“Sono io che parlo con te”. Gesù e la Samaritana, un incontro tra deserti che nascondono pozzi

Pangea - Sunday, March 8, 2026

Cristo viandante assettato

In quel tempo, Gesù giunse a una città della Samaria chiamata Sicar, vicina al terreno che Giacobbe aveva dato a Giuseppe suo figlio: qui c’era un pozzo di Giacobbe. Gesù dunque, affaticato per il viaggio, sedeva presso il pozzo. Era circa mezzogiorno. (Gv 4,5-6)

“Di che cosa Gesù ha sete? Il lettore non è ancora in grado di rispondere a questa domanda. lo sarà forse quando sentirà Gesù in croce gridare: «Ho sete!» (19,28) o ancora prima? (…) Gesù ha certamente chiesto da bere alla Samaritana, e ora si intuisce che ciò di cui egli ha sete è proprio sete di lei, il desiderio che lei ha dell’acqua viva che solo Gesù può donare. Del Padre stesso si dirà che «cerca» adoratori autentici”.

(Xavier Léon-Dufour, Lettura dell’Evangelo secondo Giovanni, San Paolo 1990)

Un Dio che ha sete, un povero cristo, solo, che sta presso un pozzo in attesa dell’uomo. Poi possiamo addentrarci in tutte le interpretazioni simboliche ed esegetiche, poi possiamo, ed è doveroso farlo, smarrirci nella proliferazione di significati, nella stratificazione di senso presente in questa pagina di Giovanni. Però. Però non può essere smarrita l’immagine di un Dio assetato. Lo stesso che al compimento della sua vita tra gli uomini ribadirà lo stesso bisogno. Lo farà dall’alto della croce, dal suo viaggio al termine della notte umana, lo griderà come sanno gridare gli amanti: ho sete! Un Dio che ha sete della sua creatura, un Figlio che ha sete del Padre, un uomo che ha sete d’amore. 

Una sete che arriva a causa della fatica di un viaggio, perché la sete è una kenosi che va cercata, è possibile l’incontro tra uomini solo a partire da un vuoto, è possibile il dialogo con Dio solo a partire da una mancanza, da un bisogno. Gesù sembra viaggiare per svuotarsi, il contrario dei nostri itinerari di illusoria pienezza. In questa pagina, attorno al pozzo, tutti hanno sete ma non si descrive mai l’atto del bere. Solo quello della sete. Che permane, aumenta, si purifica, diventa eterna. Ci si trasforma in sorgenti, alla fine, ma non si riempie mai il bisogno.

Fanno paura le seti che ci abitano, a chi le possiamo confidare? Chi può ascoltare il nostro grido senza usurpare il nostro bisogno? A chi possiamo mostrare il nostro desiderio di vita senza correre il rischio di essere prosciugati? Eppure il rischio bisogna correrlo, il prezzo è morire di sete. Il rischio di confidarsi con uno straniero, il rischio di mostrarsi vulnerabile, il rischio di non essere compresi, il rischio di essere fraintesi. Cristo al pozzo inanella tutti questi pericoli, conosce l’azzardo, lo assume. Cosa dirà la donna straniera? Cosa penserà la moglie dai cinque uomini? E i suoi discepoli al ritorno? Cosa capiranno? L’inizio di ogni relazione vera si assume il pericolo di essere fraintesa, sembra che non possa esserci vita senza rischio. Rischio di bruciarsi, sicurezza che l’altro ci farà sicuramente male, perché le relazioni sono tutte pericolose, e l’incomprensione è insita nella parola, e il male, il male che ci abita, è serpe che distorce anche le intenzioni più pure. Eppure, proprio nella giungla di queste fatiche, affaticati dal viaggio della vita, occorre sedersi e accettare che abbiamo bisogno di qualcuno che condivida vita con noi. La sete di Cristo è il segno del limite invalicabile che ci abita, del limite che siamo. Del limite che diventa possibilità.

