senza di noi.

Domenico Morelli, Gesù nel deserto, 1895

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Ulteriorità

“Il tentatore gli si avvicinò e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, di’ che queste pietre diventino pane». Ma egli rispose: «Sta scritto: Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio»”. (Mt, 4,3-4)

È ancora lontano il giorno in cui, nel deserto, Cristo moltiplicherà pane per la folla. Sarà giorno triste per lui, fallimento, mentre Gesù condivideva il suo sguardo dall’Alto, mentre dilatava una preghiera divenuta pane, mentre anticipava in qualche modo il suo diventare pane, la folla non capiva. E lui fu costretto alla fuga, sempre il deserto, la solitudine, l’intimità con il Padre. Non esiste, altrimenti, fede.

“Scappò sul monte, solo. Vinse la tentazione. Satana era la folla soddisfatta che diceva: abbiamo trovato uno adatto a noi. Egli non è un Messia venuto a dare la risposta agli istinti fondamentali dell’uomo come essere provvisorio e materiale. […]  Il Messia ha rivelato non la necessità del pane ma una ulteriorità verso cui siamo più sordi e ciechi”.  

(Ernesto Balducci, Il mandorlo e il fuoco, Borla, 1984)

Si viene trasportati su ali d’aquila nel deserto non solo per sfuggire al faraone, che tanto il vero faraone ce lo portiamo dentro ed è con quello che dobbiamo combattere. Non si va nel deserto per soddisfare la nostra fame di pane, nessuna risposta agli istinti fondamentali, non solo quelli animali ma anche quelli più subdoli: il bisogno di giustizia, di fraternità, di pienezza, di amore… che illusione quando ci accorgiamo che, pur con tutti i nostri tentativi, pur nelle comunità apparentemente più perfette, nei monasteri più santi, nelle famiglie più luminose, da nessuna parte il Vangelo soddisfa i nostri istinti. Nemmeno e soprattutto gli istinti di bene. Non sto dicendo che la vita sia un sacrificio, pianto e dolore, non sto dicendo che il mondo sia brutto e cattivo, sto solo parlando del bisogno di “ulteriorità” di cui parla benissimo Balducci.

Accettare di abitare nel deserto è piegarsi a questa fame profonda, a questo istinto insaziabile, quello che ci fa godere di ogni cosa del mondo, anche la più piccola, proprio perché anche il filo d’erba con il suo svettare coraggioso verso il cielo, minimo ed unico, anche lui, canta il bisogno di Ulteriore. Sussurra il Creato il desiderio insopprimibile e simbolico della fame d’Eterno. 

Una religiosità piegata al riempimento, una vita che non sa desertificarsi, impoverirsi, si illuderà che la vita possa essere soddisfatta. Che sia riempita di potere, di denaro o di cultura o di devozioni o di attivismi sociali o pastorali… è davvero così diverso? Nel deserto si accetta di sprofondare perché ammalati di ulteriorità, è il rischio di accettare una vita che accoglie tutto ma che lo fa solo per ascoltare la Sua Parola che tutto pervade: “vivrà l’uomo […] di ogni parola che esce dalla bocca di Dio”, quella Parola che nel deserto sussurra fino a farci male. Quella Parola che nel suo compiersi scava un Vuoto, e dopo un Vuoto ulterioreancora, così noi camminiamo, sempre sospesi tra la gioia d’averlo trovato e il bisogno di cercarlo ancora. Così nel deserto della nostra vita procediamo, su ali d’aquila, sostenuti dalla sua presenza/assenza. Così noi camminiamo verso l’Ulteriore, quello promesso e testimoniato, quello che sussurra dal cuore di ogni cosa, quello di cui sperimentiamo il mormorio quando riusciamo a diventare deserto.  

Govaert Flinck, La tentazione di Cristo, 1635/1640

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Ogni respiro è miracolo

“Allora il diavolo lo portò nella città santa, lo pose sul punto più alto del tempio e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, gèttati giù; sta scritto infatti: ‘Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo ed essi ti porteranno sulle loro mani perché il tuo piede non inciampi in una pietra’». Gesù gli rispose: «Sta scritto anche: ‘Non metterai alla prova il Signore Dio tuo’»”. (Mt 4,5-7)

“Se (il divisore) ti tende un laccio attraverso la vanagloria – lo fece anche con Cristo conducendolo sul pinnacolo del tempio e dicendogli «Gettati di sotto» perché mostrasse la sua divinità – non farti trascinare in basso dal desiderio di innalzarti. Se ottiene questo non si fermerà qui. È insaziabile, ricorre a tutti gli espedienti. […] Oh Tu, sapiente nel fare il male, come hai potuto tacere quanto è scritto subito dopo? Io lo conosco bene anche se tu hai taciuto. «Io ti farò camminare sopra l’aspide e il basilisco e ti farò calpestare i serpenti e gli scorpioni» (Sal 90,13), perché sei protetto dalla Trinità.