Lazzaro Bastiani, Incontro di Cristo con la Samaritana, XV secolo

*

Il pozzo 

Giunge una donna samaritana ad attingere acqua. Le dice Gesù: «Dammi da bere». I suoi discepoli erano andati in città a fare provvista di cibi. Allora la donna samaritana gli dice: «Come mai tu, che sei giudeo, chiedi da bere a me, che sono una donna samaritana?». I Giudei infatti non hanno rapporti con i Samaritani. Gesù le risponde: «Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: “Dammi da bere!”, tu avresti chiesto a lui ed egli ti avrebbe dato acqua viva». Gli dice la donna: «Signore, non hai un secchio e il pozzo è profondo; da dove prendi dunque quest’acqua viva? Sei tu forse più grande del nostro padre Giacobbe, che ci diede il pozzo e ne bevve lui con i suoi figli e il suo bestiame?». (Gv 4, 7-12)

“Il pozzo (…) per quelli che hanno familiarità con la Bibbia è anche un tema molto legato all’esodo e in particolare alla legge. Un commento ebraico parla così del soggiorno degli ebrei nel deserto: lo scopo di quei quarant’anni «fu di far mangiar loro la manna e bere l’acqua del pozzo perché così la legge fosse assimilata nel loro corpo». (…) un commento di Qumran su questo passo dice: «Il pozzo è la legge»”.

(Alain Marchadour, Vangelo di Giovanni, San Paolo 1994)

Ma anche prima c’è un pozzo, anche prima di Esodo, in Genesi, al capitolo 26 c’è una storia che mi ha sempre colpito, è la descrizione di una prassi, di un mestiere, una sorta di liturgia pratica, una devozione alla vita. Isacco ne è protagonista:

Isacco fece una semina in quella terra e raccolse quell’anno il centuplo. Il Signore infatti lo aveva benedetto. E l’uomo divenne ricco e crebbe tanto in ricchezze fino a divenire ricchissimo: possedeva greggi e armenti e numerosi schiavi, e i Filistei cominciarono a invidiarlo. Tutti i pozzi che avevano scavato i servi di suo padre ai tempi di Abramo, suo padre, i Filistei li avevano chiusi riempiendoli di terra. 

(Genesi 26,12-15)

So che il pozzo nella pagina della Samaritana richiama la legge, però questa cosa che i pozzi si possano riempire di terra per invidia mi sembra importante da segnalare. Isacco scava pozzi, i suoi avversari riempiono di terra le sorgenti. Come cacciare sabbia in gola alla vita. Ma lui, Isacco, nonostante tutto, continua:

Isacco riattivò i pozzi d’acqua, che avevano scavato i servi di suo padre, Abramo, e che i Filistei avevano chiuso dopo la morte di Abramo, e li chiamò come li aveva chiamati suo padre. I servi di Isacco scavarono poi nella valle e vi trovarono un pozzo di acqua viva.

(Genesi 26,18-19)

Poi possiamo andare al pozzo della legge, provare a comprendere cosa intenda Gesù, quali i rischi dei Samaritani, cosa renda il pozzo della legge un’acqua che non estingue sete. Prima però c’è Isacco che passa la vita a riaprire pozzi d’acqua viva e a me pare davvero commovente. Mi sembra l’unico mestiere che valga la pena fare. Mi pare la chiave per abitare il mondo con santa disciplina. Solo chi cerca di togliere sabbia dal pozzo delle relazioni, solo chi scava e scopre pozzi d’acqua nelle valli disabitate degli apparenti fallimenti, solo chi è rabdomante di vita può comprendere davvero l’incontro tra la Samaritana e Cristo. Incontro tra due deserti che nascondono pozzi.  

Serve una costanza incredibile per scavare pozzi, per riaprirne, per opporsi alla violenza. Serve una caparbietà infinita, serve una fede incrollabile, serve di ripetere la stessa liturgia di scavo senza lasciarsi prendere dallo sconforto. Sono convinto che la vita sia mantenuta viva da scavatori di pozzi nascosti ed anonimi e incrollabili.

Ma i pastori di Gerar litigarono con i pastori di Isacco, dicendo: “L’acqua è nostra!”. Allora egli chiamò il pozzo Esek, perché quelli avevano litigato con lui. Scavarono un altro pozzo, ma quelli litigarono anche per questo ed egli lo chiamò Sitna. Si mosse di là e scavò un altro pozzo, per il quale non litigarono; allora egli lo chiamò Recobòt e disse: “Ora il Signore ci ha dato spazio libero, perché noi prosperiamo nella terra”. Di là salì a Bersabea. E in quella notte gli apparve il Signore e disse:

“Io sono il Dio di Abramo, tuo padre;
non temere, perché io sono con te:
ti benedirò e moltiplicherò la tua discendenza
a causa di Abramo, mio servo”.

(Genesi 26, 20-24)

Poi è vero il pozzo della Samaritana richiama alla legge. 

“Le leggi, rigorosamente laiche, sono pensate come regole che servono solo a separare ciò che è dell’uno da ciò che è dell’altro; Dio non c’entra proprio, e neppure la comunione fraterna. Già i farisei erano acceduti a questa concezione mercenaria della legge; ancor più i Samaritani. Gesù sollecita la Samaritana a passare dalla concezione mercenaria della legge a quella spirituale.  (…) Come il pozzo è anche la Legge, finché essa sia scritta solo sulla pietra e non nei cuori. Dopo aver obbedito a tutte le sue prescrizioni, l’uomo deve riconoscere d’essere sempre da capo assetato, s’intende di giustizia”. 

(Giuseppe Angelini, Se vuoi essere perfetto, Glossa 2007)

“Una cosa è bere, un’altra è diventare sorgente. L’acqua è lui. È Gesù, ricevuto per essere donato”.

(Yves Simoens, Secondo Giovanni, Edizioni Dehoniane Bologna,1997)

La legge chiede carne, chiede di essere scritta nei cuori. Cristo al pozzo chiede il cuore della Samaritana, Cristo non chiede mai altro. Ma cosa significa davvero? Come si può chiedere al nostro cuore di tramutarsi in pietra, e poi di lasciarsi incidere dal dito infuocato dell’Altissimo? Come mettere il cuore nelle mani di Dio e lasciare che lui ci incida sopra le sue Parole, lasciare che venga stritolato dalle sue dita, spremuto come cuore sacro a distillare il vino dell’Alleanza? 

“Un cristiano non è un libero pensatore. Per lui, al principio, non sta l’uomo, il suo pensiero, la sua forza, le sue possibilità. Al principio non sta neppure un’idea. Sta la carità di Dio: cioè quel dimostrarsi di Dio nell’uomo Gesù, che dice a noi concretamente tutta la verità. Di fronte a ogni proposta, o ricerca, o cammino, la preoccupazione dominante di un credente cristiano sarà sempre quella di non perdere il riferimento a Cristo, di non giudicarlo o “svuotarlo” secondo le sollecitazioni del momento, per lasciarsi invece sempre giudicare da lui, assumendo la comunione con lui come criterio irrinunciabile di verità e di azione. «Cristo ieri, oggi, per sempre» (cfr. Eb 13,8)”.

(Giovanni Moioli, Temi cristiani maggiori, Milano 1992)

Vuol dire che l’uomo rinuncia a essere un libero pensatore! E questa frase è la prima spremitura violenta. Chi, oggi, ha il coraggio di non considerarsi pienamente autonomo? Lo sappiamo, nessuno lo è davvero ma ognuno di noi sbandiera una sorta di libertà conquistata. Poi siamo schiavi delle opportunità, del sistema, dei mille compromessi, delle meschinità che ci abitano, del denaro, della fama… ma non possiamo dirlo. Mettere il cuore in mano sua è esplicitarlo: voglio essere tuo schiavo. Voglio scendere fino alla sorgente del pozzo e togliere dalla fonte l’uomo, voglio sbarazzarmi dall’egemonia di me stesso, del mio pensiero, della mia forza, delle mie possibili possibilità. E questo ci fa orrore, ci fa paura. Alziamo subito scudi, difendiamo la piena libertà che Cristo ci avrebbe promesso, la pienezza della vita… ma quale è la Sua libertà? Quale libertà può promettere il Crocifisso che, anche da Risorto, non chiude il segno dei chiodi? Per incontrare l’acqua viva, per non inquinare la legge con la nostra miseria, bisogna liberarsi di quel che siamo e giungere, assetati, come viaggiatori al pozzo, al principio. E al principio del pozzo, acqua viva in eterno c’è la carità di Dio. Il suo amore. Se non arriviamo lì lasceremo al cristianesimo di essere sempre e solo un’idea. Nobile. Ma che non disseta fino in fondo. Solo Cristo deve essere il riferimento, solo lui, per lui annientarsi, lui a guidarci, a lui incatenarci e lì, paradosso d’amore, scoprire il nostro vero volto, la nostra intima libertà, l’immagine e somiglianza unica e irripetibile. Fermarsi prima, accontentarsi, non lasciare che il seme che siamo muoia renderebbe questa discesa al pozzo un suicidio.   