(Gregorio di Nazianzo, Discorsi 40,10, SC 358, pp.216-218)

Si viene trasportati su ali d’aquila nel deserto per rendersi di vetro fino in fondo, per sperimentare la grandissima fragilità umana e per scoprire finalmente che ogni respiro è un miracolo. Non solo essere sostenuti dagli angeli in tempo di caduta ma sempre, in ogni istante, ad ogni passo. Si viene trasportati nel deserto e si diventa di vetro per sperimentare il bacio, il Soffio dello Spirito, che ci tiene in vita e che ci accoglierà nel Respiro Eterno l’attimo esatto della nostra morte. 

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Anche io sono immagine di Dio

“Di nuovo il diavolo lo portò sopra un monte altissimo e gli mostrò tutti i regni del mondo e la loro gloria e gli disse: «Tutte queste cose io ti darò se, gettandoti ai miei piedi, mi adorerai». Allora Gesù gli rispose: «Vàttene, satana! Sta scritto infatti: ‘Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai culto’». Allora il diavolo lo lasciò, ed ecco degli angeli gli si avvicinarono e lo servivano”. (Mt 4, 8-11)

“…e ti chiederà di adorarlo, disprezzalo: è povero. Digli, confidando nel sigillo (impresso su di te con il battesimo): «Anche io sono immagine di Dio. Non sono ancora stato rigettato dalla gloria dell’alto come te a causa della superbia. Ho rivestito Cristo (cfr. Gal 3,27), mi sono trasformato in Cristo per mezzo del battesimo. Sei tu che devi adorarmi». Si allontanerà da te, ne sono certo, vinto e coperto di vergogna a causa di queste parole. Come dovette abbandonare Cristo, la prima luce, così lascerà anche quelli che sono stati da lui illuminati”.  

(Gregorio di Nazianzo, Discorsi 40,10, SC 358, pp.216-218)

Si viene trasportati su ali d’aquila nel deserto per rendersi di vetro fino in fondo, per accorgersi che siamo abitati dal bisogno infantile di essere adorati, per accorgerci che il tentatore ce lo portiamo dentro, che il narcisismo ci rende opachi alla Grazia, che la paura di non essere di nessuno ci rende violenti, ci spinge a estorcere affetto, frantumandolo con le nostre mani. Si fugge nel deserto perché stanchi di adorare l’aria. Perché delusi, ciò che avevamo adorato come fosse Dio si è rivelato un idolo, ci stava mangiando. 

Si va nel deserto della solitudine perché è proprio la solitudine il prezzo da pagare, nessuno comprende, solo chi patisce il luminoso desiderio di rinnegare se stesso può intuire, eppure non potrà condividere, se non a distanza. Il deserto è la prima e l’ultima forma di rivoluzione contro qualsiasi tipo di potere. Ma il rivoluzionario deve scontare vera incomprensione, evangelica umiliazione. Impossibile scendere a patti, non esiste terra di mezzo. E lì, finalmente, sarà beatitudine vera. Perché finalmente trasformati in Cristo. Seguirlo, nel deserto, per essere trasformati in lui, vera tentazione è illudersi di essere al mondo per altro. 

Alessandro Deho’

*Ogni settimana, ogni volta che ci sarà urgenza, Alessandro Deho’ prenderà spunto dalla lettura evangelica per avviare una riflessione fuori via, stonata, forse inutile. Lui dice, “balbettio”, dice “balbuziente”, dice di una inadeguatezza che fa lava, su cui fare leva; insieme abbiamo detto, come dice la Bibbia, “impacciato di bocca”: ma è proprio lì, dove la parola depone l’elmo e ogni verbo è vergine per eccesso di senso, nudo, inappropriato, che vogliamo stare. 

*In copertina: Domenico Morelli, Cristo tentato, 1885

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