Giovan Battista Caracciolo, Cristo e la Samaritana al pozzo, 1620 ca.

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La donna

Gesù le risponde: «Chiunque beve di quest’acqua avrà di nuovo sete; ma chi berrà dell’acqua che io gli darò, non avrà più sete in eterno. Anzi, l’acqua che io gli darò diventerà in lui una sorgente d’acqua che zampilla per la vita eterna». «Signore – gli dice la donna –, dammi quest’acqua, perché io non abbia più sete e non continui a venire qui ad attingere acqua». Le dice: «Va’ a chiamare tuo marito e ritorna qui». Gli risponde la donna: «Io non ho marito». (Gv 4, 13-17)

“Domanda da bere e promette di dissetare. È bisognoso come uno che aspetta di ricevere, e abbonda come uno che aspetta di saziare. «Se conoscessi, dice, il dono di Dio». Il dono di Dio è lo Spirito Santo. Ma Gesù parla alla donna in maniera ancora velata, e a poco a poco si apre una via al cuore di lei. Forse già la istruisce. (…) Oh se avesse sentito: «Venite a me, voi tutti, che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò»! (Mt 11,28). Infatti Gesù le diceva questo, perché non dovesse più faticare, ma la donna non capiva ancora”.

(Agostino, Commento al Vangelo di Giovanni)

Non importa sapere se cinque fossero proprio i mariti della donna oppure se questa sia un’allusione agli idoli dei Samaritani. Quello che conta davvero è il passaggio che si compie tra le grandi teorie e la vita vera, tra le domande generiche e la vita pratica della donna (o di un popolo). Gesù per rispondere alla sete profonda chiede alla donna di verificare concretamente a quali fonti cerchi acqua. E la domanda si ripete anche per ognuno di noi. Quali le nostre fonti? Concrete. Quali i nostri mariti? Quali i pozzi che apriamo e poi, delusi, riempiamo di terra? Quali le persone che abbiamo usato, da cui ci siamo abbeverati con avidità e che poi abbiamo lasciato magari con la scusa di una sete più grande? Anche questo passaggio mi pare notevolmente doloroso. Può arrivare un certo momento nella vita di un uomo in cui si decide finalmente di smettere di correre in solitaria predando ogni forma di affetto, arriva un momento in cui ci si guarda alle spalle e non si è più sicuri di aver agito per una sete d’Infinito che tutto giustificava, ci si guarda alle spalle e si prova vergogna per i tanti pozzi abbandonati. Certo, qualcuno si è servito anche di noi, per fortuna, questo rende forse meno amaro il giudizio sul nostro operato. Non l’abbiamo fatto per fare male, ma abbiamo predato. Non abbiamo compiuto un viaggio verso la sete. Non siamo stati capaci di reggere il dolore della mendicanza.

Cristo arriva al pozzo domandando da bere e promettendo di dissetare, le due promesse non possono essere disgiunte, i due opposti vanno tenuti aperti. Assettati e donatori d’acqua, guaritori feriti, peccatori riconciliati: questo ci rende credenti, questo significa mettere il nostro cuore nelle sue mani. Questo impara la samaritana, forse, lasciando la brocca al pozzo per andare a dissetare i suoi compaesani. 

“La donna lasciò dunque la sua giara. La giara richiama le ‘sei giare di pietra’ per la purificazione dei Giudei citate in 2,6 . Questo particolare sembra esprimere simbolicamente la situazione della donna stessa. Ormai purificata dalla parola di Gesù, e dissetata dall’acqua viva che Gesù è nel suo corpo e in tutta la sua persona, la donna non ha più bisogno del suo strumento per attingere l’acqua e si trova libera per la missione”.

(Yves Simoens, Secondo Giovanni, Edizioni Dehoniane Bologna,1997)

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Sono io che parlo con te

Le dice Gesù: «Hai detto bene: “Io non ho marito”. Infatti hai avuto cinque mariti e quello che hai ora non è tuo marito; in questo hai detto il vero». Gli replica la donna: «Signore, vedo che tu sei un profeta! I nostri padri hanno adorato su questo monte; voi invece dite che è a Gerusalemme il luogo in cui bisogna adorare». Gesù le dice: «Credimi, donna, viene l’ora in cui né su questo monte né a Gerusalemme adorerete il Padre. Voi adorate ciò che non conoscete, noi adoriamo ciò che conosciamo, perché la salvezza viene dai Giudei. Ma viene l’ora – ed è questa – in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità: così infatti il Padre vuole che siano quelli che lo adorano. Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorare in spirito e verità». Gli rispose la donna: «So che deve venire il Messia, chiamato Cristo: quando egli verrà, ci annuncerà ogni cosa». Le dice Gesù: «Sono io, che parlo con te». In quel momento giunsero i suoi discepoli e si meravigliavano che parlasse con una donna. Nessuno tuttavia disse: «Che cosa cerchi?», o: «Di che cosa parli con lei?». La donna intanto lasciò la sua anfora, andò in città e disse alla gente: «Venite a vedere un uomo che mi ha detto tutto quello che ho fatto. Che sia lui il Cristo?». Uscirono dalla città e andavano da lui. (Gv 4,17-30)

“La Samaritana, al pozzo del corteggiamento, aveva conosciuto l’incanto di una parola che non ti fa cosa, cosa da consumare, che ti contempla teneramente in tutta la tua dignità e bellezza”.

(Angelo Casati, Ricordare le sue parole, Centro Ambrosiano, 2002) 

“Sono io che parlo con te”, forse questo il centro di questo racconto, forse qui la descrizione definitiva dell’acqua viva. Sono io, Io sono, teofania intima e definitiva, bisogni che si incontrano, che si riconoscono, che si riempiono e si svuotano e ancora si riempiono. Dinamica dell’Amore che si fa infinito. 

Non è chiaro se la donna abbia davvero compreso, non è chiaro se fugge verso la città spinta da ardore missionario o da paura. Paura che si prova quando si è svelati, guardati fin nel profondo. Spogliati. Non c’è teofania se non quando si viene raggiunti nella parte più segreta di ciò che siamo, ogni protezione è una mancanza di fede.Profezia è svelamento, spogliazione, donna scoperta nella sua più intima intimità, “mi ha detto tutto quello che ho fatto”, verità sconvolgente ma parziale, “mi ha mostrato tutto quello che sono”, questa sarebbe stata la traduzione esatta dell’esperienza. Ma a chi confidare tale estremo d’amore?  “Sono io che parlo con te”, frase che rimane nascosta all’origine di ogni pozzo, parole che possono donare vita solo a chi ha il coraggio e la costanza di liberare la fonte dai cumuli di terra, dichiarazione d’amore che alla luce svanisce. 

Annibale Carracci, Cristo e la Samaritana, 1605

Anche la legge è pozzo capace di dare vita, non uno iota sarà perduto, ma solo se diventa prassi per ascoltare la voce del Risorto che dalla vita ci parla. Ogni nostra azione può diventare sacra, se è fonte di questa epifania. 

E liberando pozzi anche noi saremmo trasfigurati in sorgenti d’acqua per i fratelli. Chissà, forse fede, fede vera, è lasciare che lui ci scavi in profondità, che lui rimuova detriti, che ci liberi da tutto e da tutti, e dalla visione distorta che abbiamo di noi stessi, per riportarci ad essere conformi alla realtà, e finalmente scoprire quel che siamo, la nostra possibilità: “sorgente d’acqua che zampilla per la vita eterna”.  

Alessandro Deho’

*Ogni settimana, ogni volta che ci sarà urgenza, Alessandro Deho’ prenderà spunto dalla lettura evangelica per avviare una riflessione fuori via, stonata, forse inutile. Lui dice, “balbettio”, dice “balbuziente”, dice di una inadeguatezza che fa lava, su cui fare leva; insieme abbiamo detto, come dice la Bibbia, “impacciato di bocca”: ma è proprio lì, dove la parola depone l’elmo e ogni verbo è vergine per eccesso di senso, nudo, inappropriato, che vogliamo stare. 

In copertina: Gesù e la Samaritana al pozzo, area tedesca, 1420 ca.

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